Messaggio del 15 agosto 1995: Cari figli! In questo giorno di gioia siate instancabili nella preghiera. Pregate! Pregate! Pregate! Home :: Tre fontane
L’APPARIZIONE DELLA VERGINE DELLA RIVELAZIONE
«Sono Colei che Sono nella Trinità Divina. Sono la
Vergine della Rivelazione. Tu mi perseguiti, ora basta! Entra
nell’Ovile Santo, Corte Celeste in terra. Il Mio Corpo non
marcì né poteva marcire. Mio Figlio e gli Angeli mi
vennero a prendere al momento del mio trapasso. Sono la Calamita
della Trinità Amore».
Queste ed altre parole, il
fattorino dell’Atac Bruno Cornacchiola sostiene di aver udito
nel corso di una apparizione presso una grotta del bosco di
eucaliptus delle Tre Fontane alle porte di Roma il 12 aprile 1947,
presenti i suoi tre piccoli figli. Tuttavia egli è stato
l’unico testimone auricolare. Il giudizio di chi vi ha creduto
non è stato fin qui corroborato da una parola del magistero
della Chiesa, la quale però non ha impedito che il luogo fosse
destinato al culto della Madre di Dio.
La fonte cui attingere per
il racconto, in assenza di una descrizione ufficiale, può
consistere solo in quanto riferito dal veggente, soprattutto nel
periodo più vicino all’apparizione. Quindi l’unico
mio intervento sarà quello di proporre una sequenza logica del
materiale a disposizione per la ricostruzione. Bruno Cornacchiola è
nato a Roma il 9 maggio 1913, in una famiglia di modeste condizioni.
Cresciuto tra mille difficoltà e sprovvisto di una decente
formazione umana e culturale, si sposò il 7 marzo 1936 con
Iolanda Lo Gatto.
Nello stesso anno parti con i volontari italiani
per la Spagna al seguito del generale Franco. Ciò sembrerebbe
in contrasto con la sua fama di «comunista». Tuttavia
egli, che era iscritto al Partito di Azione, compì tale
«tradimento» attratto dalla paga che i soldati
percepivano, in assenza di una sua propria attività
lavorativa. Egli sostiene però di aver fatto il doppio gioco,
aiutando in segreto i repubb1icani. Fu in quel periodo che conobbe un
soldato tedesco, il quale lo avrebbe introdotto al Protestantesimo ed
a un certo interesse per lo studio della Bibbia.
Si trattava
tuttavia di una forma particolarmente aspra di dissenso dalla Chiesa
Cattolica, con un acceso livore nei confronti della figura del
Pontefice. Cornacchiola racconta d’aver acquistato a Toledo un
pugnale, convinto di dovervi uccidere il papa Pio XI al ritorno dalla
guerra. Nel 1939 tornò a Roma e vide per la prima volta la
figlia Isola, che era nata il 30 dicembre 1936. Abitava in un angusto
scantinato al quartiere Appio, in via Modica 2 e si guadagnava da
vivere con il modesto stipendio di manovale pulitore presso l’azienda
tranviaria comunale. Nel 1940 cominciò a frequentare una sala
della chiesa Battista in via Urbana, dove si svolgevano riunioni il
sabato presiedute dal pastore Veneziano.
La signora Iolanda era
contraria alla scelta operata dal marito, ma era assai difficile
opporsi ad un uomo che sovente ricorreva alle percosse. Ella gli
promise di seguirlo, chiedendo in cambio che compisse la pratica dei
nove venerdì del Sacro Cuore, con la speranza che ciò
lo facesse recedere dal suo proposito. Tale pratica devozionale è
il risultato di una promessa che il Sacro Cuore di Gesù
avrebbe fatto a S. Margherita Maria Alacoque, zelata soprattutto
negli ambienti gesuiti dell’Apostolato della Preghiera. Il papa
Pio XI aveva particolarmente raccomandato tale devozione riparatrice
nella enciclica Miserentissimus Redemptor del 1928. Cornacchiola
completò i Nove Venerdì, senza peraltro recedere dal
suo desiderio di far parte della chiesa Battista. Qui ricevette il
Battesimo la Pasqua del 1943 insieme alla moglie e alla sorella
Elena. Presso la stessa sala di via Urbana si riuniva anche un gruppo
di avventisti, presso i quali il Cornacchiola passò nel 1945,
sottoponendosi ad un rito di ingresso, una sorta di giuramento, l’8
settembre 1945. Sebbene egli non si esprimesse correttamente in
italiano, fu scelto quale Direttore della Gioventù Missionaria
Avventista grazie alla sua energica personalità e alla sua
buona volontà.
Nel frattempo erano nati altri due figli,
Carlo il 20 agosto 1940 e Gianfranco il 27 gennaio 1943.
Questo,
in breve, l’uomo e i tre bambini che in un pomeriggio della
primavera del 1947 furono scelti quali testimoni di un evento
straordinario.
Per la descrizione dei fatti si fa riferimento in
particolar modo alle testimonianze dello stesso veggente rese a
persone di fiducia poco tempo dopo l’apparizione° e dunque
ad ogni altra fonte seria disponibile.
Il sabato in albis 12
aprile 1947 Bruno Cornacchiola decise di trascorrere un pomeriggio al
mare con la sua famiglia, scegliendo quale meta la spiaggia romana di
Ostia, facilmente raggiungibile col trenino che partiva dalla
stazione della Piramide. La moglie lolanda non potette partecipare
alla gita perché febbricitante. Il tranviere e i suoi tre
figli giunsero però alla stazione quando il treno era appena
partito e per il successivo avrebbero dovuto attendere un’altra
ora; erano circa le quattordici e trenta. Cornacchiola decise allora
di cambiare itinerario, scegliendo di recarsi alle Tre Fontane,
ritenendo che il bosco di eucaliptus nei pressi dell’antica
abbazia potesse comunque soddisfare il naturale desiderio dei suoi
bambini di giocare all’aria aperta. I quattro presero dunque
l’autobus numero 23 fino alla Basilica di san Paolo e quindi il
223 che li condusse al luogo prefissato. Qui i bambini cominciarono a
giocare a palla in una radura costeggiata da una piccola grotta,
mentre Bruno Cornacchiola si sedette sotto un albero, dovendo
preparare un discorso sulla falsità dei privilegi mariani, da
tenersi l’indomani in piazza della Croce Rossa. I tre figli
intanto smarrirono la palla, fecero un po’ di baccano per
ritrovarla e alla fine riuscirono a coinvolgere nel gioco anche il
padre. La palla venne smarrita di nuovo, cadendo giù per un
dirupo della collina ove si trova il boschetto di eucaliptus,
precisamente verso la fermata dell’autobus. Il tranviere allora
decise di mandare Carlo ed Isola a cercare la palla, tenendo
prudentemente il piccolo Gianfranco vicino a sé. Le ricerche
però risultarono infruttuose, cosa che lo indusse a farsene
carico personalmente. Portò con sé Carlo, ordinando a
Isola di custodire il fratellino più piccolo. Neppure ora la
palla si trovava. Cornacchiola lanciava di tanto in tanto una voce
verso Gianfranco per sincerarsi che non si allontanasse. Quando però
si accorse che il bimbo non rispondeva più ai suoi richiami,
interruppe preoccupato la ricerca e tornò su verso il piazzale
per vedere cosa fosse accaduto. Vide allora che Gianfranco era in
ginocchio davanti all’entrata di una grotta, a circa due metri
da essa. Si avvicinò e udì che diceva «Bella
Signora, Bella Signora!». Aveva lo sguardo fisso dentro lo
speco. Il tranviere si rivolse allora ad Isola, che in quel momento
raccoglieva fiori sopra la grotta, mentre Carlo era accanto a lui.
Pensò allora che si trattasse di un gioco e disse: «Isola,
stai giocando col pupo alla bella signora?». Quella
avvicinatasi a Gianfranco negò. Subito dopo però le
caddero i fiori dalle mani, si pose in ginocchio e si mise a ripetere
anch’ella: «Bella Signora, Bella Signora!». A quel
punto Bruno Cornacchiola, alquanto indispettito, si rivolse a Carlo
dicendo: «Ora inginocchiati anche tu!». Quello alzò
dapprima le spalle, ma poi dopo aver fissato lo sguardo dentro la
grotta e con le mani giunte, caduto in ginocchio si unì al
coro dei fratelli: «Bella Signora, Bella Signora!». I tre
bambini avevano il viso pallidissimo e nessuno dei tentativi del
padre per scuoterli ebbe successo. Il tranviere si sentiva smarrito e
alquanto impaurito tanto da gridare: «Mio Dio, salvaci Tu!».
In quel momento però ebbe la sensazione che una persona fosse
dietro di lui e gli passasse le mani davanti al viso e con quelle gli
togliesse dagli occhi come delle croste. Un fitto velo si dileguava e
si trovò davanti ad una grande luce. In mezzo a questa luce, a
circa quattro metri da lui, la figura di una giovane donna, in piedi
sopra un masso di tufo. Un manto verde dal capo le scendeva fino ai
piedi, facendo però vedere i capelli neri. Il colorito del
viso era bruno chiaro, tipo orientale, l’età apparente
di 20-25 anni. La veste era bianca, cinta da una fascia rosa con due
lembi che le scendevano a destra fino all’altezza del
ginocchio. Nella mano destra teneva un libretto color cenere, mentre
l’indice della mano sinistra indicava vicino ai suoi piedi un
drappo nero, con a lato una croce spezzata in quattro parti. Cambiò
poi posizione, portando la mano destra con il libretto sul petto e la
sinistra lievemente poggiata sulla destra; dunque cominciò a
parlare:
Sono Colei che Sono nella Trinità Divina. Sono la Vergine della Rivelazione. Tu mi perseguiti, ora basta! Entra nell ‘Ovile Santo, Corte Celeste in terra. Il giuramento di un Dio è e rimane eterno ed immutabile. I nove venerdì del Sacro Cuore di Gesù che tu facesti prima di entrare nella via della menzogna, ti hanno salvato ... Il mio Corpo non marcì, né poteva marcire, Mio Figlio e gli Angeli mi vennero a prendere al momento del mio trapasso... Si preghi assai e si reciti il rosario quotidiano per la conversione dei peccatori, degli increduli e per l’unità dei cristiani. Le Ave Maria del Rosario sono frecce d’oro che raggiungono il cuore di Gesù... Con questa terra di peccato opererò potenti miracoli per la conversione degli increduli... Sono la Calamita della Trinità Amore...
Queste ed altre le parole udite dal tranviere romano, tra cui
un messaggio segreto per il papa, nel corso di una apparizione che
sarebbe durata più di un’ora. I tre figli avevano visto
la bella Signora muovere le labbra, ma non avevano potuto ascoltare
ciò che diceva. Bruno Cornacchiola trascrisse il messaggio la
sera stessa in casa sua, sul medesimo quaderno che doveva servire per
redigere il testo da pronunziare l’indomani contro
l’affermazione cattolica della verginità di
Maria.
Quando la Vergine della Rivelazione cessò di
mostrarsi, sparendo attraverso una parete posteriore della grotta, la
famiglia Cornacchiola tornò alla normale percezione della
realtà. I quattro si interrogavano per ricevere reciproca
conferma di quanto era accaduto. Bruno Cornacchiola, sebbene alquanto
turbato, ebbe la netta sensazione che quello appena occorso fosse
veramente un evento sacro. Insieme ai bambini ripulì la
grotta, che per quanto conteneva doveva essere stata fino ad allora
sede di meretricio, poi scrisse una frase all’entrata in alto
che riassumeva brevemente l’accaduto. La famigliola non fece
subito ritorno a casa, ma sostò in preghiera presso la vicina
abbazia delle Tre Fontane, ripetendo con Isola le parole dell’Ave
Maria. La bambina le aveva apprese a scuola, sebbene il padre le
avesse ordinato di farsi esonerare dal corso di religione. Si
avviarono dunque verso casa dove parteciparono la signora lolanda di
tutto quanto accaduto. Bruno trascrisse poi il discorso della Vergine
sul quaderno, cosa che riuscì a fare con esattezza poiché
- secondo quanto disse lui stesso - le parole correvano ordinatamente
nella sua mente come incise su un nastro. La vita di quella famiglia
non poteva essere più la stessa. Bruno, che fino ad allora era
stato assai brusco e violento con la moglie, si pentì di
questo suo comportamento e ne chiese perdono.
La Vergine della
Rivelazione nel corso dell’apparizione gli aveva anche mostrato
in che modo sarebbe tornato nella Chiesa Cattolica. Gli disse che
avrebbe incontrato un sacerdote dal quale sarebbe stato salutato con
le parole: «Ave Maria, figliolo»; quello lo avrebbe
condotto da un altro presbitero che doveva fargli compiere l’abiura.
Bruno Cornacchiola nei giorni successivi a quel 12 aprile interpellò
numerosi sacerdoti, ma nessuno di questi gli rispondeva con quelle
parole, tanto che egli credette di essersi ingannato. Questo durò
fino al 28 aprile, quando recatosi nella chiesa d’Ognissanti4 e
afferrato un sacerdote per la manica della cotta si sentì
dire: «Ave Maria, figliolo, cosa vuoi?». Era la fine di
un incubo, la certezza di tutto quanto avvenuto. Il tranviere si
affrettò a spiegare che era stato protestante e che per un
fatto soprannaturale desiderava rientrare nella Chiesa Cattolica.
Quel sacerdote si chiamava Albino Frosi; questi condusse il
Cornacchiola da un suo confratello orionino, tale don Gilberto
Carniel, che da quel giorno lo introdusse alla religione cattolica.
Il tranviere mostrava l’entusiasmo del neofita e in breve si
sentì pronto alla nuova professione di fede, che sarebbe
avvenuta il 7 maggio. Il 18 maggio, sempre nella chiesa d’Ognissanti,
Gianfranco ricevette il Battesimo ed Isola la Confermazione.
La
Vergine della Rivelazione si mostrò altre volte al tranviere
romano, tra cui il giorno prima dell’abiura, poi il 23 maggio
quando era salito alla grotta col sacerdote orionino don Mario
Sfoggia, che era divenuto per lui un padre spirituale; dunque il 30
maggio alle 10 di sera, sempre nella grotta. In quella occasione la
Vergine gli disse: «Va dalle mie dilette figlie le Maestre Pie
Filippini e dì loro che preghino molto per gli increduli e
l’incredulità del rione». Il tranviere non sapeva
che le religiose di S. Lucia Filippini avevano un convento proprio lì
vicino, ma ricevette questa informazione da una passante interrogata.
Quella sera però le Maestre Pie non aprirono la porta a questo
strano individuo che bussava ad ora così tarda e dovettero
passare altri due mesi prima che la superiora madre Sisti incontrasse
il veggente delle Tre Fontane.
In prosieguo di tempo cominciarono
per Cornacchiola gli interrogatori di rito da parte delle autorità
ecclesiastiche, il cui contenuto rimane segreto. Sappiamo però
che ricevette alquanto credito presso il pontefice Pio XII e che ad
occuparsi del suo caso vi fu, tra gli altri, padre Virginio Rotondi,
che era il cappellano dei tranvieri romani e figura assai prossima al
papa.