Messaggio del 24 marzo 2000:Cari figli! Vivete i miei messaggi con la vostra vita, non con le parole. VALUTAZIONE E SIGNIFICATO TEOLOGICO DELLE LACRIMAZIONI DELLA MADONNINA - STEFANO DE FIORES
Gesù invita i suoi discepoli a giudicare da sé (Lc
12,57) e a discernere «i segni dei tempi» (Mt 16,3) e
aggiunge un criterio sicuro: «Dai loro frutti li potrete
conoscere» (Mt 7,20). Ciò che Gesù intende
contestare è la passività o l’indifferenza di
fronte a possibili eventi salvifici della storia che interpellano
alla decisione e alla salvezza.
Paolo reputa il discernimento la
virtù del tempo della Chiesa, situato tra l’evento della
morte e risurrezione di Cristo e la parusia. Esso caratterizza la
Chiesa degli «ultimi tempi» (1Cor 10,11), il periodo in
cui bisogna affrontare il «mondo perverso» (Gal 1,4; cf.
Gv 1,19) e diffondere il regno di Dio nel mondo (Mt 28,19; Mc 13,9;
Lc 24,27). Quanto ai criteri di discernimento, anche per Paolo essi
consistono nei frutti spirituali: «Il frutto dello Spirito è
invece amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà,
fedeltà, mitezza, dominio di sé» (Gal 5,22). Non
si tratta solo di atteggiamenti interiori, ma di comportamenti
ispirati alla comunione ecclesiale, poiché i doni autentici
dello Spirito, soprattutto la profezia, non sono impulsi ciechi che
suscitano disordine, ma carismi ordinati all’edificazione della
Chiesa (1Cor 14,4.12.26.33) Fedeli, teologi e magistero sono invitati
ad operare un discernimento circa il fenomeno di Civitavecchia, di
cui si sono interessati tutti i giornali, ossia circa l’evento
delle lacrimazioni di sangue della Madonnina dal 2 al 6 febbraio e
poi nelle mani del vescovo il 15 marzo 1995.
Per un lavoro
organico bene impostato è necessario percorrere un iter in tre
tappe, tra loro intimamente collegate: 1. Ricostruzione dei fatti o
fenomeni: raccolta delle testimonianze (orali, scritte o registrate),
esami clinici, argomenti pro e contro...
2. Studio delle varie
ipotesi esplicative: frode, trucco, secondi fini, allucinazione,
autosuggestione, telecinesi...
3. Ricerca del significato
teologico del fenomeno, una volta appurati gli eventi.
Percorriamo
questi tre passaggi per maturare un convincimento prudente, basato su
argomenti validi.
1. RICOSTRUZIONE DEI FATTI
Dobbiamo
riconoscere subito che il nostro compito risulta meno arduo che se
dovessimo giudicare di apparizioni, le quali sotto un certo aspetto
si presentano fenomenologicamente simili alle allucinazioni, cioè
visioni senza oggetto controllabile da tutti (così il
sacerdote medico francese Marc Oraison). Il fenomeno di Civitavecchia
invece consiste in lacrimazioni di sangue non riservate a veggenti
scelti, ma costatabili da chiunque e addirittura in grado di
impressionare pellicole fotografiche.
Tutto si riduce in primo
luogo a stabilire i fatti, cioè la realtà storica così
come è avvenuta. E qui se non siamo stati presenti alle
lacrimazioni, dobbiamo ricorrere ai testimoni oculari. Le loro
dichiarazioni sotto giuramento sono state registrate e poi trascritte
in un Dossier da parte di due delegati della Commissione teologica.
Si tratta di 50 testimoni che hanno deposto con semplicità
circa le varie lacrimazioni accadute sotto il loro sguardo. Le
testimonianze, varie e tra loro convergenti, riguardano il formarsi
delle lacrime, cioè le lacrime in movimento. Per esempio, una
bracciante agricola di 51 anni, descrive in modo semplice quello che
ha visto il 3 febbraio 1995 verso le ore 18 sotto la luce della
lampadina tascabile di p. Pablo: Dall’occhio destro, lato dove
mi trovavo, ho visto uscire una gocciolina che scendeva lentamente
fino allo zigomo. La gocciolina mi sembrava sangue. Poi emozionata mi
sono scostata e abbiamo pregato. Di diversa tipologia appare la
testimonianza di un operaio di anni 22, non incline a prestar fede a
questo tipo di eventi: Di fuori mi sono messo davanti alla statua e
ho visto ravvivarsi la goccia rossa e ho visto che si ingrossava e
scendeva. Visto così mi sono allontanato. Ho provato
interiormente un senso di timore. Io non avevo mai creduto a queste
cose. Le altre persone hanno pregato il rosario.
Similmente un
operaio metalmeccanico di anni 34 afferma: Mentre collocavo il vetro
ho visto sull’occhio destro alcuni segni di sangue e ho visto
scorrere il liquido che si allargava. [...] Tra sabato e domenica -
tra le ore 1,30 e le 2,30 circa vi era molta gente che andava e
veniva. Dicevano che stava lacrimando e anch’io mi sono
avvicinato e aiutato da una pila anch’io ho notato il rivolo
sulla destra che si stava allargando, differente da come lo avevo
lasciato. [...] Oggi non bestemmio più.
Le altre
testimonianze continuano nello stesso tono: costituiscono una
molteplice attestazione che non legittima il dubbio sulla loro
credibilità. Esse provengono da persone di differente età,
sesso, condizione sociale, disposizione religiosa e psichica…
I testimoni hanno giurato di dire la verità e si sono prestati
liberamente all’interrogatorio. Non essendoci secondi fini è
da presumere che la loro testimonianza sia vera e riferisca ciò
che hanno sperimentato.
Tutti hanno visto le lacrime formarsi e
scendere o, come minimo, in movimento. Tutti manifestano la certezza
che nessuno stava manomettendo la piccola statua. In particolare,
coloro che conoscono i Gregori ritengono che essi siano persone
serie, oneste e incapaci d’inganno.
Alcune testimonianze
sono particolarmente importanti.
1.1. LA TESTIMONIANZA
DELLA FAMIGLIA GREGORI
La bambina Jessica e i suoi genitori,
Fabio Gregori e Anna Maria Accorsi, sono concordi nell’affermare
le lacrimazioni della statuetta della Madonna di Medjugorje posta nel
loro giardino. Jessica si esprime secondo la sua condizione infantile
(ha 6 anni il 2 febbraio 1995) con le parole e con i gesti. Fabio
offre una lucida e circostanziata relazione sui fatti da lui vissuti.
La testimonianza di Anna Maria è più essenziale, ma
chiara. Secondo uno stimato psicologo, consultato il 20.1.1996, il
primo momento è il più importante, poiché la
psiche passa dal suo mondo interiore alla costatazione di un fatto
nuovo ed esterno. Poi invece potrebbe essere condizionata e vedere,
per esempio, qualche movimento che in realtà non c’è.
Egli, esclusa l’ipotesi del trucco, ritiene che non si possa
pensare a visioni intramentali o extra, né ad allucinazioni,
perché qui una bambina ha visto le lacrime di sangue come
fatto esterno controllato poi da molti e ripreso con macchina
fotografica.
È vero che alcuni fatti strani (segni e
voci...) sperimentati dai tre componenti della famiglia Gregori,
prima e dopo i fatti, potrebbero suggerire di trovarci di fronte a
gente psicolabile e facile alle allucinazioni. Lo psicologo
preferisce invece spiegarli ricorrendo alla vita interiore intensa da
parte dei Gregori, che metterebbe a contatto con il soprannaturale.
L’osservazione è importante perché pone in
sintonia con la Bibbia, dove i miracoli sono inseriti in contesto di
esperienza religiosa. D’altra parte don Pablo assicura che essi
non hanno previsto la lacrimazione. Comunque i presentimenti cedono
di fronte alla costatazione di un fatto esterno reale e
verificabile.
1.2. LA TESTIMONIANZA DI DON PABLO MARTÌN
Il
parroco di Sant’Agostino risulta un punto di riferimento che
gode la fiducia dei Gregori e del gruppo di preghiera che fa capo ad
essi. La sua testimonianza è chiara circa il fatto delle
lacrime della Madonnina, ma non circa il movimento. Secondo i Gregori
don Pablo avrebbe visto scendere le lacrime, quando ha chiesto se
anche loro vedevano la stessa cosa. Interpellato dalla Commissione il
29 marzo 1996, don Pablo ha precisato: Il movimento non l’ho
mai visto, il grondare non l’ho visto, sono anche miope. Ho
visto il cambiamento avvenuto. [...] Ho visto le due lacrimazioni, ma
dopo che erano avvenute (trascrizione da appunti personali).
Don
Pablo appare sacerdote pio, prudente e
obbediente.
Nell’interpretazione dei fenomeni rivela la sua
tendenza a rapportare ogni evento a Dio e a cogliere in essi un segno
e un’interpellanza vitale. Personalmente e in modo privato,
egli ritiene che vi sia un nesso tra «la spiritualità
della divina volontà» di Luisa Piccareta e i messaggi
avuti da Fabio Gregori. Ha saputo mediare tra la famiglia Gregori e
il vescovo. Alla domanda: «In coscienza, pensa che sia un
miracolo?», risponde: Secondo la mia coscienza, dopo il primo
minuto mi convinsi che si trattava di un fatto soprannaturale. Mi è
venuto in mente: «Hanno occhi e non vedono...». Ho dovuto
scartare le varie ipotesi (pennarello, siringa... ) man mano che mi
venivano in mente, in forza dei fatti (trascrizione da appunti
personali).
1.3. LA TESTIMONIANZA DEL VESCOVO
È
da attribuire un grande valore alla testimonianza del vescovo sia per
l’autorevolezza della sua persona e del suo compito di massima
responsabilità nella diocesi, sia per il dramma umano da lui
vissuto. Tale dramma si presenta con i connotati della «conversione»;
infatti la precomprensione iniziale era improntata a scetticismo ed
orientata a liquidare al più presto la faccenda. Poi i fatti,
i risultati delle analisi, i frutti spirituali e soprattutto la
lacrimazione avvenuta mentre la Madonnina era nelle sue mani, hanno
prodotto un mutamento radicale e deciso a favore di tutto il
fenomeno. Il vescovo da giudice si trasforma in testimone. Lo
psicologo interpellato dalla Commissione ha relativizzato la
testimonianza del vescovo, in quanto non essenziale al fenomeno già
stabilito al momento della prima lacrimazione. Ma egli lo ha fatto
ponendosi dal punto di vista psicologico. Rimane tuttavia innegabile
la lacrimazione avvenuta dopo un’interruzione di 38 giorni,
attestata dal vescovo e familiari e notata nei suoi effetti da Umani
Ronchi che ne parlò in televisione, spingendo lo stesso
vescovo a dare la spiegazione di quanto era avvenuto in casa
sua.
Qualcuno rifiuta la testimonianza del vescovo appellandosi
all’effato giuridico Nemo iudex in causa propria. Ma il Diritto
canonico si richiama ad esso solo nel caso di un vescovo implicato in
un processo penale riguardante se stesso o i familiari (cf. can.
1447-1448). Del resto la storia documenta il precedente famoso del
vescovo Juan de Zumárraga che nel 1531 diviene testimone del
segno chiesto alla Madonna di Guadalupe e ne approva le apparizioni e
il culto.
2. IPOTESI ESPLICATIVE
Di fronte al fatto
delle lacrimazioni di sangue si avanzano dai Mass media e dal senso
comune 4 principali spiegazioni, che occorre esaminare.
2.1.
FRODE O TRUCCO
Questo sospetto, avvalorato da casi d’inganno
poi scoperto o confessato, è formalizzato dal «Telefono
antiplagio contro le truffe dei maghi e delle sette» che il 1°
marzo 1995 ha inviato un esposto alla Procura della Repubblica di
Civitavecchia, in cui segnala che non è possibile dimostrare
che non è stato trovato alcun marchingegno all’interno
della scultura, perché se c’è stato uno scambio
di statue potrebbe essere avvenuto prima dell’asportazione
(cioè tra la notte di sabato 4 febbraio e domenica 5 o di
domenica e lunedì), in ogni caso è evidente che
un’eventuale elettrovalvola a telecomando può essere
usata con qualsiasi liquido, sangue compreso. Il giorno dopo (2 marzo
1995) è il presidente del «Coordinamento delle
associazioni per la difesa dell’ambiente e dei diritti degli
utenti e dei consumatori» (Codacons) ad inviare un esposto alla
Procura della Repubblica di Civitavecchia in cui si ritiene che
alcuni soggetti, allo stato non conosciuti, abbiano inteso offendere
la religione cattolica ed abusare della credulità popolare,
ponendo in essere artifici e raggiri per far credere che la statua
della Madonna abbia realmente pianto.
In sintesi, l’accusa
di trucco o frode si sorregge qualora si trovi all’interno
della statua un marchingegno manovrabile elettronicamente
dall’esterno oppure si sostituisca la statua esposta con una
statua così congegnata.
Ambedue le ipotesi del marchingegno
e della sostituzione sono destituite di fondamento.
Infatti la
statua viene consegnata ai Professori Angelo Fiori e Giancarlo Umani
Ronchi con l’incarico di verificare, oltre che la natura del
sangue, la struttura interna della statua (eventuali trucchi o
marchingegni). Orbene, il giorno 24 febbraio 1995 presso l’Istituto
di Radiologia del Policlinico Gemelli il Prof. Maurizio Vincenzoni ha
proceduto ad esame radiologico della statuetta al fine di stabilire
se al suo interno risultino strutture o apparecchiature anomali. Il
risultato è stato del tutto negativo.
La TAC, effettuata al
Gemelli, ha confermato l’inesistenza di qualsiasi
marchingegno.
Le analisi scientifiche effettuate al Gemelli
escludono qualsiasi trucco interno alla statua. Pertanto il Prof.
Umani Ronchi può affermare che «se c’è
trucco vi è solo dall’esterno». Anche il prof.
Fiori, interrogato dalla Commissione, asserisce che un possibile
trucco può essere venuto solo dall’esterno con una
siringa, e aggiunge che tale trucco può essere confermato o
smentito dai testimoni. Inoltre bisogna fare molta attenzione al
fatto che si hanno testimonianze di più lacrimazioni e alle
analisi risulta essere sangue di un solo individuo.
Risulta quindi
del tutto improbabile, anzi moralmente impossibile, che la stessa
persona abbia potuto essere presente e operare il trucco in tutte le
lacrimazioni, dalla prima avvenuta davanti alla bambina all’ultima
costatata in casa del vescovo. Inoltre i testimoni delle varie
lacrimazioni attestano con giuramento che nessuno dall’esterno
abbia potuto iniettare o mettere del sangue sulla statua.
Infine
la Polizia ha perquisito minuziosamente l’abitazione di tutti i
fratelli Gregori e della loro madre, la nicchia e il giardino di
Fabio Gregori, ma non ha trovato nulla che facesse pensare ad un
inganno.
Quanto alla presunta sostituzione di statua, essa è
esclusa dalle foto scattate che documentano trattarsi sempre della
stessa statua dalla caratteristica scheggiatura sul velo all’altezza
della testa dovuta ad una caduta accidentale e da altre screpolature
del gesso. È la conclusione cui perviene il dirigente del
Commissariato di Civitavecchia Luigi Di Maio, che dichiara: Abbiamo
stabilito con assoluta certezza che non ci sono state sostituzioni e
che la statuetta che ha pianto nel giardino di Pantano è
proprio quella che è stata sottoposta ai test dai professori
Fiori e Umani Ronchi, e che ora ha in custodia il vescovo.
2.2.
ALLUCINAZIONE O AUTOSUGGESTIONE
Questa ipotesi è
avanzata dai sociologi Ferrarotti e Statera, che vedono nella
lacrimazione di sangue un sintomo dei periodi «di crisi, di
incertezza e di mancanza di un punto di riferimento» e un
inizio di «psicosi collettive molto pericolose». Anche
Secondin, relativizzando fenomeni similari, mette in guardia dal
«riferire al celeste ciò che invece è problema di
convivenza umana, di giustizia, di legalità che dobbiamo
risolvere noi, come certamente vuole il Signore, anche con fatica e
con mediazioni ».
L’allucinazione è definita un
fenomeno di percezione senza oggetto costatabile da tutti: uno stato
morboso in cui si asserisce di vedere cose non visibili, una forma
esasperata di lucidità immaginifica. Esso è dovuto ad
una fantasia potenziata che scambia per esteriore una percezione
puramente interna. Nel caso della lacrimazione di Civitavecchia
l’oggetto esterno, il sangue, è reale tanto da poter
essere raccolto e analizzato chimicamente. Al massimo la possibilità
di allucinazione o autosuggestione (= un contenuto di coscienza
sganciato dalla realtà) sarebbe quella di vedere il movimento
del sangue anche se esso non esistesse. Tuttavia questa possibilità
è esclusa dal susseguirsi delle fotografie che documentano un
cammino progressivo del sangue.
L’ipotesi
dell’autosuggestione varrebbe qualora si trattasse di visioni
interiori non riscontrabili all’esterno. Non è il caso
di Civitavecchia dove il liquido non solo è stato visto
discendere dagli occhi della statuetta, ma anche è stato
raccolto per conto del vescovo e poi della polizia ed esaminato in
laboratorio da esperti. I professori Angelo Fiori e Giancarlo Umani
Ronchi hanno dichiarato:
Il risultato dell’indagine da noi
eseguita consente di affermare che il sangue umano riscontrato sul
volto e sul collo della statua appartiene ad un uomo (XY)... Le
tracce di appartenenza ematica riscontrate sul volto e sul collo
della statua della Madonna sottoposte al nostro esame sono risultate
tracce di sangue umano maschile. Identiche sono le conclusioni del
dott. Aldo Spinella, eseguite per incarico del Pubblico Ministero
Antonio F. Larosa; la relazione del 30.5.1995 parla di sostanze
ematiche umane trovate sulla statua e appartenenti ad individuo di
sesso maschile.
2.3. TELECINESI O FENOMENO SIMILARE DI
PARAPSICOLOGIA
Per spiegare le lacrimazioni di Civitavecchia
qualcuno è ricorso alla proiezione di sangue da parte di
persona particolarmente dotata, come sarebbe il caso di qualche
santone o sciamano. Per mons. Vito Roberti, vescovo emerito di
Caserta, riferendosi all’esperienza di proiezione di sangue di
Teresa Musco (che sarebbe risultato un caso patologico), ritiene che
lo stesso si debba dire di casi analoghi quando si pensa che gli
scienziati asseriscono che del corpo umano si conosce a fondo solo
una parte, che c’è il fenomeno dei cosiddetti sensitivi,
la pranoterapia, i veri e autentici maghi e quanto si viene a sapere
apprendendo credenze, usi e costumi di popoli orientali. Orbene la
possibilità di una proiezione di sangue a distanza non è
ammessa dagli specialisti consultati. Lo psicologo la ritiene
assurda. I dottori Fiori e Umani Ronchi, pur dichiarando di non
essere competenti al riguardo, fanno capire che la proiezione di
sangue non rientra nella scienza. In questo campo mi limito a citare
due autorevoli testimonianze.
La prima è di J. Beloff, già
presidente dell’Associazione parapsicologica internazionale, il
quale riconosce: Per di più, il fatto che fino a ora nessuno
degli esperimenti parapsicologici possa essere riprodotto in maniera
attendibile per averne una conferma oggettiva e che i fenomeni si
prestino facilmente alla simulazione (tanto che molte cose sostenute
in passato sono poi risultate false), non fa che aumentare i sospetti
e ritardare il riconoscimento » Sulla stessa lunghezza d’onda
si pone M. Blanc, che afferma: «Ora in tutte le esperienze
presentate come più probanti della parapsicologia, il dubbio
non può essere tolto», per cui la parapsicologia resta
ai margini della scienza ufficiale. E cita il giudizio del premio
Nobel, Alfred Kastler (1978), che non ritiene finora dimostrata la
telecinesi.
Non si deve quindi addebitare agli scienziati
l’affermazione che il corpo umano può proiettare sangue
a distanza, perché questo fenomeno rientrerebbe al massimo
nella parapsicologia, cui gli scienziati sono ben lontani dal
riconoscere un carattere scientifico. Né si deve confondere le
acque richiamandosi al «fenomeno dei cosiddetti sensitivi»
e alla «pranoterapia», che indicano fenomeni di
premonizione o chiaroveggenza e di fluido benefico comunicato
attraverso le mani... Ma tutto questo non ha nulla da vedere con il
fenomeno della telecinesi che interessa il nostro caso. Quanto
all’esistenza di «veri e autentici maghi» e a
«credenze, usi e costumi di popoli orientali», incombe a
chi ne parla con buona dose di credulità l’onere di
apportare fatti scientificamente irrefutabili.
Del resto la
proiezione a distanza risulta impraticabile per Civitavecchia perché
si dovrebbe supporre la presenza di questa persona in tutte le
lacrimazioni avvenute in casa Gregori e poi in quella del vescovo.
Ciò appare del tutto inverificabile e inverosimile.
2.4.
FATTO UMANAMENTE INSPIEGABILE (OPERA DEL DEMONIO O
MIRACOLO?)
Scartate le ipotesi di frode, di allucinazione e di
telecinesi, rimane la dichiarazione che si tratta di un fatto
umanamente inspiegabile.
«Scientificamente non posso
spiegarlo» - ha affermato Umani Ronchi (9.3.1996). È la
conclusione anche dello psicologo: È il mistero, il miracolo.
È un fatto umanamente inspiegabile. Credo (con prudenza)
all’irruzione del soprannaturale. [...] Consta l’autenticità
e l’inspiegabilità del fatto (20.1.1996). Don Pablo
parla di «fatto soprannaturale», mentre il vescovo
afferma prudenzialmente :
... non riesco tuttora a spiegarmi - a
meno che la scienza non mi dimostri il contrario - come razionalmente
sia potuto accadere quanto è accaduto nelle mie mani e sotto i
miei occhi, in piena coscienza (7.6.1995).
Indagando ulteriormente
si avanzano due possibilità di giungere all’autore di un
fatto umanamente inspiegabile: il demonio o Dio.
Orbene, l’opera
diabolica è scartata dagli esorcisti, che hanno escluso dalla
lacrimazione della Madonnina di Civitavecchia «un’origine
preternaturale o demoniaca del fatto». Il vescovo stesso,
quando gli fu portata la statuina il 10 febbraio, la sottopose ad un
breve rituale esorcistico accertando l’assenza di presenza
diabolica. Don Gabriele Amorth non ha dubbi in proposito:
Escludo
nella maniera più assoluta che si tratti di un inganno del
demonio, in questo caso gli elementi sarebbero stati molto diversi.
Penso invece che ci si trovi davvero davanti a un miracolo. Rimane il
ricorso a Dio che opera il miracolo. L’argomento merita
un’accurata ed aggiornata riflessione teologica. Si sa infatti
che l’uomo d’oggi si trova in difficoltà di fronte
al miracolo, a causa della sua radicale situazione d’immanenza
nel mondo e di autonomia che non ammette agenti esterni a sé e
al cosmo. Se un fenomeno è inspiegabile dipende dal fatto che
non ne conosciamo la causa. Secondo la concezione moderna, il
miracolo non è concepito come una deroga all’ordine
della creazione (che del resto è incluso in quello della
storia della salvezza), che Dio stabilirebbe per poi trasgredirlo e
umiliarlo, ma piuttosto come suo potenziamento. Più che
rottura delle leggi naturali il miracolo è liberazione
dell’universo fisico dai limiti cui è normalmente
sottomesso perché possa inserirsi meglio in un ordine
superiore e totale. Il miracolo è legato alla protologia e
all’escatologia: è ritorno all’Eden di una
creazione non inquinata ed è prolepsi della terra nuova in cui
abita la giustizia (2Pt 3,13). Anzi per E. Drewermann il miracolo non
consiste nella rottura dell’ordine dell’universo, «nella
violazione o sospensione di determinate leggi della natura», ma
si fonda sul «sentimento di unione e di unità con tutta
la realtà».
Le scienze naturali sono coscienti di
offrire una descrizione dei fenomeni o «solo un modello del
mondo», ma non una spiegazione rigorosamente causale (data
l’indeterminatezza di alcuni processi microfisici della
meccanica quantistica). Non attribuisce più alle leggi della
natura «quella inviolabilità che spetta solo alle regole
logiche o matematiche».
Al di là di queste
precisazioni sul piano fisico, il miracolo è definito un
prodigio religioso che esprime nell’ordine cosmico un
intervento speciale e gratuito del Dio di potenza e di amore, il
quale indirizza agli uomini un segno della sua venuta nel mondo,
della sua parola di salvezza.
Questa definizione colloca il
miracolo non in ambiente profano e tanto meno in laboratorio, ma in
contesto chiaramente religioso, cioè in «una somma di
circostanze che conferiscono al prodigio una struttura, almeno in
apparenza, di segno divino». Il miracolo acquista significato
non come fenomeno isolato, ma all’interno della storia della
salvezza, nella quale Dio dialoga e agisce a favore dell’uomo,
e, in essa, in una vita di preghiera umile e fiduciosa come segno
speciale e gratuito della divina benevolenza. Non bisogna pertanto
dividere il fenomeno fisico dal suo significato religioso.
Ora a
Civitavecchia non si può trascurare il fatto che le
lacrimazioni sono avvenute in una famiglia molto religiosa e bene
inserita nella parrocchia, e nel contesto della preghiera. Così
pure il vescovo e familiari hanno costatato le lacrime di sangue
durante la preghiera. Le loro interpretazioni sono state di ordine
religioso a livello personale o più ampio. Il movimento che si
è creato intorno alla Madonnina, al di là delle
inevitabili speculazioni da parte di qualcuno, è
sostanzialmente cristiano: si esprime nella preghiera, nella
conversione, nei sacramenti della riconciliazione e dell’eucaristia,
talvolta in grazie di guarigioni...
3. SIGNIFICATO
TEOLOGICO
Secondo la dottrina biblica ricordata, il fenomeno della
lacrimazione di sangue avvenuto a Civitavecchia deve essere
sottoposto a discernimento perché riveli il suo significato
salvifico ed ecclesiale.
Trattandosi di un segno o evento non
illuminato da una parola esplicita, esso si presta ad una varietà
di interpretazioni. Ne raccogliamo le principali avanzate da parte
dei testimoni e dei teologi che hanno scritto sull’argomento.
3.1.
SIGNIFICATO MARIOLOGICO IN CONTINUITÀ CON LE
PRECEDENTI
MARIOFANIE: Maria piange per i peccati e i mali del
mondo, soprattutto per il versamento di sangue innocente, e invita
alla conversione.
Questo significato è chiaramente espresso
dal vescovo mons. Girolamo Grillo, che interpreta in chiave
personale, ma poi vede nel fenomeno costatato in prima persona una
protesta contro i mali morali del mondo (soprattutto spargimento di
sangue) e della Chiesa (sbandamenti e ribellioni). Egli ha cura di
interpretare in continuità con i precedenti interventi di
Maria a Lourdes, Fatima, La Salette, Siracusa:
Ho chiesto subito
alla Madonna la mia conversione e il rafforzamento della mia fede,
mentre non ho mancato di chiedere perdono di tutti i miei peccati.
In
pari tempo, si è rafforzata in me la convinzione che la
Madonna non sia contenta soprattutto per il sangue innocente che
scorre nel mondo (aborti, piccoli innocenti uccisi, carneficine delle
guerre), per i gravi disordini morali esistenti nel mondo e in
particolare in Italia, nonché per la persistente visione
ateistica imperante anche dopo la caduta del comunismo, ed infine per
gli sbandamenti esistenti tuttora in seno alla Chiesa con più
o meno malcelate ribellioni al Papa e alla Gerarchia.
La Madonna,
ancora una volta come a Lourdes, a Fatima, a La Salette e a Siracusa,
grida ai suoi figli: «Convertitevi e credete al vangelo,
facendo penitenza» (7.6.1995).
Il 10 aprile, nella veglia di
preghiera, il vescovo aggiunge rivolto a Maria:
Grazie, o Maria,
per aver dato proprio a me personalmente, forse perché
incredulo, quello stesso segno che tu desti al primo vescovo di Città
del Messico il 12 dicembre 1531 [...]. Grazie, Maria, e perdonami -
te lo chiedo dinanzi a tutti - se non avevo creduto; anche se su
tutto dovrà un giorno pronunciarsi la Chiesa.
Il 17 giugno
1995, in occasione del ritorno della Madonnina nella parrocchia di S.
Agostino, il vescovo specifica maggiormente la sua
interpretazione:
Sinceramente mi auguro che, qualunque possa
essere domani la posizione della Chiesa sulla vicenda della
lacrimazione, da Civitavecchia si parta come un grido per tutto il
mondo: asciughiamo le lacrime della Madonna, le lacrime che Ella
versa per il «mysterium iniquitatis» che purtroppo regna
nel mondo e che ha i suoi influssi nefasti nella vita della Chiesa e
della società civile, nella famiglia, nella scuola, nelle
istituzioni.
O Maria, vogliamo asciugare le tue lacrime per le
violenze, per le turpitudini, per le corruzioni a tutti i livelli,
per la corsa cieca verso la soppressione con la brutalità su
tutta la terra, a motivo soprattutto di nuove armi, per la scomparsa
della coscienza del peccato, per i milioni di uomini spazzati dalla
carneficina delle guerre e degli aborti.
Pur senza porre la
lacrimazione di Civitavecchia nel contesto delle precedenti
apparizioni o interventi mariani, sia il parroco Don Pablo Martín,
sia i coniugi Gregori insistono sul pianto della Madonna per i
peccati del mondo. Il primo, all’indomani della lacrimazione
scrive al vescovo di aver detto alla gente che la cosa importante era
saper cogliere «il messaggio» per noi, senza parole, ma
molto eloquente, dal momento che «non cade foglia che Dio non
voglia». Ho aggiunto che, davanti allo stato di peccato del
mondo in cui viviamo, «se questi tacciono, grideranno le
pietre», e le pietre così gridano. [...] Certo, non
posso non vedere un nesso con la solenne consacrazione che tutta la
parrocchia ha fatto a Maria il 27 novembre scorso, con più di
cento firme. Se Dio ci prende sul serio...
Questa via mariologica
si presenta particolarmente valida, poiché non è
possibile porre incoerenze nelle apparizioni di Maria. Al contrario
Civitavecchia mostra la continuità, pur con aspetti nuovi, del
medesimo messaggio veicolato nei precedenti interventi mariani.
Nelle
mariofanie dei secoli XIX e XX, la Vergine ha rivelato una profonda
umanità, delicatezza e partecipazione psicologica alle sorti
del mondo. In lei non è assente talvolta il sorriso. Tuttavia
una più netta espressione di serietà, dolore, tristezza
e perfino di pianto predomina sul volto di Maria nell’arco
delle sue apparizioni. Caterina Labouré testimonia che nelle
apparizioni del 1830 «la Vergine santa era sempre triste...
aveva le lacrime agli occhi dicendomi questo». A La Salette nel
1846 la Madonna appare in lacrime e rivela il suo messaggio senza
cessare di piangere: «Da quanto soffro per voi!». A
Lourdes nel 1858 l’Immacolata mostra un volto triste quando
chiede a Bernadette di baciare la terra in penitenza per i peccatori.
Anche a Fatima nel 1917 la Madonna assume un aspetto triste,
soprattutto nell’ultima apparizione alle parole: «Bisogna
che i peccatori si correggano, domandino perdono dei loro peccati e
non offendano più Dio nostro Signore, che è già
molto offeso». Soltanto a Beauring nel 1932 Maria non appare
triste né piangente; a Siracusa nel 1953 non fa altro che
piangere.
Il primo significato delle lacrimazioni di Civitavecchia
si coglie pertanto in continuità con queste precedenti
manifestazioni mariane. Philippe Séveau, in una tesi difesa al
Marianum, asserisce riguardo al pianto della Madonnina di Siracusa,
riassumendo altri autori:
Maria ha parlato tante volte invitandoci
alla penitenza, alla conversione del cuore: ora ella piange. Le sue
lacrime sono un messaggio, e insistiamo su questo punto, un messaggio
rivolto agli uomini del nostro tempo. Il suo pianto è la
continuazione del messaggio materno di Maria che chiama gli uomini
alla penitenza e alla conversione.[...] A Siracusa, Maria ha parlato
senza parlare. A differenza degli altri messaggi tanto luminosi come
quelli di Lourdes e Fatima, questa volta Maria ha taciuto
completamente. Ma nessuna parola poteva superare l’eloquenza
del suo silenzio unito al pianto. Nessuna sollecitudine, per chi sa
capire con intelligenza d’amore, può superare le sue
mute lacrime. Quando una madre vede respinti ostinatamente i suoi
ammonimenti, quando vede i suoi figli ingannati incamminarsi verso la
rovina perché non credono più in lei, ella trasforma il
suo linguaggio in pianti che sono la più vibrante espressione
del suo amore, la denuncia della impotenza in cui l’hanno
ridotta, la resistenza dei suoi figli, il riflesso quasi sperimentale
e il ricordo del male dove sono orientati.
Lette in riferimento
alle recenti mariofanie, le lacrime della Madonnina di Civitavecchia,
questa volta di sangue, appaiono come l’ultima parola di un
discorso precedentemente pronunciato. È un muto, silenzioso,
ma tragico riassunto dei messaggi già consegnati dalla Madre
di Gesù agli umili veggenti da lei prescelti. Dopo le parole
ammonitrici, il pianto di lacrime normali, ora addirittura la
lacrimazione di sangue... Che cosa altro poteva aggiungere Maria per
scuotere le coscienze addormentate? 3.2. SIGNIFICATO CRISTOLOGICO:
Maria piange per lo stesso motivo che spinse Cristo a piangere e a
sudare sangue. François Mauriac, riflettendo sul significato
della Vergine piangente a La Salette, percepisce un necessario legame
con il pianto del Signore:
Le lacrime della Madonna ci fanno
cadere in ginocchio di fronte allo stesso mistero, che è
rappresentato dalle lacrime del Signore: il mistero dell’Essere
increato che si fa impotente dinanzi alla sua creatura; l’amore
infinito, che accetta di essere disarmato... Gesù piange e la
Madonna piange su coloro che lo conoscono e non l’hanno
ricevuto; sui fedeli, sia preti che laici. Oserei dire sui fedeli
infedeli. Piange su noi che abbiamo visto i miracoli, non i miracoli
di Cafarnao e di Betsaida, ma le meraviglie della Grazia in noi, su
di noi, che tante volte e in tanti modi, nel corso delle nostre
povere vite tormentate, abbiamo avuto la ventura di conoscere quanto
il Signore è soave. Eppure quante volte abbiamo rifiutato la
luce!. Dobbiamo osservare che il riferimento a Gesù, al suo
pianto e al suo sudore di sangue appare appena accennato e comunque
poco valorizzato nell’interpretazione del fenomeno di
Civitavecchia, a scapito di un aspetto essenziale del medesimo. È
stato riferito che il card. J. Ratzinger abbia dichiarato
«interessante » il risultato dell’esame
ematologico: sangue maschile, a motivo del riferimento cristologico.
Infatti se Maria non può essere compresa staccata da Gesù,
che rappresenta il principio del suo essere e della sua missione
nella storia della salvezza, anche le manifestazioni mariane non
possono essere capite che in prospettiva cristologica. In realtà
«nella Vergine Maria tutto è relativo a Cristo e tutto
da lui dipende» (MC 25).
Le lacrime di Maria a Civitavecchia
devono essere considerate sullo sfondo del pianto di Gesù su
Gerusalemme e delle lacrime versate nel Getsemani nel contesto della
sudorazione di sangue. In tal modo esse appaiono riflesso e
continuazione di tale pianto, assumendo una dimensione cristologica
altamente significativa. Il Nuovo Testamento riferisce tre
circostanze in cui Gesù si è espresso con le lacrime,
in un crescendo di intensità. Ha pianto con vero sussulto
davanti alla tomba dell’amico Lazzaro (Gv 11, 35), con profonda
emozione o «veemente pathos» alla vista di Gerusalemme
(Lc 19, 41) e infine «con forti grida e lacrime» durante
la sua passione (Eb 5, 7). Un pianto di amicizia, un pianto
d’impotenza, un pianto di supplica. Al nostro scopo serve
cogliere il motivo profondo della lacrimazione di Gesù su
Gerusalemme e della sua sudorazione di sangue.
L’entrata
trionfale di Gesù nella città santa tra l’acclamazione
irrefrenabile del popolo (Lc 19, 36-40) è un momento saturo di
commozione: per la prima volta, secondo Luca, Gesù rivede
Gerusalemme dopo la sua infanzia. È un momento caratterizzato
da contrasti: acclamazioni gioiose della folla e pianto di Gesù,
alla vista della città nel suo splendore e alla previsione
della sua rovina totale. Gerusalemme, città della pace,
rifiuta la via della pace! Visitata da Dio, si sottrae ai benefici di
questa visita! Motivo diretto del pianto di Gesù è
l’infedeltà di Gerusalemme e la sua futura rovina. Ma la
ragione più profonda è la misteriosa e ineluttabile
concatenazione di necessità storiche e di libere
responsabilità sociali che condanna la città al rigetto
del Messia e alla distruzione.
La colpa di Gerusalemme è un
duplice peccato di omissione. Innanzitutto, la città non ha
compreso la via della «pace», cioè dell’insieme
dei beni messianici, della salvezza piena e totale (cf. Is 57, 19;
66, 12; Ger 33, 6). Tale via verso la pace e la salvezza non è
altro che la conversione tante volte proposta. Gerusalemme non l’ha
accettata, si è chiusa ostinatamente in una cecità
spirituale che le impedisce di accogliere l’ultima offerta di
salvezza.
Inoltre, la città non ha riconosciuto il tempo
della sua visita, in quanto non ha colto il momento decisivo della
salvezza offerta dalla venuta regale di Gesù. Invece di
accoglierlo come Messia, gli abitanti di Gerusalemme «hanno
sempre caparbiamente respinto gli inviti alla penitenza». Di
fronte a questa chiusura e rifiuto, Gesù reagisce con un
pianto d’impotenza e con l’annuncio della sorte tremenda
di Gerusalemme. Con tono profetico, sulla scia di tanti altri servi
di Dio, Gesù annuncia la sventura, che si poteva evitare con
la conversione, ma ormai ineluttabile e incombente. La visita di
benedizione, legata al riconoscimento della regalità di Gesù,
si tramuterà in visita di castigo. In base a questa
prospettiva cristologica, le lacrime di Maria rivelano la sua
umanità, che non rimane indifferente di fronte alle sorti del
mondo, ma anche la sua impotenza di fronte al gioco della libertà
e responsabilità degli uomini, che si chiudono alla salvezza e
alla pace messianica offerta da Cristo. Maria piange, come ha fatto
Gesù, per lanciare alla società un ultimo monito a non
rifiutare il regno di Dio e a non respingere ostinatamente il
messaggio evangelico. Il suo è un pianto estremamente serio,
pregno di tristi presagi, un richiamo a non respingere gli inviti
divini onde non incorrere nella rovina. La scelta del sangue maschile
al posto delle normali lacrime costituisce un fatto insolito e
paradossale, il cui scopo è di colpire l’intelligenza
umana perché rifletta e trovi una soluzione a livello più
profondo. La domanda «perché Maria ha scelto il segno
del sangue maschile?» può e deve ricevere una risposta
in senso cristologico. La Madre di Gesù ha compiuto questa
scelta per attirare l’attenzione sul sangue versato dal Figlio
durante la passione.
I vangeli, che attribuiscono un ampio
spazio e la massima importanza al racconto della passione di Gesù,
non mancano di recensire le sue varie effusioni di sangue.
Nell’agonia del Getsemani Gesù sperimenta il fenomeno
dell’ematidrosi, segno di soverchiante sofferenza psichica: «Il
suo sudore diventò come gocce di sangue che cadevano a terra»
(Lc 22,44). Viene poi flagellato e incoronato di spine (Mc 15,15-17),
eventi che comportano sanguinazioni sulle spalle e sul cuoio
capelluto. Così pure le semplici parole «lo
crocifissero» (Lc 23,33) implicano il terribile supplizio della
penetrazione dei chiodi nelle mani e nei piedi di Gesù, con
conseguente abbondante fuoruscita di sangue. La percussione con la
lancia nel fianco di Gesù morto causa l’effusione di
sangue annacquato, puntualmente riferito da Giovanni : «Subito
uscì dal fianco sangue e acqua» (Gv 19,34) Nello stesso
tempo Maria sensibilizza il mondo circa il valore redentivo del
sangue del Figlio, in sintonia con la voce unanime del Nuovo
Testamento: «Foste liberati [...] con il sangue prezioso di
Cristo» (1Pt 1,19 ; cf. At 20,28; Ef 1,7; Rm 5,9; Eb 13,12; 1Gv
1,7; Ap 1,5). La comunione con il sangue di Cristo si realizza nel
sacramento dell’eucaristia, come ricorda Paolo ammonendo a
lasciare ogni patteggiamento con l’idolatria: «Il calice
della benedizione che noi benediciamo, non è forse comunione
con il sangue di Cristo?» (1Cor 10,16).
Maria si mostra
così, come lo è nella sua realtà teologica
profonda, completamente relazionale a Cristo e alla sua opera di
salvezza. Nella guttazione sanguigna ella offre una memoria della
passione del Signore, così come a livello sacramentale lo è
l’Eucaristia cui rimanda, e interpella a non rendere vano il
sangue di Cristo versato per noi.
Nelle raffigurazioni
iconografiche Maria mostra a Gesù il petto da cui ha succhiato
il latte per implorare la sua misericordia sugli uomini colpevoli. A
Civitavecchia ella, nel segno delle lacrime, indica ai suoi figli il
sangue del Figlio e li impressiona fortemente per spingerli con
supremo monito a vivere da redenti in comunione autentica con il
Salvatore.
In quest’ottica le lacrime di Maria evocano la
sua impotenza di fronte alla libertà umana che può
chiudersi alla visita di Dio e costituiscono un grido ammonitore a
non giocare sull’orlo dell’abisso. Soprattutto Maria
piange dietro al Figlio che porta la croce e dinanzi a lui crocifisso
che versa il suo sangue per la salvezza degli uomini. Ogni ulteriore
pianto di Maria è da interpretare come continuazione delle
lacrime sparse sul Calvario in comunione con Gesù
redentore.
3.3. SIGNIFICATO TRINITARIO: Maria piange per
manifestare la sua misteriosa sofferenza e quella ineffabile di Dio
Padre, Figlio e Spirito santo.
A Civitavecchia, come già a
La Salette e a Siracusa, non si possono evitare le domande incalzanti
circa un problema teologico da risolvere: Come si spiega il fatto che
Maria pur essendo glorificata, in una condizione in cui Dio «tergerà
ogni lacrima dai loro occhi e non ci sarà più la morte,
né lutto, né lamento, né affanno» (Ap 21,
4), si è mostrata piangente? Come si spiega ciò che
Léon Bloy ha chiamato una «beatitudine supplicante e
piangente?» Sono lacrime metaforiche, reali o mistiche? Come
interpretare il simbolismo del pianto? 3.3.1. Il pianto di Maria
glorificata. Occorre scartare senz’altro che si tratti di
lacrime metaforiche, cioè di un puro simbolo esteriore senza
nessun riferimento alla situazione della persona cui le lacrime sono
attribuite: si avrebbe un caso patente di inganno o di
esteriorità.
Neppure si possono attribuire a Maria lacrime
di sofferenza come quelle da lei versate durante la sua vita terrena:
sarebbero incompatibili con la condizione di felicità propria
della vita eterna. In genere si crede plausibile la spiegazione che
parla di lacrime mistiche, come ripercussione delle sofferenze della
Chiesa sul cuore di Maria, madre dei fedeli. Si tratterebbe in questo
caso di un condensato dei dolori sofferti dalla Madre di Gesù
e del ricordo attualizzato del dramma del suo martirio. Ella potrebbe
esprimersi al presente «perché i suoi dolori, fissati in
meriti, hanno un valore permanente che le permette un lamento sempre
attuale».
Oggi gli sviluppi dell’escatologia possono
offrire delle piste per l’interpretazione più autentica
del simbolo del pianto. Un’impassibilità circa tutto
quanto avviene nella Chiesa e nel mondo non sembra da attribuire a
persone in cui la gloria ha perfezionato l’amore e la
compartecipazione alla situazione del prossimo. Partendo dal testo
dell’Apocalisse (6, 3 ss.), che descrive la situazione di
attesa delle anime dei martiri, espressa con il tema antropomorfico
dell’impazienza, Candido Pozo afferma: Teologicamente, è
assai interessante che l’impazienza non venga messa in
relazione con qualche cosa che manca personalmente alle anime dei
beati, bensì con lo sviluppo della storia della Chiesa: la
vendetta del sangue versato dai martiri per il trionfo definitivo
della Chiesa. Tutto questo fa pensare che, accanto alla visione
beatifica che è estasi e attraverso la quale non si potrebbe
spiegare una percezione della durata, esista, nelle anime dei beati,
un altro piano di coscienza, attraverso il quale essi partecipano
allo sviluppo successivo della storia della Chiesa.
Secondo questa
prospettiva si può distinguere nei beati, e in particolare in
Maria glorificata anche corporalmente, una percezione psicologica
della storia ecclesiale e un sentimento di dolore, non univoco a
quello del tempo terreno, ma reale e coesistente su un piano diverso
di coscienza, con la gioia della contemplazione e comunione con il
Signore.
Del resto i teologi concordano con H. de Lubac nel
ritenere che il passaggio dell’escatologia intermedia a quella
finale conferisce ai beati una maggiore felicità e un più
intimo possesso di Dio, in quanto esso fa superare una duplice
separazione: dal proprio corpo attraverso la resurrezione corporale,
e dalla pienezza del corpo mistico di Cristo, che avverrà solo
quando sarà completo il numero dei beati. Questa seconda
separazione non permette a Maria quella gioia totale, che avverrà
quando Dio sarà tutto in tutti (1Cor 15,28). La lacrimazione
indicherebbe un suo stato misterioso ma reale, di sofferenza o
incompletezza, coesistente con il gaudio divino che la inonda ad un
livello superiore. In questa prospettiva assumono un particolare
rilievo le opportune precisazioni di Pio XII, che scorge in Maria
glorificata una persona felice, ma non indifferente alla situazione
dei suoi figli ancora pellegrinanti:
Senza dubbio Maria è
in cielo eternamente felice e non soffre dolore né mestizia;
ma Ella non vi rimane insensibile ché anzi nutre sempre amore
e pietà per il misero genere umano, cui fu data per Madre,
allorché dolorosa e lacrimante sostava ai piedi della Croce,
ove era affisso il Figliuolo.
3.3.2. Maria icona del misterioso
dolore di Dio-Trinità. Poiché Maria interviene nella
storia umana per mandato di Dio, le mariofanie rientrano nel piano
divino di salvezza e rispecchiano in ultima analisi il volere e il
volto della Trinità. Le lacrime di Maria rimandano a Dio
stesso e al problema della sua impassibilità. Pur tenendosi a
distanza dai patripassiani, che negando la trinità delle
persone divine sostenevano che in Cristo ha sofferto il Padre (Noeto
di Smirne, fine II sec.), oggi la teologia rifugge da un’«immagine
apatica di Dio», che fa di lui un essere impassibile di fronte
agli eventi del mondo.
Abraham Heschel ci riconduce al Dio biblico
pieno di pathos, che prende sul serio l’uomo e vibra d’amore,
di tenerezza e di gelosia per il popolo con il quale ha stabilito una
relazione viva d’alleanza. Anzi alcuni teologi si spingono
sulla scia del calvinista giapponese K. Kitamori e parlano del
«dolore di Dio», cioè del coinvolgimento di Dio
nel dramma della croce. Su questa scia J. Moltmann assume
intenzionalmente la teopatia come avvolgente capacità di Dio
di soffrire, inclusa nell’amore misericordioso costitutivo
dell’essere divino: «Egli soffre perché ama
ardentemente il suo popolo». Soprattutto dopo Auschwitz è
blasfemo parlare di un Dio indifferente. Moltmann precisa, in senso
antipatripassiano, che se «il Padre soffre la morte del
Figlio», tuttavia «il dolore del Padre non coincide con
la sofferenza del Figlio, ma risponde appunto a quella sofferenza».
Infine il teologo scorge nella Pietà l’icona della
compassione del Padre:
Spesso l’elemento femminile del
dolore di Dio è stato raffigurato nell’immagine della
Pietà, della Madre affranta con il Figlio morto in grembo. Ma
il dolore di Maria non è forse il riflesso umano e l’inizio
della partecipazione cristiana alla pena che il Padre divino prova
per la morte del Figlio?.
Da parte sua, Gianni Baget Bozzo collega
esplicitamente il pianto di Maria a Civitavecchia con la sofferenza
del Padre: Per un cattolico, il miracolo delle lacrime è
credibile. Esso tocca un tema così sensibile nel pensiero
cristiano contemporaneo come il dolore di Dio. [...] La Madonna [...]
è stata anche il mezzo per esprimere il dolore del Padre nella
croce del Figlio. Vi sono immagini del Cristo morto, delle Pietà,
in cui il Padre ha in braccio il Cristo morto, come nelle Pietà
mariane. Il dolore della Madre esprime il dolore del Padre.
In
tale prospettiva Maria diviene una teofania del «dolore»
del Dio trinitario, che nel suo amore misericordioso «soffre in
se stesso, al proprio interno, la sventura del mondo intero».
La sofferenza di Maria e le sue lacrime rivelano il pathos del Padre,
nel cui cuore compassionevole ormeggia misteriosamente la sofferenza
di Cristo e della Chiesa. Il segno della lacrimazione di sangue
maschile, Maria richiama la passione di Cristo, l’abisso di
dolore fisico, morale e spirituale da lui sofferto e offerto al Padre
per la salvezza degli uomini. Nel pianto di Maria si avvertono i
gemiti inenarrabili dello Spirito (Rm 8,26) che fanno tutt’uno
con i gemiti della creazione (Rm 8,22-23) fino a che la figliolanza
divina si manifesta in essa.
3.4. SIGNIFICATO
ANTROPOLOGICO:
il pianto di Maria ha dimensioni universali Nella
riflessione sul pianto di Gesù e di Maria non bisogna
dimenticare l’aspetto antropologico, cioè il significato
delle lacrime come espressione umana, che svolge una molteplice
funzione in ordine alla vita individuale e associata. Il fatto che
Maria è una donna del popolo di Israele, che appartiene alla
stirpe di Adamo e al genere umano, cioè è «figlia
di Sion» e «figlia di Adamo», come la chiama il
Concilio Vaticano II (LG 55 e 56), ci premunisce dal pericolo di
staccare la sua persona e le sue espressioni dalla condizione umana e
dalla storia. Giustamente Paolo VI nella Marialis cultus invita ad
adottare l’orientamento antropologico quando si considera la
figura di Maria e il rapporto cultuale con lei, in vista di una
maggiore comprensione e attualizzazione dei valori mariani esemplari
(cf. MC 29, 34-37).
3.4.1. Il simbolo. Una delle acquisizioni
dell’antropologia contemporanea è l’importanza del
simbolo e delle sue funzioni nella vita umana. Trascurare
l’applicazione della simbologia alle lacrime di Maria significa
privarle di significati o contenuti fonda- mentali e cedere ad un
monofisismo soprannaturalistico in cui l’umano è
dissolto e nullificato dal divino.
Per simbolo intendiamo una
forma rappresentativa (immagine, segno, gesto, avvenimento), il cui
valore di significato eccede quello derivante dalla sua esistenza
puramente fenomenica. Esso si distingue dal segno puramente
arbitrario mediante la presenza di ciò che significa,
quantunque non possa annientarsi totalmente a vantaggio del contatto
diretto con il simboleggiato. Questo non è dato fuori dalla
mediazione sensibile. Il simbolo proietta verso una realtà che
esso non permette di raggiungere ma solo di intravedere. Il simbolo
religioso è epifania della realtà inesprimibile del
sacro e messaggio del Trascendente nei riguardi dell’uomo. La
realtà sensibile acquisisce la dignità di rivelazione
esteriore del divino e di tramite per un’esperienza del
sacro.
Le funzioni del simbolo sono riassunte in tre attribuzioni:
«Il simbolo mostra, riunisce e ingiunge». Esso mostra,
cioè rende sensibili i valori astratti (virtù, vizi,
poteri, comunità); riunisce (da sumballo = congiungo) in
quanto ha potere di consenso sui membri del gruppo e ne segnala
l’appartenenza, cioè include o esclude dalla comunità;
ingiunge o prescrive, perché non si contenta di segnalare ma
invita al rispetto della realtà significata. Applicando queste
indicazioni al pianto di Maria occorre innanzitutto mantenere, contro
ogni tentativo di relativizzazione o sfaldamento, la realtà
delle lacrime, quale base significante e mediazione necessaria per
procedere alla ricerca del significato. Ogni tendenza ad attutire la
realtà storica della lacrimazione o a interpretarla
metaforicamente rischia di rompere o rendere opaco il rapporto tra
segno e significato.
Inoltre, quantunque il segno esteriore sia
importante, l’elemento centrale del simbolo è il
significato, cioè il valore cui il segno rimanda. Nel pianto
di Maria bisogna pertanto cercare il valore umano e religioso che
esso intende trasmettere. Esso è per natura sua misterioso e
polivalente, in quanto è epifania del sacro e insieme effetto
di un’attività simbolo-genetica che varia secondo la
cultura e la personalità di chi legge il segno. Comunque il
pianto di Maria, in quanto simbolo religioso, non solo esprime la
realtà soprasensibile del cuore della Vergine di fronte alla
situazione del mondo, ma tende anche a farne avere un’esperienza
da parte di chi lo ricorda e rivive. La polivalenza del simbolo
derivante dall’interpretazione culturale, variante secondo i
contesti, mette in guardia dal pericolo che la migrazione del pianto
di Maria in altre aree, mantenga il segno, ma perda il significato
originario. Si avrebbe in tal caso uno svuotamento del segno, ridotto
a generico tramite di qualsivoglia messaggio. Le attualizzazioni
interpretative devono ottemperare alla legge della fedeltà
dinamica.
Infine, il pianto di Maria, proprio perché
simbolo, ha una triplice funzione: rappresentativa, in quanto esprime
il misterioso stato psicologico della Vergine glorificata circa il
destino umano; unificatrice, in quanto attira il consenso di vari
membri di gruppi sociali, che credendo all’evento formano una
comunità e si distinguono da quanti si escludono con un
atteggiamento indifferente o ostile dalla medesima comunità;
prescrittiva, in quanto impegna concretamente nell’ascolto
attivo del messaggio da esso promanante.
Per stabilire più
precisamente il contenuto del simbolo della lacrimazione, dobbiamo
compiere un altro passo analizzandolo nei suoi elementi
specifici.
3.4.2. Il simbolo delle lacrime. Il pianto è un
simbolo denso di significato nella semplicità del suo segno
espressivo. Il Dizionario dei simboli dà della lacrima questa
suggestiva definizione: «Goccia che si estingue evaporando,
dopo aver testimoniato: simbolo del dolore e dell’intercessione».
Ad
un’analisi più approfondita le lacrime rivelano
molteplici aspetti, funzioni e livelli. Quale fenomeno naturale esse
hanno un carattere fisiologico, psicologico, morale e sociale.
L’approccio antropologico alle lacrime le illumina e conferisce
loro il significato di una forma espressiva fisiologica provocata da
una forte emozione di fronte a un mondo di valori irrimediabilmente
minacciati.
Il pianto segnala il rischio radicale di perdere la
presenza storica di fronte alla fragilità del positivo e
all’immensa potenza del negativo. Occorre pertanto investigare
sul mondo dei valori, religiosi e morali, minacciati, cui fanno
riferimento le lacrime di Maria.
Alla luce della rivelazione
biblica questi valori cristiani fondamentali (vita filiale,
fraternità, libertà, fede, carità, speranza...)
sono assediati o messi in scacco da ciò che la Scrittura
denomina «il peccato del mondo» e che oggi si specificano
nei «cerchi diabolici della morte»: povertà,
potere, discriminazione razziale, inquinamento ecologico, non-senso
della vita e abbandono di Dio.
Dato il carattere sociale del
pianto, che è una forma di linguaggio, bisognerebbe appurare
quale comunicazione le lacrime di Maria vogliano trasmettere. Prima
ancora di veicolare idee, esse tendono a stabilire un rapporto
interpersonale: attirano l’attenzione sulla persona di Maria,
il cui pianto suscita la simpatia, la pietà e la
partecipazione cordiale. Non si puó restare indifferenti di
fronte al segno del pianto di Maria, se pensiamo che ella è
una madre cui siamo legati nell’ordine umano e salvifico. Le
sue lacrime sono una via per giungere alla sua persona, al suo
essere, al suo mondo psicologico, al suo mistero di grazia, al suo
rapporto con Dio e con gli uomini.
L’attenzione alla persona
di Maria ci spinge a collegare il segno della lacrimazione al dolore
sofferto da lei nella sua vita terrena e specialmente sul Calvario.
Il pianto della Madonnina di Civitavecchia va visto senza soluzione
di continuità con la espressioni della Mater dolorosa.
Com’è
noto, il Nuovo Testamento non conosce un pianto di Maria: esso
annuncia che una spada trafiggerà l’anima di lei (Lc
2,35), ma sul Calvario la mostra in atto di stare con le altre donne
e con Giovanni presso la croce di Gesù in un patire interiore
e non espresso (cf. Gv 19, 25-27).
Se l’immagine prevalente
della Mater Dolorosa ha svolto un’opera cristianizzatrice del
costume sociale circa il pianto funebre, c’è da
chiedersi quale funzione ha svolto o può svolgere l’immagine
della Madonna delle lacrime nell’odierno contesto ecclesiale e
nel mondo contemporaneo.
Essa potrebbe ricordare all’uomo
d’oggi la sua precarietà esistenziale, renderlo
consapevole che il dolore e il morire sono consustanziali alla storia
e alla cultura, richiamarlo alla necessità di oltrepassare i
fatti negativi integrandoli in un sistema di valori definitivi qual è
il cristianesimo. Se il dolore esiste e non va negato, ad esso
sopravvive una persona, Maria, che ravviva la speranza che esso sarà
superato pur non restando vano l’atteggiamento di accettazione
sull’esempio di Cristo: le lacrime possono essere beatificate
(cf. Lc 6, 21; Mt 5, 5).
La Madonna delle lacrime può
assurgere a simbolo del pianto dell’umanità e ognuno può
identificarsi con lei, trovando espressione liberatrice e
solidarietà. Tuttavia bisogna guardarsi dal renderla emblema
di rassegnazione: Maria si rifiuta di rendere la terra esclusivamente
«una valle di lacrime, di cui la religione è l’aureola»
(K. Marx), perché il suo è un grido profetico invitante
alla conversione e all’attuazione della regalità di Gesù
nel mondo.
Il pianto di Maria ha una valenza positiva, in quanto è
un allarme che interpella all'assunzione delle proprie responsabilità
onde sconfiggere un destino altrimenti rovinoso e inesorabile. È
una profezia tendente a cambiare il mondo e a rovesciare le ingiuste
situazioni di oppressione e di incoerenza contrastanti con il piano
programmato per gli uomini dal Dio della comunione e della
fraternità. È uno squarcio di speranza nel chiuso cielo
mediterraneo e mondiale, che apre orizzonti di eternità sul
quotidiano e banale fluire del tempo. È un’offerta di
misericordia e di salvezza, che non mantiene curvi sulle
preoccupazioni individualistiche, ma solleva lo spirito verso visioni
più ampie e solidali. Noi oggi, nella memoria attualizzante
delle lacrime di Maria, mentre ci dissociamo da quelle che si
abbassano a simbolo di una svenevole devozione, chiediamo a Dio per
mezzo di lei il dono delle lacrime per effondere pienamente il nostro
cuore a lui (cf. Sal 42, 5; 62, 9; Lam 2,19), imploriamo la
comprensione dei significati insiti nelle lacrimazioni di
Civitavecchia e l’impegno personale perché la triste
situazione densa di negatività che ha suscitato il suo
intervento profetico si evolva nella linea che risponde alle attese
del suo Cuore materno e ai desideri di Cristo suo Figlio.
RILIEVI
CONCLUSIVI
Concludo questa disamina degli eventi di
Civitavecchia con l’esclamazione di chi si trova di fronte ad
un intervento straordinario di Dio nella storia: «Qui c’è
il dito di Dio» (cf. Lc 11,20). Dio ha scelto una piccola
diocesi, alle porte di Roma e nel cuore dell’Italia, per
pronunciare mediante la guttazione di sangue della Madonnina una
parola di salvezza. E ha voluto che tutto partisse non già da
un tempio dedicato al culto divino, ma da un’edicola posta nel
giardino di una famiglia per indicare che proprio dai focolari
domestici, oggi tanto minacciati da separazioni, divorzi e aborti,
deve cominciare la terapia della società e il rinnovamento
della Chiesa.
Il succedersi dei fatti non lascia adito ad altre
interpretazioni al di fuori di un fenomeno umanamente inspiegabile ma
di natura religiosa che rimanda alla Madre di Gesù,
raffigurata nella statuetta, e in ultima analisi al suo e nostro Dio
unitrino. Non si giunge al soprannaturale solo per esclusione delle
altre ipotesi possibili, ma anche per ragioni positive. Il segno
infatti è posto in ambiente profondamente cristiano, cioè
in una famiglia inserita nella parrocchia e nella casa stessa del
vescovo diocesano, anzi nel contesto di preghiera e di devota
comunione con la Madre del Signore. Inoltre i frutti di grazia sono
presenti in abbondanza, come testimoniano i parroci che si sono
susseguiti nella parrocchia di S.Agostino. E il senso dei fedeli
intuisce e considera scontato, prima ancora degli esami scientifici,
che non è la statua a piangere sangue ma la Madonna attraverso
la sua raffigurazione.
Infine la lettura di tale segno in
quadruplice prospettiva: mariologica, cristologica, trinitaria,
antropologica, mostrano le lacrime di Civitavecchia come l’ultima
parola del discorso di conversione avanzato dalle precedenti
mariofanie, il richiamo al pericolo di rovina derivante dalla
chiusura dinanzi alla visita del Messia e la proclamazione
dell’importanza salvifico del sangue del Redentore.
Le
lacrime di Maria, che esprimono una situazione storica
insopportabile, assurgono a simbolo toccante dello status glorioso
coesistente con la «sofferenza» dei santi in attesa della
glorificazione escatologica della Chiesa pellegrinante. Esse, infine,
introducono alla comprensione della misteriosa vulnerabilità o
sofferenza del Dio misericordioso e compassionevole di fronte ai mali
del mondo.
Si tratta di una parola ammonitrice, impressionante,
eloquente mediante il duplice segno delle lacrime e del sangue. Come
le altre mariofanie, quella di Civitavecchia presenta un carattere di
profezia e proietta verso il futuro, che incombe come poligono di
lotta tra il bene e il male, tra Cristo e le forze sataniche, tra il
regno di Dio e le macchinazioni perverse.
Nella sua provvidenza
Dio invia Maria nel mondo come messaggera del vangelo di suo Figlio,
non solo - come motiva Hans Urs von Balthasar - perché è
«la serva del Signore» (Lc 1,38) totalmente disponibile
ai piani divini, ma pure perché è madre, espressione
della tenerezza di Dio. E il terzo millennio ha bisogno della civiltà
dell’amore dopo le divisioni e gli olocausti del millennio
ormai tramontato.
Maria appare come l’estremo tentativo
intriso di tenerezza che Dio compie per provocare alla conversione e
per convocare alla mensa conviviale del vangelo della gioia.