INTERVISTA DI RADIO MARIA RWANDA A ANATHALIA ,una delle veggenti della Madonna di Kibheo

Radio Maria Rwanda: Siamo qui a Kibeho, ci vuole raccontare in breve qual è stato il messaggio che le ha trasmesso la Vergine Maria in questo luogo?

Anathalia: Grazie, per prima cosa vorrei presentarmi: Mi chiamo Anathalia MUKAMAZIMPAKA. Mi chiedete del messaggio che la Madre di Dio ha annunciato qui a Kibeho; la prima volta, lei si è rivelata a una bambina dal nome Alphonsine MUMUREKE, che stava studiando al collegio locale, il 28 novembre 1981. Questa scuola all’epoca si chiamava Collegio, ma attualmente è conosciuta come “Groupe Scolaire Mère de Dieu” (Scuola superiore Madre di Dio). Quando la Vergine Maria si rivelò ad Alphonsine per la prima volta, lei non la conosceva, ma Lei (la Vergine Maria) venne a dire che era la madre di Dio. Dopodiché, il 12 gennaio 1982, si rivelò a me, chiedendomi tre volte di perseverare nella preghiera e dicendomi che il mondo era in una condizione terribile. Continuò a parlare e mi diede degli altri messaggi, mettendo in rilievo il fatto che dobbiamo agire pensando al Paradiso, perché la nostra vita terrena è brevissima.
La Vergine Maria apparve anche alla terza bambina con cui studiavamo al Collegio, che si chiama Marie Claire MUKANGANGO. A lei la Vergine Maria apparve con in mano un Rosario dei Sette Dolori e le disse: “Anche se non conoscete questo rosario, io ve lo insegnerò perché possiate insegnarlo ai vostri amici”. Ci appariva molto spesso al collegio in cui stavamo studiando, in particolare nel nostro dormitorio, che da poco era diventato una piccola cappella per le apparizioni. Lei ci appariva in questa cappella e poi, in seguito, in un altro luogo vicino alla cappella, dove ora si trova una statua della Vergine Maria, madre di Dio, vicino a dove si trovava il dormitorio.
La Vergine Maria ci trasmise dei messaggi per un periodo di otto anni e la sua ultima apparizione in pubblico avvenne il 28 novembre 1989, quando Lei (Maria) apparve ad Alphonsine per l’ultima volta. Marie Claire fu la prima a cui la Vergine Maria disse addio, il 2 marzo 1982. Il messaggio per Marie Claire consisteva principalmente nell’insegnare il rosario dei dolori. La Vergine Maria lo insegnò a lei con le parole che usiamo oggi, cosicché Lei (Maria) continuò a insegnarlo (il rosario) a noi sottolineando la sua importanza, dicendo che ci avrebbe aiutato a cambiare il nostro atteggiamento in maniera positiva, a confessare i nostri peccati a Dio e a ottenere la salvezza. Così avremmo potuto ottenere da lui una maggiore capacità di essere flessibili riguardo ai nostri problemi e ai dolori di ogni giorno.
La Madonna mi apparve per due anni, ma lo fece pubblicamente più di 30 volte. L’ultima apparizione pubblica fu quella del 3 dicembre 1983, quando lei mi disse “starai qui fino a quando te lo dico io, dovrai pregare intensamente per il mondo e le anime nel purgatorio e ricevere dei dolori per cui pregherai, prega perché le persone cambino, prega affinché i peccatori ritornino a Dio”. Mi comunicò questo messaggio in privato, ma trasmise lo stesso messaggio a tutti, perché dava appuntamento ai miei amici (che avevano delle apparizioni), affinché le persone potessero saperlo e assistere all’evento. In quell’occasione, diede a me e ai tanti altri che erano con noi, un messaggio speciale. Era davvero un evento pubblico, poiché tutti coloro che erano lì potevano capire questo messaggio, ed era più come parlare con una persona faccia a faccia. Quella volta lei era in alto rispetto a me, nel cielo a 3 o 4 metri sopra di me, e io dovetti alzare la testa. Mentre le parlavo la guardavo in faccia e non riuscivo a vedere nessun altro, questo mi permise di parlarle tranquillamente, come se non ci fosse nessun problema. Le persone che erano intorno a noi potevano sentire quello che mi stava dicendo per via del microfono che avevo sotto la bocca e la mia voce era amplificata da delle casse. Questo messaggio speciale consisteva nel pregare intensamente e nel chiedere a Dio che tutte le persone potessero sempre pregare senza ipocrisia, perché la Madonna ci disse che “oggi le persone non pregano più”, chiedendoci di continuare a pregare per il mondo affinché le persone potessero tornare a Dio, essere salvate dai loro peccati, affinché il mondo potesse vivere in pace e amore.
Nei messaggi che la Vergine Maria mi dava, spesso parlava del valore del dolore nella vita delle persone e nella vita cristiana in particolare, dicendo che i nostri dolori non devono essere insignificanti ma piuttosto, quando siamo tristi, dobbiamo ricordarci dei dolori di Gesù e Maria, e così dare ai nostri dolori un valore maggiore agli occhi di Dio e per questo dobbiamo pregare per noi stessi, pregare perché chi soffre possa tornare in salute.
La Vergine Maria mi disse che dobbiamo anche fare penitenza e rinunciare alle cose che amiamo perché le persone possano tornare a Dio, perché c’è una cosa che la fa soffrire ed è che le persone non provano abbastanza amore per Dio. Mi disse che il mondo è in uno stato terribile: le persone venerano degli idoli, ossia degli altri dei, e questo la addolora molto. Quindi, lei desidera che proviamo un vero sentimento di amore per Dio. Ci chiede anche di rispettare i comandamenti di Dio. Il più delle volte, quando mi appariva, mi diceva: “I comandamenti di mio figlio sono stati resi nel mondo con le sue parole semplici e vivono come desiderano.”
Quando la Vergine Maria apparve a noi tre il giorno dell’Assunzione del 1982, lei parlò prima con me, poi con Alphonsine e infine con Marie Claire. Alcuni giorni lei appariva a tutte e tre, mentre altri appariva a una sola di noi (una dopo l’altra). Non succedeva spesso che lei ci apparisse allo stesso tempo. Quel giorno dell’Assunzione, la Nostra Signora venne a noi piangendo disperatamente. Era triste, molto più triste di quanto non fosse mai stata nel passato, nelle apparizioni precedenti, perché il mondo era diventato ribelle. Quel giorno ci mostrò delle cose spaventose: persone che si uccidevano tra loro, fiumi di sangue, persone che cadevano in delle fosse, corpi senza testa, pile di teste umane, incendi che divampavano su delle colline, montagne che lottavano le une contro le altre, pietre che sbattevano tra loro producendo del fuoco, in breve, fu una giornata spaventosa. Ci chiese: “Perché vi uccidete gli uni con gli altri?” Alla Chiesa c’era una grande festa e noi ci chiedemmo perché era venuta a parlarci di queste cose spaventose. Quando le suggerimmo di iniziare a cantare, lei disse semplicemente: “Sono molto triste”. Quel giorno, quindi, la Nostra Signora ci mostrò moltissime cose tristi e ci disse che non avevamo fede. Meditammo su tutto quello che ci aveva mostrato, ma nel nostro Paese regnava la pace. A guardar bene, sembrava che non ci fossero guerre nel nostro Paese, ma nella nostra apparizione stavamo vivendo in uno stato di guerra.
Il messaggio speciale per Alphonsine era che le persone devono nutrire l’amore, l’amore sincero per Dio e l’amore reciproco tra le persone. Infine, la Nostra Signora ci diede il messaggio della nostra vocazione. Disse ad Alphonsine: “Tu diventerai una suora e quindi pregherai per la Chiesa.” Salutandomi pubblicamente, la Nostra Signora mi disse: “Tu rimarrai qui e pregherai per le anime nel purgatorio e patirai i dolori di chi prega per far cambiare il comportamento dei peccatori”. Disse a Marie Claire che lei si sarebbe sposata e avrebbe pregato per le famiglie e insegnato il Rosario dei Dolori. Sottolineò l’importanza dell’amore e disse che avremmo dovuto amarla molto. La Nostra Signora disse: “Vi amo, figlie mie, vi amo. Voi mi amate quanto vi amo io?” Poi disse: “ci sono molte persone che mi rinnegano in silenzio”. Mi chiese di provare amore per i nostri vicini. Quando Lei ci apparve, non vedevamo più le persone, era come se fossimo in un campo pieno di fiori. Tra essi c’erano dei fiori freschi, fioriti, mentre altri erano appassiti e secchi. Durante queste apparizioni, le chiedemmo se ci potesse indicare la fonte dell’acqua santa. Allora lei ci disse: “Ve la darò in un altro modo”. Quando apparve, la Vergine Maria ci diede appuntamento e ci disse: “portate dell’acqua”. Andammo alla valle e prendemmo l’acqua, perché a scuola non ce n’era. Andammo a tutte le fonti di acqua naturale e la portammo, in bottiglie o secchi, e lei durante le apparizioni le benediceva, dicendo: “andate verso quel campo di fiori e annaffiateli”. Noi camminavamo tra i fiori mentre lei si muoveva nell’aria, noi camminavamo sulla terra e annaffiavamo i vari fiori.
La Vergine Maria ci spiegò così la cosa: “i fiori che vi mostro sono persone, persone che hanno tanto bisogno di preghiere, di sacramenti e di atti di carità”. Mi diede un’altra spiegazione, dicendo: “sulla terra ci sono tre tipi di persone: i fiori belli rappresentano le persone che provano amore ma che devono crescere nell’amore di Dio e dei loro vicini. I fiori che stanno appassendo e sono deboli rappresentano le persone deboli, la cui fede non è forte, persone con poca energia, che cambiano tutto il tempo. I fiori secchi sono le persone indebolite, persone che si oppongono a Dio, persone sacrileghe”. La Vergine Maria ci chiese di annaffiarli tutti, senza ometterne neanche uno, e questo significava che dobbiamo sempre pregare gli uni per gli altri per poterci salvare reciprocamente.
La Vergine Maria continuò a darci dei messaggi, chiedendoci di pregare per la Chiesa. Disse ad Alphonsine: “prega molto per la Chiesa, perché di questi tempi attraverserà un periodo difficile”. La Vergine Maria… quando mi appariva mi diceva di pregare per i religiosi, dicendo: “Prega molto per i religiosi, perché possano restare fedeli al voto che hanno fatto”. Chiese anche ai religiosi di pregare molto, di pregare per coloro che pregano (al posto loro) e di insegnare ad altri come si prega. Disse la stessa cosa specificamente a noi che avevamo le apparizioni. Quando la Vergine Maria apparve ad Alphonsine, alcuni giorni e specialmente l’ultimo giorno, quando le apparve per l’ultima volta, le trasmise un messaggio rivolto ai governanti del Paese. Il messaggio era il suo desiderio che tutti i governanti del Paese fossero sinceri e giusti nei confronti del loro popolo. La Vergine Maria ci disse di fare attenzione, dicendo ad Alphonsine: “La fede e lo scetticismo verranno sotto mentite spoglie”.
La Vergine Maria continuò a chiedere che costruissimo una cappella per lei in quel luogo. Quando mi apparve, menzionò più di cinque volte che voleva che in quel luogo fosse costruita una cappella. Mi mostrò due cappelle, quella dei sette dolori e un’altra che si chiamava “Cappella del ricongiungimento delle persone perdute”. La Vergine Maria desiderava che fossero costruite qui a Kibeho, perché potessero diventare dei luoghi grandi e importanti che ci ricordassero come ci era apparsa. Continuò con un altro messaggio. Disse: “C’è una cosa che vi vorrei spiegare” e si riferiva ai pellegrinaggi mistici. Io ne feci uno con lei che potrei definire mistico, il 4 settembre 1982 e il 30 ottobre 1982. La Vergine Maria mi mostrò molte cose serie, usò anche delle parole poco comuni ma che per me si riferivano tutte a poche cose: il paradiso, il purgatorio e le fiamme dell’inferno. Usò delle altre parole. La prima volta mi mostrò un luogo chiamato “Isangano” (Crocevia) in cui c’erano sette angeli. Poi un bel posto in cui c’erano molte persone belle (fisicamente?) e il nome di questo luogo era “straripante di gioia”. Poi un altro luogo chiamato “interpretazione (Chiarimento)” e le persone in quel luogo non erano mai stanche. Poi un luogo chiamato “luogo della punizione” in cui le persone erano testarde. La bellezza di quei luoghi non era sempre uguale. Il primo luogo era molto bello e pieno di luce. Anche il secondo luogo era bello, un luogo che non ci si stancava mai di guardare. Nel luogo chiamato Chiarimento (analisi), faceva caldo, ma non un caldo esagerato. Questo luogo non era tanto bello quanto il secondo. Il luogo della punizione era davvero spaventoso, un luogo che non era piacevole da guardare e le persone che ci si trovavano erano chiamate “persone testarde”. Questo era un messaggio della Vergine Maria, che ci faceva capire che niente ci deve distrarre e che dobbiamo aggrapparci alle cose del cielo, perché quelle terrene se ne vanno in fretta. Ci disse che il messaggio che ci aveva dato era per tutte le persone. Ci era apparsa qui a Kibeho, ma il messaggio era per tutti e ci chiese di ripeterlo così come lei ce l’aveva dato, senza cambiare (aggiungere o rimuovere) niente. Grazie.

Radio Maria Rwanda: Grazie a lei. Anche se il messaggio era per la gente di tutto il mondo, la Madonna non ha suggerito come questo messaggio avrebbe potuto essere diffuso in tutto il mondo? Dal momento in cui la creazione di Radio Maria Rwanda è stata ideata, secondo lei ha contribuito in qualche modo a fare sì che questi messaggi potessero raggiungere il mondo?

Anathalia: Radio Maria Rwanda è nuova, ma sin dall’inizio c’è stata una buona collaborazione tra il Santuario di Maria e la stazione di Radio Maria Rwanda a Kabgayi. Si può vedere che questa collaborazione ha avuto un grande impatto perché, durante le apparizioni, l’ORINFOR (Office Rwandais de l’Information), attualmente conosciuto come RBA (Agenzia radiotelevisiva del Rwanda) veniva qui per trasmetterle e installava dei microfoni per permettere alle persone di ascoltarle. Radio Rwanda partecipava anche alle maggiori celebrazioni e ci dedicava del tempo durante le messe e in questo modo ne diffondeva il messaggio. Ma oggi la relazione (con Radio Maria Rwanda) è davvero speciale, perché quando si fanno dei programmi o delle attività qui al santuario della Vergine Maria, attraverso la buona collaborazione con Radio Maria Rwanda, queste attività vengono trasmesse. Sono state trasmesse molte volte da Radio Maria Rwanda grazie a un sistema tecnologico che è stato installato da Radio Maria Rwanda. Così delle attività di tipo diverso come la Santa Messa, le preghiere… che normalmente arrivavano dopo molto tempo, oggi sono trasmesse dall’inizio alla fine, senza interruzioni. Oggi Radio Maria Rwanda è su internet, chiunque nel mondo la può ascoltare e questo è un cambiamento rispetto agli anni precedenti, in cui la Chiesa Cattolica non aveva i mezzi per invitare Radio Rwanda. Ora ringrazio Dio e la Vergine Maria perché abbiamo Radio Maria Rwanda e così la Chiesa Cattolica è libera di trasmettere tutti i suoi programmi senza interruzioni.

Radio Maria Rwanda: Si sta pensando di costruire una stazione permanente di Radio Maria in questo luogo. Pensa che questo potrebbe contribuire positivamente alla diffusione del messaggio della Vergine Maria nel mondo?

Anathalia: Preghiamo sempre che la reputazione di Radio Maria Rwanda possa essere buona perché tutti i programmi e gli insegnamenti che ci vengono dati prima dei grandi eventi possano essere trasmessi e così le persone possano conoscere il messaggio della Vergine Maria. Quindi questa è un’ottima occasione per far conoscere al mondo il messaggio che la Vergine Maria, Madre di Dio, ha dato a Kibeho e che riguarda tutto il mondo.

Radio Maria Rwanda: In tutto il mondo in generale, e presto in tutto il Paese, Radio Maria parteciperà alla Mariatona. C’è qualcosa che vuole dire al pubblico di Radio Maria in preparazione alle campagne di raccolta fondi che si terranno in tutto il mondo, perché questa Radio opera grazie all’aiuto dei suoi soci e ascoltatori?

Anathalia: Per quanto riguarda il sostegno dato a Radio Maria, penso che sia importante che tutti comprendano il ruolo che questa radio ha nell’evangelizzazione e nella diffusione del Vangelo. Così facendo ci incoraggia tutti a provare amore. Per questo, nel sostenerla, ogni singola persona dovrà fare tutto quello che può, in qualunque modo, con un animo generoso, per permettere a questa radio di funzionare nel suo ambito e nella sua linea editoriale di nuova evangelizzazione. Quindi, penso di poter chiedere a tutti di sostenere Radio Maria a seconda dei loro mezzi ma, soprattutto, in una buona disposizione d’animo.

 

Fonte: Radio Maria

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L’Arcivescovo Fulton John Sheen[1] disse nel 1950:
«Stiamo vivendo nei giorni dell’apocalisse-gli ultimi giorni della nostra epoca… Le due grandi forze il Corpo mistico di Cristo e del Corpo Mistico dell’anticristo stanno cominciando a elaborare le linee di battaglia per la fine».
Aggiunse [2]:
«Il Falso Profeta avrà una religione senza croce. Una religione senza un mondo a venire. Una religione per distruggere le religioni. Ci sarà una chiesa contraffatta. La Chiesa di Cristo [la Chiesa cattolica] sarà una. E il falso profeta ne creerà un’altra. La falsa chiesa sarà mondana, ecumenica e globale. Sarà una federazione di chiese. E le religioni formeranno un certo tipo di associazione globale. Un parlamento mondiale delle chiese. Sarà svuotato di ogni contenuto divino e sarà il corpo mistico dell’Anticristo. Il corpo mistico sulla terra oggi avrà la sua Giuda Iscariota e sarà il falso profeta. Satana lo assumerà tra i nostri vescovi.
L’Anticristo non si chiamerà così; altrimenti avrebbe seguaci. Egli non indossarà calze rosse, nè vomitarà zolfo, né porterà un tridente né una coda come Mefistofele nel Faust. Questo per aiutare il Diavolo a convincere gli uomini che egli non esiste. Quando l’uomo lo nega, più diventa potente. Dio ha definito Sé stesso come “Io sono colui che sono”, e il Diavolo come “Io sono colui che non sono.
Da nessuna parte nella Sacra Scrittura troviamo descritto il Diavolo come un buffone… Piuttosto è descritto come un angelo caduto dal cielo, come “il principe di questo mondo”, il cui scopo è convincerci che non c’è la vita eterna . La sua logica è semplice: se non c’è il paradiso non c’è inferno; se non c’è l’inferno, allora non c’è peccato; se non c’è peccato, allora non c’è nessun giudice, e se non c’è giudizio, allora il male è bene e il bene è il male. . Ma come farà a convincerci alla sua religione?
La convinzione russa pre-comunista, è che egli verrà travestito come il Grande umanitario; parlerà di pace, prosperità e abbondanza non come mezzo per condurci a Dio, ma come fini in sé…
La terza tentazione in cui Satana chiese a Cristo di adorarlo e tutti i regni del mondo sarebbero stati suoi, diventerà la tentazione di avere una nuova religione, senza una croce, una liturgia, senza un mondo a venire, una religione per distruggere una religione, o una politica che è una religione – quella che rende a Cesare anche le cose che è di Dio.
In mezzo a tutto il suo amore per l’umanità e apparente suo discorso di libertà e di uguaglianza, si avrà un grande segreto che egli non dirà a nessuno: egli non crede in Dio. Perché la sua religione sarà la fratellanza senza la paternità di Dio, egli vuole ingannare anche gli eletti. Egli ha istituito un controchiesa che sarà la scimmia della Chiesa, perché lui, il Diavolo, è la scimmia di Dio. Avrà tutte le note e le caratteristiche della Chiesa, ma in senso inverso e svuotata del suo contenuto divino. Sarà un corpo mistico dell’Anticristo che in tutte esteriori somigliare il corpo mistico di Cristo.
Ma il XX secolo si unirà alla contro-chiesa perché sostiene di essere infallibile quando il suo capo visibile parla ex cathedra da Mosca sul tema dell’economia e della politica, e come capo pastore del comunismo mondiale».
[1] Flynn T & L. Il Tuono di giustizia. Maxkol Communications, Sterling, VA, 1993 p. 20
[2] Arcivescovo Fulton J. Sheen, Communism and the Conscience of the West (Bobbs-Merril Company, Indianapolis, 1948], pp. 24-25)

Mons. Fulton SHEEN: “C’è un uomo inchiodato alla croce”

Aveva otto anni: vivace e buono. Un giorno serviva la S. Messa all’illustre Vescovo John Spalding: al ragazzino sfuggì di mano l’ampollina del vino, che si ruppe sul pavimento della cattedrale, con un gran fracasso. Fu portato altro vino e la Messa continuò, devota e solenne.
Il piccolo, in sacristia, si aspettava un terribile rimprovero da parte del Vescovo, che invece, tutto amabile, gli domandò: “Giovanotto, a che scuola andrai quando sarai grande?”.
Il bambino nominò la scuola superiore cattolica della sua città.
Il Vescovo sottolineò: “Ho detto, quando sarai grande!”. E aggiunse: “Dì a tua madre che un giorno andrai a studiare a Lovanio e poi diventerai Vescovo come me”. Rientrato in casa, il ragazzino, riferì tutto alla mamma, ma presto dimenticò completamente il discorso.

Sacerdote e docente

Si chiamava Fulton Sheen, il buon chierichetto, ed era nato a El Paso nell’Illinois (Stati Uniti) l’8 maggio 1895, da una famiglia di origine irlandese. Qualche anno dopo, i suoi genitori si trasferirono a Peoria, centro della diocesi, affinché il loro figli potessero frequentare le scuole cattoliche.
Ebbene, proprio a Peoria, Fulton, dopo le elementari, intraprese gli studi letterari e filosofici. Al centro della sua giovinezza, già c’era Gesù, che lo occupava e lo avvinceva a Sé, ispirandogli una grande voglia di essere simile a Lui.
Quando scoprì in modo chiaro la sua chiamata al sacerdozio, entrò in Seminario e studiò con passione teologia: destinazione, diventare un vero “alter Christus”. Nella cattedrale di Peoria, il 20 settembre 1919, a 24 anni, fu ordinato sacerdote.
Il Vescovo lo inviò a proseguire gli studi all’Università Cattolica di Washinton, ma don Fulton desiderava approfondire il pensiero filosofico di S. Tommaso d’Aquino – la filosofia dell’essere, la filosofia perenne – per confutare, alla luce della ragione e della fede, i gravi errori delle filosofie moderne, tutte negatrici di Dio e dell’uomo, negatrici della Verità.
Per questo suo desiderio, il Vescovo lo mandò a studiare all’Università di Lovanio, in Europa, dove don Fulton si distinse per la vita sacerdotale esemplare, per l’intelligenza brillante, per un certo fascino che emanava. A Lovanio ottenne il dottorato in filosofia, a Roma quello in Teologia. Ora era davvero diventato un maestro della Verità – della Fede cattolica – “cogitata” nella luce radiosa di Maestro Tommaso.
Ormai “dottore”, – trentenne – è mandato dal Vescovo come vice-parroco in una parrocchia di periferia. Comincia con la predicazione quaresimale: le prime sere erano pochi gli ascoltatori, ma con il passar dei giorni, crebbero in modo enorme a sentire il giovane predicatore.
Seguì una Pasqua meravigliosa, con numerose conversioni, con il ritorno ai Sacramenti, da parte di un numero grande di persone. Sì, perché don Fulton predicava per convertire le anime a Cristo, per condurle in Paradiso, e per questo – affinché la sua predicazione fosse efficace – passava lungo tempo in adorazione a Gesù Eucaristico, davanti al Tabernacolo.
Celebrava il S. Sacrificio della Messa, ogni giorno con più fervore, chiedendo a Gesù di poter conquistare a Lui più anime possibili. Per un anno così: apostolo della Parola, del Verbo di Dio.
Un anno dopo seppe dal suo Vescovo che era desiderato all’Università cattolica, come docente di filosofia. Per 25 anni, sarà un docente meraviglioso con allievi entusiasti di lui- soprattutto entusiasti della Verità che egli portava a scoprire e a possedere, “reptus”, come S. Agostino, “indagandae veritatis amore”.
La prima parte della “profezia” di Mons. Spalding si era avverata (“andrai a studiare a Lovanio”, quindi sarai professore). Don Fulton ora ricordava. Non gli bastava però la cattedra: voleva raggiungere più fratelli ancora, da condurre a Gesù, l’unico amore della sua vita.

Cristo in TV

Iniziò a tenere conferenze in patria e all’estero. I suoi discorsi erano sempre più seguiti: appassionava e conquistava. Nel 1930, fu invitato dalla NEC (la radio degli Stati Uniti), a parlare ogni domenica sera, in un programma intitolato “L’ora cattolica”. La sua voce diventò nota in tutti gli States, ascoltato da cattolici, da protestanti, da atei.
Si trovò sommerso da migliaia di lettere: persone che gli aprivano l’anima, alla ricerca di Dio; Rispondeva a tutti. E pregava, pregava per loro. Si vide una primavera di conversioni a Gesù, alla Chiesa Cattolica.
Anche il Papa Pio XI – e il Segretario di Stato, Card. Pacelli – seppero di lui e della sua opera. Nel 1935, il Papa, a esprimergli la sua riconoscenza lo nominò “Prelato domestico” con il titolo di Monsignore. Mons. Fulton si trovò a maneggiare una certa quantità di dollari, offertigli dagli ascoltatori. Lui però aveva le mani bucate, come quelle di Gesù sulla croce, e il denaro finiva alle missioni cattoliche e ai poveri.
Nel 1950, all’inizio dei programmi TV negli USA, fu chiamato dalla medesima NEC a comparire sui teleschermi. Cominciò con un programma “Vale la pena di vivere”, in cui partiva dalla necessità impellente che tutti – credenti non-credenti, protestanti, ebrei e atei – hanno di dare un senso alla vita. È realtà innegabile che ogni uomo, lasciato solo, può solo dire di se stesso: “Magna quaestio factus sum mihi”, Sono diventato un gran problema per me, e problema insolubile.
A questo problema, Mons. Sheem offriva risposta: Gesù Cristo, l’unica soluzione, il Cristo Crocifisso e risorto. Ogni settimana era seguito da 30 milioni di persone. Il suo linguaggio era limpido, comprensibile da tutti, di serietà straordinaria, eppure a volte scherzoso, sempre piacevole, anche quando poneva davanti alle più gravi responsabilità.
Il risultato? Meraviglioso! Conversioni e conversioni a Cristo e alla Chiesa Cattolica.
Sempre nel 1950 fu nominato direttore nazionale della Società per la propagazione della Fede. Iniziò una lunga serie di viaggi in Asia, in Africa e in Oceania per interessarsi dell’evangelizzazione di popoli.
Un’altra mirabile possibilità di irradiare Gesù, il suo Vangelo, di far comprendere che solo in Lui ogni anima, ogni popolo trova la sua vera grandezza.
Gesù nella parrocchia, Gesù sulla cattedra universitaria, Gesù alla radio e in TV, Gesù per le strade del mondo. Sì, perché solo Gesù è il Salvatore del mondo, il Figli di Dio incarnato e crocifisso, il Vivente!

“Un tesoro nell’argilla”

L’11 giugno 1951 a Roma, per volontà di Papa Pio XII, Mons. Fulton Sheen è consacrato Vescovo. Si avvera in pieno la profezia di Mons. Spalding di 50 anni prima. Nella sua autobiografia scriverà: “L’investitura episcopale può dare un senso di euforia, ma non necessariamente la stima che la gente ti dimostra, corrisponde a quella che il Signore ha di te”.
La sua autobiografia s’intitola “Un tesoro nell’argilla”, per dire il contrasto tra l’immenso valore del sacerdozio e la fragilità della persona umana cui è conferito. Tuttavia il sacerdote – il Vescovo- è chiamato a agire “in persona Christi”, a essere un Cristo vero, in mezzo al mondo, per la gloria di Dio e la salvezza delle anime.
È Vescovo ausiliare di New York, ma lui commenta con il solito humor: “Non è detto che uno catturi più pesci vestito di violetto che di nero!”. Lui continua a parlare in Tv e a scrivere libri, uno più bello dell’altro, che hanno un grande successo, una fecondità mirabile di bene. Ne citiamo alcuni: “La pace dell’anima”, “La felicità del cuore”, “Il primo amore del mondo”, (sulla Madonna, quest’ultimo), in cui la dottrina si associa spesso alla poesia, sempre in uno stile denso di luce.
Per lo scrivente, forse il più bello la “La filosofia della religione” in cui mostra come ai nostri giorni la filosofia abbia raggiunto il livello più basso di irrazionalismo con cui guarda con disprezzo assoluto a Dio e alle verità eterne… e poi l’Autore indica il cammino della ragione sana illuminata dalla Fede, alla ricerca e al possesso di Dio, in Cristo, unica Via, unica Verità, unica Vita. È la filosofia di S. Tommaso, che sola ci è di guida per la comprensione dell’uomo, del mondo, di Dio. È la più vera apologetica che porta alla Verità eterna.
Mons. Fulton Sheen partecipa al Concilio Vaticano II, portando con intelligenza e fortezza questa Verità, al di là di ogni confusione. Nel 1966 è nominato Vescovo di Rochester e sperimenta sulla sua pelle la contestazione alla Verità che ormai dilaga nella Chiesa. La febbre dell’impegno nel mondo sembra impadronirsi di preti e suore, a scapito della preghiera e del rapporto con Dio. Il catechismo e i Sacramenti diventano secondari – o inutili – davanti alle cosiddette urgenze del tempo. È un vento infido che soffia e squassa tutto, cosìché Papa Paolo VI parla di “autodemolizione della Chiesa”.
Il Vescovo brillante dei teleschermi, noto nel mondo intero, anzi la voce per dire a preti e seminaristi che “innanzi-tutto il sacerdote è chiamato a essere con-vittima e con-redentore con il Signore Gesù offerto sulla croce e sull’altare: non basta alleviare le necessità materiali dei fratelli, occorre annunciare Gesù Cristo, farlo conoscere e amare. Convertire le anime a Lui e questo è frutto di santità, di unione con Dio”.

Cerca la Chiesa più odiata

Diventato Vescovo emerito a 75 anni, nel 1969, continua a tenere conferenze, a scrivere sui giornali e a scrivere libri. Sono ormai più di sessanta, tra cui la famosa sua Vita di Cristo. Le sue conversazioni televisive sono raccolte in volumi, diffusi in tutto il mondo. Solo Dio sa quante persone egli abbia convertito. Nella sua citata autobiografia, ricorda diverse storie in cui la conversione avvenne per incontri casuali o richiesti: si tratta di non cattolici che, grazie a lui, hanno trovato l’unica vera Chiesa di Cristo, o di cattolici da anni lontani dai Sacramenti, di peccatori con gravi colpe.
Il 20 settembre 1979, Mons. Sheen celebra S. Messa solenne per il suo 60° di sacerdozio, ricordando all’omelia: “Non è che non ami più la vita, ma ora voglio vedere il Signore. Ho passato tante ore davanti a Lui nel SS. Sacramento, ho parlato a Lui nella preghiera e di Lui con chiunque mi volesse ascoltare. Ora voglio vederlo faccia a faccia”. Il 2 ottobre 1979 Papa Giovanni Paolo II, in visita negli Stati Uniti, lo abbraccia a lungo nella cattedrale di S. Patrizio e gli dice: “Lei ha scritto e parlato bene del Signore Gesù!”.
Va a vedere Dio “faccia a faccia” il 9 dicembre 1979. Abbiamo letto tante pagine di Fulton Sheen ma due ci sono rimaste impresse come un dardo di fuoco che segna oggi che cosa dobbiamo fare, nella confusione dilagante del nostro tempo.
“Se io non fossi cattolico – diceva nel 1957 – e volessi trovare quale sia oggi, nel mondo, la vera Chiesa, andrei in cerca dell’unica Chiesa che non va d’accordo con il mondo. Andrei in cerca della Chiesa che è odiata dal mondo. Infatti, se oggi nel mondo Cristo è in qualche Chiesa, Egli dev’essere tuttora odiato come quando viveva sulla terra. Se dunque oggi vuoi trovare Cristo, trova la Chiesa che non va d’accordo con il mondo… Cerca quella Chiesa che i mondani vogliono distruggere in nome di Dio come crocifissero Cristo. Cerca quella Chiesa che il mondo rifiuta, come gli uomini rifiutarono di accogliere Cristo”.
Lui, da parte sua, il suo compito l’aveva chiaro davanti:
“Ero uscito di casa per saziarmi di sole. Trovai un Uomo che si dibatteva nel dolore della crocifissione. Mi fermai e gli dissi: “Permetti che ti stacchi dalla croce”. Lui rispose: “Lasciami dove sono, fino a quando ho i miei fratelli da salvare. Gli dissi: “Che cosa cuoi che io faccia per Te?”. Mi rispose: “Và per il mondo e dì a coloro che incontrerai che c’é un Uomo inchiodato alla croce”.
http://www.collevalenza.it/Riviste/2005/Riv0805/Riv0805_07.htm
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Con un congresso a Rimini, sono iniziate la settimana scorsa le celebrazioni per i cento anni dell’ Unitalsi. Sigla dal suono un po’ burocratico che nasconde, in realtà, l’ impegno generoso di trecentomila persone, presenti in ogni diocesi, per portare malati e sani soprattutto a Lourdes, ma pure negli altri luoghi sacri del cattolicesimo. Gli inizi, nel 1903, si devono a un anticlericale romano, Giambattista Tommasi, che voleva suicidarsi nella grotta stessa di Massabielle, anche per protestare contro «l’ oscurantista superstizione cattolica». In realtà, non soltanto la pistola gli cadde dalle mani ma, convertito di colpo, dedicò il resto della sua vita ad aiutare infermi poveri a raggiungere le sponde del fiume Gave. Anche a questa Unione Nazionale Italiana Trasporto Ammalati a Lourdes e Santuari Internazionali (oltre che alla consorella più giovane ma altrettanto attiva, l’ Oftal, Opera Federativa Trasporto Ammalati a Lourdes) si devono le statistiche che inquietano un poco l’ orgoglio transalpino. I pellegrini italiani, cioè, sono spesso, nella cittadina pirenaica, più numerosi di quelli francesi. Chi conosce Lourdes sa che tutti, lì, s’ ingegnano a parlare un po’ d’ italiano, i quotidiani della Penisola sono in edicola sin dal primo mattino, nei bar si serve solo caffè espresso, negli alberghi la pasta è impeccabilmente al dente. E proprio alla generosità degli aderenti all’ Unitalsi, all’ Oftal e, in genere, degli italiani, si devono grandi strutture di accoglienza che uniscono l’ efficienza al calore affettuoso dell’ assistenza. Tra le poche parole della bianca Signora ci sono quelle del 2 marzo 1858: «Desidero che si venga qui in processione». A parte la Francia, in nessun altro Paese come l’ Italia quell’ esortazione è stata presa tanto sul serio: e l’ afflusso non accenna a diminuire; anzi, cresce di anno in anno. Qualcuno, però, alla recente assemblea di Rimini faceva notare che, se i pellegrini a Lourdes hanno superato i cinque milioni all’ anno, sono soltanto mezzo milione – uno su dieci – quelli che visitano anche Nevers. Molti, da tempo, chiedono maggior impegno alle Associazioni perché vengano incrementati gli arrivi in questa città sulla Loira, quasi a metà strada tra Lione e Parigi. Legata anch’ essa all’ Italia (ne furono duchi i Gonzaga di Mantova), Nevers ha in serbo per i devoti della Immacolata una sorpresa emozionante. Noi stessi abbiamo visto pellegrini scoppiare di colpo in singhiozzi a una vista imprevista e sconvolgente.

Entrati nel cortile del convento di Saint Gildard, Casa madre delle «Suore della Carità», si accede alla chiesa attraverso una porticina laterale. La semioscurità, perenne in questa architettura neogotica dell’ Ottocento, è rotta dalle luci che illuminano una artistica cassa funeraria in vetro. Il piccolo corpo (un metro e quarantadue centimetri) di una religiosa sembra dormire con le mani giunte attorno a un rosario e il capo reclinato sulla sinistra. Sono le spoglie, intatte a 124 anni dalla morte, di santa BernadetteSoubirous, colei sulle cui misere spalle di malata cronica poggia il peso del più frequentato santuario del mondo. Lei sola, infatti, vide, ascoltò, riferì il poco che le disse: Aquerò («Quella là», in dialetto della Bigorre), testimoniando con la sua sofferenza ininterrotta la verità di quanto le era stato annunciato: «Non vi prometto di essere felice in questa vita ma nell’ altra».

Al noviziato di Nevers, Bernadette giunse nel 1866. Senza mai muoversi, («Sono venuta qui per nascondermi», disse arrivando) vi trascorse 13 anni, fino alla morte, il 16 aprile 1879. Non aveva che 35 anni, ma il suo organismo era consumato da una serie impressionante di patologie, alle quali si erano aggiunte le sofferenze morali. Quando la sua bara fu calata nel caveau, scavato nella terra, di una cappella nel giardino del convento, tutto lasciava supporre che quel minuscolo corpo mangiato anche da cancrene si sarebbe presto dissolto. In realtà, proprio quel corpo è giunto intatto sino a noi, anche negli organi interni, sfidando ogni legge fisica. Uno storico e scienziato gesuita, il padre André Ravier, ha pubblicato di recente i resoconti completi delle tre riesumazioni, basandosi su una documentazione inattaccabile. In effetti, nella Francia anticlericale tra Otto e Novecento, a ogni apertura del sepolcro assistettero, sospettosi, medici, magistrati, funzionari della polizia e del Comune. I loro rapporti ufficiali sono stati tutti conservati dalla pignola amministrazione francese.

La prima riesumazione, per l’ inizio del processo di beatificazione, avvenne nel 1909, trent’ anni dopo la morte. All’ apertura della cassa, alcune anziane suore, che avevano visto Bernadette sul letto di morte, svennero e dovettero essere soccorse: ai loro occhi la consorella apparve non soltanto intatta, ma come trasfigurata dalla morte, senza più i segni della sofferenza sul volto. Il rapporto dei due medici è categorico: l’ umidità era tale da avere distrutto gli abiti e persino il rosario, ma il corpo della religiosa non era stato intaccato, tanto che anche denti, unghie, capelli erano tutti al loro posto e pelle e muscoli si rivelavano elastici al tatto. «La cosa – scrissero i sanitari, confermati dai rapporti dei magistrati e dei gendarmi presenti – non appare naturale, visto anche che altri cadaveri, sepolti nello stesso luogo, si sono dissolti e che l’ organismo di Bernadette, flessibile ed elastico, non ha subito nemmeno una mummificazione che ne spieghi la conservazione».

La seconda riesumazione avvenne dieci anni dopo, nel 1919. I due medici, stavolta, erano famosi primari e ciascuno, dopo la ricognizione, fu isolato in una stanza perché scrivesse il suo rapporto senza consultarsi con il collega. La situazione, scrissero entrambi, era rimasta la stessa della volta precedente: nessun segno di dissoluzione, nessun odore sgradevole. La sola differenza era un certo scurimento della pelle, dovuto probabilmente al lavaggio del cadavere, dieci anni prima.

La terza e ultima ricognizione fu nel 1925, alla vigilia della beatificazione. A quarantasei anni dalla morte – e alla consueta presenza delle autorità non solo religiose, ma anche sanitarie e civili – sul cadavere, ancora intatto, si poté procedere senza difficoltà all’ autopsia. I due luminari che la praticarono pubblicarono poi una relazione su una rivista scientifica, dove segnalarono all’ attenzione dei colleghi il fatto (che giudicavano «più che mai inspiegabile») della conservazione perfetta anche degli organi interni, compreso il fegato, destinato più di ogni altra parte corporea a una rapida decomposizione. Vista la situazione, si decise di mantenere accessibile alla vista quel corpo che appariva non di una morta, ma di una dormiente in attesa del risveglio. Sul viso e sulle mani fu applicata una leggera maschera, ma solo perché si temeva che i visitatori fossero colpiti dalla pelle scurita e dagli occhi, intatti sotto le palpebre, però un po’ infossati.

E’ certo, comunque, che sotto quella sorta di maquillage e sotto quell’ abito antico delle «Suore della carità», c’ è davvero la Bernadette morta nel 1879, fissata misteriosamente, e per sempre, in una bellezza che il tempo non le ha tolto ma restituito. Qualche anno fa, per un documentario per Rai Tre, mi fu concesso di far girare di notte, per non disturbare i pellegrini, delle immagini ravvicinate mai permesse prima. Una suora aperse il vetro della cassa, capolavoro di oreficeria. Esitante, toccai con un dito una delle piccole braccia della minuscola Santa. La sensazione immediata di elasticità e di freschezza di quella carne, morta per il «mondo» da più di 120 anni, resta per me tra le emozioni incancellabili. Davvero, non sembrano avere torto, tra Unitalsi e Oftal, a voler richiamare l’ attenzione sull’ enigma di Nevers, spesso ignorato dalle folle che convergono sui Pirenei.
Vittorio Messori

 

Fonte: http://www.corriere.it (Archivio)

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P. Alfonso M. Ratisbonne l’ebreo convertito da Maria

 

 

Quasi per scommessa…

Due uomini discutono serenamente tra loro, in una villa di Roma.

L’uno è il barone De Bussières. L’altro è il giovane Alfonso Ratisbonne, ebreo. Siamo nel 1842.

Ascoltiamo che cosa stanno dicendo.

-Vorrei chiedervi un favore- dice il barone De Bussières al giovane Ratisbonne.

-Vediamo di che si tratta?- risponde il giovane.

-Semplicemente di questo; accettare di portare indosso questa medaglia. Secondo il vostro modo di vedere, la cosa dovrebbe essere del tutto indifferente, mentre a me recherebbe un grande piacere.

-Se è così, per dimostrarvi che gli ebrei non sono poi tanto ostinati e testardi come si crede, accetto di portare la vostra medaglia .

A questo punto, il giovane Ratisbonne racconta lui stesso ciò che avvenne e ciò che egli disse: – Detto, fatto. Il barone mi mette al collo la medaglia, mentre io, scoppiando a ridere, esclamo: “Eccomi ormai cattolico, apostolico, romano”-

 

 

Chi è Alfonso Ratisbonne?

È un giovane ebreo, già al colmo della sua fortuna. Dalla vita ha avuto tutto. Da poco tempo si è anche fidanzato con una ragazza di nome Flora. Quanto alla sua fede: ” Non credevo più neanche in Dio “, confesserà dopo.

Ma la Madonna, Madre universale, vegliava su di lui, e lo attendeva a Roma. Qui lo fece capitare per caso nella Chiesa di S. Andrea delle Fratte, e gli operò il miracolo che avrebbe rivoluzionato tutta la sua vita brillante quanto effimera e fatua.

Tutto era iniziato appunto da quella medaglietta miracolosa che gli era stata offerta dall’amico barone De Bussières, e che egli aveva accettato solo per fargli piacere.

Si era lasciato mettere al collo la Medaglia; ci aveva scherzato sopra, ma già non ci pensava più.

L’amico barone, però, sapeva quel che faceva era uomo di fede, confidava nella potenza miracolosa della medaglietta, e pregava intensamente perché l’Immacolata operasse nell’animo di Alfonso, disfatto dall’incredulità.

La notte di quello stesso giorno, svegliatosi di soprassalto, Alfonso vide alta dinanzi a sé l’immagine di una grande Croce, di forma particolare, senza Gesù Crocifisso, che egli inutilmente tentò di scacciare.

Era la Croce della Medaglia miracolosa. Ma egli non lo sapeva, perché non aveva neppure guardato la Medaglia che portava indosso, né lo interessava affatto guardare una Medaglia! Proprio lui !

 

 

Il giorno seguente…

Il giorno seguente, stranamente, Alfonso si sentì spinto ad accompagnare lo stesso amico De Bussières alla Chiesa di S. Andrea delle Fratte, dove il barone aveva da sbrigare una commissione di lavoro.

La carrozza si fermò sulla piazzetta della Chiesa. Scesero tutti e due. Il barone entrò in Chiesa e si recò subito in sacrestia per incontrarsi con le persone interessate alla commissione. Alfonso, invece, dapprima esitante, entrò poi anche lui nella Chiesa. E si trovò solo, distratto e vuoto.

La Chiesa di S. Andrea delle Fratte -così egli stesso racconta in seguito- è piccola, povera e quasi sempre deserta. Quel giorno ero solo o quasi solo. Nessun oggetto d’arte attirava la mia attenzione. Passeggiavo macchinalmente girando gli sguardi attorno a me. Ricordo soltanto che un cane nero scodinzolava dinanzi a me… Ben presto anche quel cane disparve. La Chiesa intera disparve; io non vidi più nulla… O meglio, mio Dio, io vidi una sola cosa! …

Come potrei parlarne? La parola umana non può facilmente esprimere ciò che è inesprimibile. Quando arrivò il barone De Bussières mi trovò col volto rigato di pianto. Non potei rispondere alle sue domande… tenevo in mano la medaglia che avevo appesa al collo e coprivo di baci l’immagine della Vergine…Era Lei, sicuramente Lei!

Non sapevo dove ero, non sapevo se ero Alfonso o un altro; provavo in me un tale cambiamento che mi pareva essere un altro; cercavo di ritrovare me stesso e non mi ritrovavo… Non riuscivo a parlare; non volevo dire niente; sentivo in me qualche cosa di solenne e di sacro che mi costringeva a cercare un sacerdote”.

Più tardi, calmatasi la vivissima emozione provata, così spiegò all’amico “Ero da pochi istanti nella chiesa di S. Andrea, quando, improvvisamente, mi sentii afferrato da un turbamento inesprimibile. Alzai gli occhi; l’edificio intero era come scomparso ai miei sguardi; una sola cappella aveva concentrato tutta la luce. In un grande fascio di luce, mi è apparsa, dritta, sull’altare, alta, brillante, piena di maestà e di dolcezza, la Vergine Maria, quale si vede sulla Medaglia Miracolosa; una forza irresistibile mi ha spinto verso di Lei. La Vergine mi ha fatto segno con la mano di inginocchiarmi. Mi è parso che dicesse: ‘Bene!’ Non mi ha parlato, ma io ho compreso tutto “.

Proprio la Vergine della Medaglia Miracolosa era dunque apparsa ad Alfonso Ratisbonne quel giovedì 20 gennaio 1842.

 

 

75 anni più tardi.

75 anni più tardi, il 20 gennaio 1917, ,a Roma, nella Cappella del Collegio Internazionale dei Frati Minori Conventuali, il Padre Rettore sta raccontando ai giovani frati l’episodio della prodigiosa conversione dell’ebreo Alfonso Ratisbonne, divenuto poi gran Servo di Dio e morto in concetto di santità.

Tra questi c’è un giovane straordinario è fra’ Massimiliano Maria Kolbe, l’ardente innamorato dell’Immacolata, colui che darà vita al Movimento mariano più vasto dell’epoca moderna, la Milizia dell’Immacolata, un esercito di cavalieri schierati in campo sotto la guida dell’Immacolata, la Celeste Condottiera e Invincibile guerriera che “schiaccerà il capo” al nemico (Gn 3,15).

Con estremo interesse fra’ Massimiliano ascolta il racconto della conversione di Alfonso Ratisbonne. Ne rimane visibilmente commosso. si rende conto del valore della Medaglia miracolosa, di cui l’Immacolata si serve per operare fatti di grazia anche portentosi.

Gli balena allora nell’animo l’ispirazione di servirsi della Medaglia miracolosa come scudo e insegna dei “cavalieri dell’Immacolata”, come scorta di “proiettili” e “mine” spirituali che i cavalieri dovranno adoperare per fare breccia negli animi chiusi e duri alle operazioni della grazia divina.

È un’ispirazione. Fra’ Massimiliano non la lascia passare a vuoto. L’accoglie e la custodisce nel cuore. Un giorno non lontano la Milizia dell’Immacolata -il 16 ottobre dello stesso anno- partirà con la Medaglia miracolosa quale insegna e arma dei novelli cavalieri.

Da quel 20 gennaio, inoltre, fra’ Massimiliano amò di un amore speciale la Chiesa di S. Andrea delle Fratte; la visitava frequentemente e vi sostava in devota orazione. Quando divenne Sacerdote, infine, volle celebrare la sua prima S. Messa all’altare dove la Madonna era apparsa all’ebreo Alfonso Ratisbonne.

Sacerdote di Gesù e Cavaliere dell’Immacolata, San Massimiliano è l’apostolo mariano dei tempi nuovi, folle di amore, ardente di zelo, forte del celeste pegno della Medaglia miracolosa.

http://medjugorje.altervista.org/doc/apparizioni/ruedebac//02-ratisbonne.php

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http://blog.studenti.it/biscobreak/wp-content/uploads/2013/08/5-fra-modestino.jpgLa Fede è come un seme nascosto nella tua anima che a poco a poco germoglia e fa germogliare tutto il tuo essere schiudendolo ai raggi della Grazia, facendoti amare il Si­gnore anche nelle prove della vita. Essa è lí, dietro un velo sottilissimo, al centro dell’anima, che avverte la presenza palpitante di Colui che ami. Ma questo non ti è dato sperimentarlo sensibilmente; occorre che ti avvicini di piú a Lui che ti ama di un amore sviscerato. Quando la tempesta della vita sta per ca­povolgere la fragile navicella dell’anima tua, allora invocaLo e rafforza la tua Fede perché Lui è con te. Nella notte oscura, quando nessuna luce, sembra rischiarare il tuo orizzonte interiore, invocaLo perché anche se non Lo vedi, anche se non Lo senti, Lui è con te, è in te. Quando sembra che tutte le potenze del male ti travolgono, suggerendoti che la tua battaglia ormai è persa, allora alza la voce al Signore e grida: «Signore, ti amo sempre di piú». Allorché t’avviene di sentirti in colpa ed il nemico ti vuole scoraggiare insinuandoti che ormai tutto è perduto, è vana ogni speranza di perdono e d’amore, allora, piú umiliato, piú fiducioso che mai, alza forte il tuo grido di fede: «Gesú non dubito del Tuo perdono». Da questo conoscerai se Lo ami veramente e se hai Fede in quel Dio che permette le tempeste nell’anima tua solo perché tu possa rifugiarti nel Suo grande amore. S. Paolo, il grande apostolo delle genti, diceva: «Signore, chi mi separerà da Te? Forse le battiture, la fame, la morte? Chi mi separerà dal Tuo amore?». Chi può separarti da Dio se non la tua volontà, che non vuole riconoscerLo come unico sommo bene?

 

Che cosa è dunque la Fede?

Essa è paragonabile ad una luce nascosta in ognuno di noi, che brilla piú delle stelle e della luna, e rischiara la nostra strada piú che il sole la terra. È lei che ci fa entrare nel miste­ro di Dio e ci scopre il segreto del Suo amore. Per la Fede i Martiri hanno affrontato il martirio; per la Fede hanno sofferto nella spe­ranza di Cristo Signore, e nella sofferenza Cristo è andato loro incontro. Allora non ti perdere mai d’animo, perché se la Fede si accompagna alla sofferenza ti porta incontro a Cristo, supremo Re delle nostre anime. Le nostre azioni, i nostri desi­deri, i nostri pensieri, se offerti al Signore, sono pegno per il regno dei cieli. Cosí l’anima non dovrà fare nessuna fatica per cercare Dio. Allora non Lo dovrai cercare al di là dei cieli, non nella profondità del mare, ma Lo troverai al centro del tuo cuore, da dove il Signore ti guarda, ti sorride e ti dice: «Sto osservando come mi ami».

E tu cosa potrai rispondergli se non: «Si­gnore, anch’io Ti amo come Tu ami me, ma Ti amo nella mia miseria, nella mia debolezza, nella mia infermità; Ti amo sempre piú nella tua grande misericordia». Cosa puoi volere di piú da questo Dio che ha fatto del tuo cuore il Suo tabernacolo vi­vente? Se credi di trovare il Signore nelle piazze affollate, tra mormorazioni e peccato, o nelle passeggiate spensierate, non Lo troverai perché gli uomini hanno cancellato il Signore dai loro cuori. Questo Dio li guarda con grande dolore e commiserazione perché il tempo è sciupato senza merito e non ritorna mai piú. Al contrario, se Lo cerchi nella tua solitu­dine, allora Lui ti risponderà con la Sua Voce che vale piú di tutti i piaceri della terra, per­ché la Sua presenza è un balsamo per la tua anima. Tutte le gioie della terra non valgono di fronte ad un sorriso del Signore.

FRA MODESTINO DA PIETRELCINA cappuccino

 

http://www.preghiereagesuemaria.it/libri/appunti%20per%20la%20vita%20interiore.htm

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PadreNelloEra nato nel 1940; era entrato nel seminario vescovile di Todi; nel 1959 è passato al seminario della nostra Congregazione per frequentare il 4° anno di liceo; il 14 agosto 1960 inizia l’anno di noviziato a Campobasso e il 15 agosto 1961 emette la Prima Professione

È ordinato Sacerdote il 24 ottobre 1964 da S. E. Mons. Norberto Perini; il 15 agosto 1968 emette la Professione Perpetua nel Santuario dell’A.M. Alla fine del 1968 aveva terminato di dare ormai quasi tutti gli esami di università nella facoltà di filosofia: gli restava da presentare solo la tesi di laurea, mentre la notte del giorno 24 gennaio 1969 alle 2,50 moriva per emorragia cerebrale. Aveva solo 29 anni.

Anche la Madre visse con tanta sofferenza il decorso di questa malattia, almeno fino al giorno precedente la morte. In una nota di archivio si legge:

“24 Gennaio 1969 – Ieri sera, verso le 17, abbiamo riportato a casa P. Nello, ormai in fin di vita, ed è morto questa mattina alle 2,50. Verso le ore 11 accompagno la Madre a prendere un po’ d’aria, nel bosco. Parliamo di varie cose e anche di quanto è successo ieri. Mi dice la Madre che la notte precedente stava pregando tanto il Signore, perché ci lasciasse in vita il P. Nello. Il Signore le rispose che non lo avrebbe fatto e che se essa lo potesse vedere, come lo vedeva Lui, neanche glielo avrebbe chiesto. La Madre supplicò di farglielo vedere. E il Signore accondiscese. Erano circa le ore 3 del mattino del giorno 23. La Madre dice di averlo visto tanto bello, tanto luminoso, pareva un santino. Il Signore aggiunse: «Se vivesse anche altri cento anni, non diverrebbe più bello di così». Ad assistere il P. Nello in ospedale, alle 3 del mattino del giorno 23, c’erano Suor Fiducia, Suor Annalisa e P. Gialletti. Nessuno dei tre ha notato niente, e neanche il P. Nello ha ripreso conoscenza. E il Signore se lo ha portato con Sé”.

La solenne liturgia della Messa esequiale, presieduta da Padre Arsenio Ambrogi, Superiore generale della Congregazione e concelebrata da vari altri Sacerdoti, religiosi e diocesani, si svolse in una atmosfera di pietà, di pacato dolore, di fiduciosa speranza nelle realtà eterne. Tutti sappiamo che durante la S. Messa la Madre lo vide vestito da Sacerdote, nello splendore della gloria del Paradiso. La salma venne provvisoriamente tumulata nel locale cimitero di Collevalenza per essere poi definitivamente posta nel cimitero della Congregazione a valle del Santuario.

All’inizio dell’ultimo anno di Teologia, per una speciale concessione ottenuta dalla Madre per i primi seminaristi della Congregazione venne ordinato Sacerdote, insieme ad altri due compagni da Mons. Norberto Perini, Arcivescovo di Fermo, nella chiesa della Casa Generalizia delle Ancelle dell’Amore Misericordioso a Roma. Era il 24 ottobre 1964, vigilia della festa dell’Amore Misericordioso. La commozione e la gratitudine verso il Signore per un dono tanto grande saranno più tardi espressi con queste parole:

“Grazie Signore che ti fidi di me. Dammi un cuore grande e generoso, un cuore puro che sappia sollevare le miserie senza macchiarsi. Grazie, Signore, perché quando andrò in cerca di una luce che rischiari la mia mente, so che posso trovarla in Te, e se cerco un cuore che sappia amarmi così come sono, che riscaldi con il suo affetto il freddo delle colpe, so che sei Tu. Dammi un cuore che possa soddisfare alle tue esigenze, capace di palpitare dei tuoi sentimenti, di perdersi in Te”.

L’indomani della sua Ordinazione celebrò la S. Messa nel Santuario di Collevalenza ed ebbe insieme ai suoi compagni il privilegio e la sorpresa di benedire un Vescovo polacco che sapendoli Sacerdoti Novelli si era inginocchiato dinanzi ad essi. Quel Vescovo diventerà dopo qualche anno Giovanni Paolo II!

Ultimati gli studi teologici fu aggregato alla casa di Collevalenza con diversi incarichi. Il 15 luglio 1965 si iscrive e frequenta a Perugia l’Università nella Facoltà di Filosofia.

Ma fu soprattutto al servizio nel Santuario che dedicò con passione e gioia il suo tempo e le sue migliori risorse. Profondamente impregnato del messaggio dell’Amore Misericordioso riusciva a comunicarlo ai pellegrini che venivano al Santuario, specialmente nel ministero della Confessione. Scriveva:

“Provate a immaginare la vostra vita piena di miserie con un Dio giudice severo e vendicatore: sarebbe stato meglio non esistere. La sicurezza di trovare in Lui un cuore più che paterno, che ci considera come una cosa tutta sua, che ci accompagna pieno di misericordia, ci ridà speranza, ci ridà vita… Non abbiamo nessun titolo nel presentarci a Lui, non possiamo pretendere nulla per l’osservanza della sua legge come il pubblicano del Vangelo ed è una fortuna. Un dono da offrire l’abbiamo anche noi, però è un dono di cui non ci possiamo vantare ma tanto utile: i nostri peccati. Sei Padre per questo: per amare e perdonare”.

In alcune frasi di un suo articolo che potete leggere con grande utilità spirituale nel numero di gennaio 1966 della rivista “L’Amore Misericordioso” viene molto bene espressa la gioia della sua fede nel perdono di Dio:

“Dovevi scontare per le tue malefatte, ebbene ha pagato Lui per te e un prezzo più che abbondante. Sapeva che, una volta ripartito non l’avresti più ricordato, mentre ne avevi bisogno per saziare la fame della tua anima più divorante di quella del corpo. Ed è rimasto per farsi mangiare, per saziarti. Ti ha fatto pagare forse? Ti ha rinfacciato la tua ingratitudine? Ti ha umiliato facendoti vedere le tue brutture? Niente di tutto questo; dimentica tutto ed è disposto a lasciare passare se a volte inciampi, basta che veda la tua volontà di camminare. Ti difende anche contro le accuse degli uomini: “nessuno ti ha condannata? Neppure io ti condanno” È questo l’amore; donare o meglio lasciarsi prendere senza neppure sperare ricompensa. E Dio si è donato così a te. Poteva fare di più? L’Amore ha superato se stesso”.

Il suo stato d’animo mi sembra meravigliosamente espresso nel suo articolo: “Un prete si confessa” uscito sempre nella rivista “L’Amore Misericordioso” del numero di marzo 1966:

“Dove andrò io povero e misero come sono? Non mi conosci? Non vedi come la mia anima è piena di ondeggiamenti, di miserie, di quelle miserie che non fanno morire, che non la scuotono né la precipitano con violenza nel fondo e per questo più pericolose. Vivo ancora, o Signore. Ma è una vita annoiata, senza slancio, senza gioia, senza amore. La mia anima è arida, secca, aperta a tutti, dove entra chi vuole. Vado cercando di riempirla di mille cose, di attaccarmi qua e là e più la riempio più sono insoddisfatto, più sono vuoto perché non ci sei Tu. Signore, non Ti ho ancora conosciuto, non Ti ho aperto la porta che a metà e Tu non sei entrato perché non vuoi essere solo. Non vuoi che altri turbino il tuo amore per me. A Te, Signore, lo posso dire perché mi ami: entra nel mio cuore fin laggiù, dove tenacemente si nasconde quel rimpianto, dove ogni tanto mi rifugio per godere quella gioia che ho abbandonato. Ti ho promesso di lasciare tutto e intanto tengo la mano allungata a troppe cose. Cosa posso dare io agli altri? Ancora hai fiducia di me?”.

In un articolo scritto da P. Nello Montecchiani nel gennaio del 1967, due anni prima della sua morte, ci sono alcune frasi che possono considerarsi un programma e una sintesi della sua vita:

“Vivere è generosità sempre pronta a dare e a darsi. È mettere a disposizione di chi te lo chiede il proprio tempo e qualità. Quando non esisterai più per te, ma unicamente per gli altri, avrai fatto qualcosa di importante”.

 

Fonte: Collevalenza.it

Testimonianza di Mons. Domenico Cancian: https://www.youtube.com/watch?v=VW82YSr_tio&feature=youtu.be&t=29m1s

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La pastorella

Il padre Auriemma racconta che una povera pastorella che guardava gli armenti amava tanto Maria, che la sua gioia più grande era di andare in una cappelletta di nostra Signora, su una montagna, e di restare là mentre le pecorelle pascolavano, per parlare con la sua cara Madre e renderle omaggio. Vedendo che quella modesta statua era disadorna, si mise a confezionarle un manto con le sue mani. Un giorno colse alcuni fiori nei campi e ne fece una ghirlanda; poi, salita sull’altare di quella cappelletta, la pose sul capo dell’immagine dicendo: « Madre mia, vorrei porre sulla tua fronte una corona d’oro e di gemme, ma poiché sono povera, ricevi da me questa povera corona di fiori e accettala come segno del mio amore per te ». Così e con altri omaggi la devota pastorella cercava di servire e di onorare la sua amata Signora. Vediamo ora come la nostra buona Madre ricompensò le visite e l’affetto di questa sua figlia. La ragazza si ammalò e stava per morire. Due religiosi, passando da quelle parti, stanchi per il viaggio, si misero a riposare sotto un albero. L’uno dormiva, l’altro vegliava, ma ebbero la stessa visione. Videro un gruppo di bellissime fanciulle e fra queste ve n’era una che le superava tutte in bellezza e maestà. Uno di loro le domandò: « Signora, chi sei? ». « Io sono, rispose, la Madre di Dio e con queste fanciulle vado a visitare nel vicino villaggio una pastorella moribonda che ha fatto tante visite a me ». Dopo queste parole, la visione scomparve. Allora i due buoni servi di Dio si dissero l’un l’altro: « Andiamo anche noi a vedere la pastorella ». Si avviarono e, trovata l’abitazione della ragazza, entrarono in un piccolo tugurio; li, sopra un po’ di paglia, giaceva la giovane moribonda. La salutarono ed ella disse loro: « Fratelli, pregate Dio di farvi vedere chi è venuto ad assistermi ». S’inginocchiarono subito e videro Maria che stava accanto all’agonizzante con una corona in mano e la consolava. Le altre vergini cominciarono a cantare e a quel dolce canto l’anima benedetta della pastorella si sciolse dal corpo. Maria le pose in capo la corona e prendendosi l’anima la portò con sé nel paradiso.

Il giovane Ernesto

Secondo un racconto del Belluacense (Vincenzo di Beauvais), nella città di Ridolfo in Inghilterra, nell’anno 1430, viveva un giovane nobile chiamato Ernesto. Dopo aver distribuito tutto il suo patrimonio ai poveri, entrò in un monastero in cui conduceva una vita così perfetta, che i superiori lo stimavano grandemente, soprattutto per la sua speciale devozione alla santa Vergine. In quella città scoppiò la peste e gli abitanti ricorsero al monastero chiedendo preghiere. L’abate ordinò a Ernesto di andare a pregare davanti all’altare di Maria e di non allontanarsi finché la Madonna non gli avesse risposto. Il giovane rimase li tre giorni e finalmente Maria gli rispose indicando alcune preghiere che si dovevano recitare. Così fu fatto e la peste cessò. Ma in seguito il giovane cominciò a trascurare sempre piu la devozione a Maria. Il demonio lo assalì con mille tentazioni, specialmente contro la purezza e contro la sua vocazione. Non essendosi raccomandato a Maria, lo sventurato arrivò a prendere la decisione di fuggire calandosi da un muro del monastero. Ma mentre passava davanti a un’immagine di Maria che stava nel corridoio, la Madre di Dio gli disse: « Figlio mio, perché mi abbandoni? ». Stordito e colto da rimorsi, Ernesto cadde in ginocchio e rispose: « Signora, non vedi che non posso resistere? Perché non mi aiuti? ». La Madonna replicò: « E tu perché non mi hai invocata? Se ti fossi raccomandato a me, non ti saresti ridotto a questo. Da oggi in poi, raccomandati a me e non dubitare ». Ernesto tornò nella sua cella. Ma tornarono le tentazioni. Egli non invocò l’aiuto di Maria e finì col fuggire dal monastero. Da allora si abbandonò a una vita sciagurata passando di peccato in peccato e infine si ridusse a fare l’assassino. Prese in affitto un’osteria dove la notte uccideva i poveri viaggiatori per depredarli. Così fra gli altri uccise il cugino del governatore di quel luogo il quale in base agli indizi raccolti nel corso del processo lo condannò alla forca. Mentre lo scellerato era ancora in libertà, ecco che capita nella locanda un giovane cavaliere. Volendo attuare di nuovo i suoi orribili disegni, l’oste entra di notte nella sua stanza per assassinarlo, ma sul letto, invece del cavaliere, vede un Crocifisso coperto di piaghe che guardandolo con compassione gli dice: « Non ti basta, ingrato, che io sia morto per te una volta? Vuoi uccidermi di nuovo? Su presto, alza il braccio e uccidimi ». Allora il povero Ernesto, tutto confuso, cominciò a piangere e disse: « Signore, eccomi, poiché mi tratti con tanta misericordia, voglio tornare a te ». Subito lasciò la locanda dirigendosi verso il suo monastero per farvi penitenza, ma per strada fu raggiunto dai rappresentanti della giustizia e portato davanti al giudice, al quale confessò tutti i delitti commessi. Perciò fu condannato a morire impiccato, senza dargli neppure il tempo di confessarsi. Allora egli si raccomandò a Maria e quando fu buttato già dalla forca, la Vergine fece sì che non morisse. Ella stessa lo sciolse dal laccio e gli disse: « Torna al monastero, fa’ penitenza e quando verrò a portarti la sentenza di perdono dei tuoi peccati, allora ti preparerai a morire ». Ernesto tornò al monastero, raccontò tutto all’abate e fece gran penitenza. Dopo molti anni, vide apparire Maria che aveva in mano la sentenza del suo perdono. Subito si preparò alla morte e santamente morì.

La donna di malaffare
Il padre Bovio racconta che una donna di malaffare, chiamata Elena, entrata in una chiesa, udì per caso una predica sul rosario. Uscì e ne comprò uno, ma lo portava nascosto per non farlo vedere. Cominciò poi a recitarlo, ma dapprima senza devozione. La santa Vergine le fece tuttavia gustare tali consolazioni e tali dolcezze in questa pratica, che non si stancava mai di dire il rosario. Così arrivò a concepire un tale orrore per la sua cattiva condotta che, non trovando pace, fu come costretta ad andare a confessarsi, e lo fece con tale contrizione, che il confessore ne fu stupito. Fatta la confessione, andò a inginocchiarsi davanti a un altare di Maria per ringraziare la sua avvocata e, mentre recitava il rosario, udì la voce della divina Madre che da quell’immagine le diceva: « Elena, hai molto offeso Dio e me. Da oggi in poi cambia vita e ti concederò in abbondanza la mia grazia ». Tutta confusa, la povera peccatrice rispose: « Vergine santa, è vero che finora sono stata una sciagurata, ma tu che tutto puoi, aiutami. Io mi dono a te e voglio impiegare il resto dei miei giorni a far penitenza dei miei peccati ». Aiutata da Maria, Elena distribuì tutti i suoi averi ai poveri e si diede a una vita di rigorosa penitenza. Era tormentata da terribili tentazioni, ma si raccomandava incessantemente alla Madre di Dio e così ne usciva sempre vittoriosa. Arrivò ad avere molte grazie anche soprannaturali, visioni, rivelazioni, profezie. Infine, dopo averla avvertita qualche giorno prima della sua morte ormai prossima, la Vergine con suo Figlio venne a visitarla e, quando la peccatrice morì, fu vista la sua anima volare verso il cielo in forma di bellissima colomba.


Tratti da Le gloria di Maria di S.Alfonso Maria de Liguori:
http://rosarioonline.altervista.org/libri/le_gloria_di_maria/index.php?dn=1

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Preghiera, adorazione, pellegrinaggi ma anche aiuto concreto: ecco l’altra faccia della devozione mariana, nel veronese, alla Madonna di Medjugorje. Sono state molte braccia veronesi a costruire, tra il 1994 e il 1997 a Citluk, due chilometri fuori da Medjugorje, l’orfanotrofio di suor Josipa e suor Kornelia Kordic. Motore della gara di solidarietà era stata, all’epoca, un’associazione italiana nata come gruppo di preghiera, il gruppo «Maria porta del cielo» che nell’Est veronese aveva il volto dei coniugi Paola Boccardo e Antonio Bogoni.
Paola e Antonio, che abitano a Costalunga, si erano conosciuti nel 1984 su un pullman che accompagnava i pellegrini a Medjugorje. Le apparizioni della Vergine erano ininterrotte da ormai tre anni, «e Medjugorje era solo una landa desolata e sassosa. Si alloggiava sulla costa, si partiva al mattino con un panino nello zaino, e si tornava alla sera», racconta Paola. Sono passati 25 anni e i due, che nel frattempo sono diventati genitori di quattro figli, sono di casa tanto a Medjugorje quanto a casa di Vicka Ivankovic, una dei sei veggenti di Medjugorje.

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