Maria a Medjugorje Messaggio del 14 agosto 2009:Cari figli, anche oggi, nella mia grande gioia, desidero invitarvi in questo tempo: apritevi allo Spirito Santo. Apritevi, questo un tempo di grazia. Cari figli, che un fiume di amore scorra nei vostri cuori. Pregate, pregate, cari figli, insieme con la Madre. Grazie, cari figli, per aver anche oggi risposto alla mia chiamata.


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Papa Giovanni XXIII, venuto dall'aldilà
L’episodio qui riportato è uno dei miracoli studiati dalla Chiesa per la causa di Beatificazione di Papa Giovanni XXIII.
Suor Caterina Capitani, suora delle Figlie della Carità della provincia napoletana, cominciò ad accusare disturbi alla salute alcuni mesi dopo la vestizione. Era il 1962, la Suora aveva 18 anni e lavorava come infermiera presso gli Ospedali Riuniti di Napoli. Fino a quel tempo la sua salute era stata molto buona. Un giorno avvertì un dolore intercostale noioso, al quale non diede nessuna importanza. Dopo un paio di mesi però ebbe una emorragia e questa volta si spaventò. Era nella sua stanza. Ebbe un conato di vomito, corse al lavabo con la bocca piena di sangue molto rosso. Poiché le avevano insegnato che il sangue molto rosso proviene dal torace, pensò con terrore alla tisi. Con una simile malattia la sua vita di suora sarebbe finita perché la regola della Congregazione delle Figlie della Carità esige che le aspiranti religiose siano sane per poter affrontare i sacrifici che il lavoro in ospedale richiede.
Suor Caterina per il momento decise di non dir niente a nessuno. Per alcune notti non riuscì a dormire, ma poi, vedendo che l’emorragia non si ripeteva e che il dolore intercostale era scomparso, riprese la vita di sempre.

Per sette mesi non accadde più niente. Poi all’improvviso, senza alcun sintomo preventivo, ecco un’altra terribile emorragia che lasciò la suora molto spossata.
Cominciarono visite, controlli, esami clinici. Furono fatte radiografie del torace, dello stomaco, stratigrafie. Nessuno riusciva a trovare il perché di quelle emorragie.
Nei 1964 i medici degli Ospedali Riuniti si dichiararono vinti e Suor Caterina passò all’Ospedale «Ascalesi» sotto le cure del professor Alfonso D’Avino.
Una esofagoscopia rivelò una zona emorragica nel segmento toracico: sembrava che tutti i malanni provenissero da lì. Allora la Suora fu portata all’Ospedale Pellegrini dell’ematologo professor Giovanni Bile, ma anche egli non riuscì a migliorare la situazione. Restò un’ultima speranza: ricorrere al prof. Giuseppe Zannini, direttore dell’istituto di semeiotica chirurgica del l’Università di Napoli, una personalità di spicco nel campo medico internazionale. Dopo una lunga visita e un’analisi minuziosa di tutti i referti degli altri medici, il professor Zannini iniziò una nuova cura che durò cinque mesi. Anche questa volta però la situazione non cambiò per cui il professore decise di sottoporre la Suora a un intervento chirurgico.

Suor Caterina fu ricoverata nella Clinica Mediterranea e tre giorni dopo venne operata. L’intervento durò cinque ore. Lo stomaco, all’interno, era completamente ricoperto di varici. Una forma ulcerosa strana e rara, provocata forse da un cattivo funzionamento della milza e del pancreas che risultavano in pessime condizioni. il professore fu costretto ad asportarle lo stomaco, la milza e il pancreas Si trattò di un intervento molto delicato e le probabilità che la Suora uscisse viva dalla sala operatoria erano minime. Il pericolo sembrava superato. Le consorelle di Suor Caterina, senza perdere la fiducia, continuavano a pregare con fervore Papa Giovanni.
Nei giorni seguenti l’operazione lo stato di salute della Suora andò peggiorando. Durante la prima notte ebbe un collasso, poi un blocco intestinale la gonfiò come una botte. il professore, molto preoccupato, pensava che fosse necessario un altro intervento. Ma dopo nove giorni le condizioni della Suora migliorarono all’improvviso, ma fu un miglioramento illusorio.

Tre giorni dopo, mentre la Suora stava sorseggiando un pò di liquido ed ecco che divenne cianotica e perse i sensi. Accorsero i medici con l’ossigeno. La visitarono riscontrandole la pleurite. In seguito alle cure appropriate ci fu un miglioramento e dopo dieci giorni fu in grado di uscire dalla clinica.
Ancora una volta però il miglioramento fu brevissimo: dopo due settimane cominciò a peggiorare. Suor Caterina vomitava succhi gastrici in grande quantità. Erano così forti che le bruciavano la pelle. Dopo alcuni giorni aveva la parte inferiore della faccia ridotta a una piaga e poiché non riusciva a ingerire niente, veniva nutrita con fleboclisi. Il professore Zannini, sempre più preoccupato, decise di mandarla a casa, a Potenza, per provare se l’aria nativa potesse giovane. Ma dopo due mesi la Suora ritornò a Napoli peggiore di quando era partita. Sembrava un cadavere.

Il 14 maggio 1966, dopo una breve crisi di vomito, si era aperto sullo stomaco un buco dai quale uscivano succhi gastrici, sangue e quel poco di succo d’arancia che la Suora aveva bevuto poco prima. Si era formata una perforazione che aveva causata una fistola esterna. Era in atto una peritonite diffusa. La febbre era salita a 40. La situazione era disperata. il professor Zannini la fece ricoverare immediatamente all’ospedale della Marina. Le ordinò delle medicine in attesa dello sviluppo della crisi, perché un intervento chirurgico in quelle condizioni era impensabile.

Essendo in pericolo di morte, fu concesso alla Suora di emettere i voti anzitempo e dopo le fu amministrato l’Olio degli Infermi.
Nel frattempo una consorella le portò da Roma una reliquia di Papa Giovanni, che Suor Caterina mise sulla perforazione dello stomaco e pregava il Papa di portarla con lui in Paradiso. La fine si avvicinava.

Il 25 maggio verso le 14,30 Suor Caterina si assopì. A un certo punto sentì una mano che le premeva la ferita sullo stomaco e una voce d’uomo che la chiamava. La Suora pensò che fosse il professor Zannini che ogni tanto veniva a controllare le sue condizioni. Suor Caterina si girò verso la parte da cui veniva la voce e vide, accanto al suo letto, Papa Giovanni. Era lui che teneva la mano sulla ferita dello stomaco. Papa Giovanni le dice: Non temere, non hai più niente. Suona il campanello, chiama le suore che stanno in cappella, fatti misurare la febbre e vedrai che la temperatura non arriverà neppure a 37 gradi. Mangia tutto quello che vuoi, come prima della malattia. Non avrai più niente. Va dal professore, fatti visitare, fa’ delle radiografie e fai mettere tutto per iscritto, perché un giorno queste cose serviranno.
La visione scomparve e solo allora mi resi conto che non era stato un sogno. Suor Caterina si sentiva bene, non aveva più alcun dolore. Suona il campanello, le suore accorrono. La madre superiora pensò subito che la suora fosse in preda al delirio che precede la morte.

Trovarono la Suora seduta a metà letto. La guardavano trasognate. Suor Caterina, non potendo contenere la gioia, quasi gridando disse: Sono guarita. E stato Papa Giovanni. Misuratemi la febbre, vedrete che non ho più nulla. La febbre arrivò a 36,8. Ora datemi da mangiare perché ho fame.
La febbre arrivò a 36,8. Con grande voracità ingoiò semolino, polpette, una minestrina, anche un gelato. Era guarita completamente. Della fistola nessuna traccia: la pelle era liscia, pulita e bianca. Allora Suor Caterina raccontò alle sue consorelle l’apparizione di Papa Giovanni.
Da quel giorno Suor Caterina non ha avuto più niente. I medici la visitarono, la sottoposero a decine di radiografie. Dei suoi malanni non c’era più nessuna traccia.
Il giorno dopo il miracolo la suora riprese una vita normale. Sono trascorsi più di 27 anni e ella sta benissimo.

Il testimonio più prezioso del miracolo è il professor Zannini, il quale afferma: La guarigione di Suor Caterina è un caso di cui non trovo spiegazione nella scienza medica. Ho operato io l’ammalata, le ho asportato quasi tutto lo stomaco perché affetto da una gastrite ulcerosa emorragica gravissima. Le lasciai poco più di un centimetro di stomaco. Le asportai anche la milza. Ci fu una convalescenza difficile, l’ammalata non poteva nutrirsi. Poi si aprì la fistola, ci fu fuoriuscita di liquido, peritonite, febbre altissima, stato ansioso grave, condizioni disperate.

Non era possibile intervenire con una nuova operazione. Feci delle prove: tutto quello che l’ammalata beveva usciva dalla fistola. Consigliai trasfusioni, plasma, antibiotici, più che altro come terapia d’attesa. Non ebbi successo: la fistola s’ingrandì e le condizioni del l’ammalata peggiorarono. Avevo pensato di far trasportare Suor Caterina alle sezione rianimazione degli Ospedali Riuniti di Napoli per fare un ultimo tentativo. In vece ricevetti una telefonata in cui mi diceva che la Suora era migliorata. Andai a trovarla e con mia somma sorpresa la trovai perfettamente guarita. Per il momento non venni informato di quello che era realmente accaduto. Continuai il mio lavoro di medico sottoponendo l’ammalata ad esami radiografici, visite, ecc. Nessuna traccia di malattia. Solo venti giorni dopo la superiora m’informò dell’apparizione di Papa Giovanni.
Affermo che non ho mai visto una cosa del genere, né posso immaginare come ciò sia potuto accadere. Non trovo modo di spiegare scientificamente quello che è accaduto.
Sono un medico e ho seguito il caso con la freddezza del medico. Sono stato anche più pignolo e scrupoloso dopo che mi hanno raccontato dell’apparizione di Papa Giovanni.
Sono pienamente convinto che si tratta di una guarigione assolutamente inspiegabile, al di fuori delle leggi fisiologiche e dell’esperienza umana. Il fatto che resista da tanti anni, senza ricadute, la rende ancora più inspiegabile e insieme importante.
Da Un uomo mandato da Dio - Biografia di Giovanni XXIII di Renzo Allegri - Editrice Ancora Milano