SITUAZIONE PASTORALE A PARTIRE DALLE LACRIMAZIONI DELLA REGINA DELLA PACE - DON PABLO MARTÌN
Ero parroco della chiesa di S.Agostino, a Civitavecchia, quando
accadde il fatto straordinario. Senza raccontare quanto è successo,
adesso riferisco l’assetto pastorale in cui si è venuta a trovare
la Parrocchia, a partire dalle lacrimazioni (2 febbraio 1995)
fino a quando la lasciai per motivi di salute (novembre 1995).
Ritengo che il segno delle lacrime a Civitavecchia sia stato
una specie di «spartiacque» per molte persone; certamente è
stato per la mia vita. Solamente Dio conosce i cuori; ma sta di
fatto che davanti alle lacrime molti lontani si sono istintivamente
avvicinati, così come altri, che sembravano membra sicure
della comunità, si sono automaticamente dileguati. Penso che
non sia finita la cernita.
Così come non è finito ancora l’evento delle lacrime, sebbene
il segno fu completato nello spazio di quaranta giorni con la
lacrimazione tra le mani del Vescovo, perché i motivi del profondo
dolore e pianto non sono stati ancora rimossi. Quelle lacrime,
tolte in fretta ed in modo irriverente dalla Criminalpol, non
sono state ancora asciugate veramente dalla nostra conversione.
Non mi riferisco alle tante conversioni alla grazia o alla riscoperta
della fede o al perdono e la riconciliazione; ma, dico,
l’Italia ha capito? Civitavecchia si è convertita? E noi, tanti di
noi?
Queste lacrime sono realmente «segno di contraddizione»,
come quel 2 febbraio abbiamo letto che Simeone disse a Maria,
nel senso che mettono a nudo le tante contraddizioni che intasano
la nostra vita e la nostra coscienza. Le lacrime di Maria ci
invitano a guardare dentro di noi: «Perché piangi, Mamma?»...
Ma noi preferiamo guardare fuori, che cosa fanno o dicono gli
altri, per trovare «chi è stato», «un colpevole» di qualche cosa su
cui scaricare responsabilità o qualcuno da colpire. E ci siamo
aggrovigliati nei nostri malintesi, nei nostri litigi… È dunque
confermato che la nostra Mamma ha tanti motivi per piangere.
In parrocchia, nonostante la novità di quanto stava accadendo
e la folla enorme venuta da fuori, quella domenica 5 febbraio
ebbe luogo «la festa di carnevale dei bambini» già programmata,
quasi cercando di «sdrammatizzare la situazione; la stessa
cosa fu ripetuta nella domenica successiva.
In un primo momento avevo cercato di far conciliare, alla
famiglia e ai parrocchiani, l’evento nuovo con la vita «normale»;
ma che ne sapevo io! Dopo un po’ di tempo incominciai a comprendere
che il disegno di Dio ci spiazzava e l’andamento abituale
della vita non sarebbe stato più possibile. Per tutti, questa
doveva essere una gran fatica. Un cambiamento forzato e urgente
di mentalità. Per i miei parrocchiani, con tutta la loro buona
volontà, risultava senz’altro difficile. La parrocchia, centro della
loro vita religiosa e sociale, ora all’improvviso era di tutti, di
tutto il mondo; trovavano che lì essi «non erano più nessuno»,
secondo il loro punto di vista (e non do loro torto). Ma non si può
pretendere di fermare il mondo, per non scomodare noi!
Da allora, logicamente, la presenza della gente in chiesa
aumentò di parecchio, non soltanto la domenica, ma anche i
giorni feriali. Se prima, alla Messa prefestiva e alle due festive
potevano assistere forse una sessantina di persone (su 1000 parrocchiani),
dopo si vedevano frequentemente in chiesa, a diverse
ore, persone e gruppi in preghiera, provenienti da ogni parte.
Anche le confessioni, da allora, aumentarono sempre di più in
numero e in «calibro». Incominciai a chiedere l’aiuto di alcuni
sacerdoti di Roma, amici miei (gli «Operai del Regno di Cristo e
di S.Maria di Guadalupe»), nelle domeniche, soprattutto per confessare.
Verso la Settimana Santa, dopo che il Vescovo mi disse di preparare
un posto per accogliere «la Madonnina», affinché fosse
venerata dalla gente, ci furono intensi lavori per adattare la chiesa
alla nuova situazione. Data l’affluenza, molte delle celebrazioni
dovettero essere fatte all’aperto.
Non tocca a me raccontare le dispute, le dichiarazioni, le
smentite, le risposte, le richieste, le manovre che ci furono in
quel periodo, avendo come epicentro la casa del Vescovo, dove
stava la Madonnina. È stato ormai scritto da altri. Passarono così
quattro mesi densi di cronaca e di manovre di ogni sorta, fino al
17 giugno, giorno in cui la statuetta fu trionfalmente portata da
mons. Grillo alla chiesa di S. Agostino ed esposta in una nicchia
blindata alla venerazione dei fedeli.
Ma come vissi io quei quattro mesi? Sempre più travolto in
mezzo al turbine crescente. Travolto spiritualmente, intellettualmente,
emotivamente, fisicamente. Travolto da un evento che era
per me chiaro, sicuro e pacifico, inteso come lacrimazioni avvenute;
ma oscuro, insidioso e angoscioso, in quanto nuova situazione
conflittuale. L’angoscia di sapere che dietro ogni parola
poteva esserci un pericolo, un tranello. L’ansietà di vedermi ogni
giorno più bloccato nell’abituale attività di parroco. Il dover pensare
a mille cose concrete, delle quali mai mi ero occupato. Il non
poter dare più l’attenzione e lo spazio ai quali avevo abituato i
miei parrocchiani e altri. Lo stress delle riunioni, dell’amministrazione,
della burocrazia. Le insinuazioni: «Stia attento...». Il
non vedere più chiaro chi era l’amico e chi poteva essere nemico.
Le incomprensioni. I facili giudizi. I litigi. Gli approfittatori.
Le notizie. Le emozioni. Il non riuscire. Il non avere più tempo.
E la gente a frotte. E i giornalisti. E il telefono in continuazione.
E il telefono intervenuto, come qualcuno mi aveva avvisato:
«Qualcuno dovrà essere colpito, se si tratta di dimostrare che c’è
un reato di associazione a delinquere». E i venditori e rappresentanti
di oggetti sacri. E «il servizio d’ordine». E le riunioni
del Consiglio pastorale...
Fino a quando il Vescovo tenne la Madonnina in casa sua,
potevo ancora vivere con una certa normalità. Ma dopo il 17 giugno
la parrocchia fu presa d’assalto. Un mese, due mesi, tre
mesi…, dopo un’intera giornata a combattere in quel modo, arrivati
alle 11 di sera o a volte alla mezzanotte, si presentavano persone
o qualche gruppo che desideravano pregare davanti alla
Madonnina: come dire di no? Ma spesso, alle 6 del mattino, c’era
già chi suonava il campanello… Alcuni mesi senza poter dormire,
mal di testa continuo, perdita della vista, perdite improvvise
di memoria. Per più di un anno restai traumatizzato.
Il mio racconto andrebbe totalmente fuori dell’ottica e dei
limiti di questa mia testimonianza. Mai uno affronta le situazioni
come dovrebbe e come vorrebbe. Veramente, il demonio,
quando non può frenare, spinge. Non si riusciva a riposare, a dormire
la notte, a momenti veri di preghiera, a niente...
Noi abbiamo questo tesoro in vasi di creta, perché appaia che la
potenza straordinaria viene da Dio e non da noi. Siamo infatti tribolati
da ogni parte, ma non schiacciati; siamo travolti, ma non
disperati; perseguitati, ma non abbandonati; colpiti, ma non uccisi...
(2Cor 4,7-9).
Anche noi dobbiamo essere «segno di contraddizione», malgrado
noi stessi e i nostri limiti:
Noi siamo infatti dinanzi a Dio il profumo di Cristo fra quelli che
si salvano e fra quelli che si perdono; per gli uni odore di morte per
la loro morte e per gli altri odore di vita per la loro vita. E chi è mai
all’altezza di questi compiti? (2Cor 2,15-16).«E beato chi non si
scandalizza di me (Mt 11,6)».
Sarà degno di Maria chi avrà saputo piangere o soffrire con Lei.
Lei è il segno. Il segno ci è stato dato. Dopo che la sua immagine
fu portata nella chiesa di S. Agostino ed esposta alla venerazione
dei fedeli, Lei ha continuato in silenzio a lavorare in tanti
cuori: lo dicono i sacerdoti che lì ascoltano le confessioni. Ma da
allora il segno delle sue lacrime, quel poco di sangue che avevano
risparmiato le analisi, col passare del tempo e la complicità,
forse, della temperatura, dell’umidità e della salsedine, poco per
volta è sparito; ne rimase appena una macchiolina grigia sulla
guancia destra. Meno male che le fotografie ne rendono testimonianza,
benché non di tutte le quattordici lacrimazioni, purtroppo.
Non sarà per farci comprendere che adesso il segno di Maria,
al posto delle sue lacrime, dobbiamo esserlo noi?
Come Gesù lasciò lo spazio e il compito alla Chiesa il giorno
della sua ascensione (come dicendo: “Adesso tocca a voi”), così
la nostra Mamma pare che dica, dopo quel 17 giugno 1995:
Adesso tocca a voi. Piangete con me per amore e non dovrete piangere
nel tempo della giustizia. Comprendete ed approfittate il
tempo della misericordia, che si offre a voi fino all’eccesso.
Per questo dissi alla gente, quando ferveva il lavoro per modificare
la chiesetta: «Stiamo attenti a non fare della Mamma che
piange un motivo di spettacolo!»
E il giorno dell’arrivo della Madonnina:
Sono contento per l’arrivo della Madonna, ma non in questo clima
da festival. Certo, l’avvenimento non doveva passare sotto silenzio
e ci voleva senz’altro una certa organizzazione, ma in tutto questo
c’è qualcosa di troppo, di eccessivo..., come sarebbe stato eccessivo
un arrivo in elicottero... Vedremo se la gente saprà fare qualcosa
di più del semplice pensare ad una statuetta. Ritorno a quello che
ho sempre detto: ci è stato dato un segno, un segnale importante, e
bisogna passare alla svelta al suo significato, a capirlo.
Alla luce di quanto detto, come suonano eloquenti le parole di
San Pietro, se vogliamo applicarle alla Madonnina! Leggiamo in
1Pt 2,1-5:
Deposta dunque ogni malizia e ogni frode,
le ipocrisie, le gelosie e ogni maldicenza,
come bambini appena nati bramate il puro latte spirituale,
per crescere con esso verso la salvezza,
se davvero avete già gustato come è buono il Signore.
Stringendovi a LEI, PIETRA VIVA, rigettata dagli uomini,
ma scelta e preziosa davanti a Dio, anche voi venite impiegati
come pietre vive per la costruzione di UN EDIFICIO SPIRITUALE,
per un sacerdozio santo, per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio,
per mezzo di Gesù Cristo.
22 dicembre 2004