Il "cavaliere dell'Immacolata" - Eco di Maria nr.159
Chiamava la Madonna con i nomi più teneri e familiari. Con ciò esprimeva il suo intimo e
appassionato amore alla creatura senza macchia. All'Immacolata s. Massimiliano Kolbe
aveva dedicato tutta la sua opera, consacrandoLe innanzitutto se stesso e poi tutta quella
attività apostolica volta a diffondere la devozione a Maria e alla sua azione mediatrice
presso Dio.
Nato in Polonia nel 1894, p. Kolbe vive intensamente ciò che la storia propone al suo
paese, studia per diventare sacerdote ma è anche appassionato di fisica e di matematica, il
che gli avrebbe permesso più tardi di seguire le sue opere anche dal punto di vista tecnico.
Trovandosi a Roma per gli studi, casualmente assiste a una processione di
anticlericali-massoni che proclamano la vittoria del demonio sulla Chiesa, affermando che
"Satana deve regnare in Vaticano e il Papa dovrà fargli da servo". Tale ardire lo porta a
scoprire la sua missione e si convince che i cristiani devono diventare "cavalieri
dell'Immacolata", per aiutare Maria schiacciare la testa al serpente, così come previsto dalla
Scrittura.
A questo scopo fonda un'associazione, la "Milizia dell'Immacolata", che si propone di
"cercare la conversione dei peccatori, degli eretici, degli scismatici, dei giudei e soprattutto
dei massoni. In primo luogo si chiede la santificazione di tutti sotto il patrocinio e con la
mediazione della Beata Vergine Maria" (ndr. sono le prime parole dello statuto).
E' un intento di larghissima portata perché nel suo programma non viene descritta solo una
"opzione religiosa" ma una scelta globale. Il suo desiderio è infatti che i suoi cavalieri siano
presenti dappertutto, nel campo dell'educazione, del lavoro editoriale e divulgativo, delle
arti, delle scienze... In sostanza, si vuole che la Milizia "impregni tutto e in uno spirito sano
guarisca, rafforzi e sviluppi ogni cosa alla maggior gloria di Dio, per mezzo dell'Immacolata
e per il bene della comunità".
Come realizzare questo grande progetto? Innanzitutto creando un luogo dove questa
attività possano svolgersi. Così p. Kolbe inizia a costruire una intera città a 40 km. da
Varsavia, chiamata "Niepokalanow", ovvero, città dell'Immacolata. Sarebbe troppo lungo
descrivere gli edifici e le loro funzioni, è sufficiente dire che in essa vivevano e operavano
circa 1000 religiosi. Essi dovevano essere poverissimi ma avere a disposizione quanto di
meglio c'é sul mercato. P. Massimiliano si intendeva di tutto e seguiva con attenzione i
mezzi che la Provvidenza gli metteva a disposizione, non c'era sistema di comunicazione
troppo veloce per lui: "il veicolo del missionari - sovente diceva - dovrebbe essere l'aereo
ultimissimo modello".
In questa nuova "città" si stampano otto riviste per parecchie centinaia di migliaia di copie:
"Bisogna inondare la terra con un diluvio di stampa cristiana e mariana, in ogni lingua, in
ogni luogo, per affogare nei gorghi della verità ogni manifestazione di errore che ha trovato
nella stampa la più potente alleata - affermava p. Kolbe - fasciare il mondo di carta scritta
con parole di vita per ridare al mondo la gioia di vivere". Per questo amava definirsi
"missionario della penna".
Intraprendente, energico, sfrutta le sue grandi capacità organizzative per creare quasi dal
nulla e senza un soldo in tasca i suoi progetti, compresa una città anche nel lontano
Giappone (1930). Eppure non fu questo a innalzare il prete polacco alla schiera di santi. La
sua vita infatti prende una svolta totalmente diversa quando, con lo scoppio della II guerra
mondiale, fu preso di mira dai nazisti e arrestato più volte. La sua città diviene rifugio per
molti scampati, ebrei, feriti.
"Vado a servire l'Immacolata in un altro campo di lavoro" dice agli amici quando sta
per essere condotto nel lager di Auschwitz. Era prete, una categoria che per odio veniva
accomunata agli ebrei; ma a lui, proprio perché prete, tocca un lavoro due o tre volte
superiore a quello degli altri. L'unione al Cuore della Vergine gli comunica tuttavia la forza
per sopportare tutto. Il destino lo vuole nel famoso "blocco 14", un gruppo dal quale uno dei
prigionieri riesce a fuggire. Ma ad Auschwitz la colpa di uno veniva pagata da dieci
compagni con la condanna a morte nel bunker della fame. Tra questi, un uomo che al
pensiero di lasciare la famiglia lancia un grido. Un urlo di dolore e di pietà che motiva
immediatamente il sacerdote polacco a offrirsi al suo posto: sarebbe andato lui a morire
di fame. Il gesto eroico di un santo, eppure il vero miracolo è che il suo sacrificio venga
accettato. I nazisti intendevano infatti distruggere ogni tipo di solidarietà umana, il campo di
concentramento voleva essere la dimostrazione che "l'etica della fratellanza umana" era solo
vigliaccheria. Che la vera etica era la razza, e le razze inferiori non erano "umane". P. Kolbe
dava finalmente un valore umano al morire, che rendeva il morire non più soggezione alla
forza ma offerta volontaria.
La lunga agonia - nudi, al buio, in attesa di morire di fame - si trasforma in un'occasione
privilegiata per rendere gloria a Dio. Preghiere e inni recitati ad alta voce "contagiano" le
celle vicine e nel bunker della morte si consuma il sacrificio di purificazione, si celebra una
messa. Un gesto che non può passare inosservato, neanche ai soldati che guardavano il prete
con una sorte di rispetto.
E' la vigilia dell'Assunta, una delle feste mariane che egli più amava, quando lo
costringono a morire insieme ad altri tre compagni rimasti vivi dopo due lunghe settimane di
tortura. Il 14 agosto un'iniezione di acido fenico nel braccio spezza la vita terrena di s.
Massimiliano Kolbe; "Quando aprii la porta di ferro non viveva più - racconta il suo
carceriere; - ma si presentava come se fosse vivo. Ancora appoggiato al mure. La faccia era
raggiante in modo insolito". Gli occhi largamente aperti e concentrati in un punto. Tutta la
figura come in estasi. Non lo dimenticherò mai".
Con il suo insegnamento Kolbe ci mostra che rispondere alla disumanità con l'offerta e il
sacrificio di sé non è la risposta di chi non sa fare altro - scrive A. Sicari nel suo libro
"Ritratti di santi" (dal quale attingiamo informazioni per il nostro articolo) - di chi si
rassegna all'oppressore, di chi attende tutto dall'aldilà e perciò può subire. P. Kolbe ha dato
la vita, accettando di morire, dopo che aveva spese tutte le sue energie per la costruzione di
un mondo diverso, di un mondo nuovo, di un centuplo quaggiù. Il martirio non fu una
fuga devota. Fu la pienezza della sua energia vitale.