Intervista a Kiko Argüello - novembre 1997
I mass media non ne parlano mai, e anche all'interno della comunità
ecclesiale ci sono molti equivoci su di esso. Eppure il Cammino neocatecumenale
è una realtà destinata ad influire in profondità sulla
Chiesa del terzo millennio. Circa un milione di aderenti, diffusi in oltre cento
nazioni, migliaia di sacerdoti e dozzine di seminari in tutto il mondo, centinaia
di parrocchie che hanno deciso di assumerne il Cammino. E un "tasso di
crescita" che non accenna a diminuire. Una formula antica, quella del catecumenato,
ma che riproposta oggi ha assunto un sapore di novità estrema, tanto
da suscitare perplessità che talvolta sono sfociate in autentiche persecuzioni
nei confronti del Cammino e dei suoi iniziatori, il pittore spagnolo Francisco
Argüello, detto Kiko, e Carmen Hernández. Ostilità che contrastano
con il deciso e pubblico incoraggiamento che alle Comunità Neocatecumenali
ha dato e continua a dare Giovanni Paolo II, così come aveva già
fatto Paolo VI. Attualmente, Kiko Argüello e gli altri responsabili del
Cammino sono impegnati a stendere uno statuto in vista della definitiva configurazione
ed incardinazione ecclesiale.
Cos'è
il Cammino neocatecumenale?
È un Cammino di conversione attraverso il quale si possono riscoprire
le ricchezze del battesimo. Il processo attuale di secolarizzazione ha portato
tanta gente ad abbondare la fede e la Chiesa. Forse per questo il Signore ci
ha portato a iniziare nelle parrocchie un itinerario di formazione attraverso
il quale poter aiutare a portare il rinnovamento del Concilio e aprire una via
di ritorno per i lontani.
Il Cammino neocatecumenale non pretende di formare un movimento a sé, ma di aiutare le diocesi e le parrocchie ad aprire un cammino di iniziazione che serva per evangelizzare. È da notare che Papa Giovanni Paolo II nella sua Lettera, dice: "Riconosco il Cammino neocatecumenale come un itinerario di formazione cattolica, valido per la società e per i tempi odierni" e auspica "che i fratelli nell'episcopato valorizzino e aiutino, insieme con i loro presbiteri, questa opera per la nuova evangelizzazione". È pertanto uno strumento al servizio dei vescovi e dei parroci per riportare alla fede tanta gente che l'ha abbandonata.
Che relazione
c'è fra il Cammino neocatecumenale e il catecumenato della Chiesa antica?
Nella Chiesa antica, in mezzo al paganesimo, quando un uomo voleva farsi cristiano,
doveva fare un itinerario di formazione al cristianesimo che si chiamava "Catecumenato",
dalla parola "catecheo", che significa "faccio risuonare"
e "ascolto".
Ma possiamo domandarci: "Ascoltare cosa?". Non solo Dio che parla nella Scrittura: catecumeno è colui che ha imparato ad ascoltare Dio che parla nella nostra storia. Tra le religioni orientali che pretendono di superare le passioni rifugiandosi nella trascendenza con le tecniche della preghiera (come la filosofia Zen, il Thao, o lo stesso buddismo), e la separazione tra sacro e profano della religiosità naturale nell'Occidente, che comporta un divorzio tra religione e vita, la grande rivoluzione del cristianesimo è l'incarnazione, cioè Dio che si fa uomo nella storia concreta degli uomini.
Dicono i Padri che quello che si addice a un cristiano non è l'umiltà, l'obbedienza o la stessa santità, ma il discernimento, senza il quale non esiste né umiltà né obbedienza né santità. Discernere cosa? L'agire divino nella nostra storia. Discernere gli inganni del demonio e il perché ci accadano certi fatti, che senso hanno...
Ecco cosa significa il ripristino del neocatecumenato postbattesimale. Cristo alla Samaritana dice: "Credimi, donna, è giunto il momento in cui né su questo monte né in Gerusalemme adorerete il Padre... È giunto il momento, ed è questo, in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in Spirito e verità. Perché il Padre cerca tali adoratori". In una iniziazione cristiana, il catecumeno scopre che noi siamo il vero tempio e pertanto la nostra vita è una liturgia di santità, il cui rituale è il Libro dei Salmi.
Ma soprattutto il catecumenato della Chiesa antica era formato da una sintesi tra Parola, Cambiamento di vita e Liturgia. La Chiesa antica aveva anzitutto un kerygma, cioè un annuncio della salvezza. Questo annuncio del Vangelo era fatto da apostoli itineranti come Paolo e Silla e provocava in quanti lo ascoltavano un cambiamento morale. Cambiavano vita, aiutati dallo Spirito Santo che accompagnava gli apostoli. Questo cambiamento di vita veniva sigillato e aiutato attraverso i sacramenti. Concretamente, il battesimo veniva dato per tappe. Il Cammino neocatecumenale vuole recuperare questa "gestazione". Questa sintesi tra kerygma, cambiamento di vita e Liturgia.
Perché
si chiama "neocatecumenato"?
Perché viene fondamentalmente proposto a gente già battezzata,
ma che non ha sufficiente formazione cristiana. Anche la Catechesi Tradendae
afferma che la situazione di moltissimi cristiani nelle parrocchie è
di "quasi catecumeni".
Nell'anno 1974, quando fummo chiamati dalla Congregazione del Culto Divino per rivedere i riti del primo scrutinio battesimale, erano presenti gli esperti che stavano preparando l'Ordo Initiationis Christianae Adultorum, presieduti da Mons. Bugnini, segretario della Congregazione. Anche se qualcuno voleva che ci chiamassimo "Comunità Catechistiche", alla fine concordammo con loro il nome "neocatecumenato".
Qual è
lo stato di salute del Cammino neocatecumenale?
Il Cammino neocatecumenale è esteso in 105 nazioni dei cinque continenti,
con circa 15mila Comunità; è presente inoltre in ottocento diocesi
e cinquemila parrocchie. Ha aiutato ad aprire 35 seminari diocesani missionari
in tutto il mondo. Ci sono famiglie con figli che lasciano tutto - amici, casa,
lavoro - per partire in missione verso le zone più difficili del mondo:
attualmente sono oltre quattrocento. Una cosa che ci rallegra è la quantità
di giovani che vogliono riscoprire e maturare la propria fede mediante il Cammino
neocatecumenale. Siamo grati al Signore di tutto, anche se non mancano le persecuzioni
e le difficoltà necessarie.
Ha citato
le famiglie del Cammino che lasciano tutto e vanno in missione. Perché
lo fanno?
Per gratitudine. Perché sono state salvate, e vogliono rendere altri
partecipi della stessa salvezza. Ci sono tante periferie, per esempio in Sud
America, che sono invase dalle sette. I Vescovi ci hanno chiesto un aiuto, data
la realtà di immensi insediamenti umani senza la presenza della Chiesa.
Allora sono inviate famiglie, con la benedizione del Santo Padre, che, con la
loro testimonianza e la Parola, iniziano ad evangelizzare nelle zone più
povere, formando piccole comunità cristiane. Poi i Vescovi, anche grazie
ai seminari Redemptoris Mater, mandano sacerdoti, e nascono così nuove
parrocchie, dando occasione a tanta gente che era passata alle sette di ritornare
alla Chiesa, come di fatto sta succedendo, per esempio, tra i poveri delle palafitte
di Guayaquil in Ecuador, tra i "Pueblos jovenes" di Lima in Perù,
tra i minatori di Coronel in Cile, eccetera.
Concretamente,
dove avete scelto di fare il Cammino?
Noi non abbiamo scelto nulla. Il Signore, attraverso i fatti dalle baracche
ci ha portato alle parrocchie, per desiderio espresso dall'allora Arcivescovo
di Madrid e per le richieste dei parroci, e lì stiamo sperimentando il
compito che il Signore ci ha affidato. Basta pensare al grande bisogno di catechesi
che c'è nella Chiesa. È urgente riscoprire cosa vuol dire essere
cristiano, cosa vuol dire ricevere la vita eterna, cosa vuol dire che Cristo
ha vinto la morte. Non è la stessa cosa incontrare Cristo o non incontrarlo.
L'uomo che non ha incontrato Cristo si trova continuamente di fronte ad eventi
di morte che lo limitano e a cui non sa dare risposta, perché nessun
uomo ha vinto la morte. Chi lo ha incontrato e ha ricevuto dal cielo lo Spirito
Santo ha dentro di sé la vita eterna, la vittoria di Cristo sulla morte,
che gli permette di affrontare gli eventi in una forma nuova, cioè di
passare oltre la morte è una cosa enorme. Quando siamo stati battezzati
ci è stato chiesto: "Cosa domandi alla Chiesa di Dio?". Risposta:
"La fede". E ancora: "Cosa ti dona la fede?". "La vita
eterna". Non è un modo di dire. La vita eterna è in noi,
Dice San Giovanni: " Chi detesta il fratello è un assassino e nessun
assassino ha la vita eterna". La fede ti permette non solo di non detestare
il fratello ma anche di amare il nemico. Noi diciamo: "Tu sei cristiano?
Mostra che hai la vita eterna". E come si dimostra concretamente? In che
cosa? Nel Cammino questa verifica la si fa gradualmente mediante delle tappe
e degli scrutini, secondo la prassi propria del catecumenato antico, riproposta
oggi anche dall'Ordo Initiationis Christianae Adultorum, dove, nel capitolo
IV, si afferma che questo itinerario, queste tappe possono essere applicate
anche a gente battezzata ma non sufficientemente catechizzata o non cresimata.
Stiamo
per entrare nel terzo millennio cristiano. Che cosa la preoccupa di più
di questi anni che stiamo vivendo?
Siamo immersi in una cultura multimediale, tecnologica, audiovisiva. Secondo
le statistiche, ogni italiano trascorre mediamente tre ore e 40 minuti al giorno
davanti alla televisione. In alcuni paesi dell'America si arriva fino alle nove
ore. Se si fa un'analisi seria dei contenuti che ognuno riceve attraverso i
film, le telenovelas, gli spettacoli, le tavole rotonde, eccetera, cosa emerge?
Che l'uomo concreto sta ricevendo per molte ore ogni giorno, in maniera continuata,
un'antropologia, una "catechesi", per così dire, contraria
alla Rivelazione.
La vera sfida del terzo millennio sta qui, in quella che possiamo chiamare una "rivoluzione antropologica", che ci invade, anche a livelli subliminali, con valori contrari a quelli cristiani. Concetti come natura, corpo, sessualità, famiglia, peccato... non hanno più contenuto cristiano. Come risponde la Chiesa a tutto questo, quando nelle nostre parrocchie, per la grande maggioranza dei cristiani, non c'è quasi niente altro che le messe della domenica?
Il problema è che questo pensiero dominante penetra anche fra i cristiani, quella mentalità incide anche nella Chiesa. Jean Guitton, il filosofo francese amico di Paolo VI, mi ha raccontato di una drammatica confidenza che gli fece il Papa: "Le confido un mio timore" gli disse. "C'è il rischio che un pensiero non cristiano penetri nella Chiesa. E che un giorno diventi maggioritario".
È vero. Qualche tempo fa, a New York, abbiamo organizzato un convegno
di vescovi incentrato sulla preoccupazione che le indicavo prima. Un vescovo
dell'Australia mi ha raccontato un episodio che dà ragione a quello che
stiamo dicendo. Lui era convinto che bisognava fare qualcosa per contrastare
questo "pensiero dominante" e aveva deciso di realizzare in televisione
un programma contro la legalizzazione dell'eutanasia. Ha radunato i laici impegnati
della diocesi per vedere come si poteva rispondere al bombardamento che sull'argomento
veniva fatto dai media. Con sorpresa si è accorto che i suoi laici impegnati
erano tutti a favore dell'eutanasia. Pensavano tutti come la televisione.
Dove è possibile ascoltare una catechesi, ricevere una formazione che possa contrastare questa cultura? Se non iniziamo una seria educazione alla fede, alla fine penseremo inevitabilmente come ci impongono i mezzi di comunicazione. Per questo credo che il Cammino, come le nuove realtà ecclesiali e i movimenti, abbia molta importanza nella Chiesa. Solo una fede adulta può oggi rispondere alla realtà di secolarizzazione che ci circonda.
Recentemente, durante il Congresso eucaristico nazionale che si è tenuto a Bologna, per la prima volta si sono incontrati pubblicamente i fondatori e i responsabili dei movimenti e delle nuove realtà ecclesiali. Che significato ha avuto quell'incontro?
È stato molto importante.
Siamo testimoni di una realtà che sta accadendo: lo Spirito Santo che
sta soffiando sulla Chiesa, nonostante i nostri peccati, per aiutarla. La nostra
esperienza, attraverso il mondo, è che abbiamo sempre trovato aiuto negli
altri gruppi e movimenti: da Comunione e liberazione nelle università,
dai sacerdoti dell'Opus Dei nelle parrocchie, dai Focolarini, dai Carismatici,
eccetera. È importante, e fonte di arricchimento, sapersi aiutare. Dentro
la diversità, c'è un'unica missione che abbiamo verso il mondo.
San Paolo dice che Dio ha costituito alcuni come apostoli, altri come profeti,
altri come evangelizzatori e maestri al fine di edificare il Corpo di Cristo,
finché arriviamo tutti allo stato di uomo perfetto, alla piena maturità
di Cristo (cfr. Ef 4,11-13). Le difficoltà e i problemi sorgono nelle
parrocchie quando troviamo gruppi di laici e qualche prete che hanno una diversa
antropologia e anche una diversa cristologia ed ecclesiologia.
Spesso si sente dire che queste nuove realtà ecclesiali e i movimenti sono un po' chiusi, ripiegati su loro stessi. E alcuni vescovi hanno chiesto che siano più aperti fra loro, senza contrasti e rivalità...
È un giudizio dato dall'esterno, che penso non corrisponda alla realtà.
Noi sperimentiamo esattamente il contrario. È come quando i discepoli
si avvicinano a Gesù e gli dicono: "Quelli fanno miracoli, ma non
sono dei nostri" ed egli risponde: "Non glielo impedite. Nessuno può
fare miracoli nel mio nome e parlare male di me". Noi lo verifichiamo continuamente:
tutto quello che è suscitato dallo Spirito Santo nella Chiesa ci è
di aiuto. Sono quelli di fuori che dicono che noi siamo divisi, che ci sono
dei problemi.
Perché nella Chiesa, quando nasce qualcosa di nuovo, è quasi automatica questa ostilità? L'avete sperimentata voi, come quasi tutti i movimenti...
È una reazione normale, penso sia un fatto sociologico che bisogna accettare.
Infatti, quando nasce qualcosa di nuovo, tutti si chiedono: "Chi sono quelli?
MA che si credono? Pensano di essere meglio degli altri?". Certo, abbiamo
subito persecuzioni all'interno della Chiesa, è accaduto e accade in
diversi posti. Ma io penso sempre a sant'Ignazio di Loyola, al quale, in punto
di morte, hanno domandato cosa chiedeva per la Compagnia ed egli ha risposto:
"Persecuzioni". Per quanto riguarda la mia persona considero la persecuzione
una grazia grandissima. È l'unica cosa in cui assomiglio un poco a Cristo.
Per il resto, niente, dato che sono un grandissimo peccatore.
Adesso queste ostilità stanno diminuendo?
Sì. Penso che tanti vescovi e parroci ci conoscano meglio, e stiano vedendo
i frutti, in una realtà che cresce: le famiglie ricostruite, i giovani
nella Chiesa, le vocazioni per i seminari, eccetera. Ad agosto a Parigi, durante
l'incontro con il papa, c'erano tanti giovani delle nuove realtà della
Chiesa e, tra loro, ce n'erano cinquantamila del Cammino. Al termine abbiamo
avuto un incontro vocazionale, presieduto dal cardinale Lustiger, dove si sono
alzati cinquemila giovani per entrare nei seminari e nei monasteri di clausura.
Noi stessi siamo sorpresi di quello che sta succedendo.
Alcuni anni fa ho avuto modo di leggere un documento riservato della Congregazione per l'educazione cattolica. Il cardinale che allora la guidava raccontava che aveva fatto un'inchiesta per rispondere alla vostra domanda di promuovere dei seminari diocesani missionari. La maggioranza degli esperti consultati aveva però dato una risposta negativa: "Non si può affidare un seminario ad un movimento" era la sintesi. A dirimere la questione intervenne direttamente papa Giovani Paolo II. Che decise di affidarvi dei seminari. Oggi sono 35, disseminati in tutto il mondo. Perché questi seminari, come sono nati?
Anche qui è stato il Signore che, attraverso i fatti, ci ha mostrato
le sue orme. Il Papa aveva già inviato più di cento famiglie nelle
zone più difficili del sud America e del mondo. Queste famiglie stavano
formando comunità cristiane, con molte persone che anche ritornavano
alla Chiesa dalle sette. Data però la scarsità del clero e le
difficoltà dei preti locali a recarsi in queste zone di miseria, dove
non c'era neppure l'edificio della chiesa, dopo molti tentativi - sia col Seminario
Romano, sia formando un gruppo, portato avanti dall'allora rettore del Capranica,
mons. Luciano Pacomio, che ci ha molto aiutato - abbiamo pensato di presentare
questa realtà delle famiglie al Santo Padre.
Noi non volevamo fondare nessuna congregazione o movimento, ma piuttosto unire le parrocchie, da cui erano sorte queste famiglie, alla missione. Proponemmo perciò al Santo Padre di realizzare un Seminario Diocesano Missionario, dove i presbiteri potessero essere inviati ovunque. Alla fine dell'incontro il Papa si alzò e disse che questo era buono, necessario per la Chiesa e da farsi. Così sono nati i seminari "Redemptoris Mater". La seconda cosa da dire è che questi seminari non sono seminari del Cammino neocatecumenale, ma sono veri Seminari Diocesani Missionari; cioè sono i vescovi che comandano e hanno la responsabilità su questi sacerdoti.
La specificità di questi seminari è che i presbiteri possono essere
inviati dal vescovo in tutto il mondo, venendo così incontro alla scarsità
di clero di molte diocesi. Provvidenzialmente si è visto che anche nei
documenti del Concilio, per esempio nel numero 10 della Presbyterorum Ordinis
si dice che si aprano seminari missionari internazionali per venire incontro
alla mancanza di clero.
Del resto, capisco la risposta degli esperti, ma la confusione sta nella parola "movimento". Perché noi, come abbiamo detto prima, non sentiamo di essere un movimento, ma una iniziazione cristiana postbattesimale che si apre nella parrocchia e finisce in essa facendo cristiani adulti. Io, per esempio, come catechista ho già finito il cammino in diverse parrocchie. I fratelli che hanno percorso questo itinerario neocatecumenale e lo hanno concluso non costituiscono un'associazione o una congregazione, o qualcosa del genere, ma sono cristiani adulti nella parrocchia, che portano avanti la pastorale del vescovo. È chiaro che la piccola comunità come tale non sparisce, dato che essa è oggi la salvezza della famiglia. Il cardinale Ratzinger ha scritto recentemente nel suo libro Il sale della terra che oggi è molto difficile vivere la fede da soli e ha invitato la Chiesa ad aprire cammini di fede in piccole comunità, dove i cristiani si aiutino e si sostengano a vicenda.
Anche nella Lettera
inviata dal Santo Padre Giovanni Paolo II a Monsignor Paul Josef Cordes, la
sua novità sta nel fatto che riconosce il Cammino neocatecumenale come
un'iniziazione cristiana per adulti di tipo catecumenale, e non lo trasforma
in un ordine religioso, in una associazione o in un movimento. Più volte
nella storia della Chiesa uomini e donne hanno tentato di far rivivere lo spirito
del Vangelo nel popolo di Dio senza dover per forza circoscriverlo in un ordine
religioso. Forse i tempi non erano maturi. Ma oggi, dopo il Concilio Vaticano
II, la situazione contemporanea di ateismo e di secolarizzazione colloca la
Chiesa in una posizione in cui si fa necessario il ripristino del catecumenato,
sia per i non battezzati, sia per quelli che, battezzati da bambini, hanno bisogno
di riscoprire la ricchezza del loro battesimo. Anche Paolo VI, nel primo incontro
che ebbe con il Cammino nel 1974, disse: "Vivere e promuovere questo risveglio
è quanto voi chiamate una forma di dopo battesimo che potrà rinnovare
nelle odierne comunità cristiane quegli effetti di maturità e
di approfondimento che nella Chiesa primitiva erano realizzati dal periodo di
preparazione al battesimo.
Voi lo portate dopo: il prima o il dopo, direi, è secondario. Il fatto
è che voi mirate all'autenticità, alla pienezza, alla coerenza,
alla sincerità della vita cristiana. E questo è merito grandissimo
che ci consola enormemente...".
Nel caso in cui un parroco vi ha chiamato per aprire il Cammino e dopo viene cambiato con un altro che non vi vuole, come vi comportate?
Noi obbediamo. A volte i fratelli devono soffrire per anni le incomprensioni
del nuovo parroco. A volte il nuovo parroco, che trova queste comunità
e non le vuole, le manda via; soprattutto in America Latina, dalle parrocchie
dei religiosi, dove si cambia il parroco dopo pochi anni. I catechisti, se possono,
invitano i fratelli a seguire il Cammino in un'altra parrocchia, ma quello che
mai facciamo è fare una Chiesa parallela. Riscoprire il battesimo significa
sempre riscoprire il "primum" cristiano, che è: "Come
io vi ho amato", cioè l'amore al nemico, portando i peccati di chi
manda via le comunità. In questo senso abbiamo visto cose eroiche nei
fratelli. Il problema di molti sacerdoti, a parte la teologia della liberazione
e le differenti ecclesiologie che sono sorte dopo il Concilio, è di non
saper situare l'importanza dei carismi nella Chiesa.
Qual è?
Io penso, come ci ha detto il Papa nell'incontro di gennaio, che istituzione
e carismi sono coessenziali nella Chiesa. Quando l'istituzione non accetta i
carismi si sclerotizza e il popolo geme. E quando il carisma non accetta l'istituzione
diviene una setta o si separa, come possiamo vedere con Pietro Valdo ai tempi
di san Francesco.
Ha parlato
prima di persecuzioni e difficoltà. Sono molte anche le obiezioni che
vi vengono fatte. Possiamo esaminarle nel dettaglio?
D'accordo.
Riguardano
soprattutto la liturgia.
La liturgia svolge un ruolo importantissimo nella gestazione alla fede. È
attraverso di essa che la grazia ci tocca, e nasce l'uomo nuovo. I sacramenti
danno e aumentano la grazia.
Tutto il rinnovamento del Concilio Vaticano II ha un centro fondamentale: la
piena e fruttuosa partecipazione a quello che i sacramenti significano e realizzano.
Faccio un esempio: se si va a una fontana (che rappresenta la grazia) con un
cesto, lo si riporta vuoto; mentre se si va con un secchio, si ritorna con il
secchio pieno. La fonte è sempre la stessa, ma il risultato è
diametralmente opposto. Molta gente va alla messa e assiste ai sacramenti ma
con scarsa partecipazione. Per questo è importante educare i partecipanti
a vivere con la maggior pienezza possibile la ricchezza dei sacramenti.
Sta dicendo
che voi mirate essenzialmente ad una partecipazione più piena alla liturgia?
Esatto. Il nostro è un tentativo di viverla più pienamente, così
che la gente che vi partecipa si santifichi. Se un giovane non comprende o non
sa vivere quello che accade, prima o poi smette di andarci. Se invece riusciamo
a fargli comprendere quello che sta accadendo, spiegandogli cosa significano
certi segni, se cioè lo aiutiamo a partecipare veramente, allora a poco
a poco quel ragazzo si apre all'azione della grazia e riceverà quel dono
gratuito che i sacramenti danno e che lo aiuterà ad essere santo, ad
essere cristiano. Il cristianesimo non è un pelagianesimo, uno sforzo
della sola nostra volontà: è una liberazione, è una nuova
creazione che riceviamo gratuitamente per i meriti di Gesù Cristo, che
ha sofferto e ha dato la vita per ciascuno di noi.
Per esempio, come si può educare un giovane di oggi al cristianesimo senza radicarlo nel mistero della Pasqua del Signore? Per questo è fondamentale che la veglia pasquale si possa vivere in tutta la sua pienezza , perché il sacramento dia quello che significa. Educarlo ai segni, al digiuno, alla notte, al battesimo per immersione per insegnarli a morire con Cristo e risorgere con Cristo, per passare all'altra riva, facendo di lui un "pellegrino" celeste, un uomo pasquale, in un nuovo esodo che aiuti a portare al cielo gli uomini di questa generazione.
Molte volte troviamo difficoltà perché, per esempio in molte parti della Spagna, la veglia è ridotta ad una messa vespertina quasi senza gente perché i più sono in vacanza. Cosa fare perché i giovani non vadano in vacanza, ma restino in questa notte a morire con Cristo e a risorgere con lui?
Per esempio in Francia, in alcune parrocchie, si cambia la data della veglia
pasquale e si celebra al ritorno dalle vacanze. Ma il nostro spirito, come già
succede in molte parrocchie, non è di avere una veglia parallela o nostra,
ma di ripristinare la veglia pasquale con tutta la sua forza e pienezza sacramentale
dei segni, come dice il Messale Romano. Ma per fare questo c'è bisogno
di un cammino, di una propedeutica sacramentale. Papa Giovanni Paolo II una
volta disse che vedeva le comunità come un "laboratorio sacramentale",
dove a poco a poco si possa portare il rinnovamento liturgico del Concilio.
Anche il
fatto di celebrare la liturgia a porte chiuse vi ha creato spesso problemi.
Alcuni vescovi vi hanno impedito di celebrare la messa nelle loro diocesi.
Noi non facciamo liturgie a porte chiuse. È soltanto che abbiamo un itinerario.
Se uno frequenta l'università sa che c'è un primo corso, un secondo
e così via. E suppongo che chi inizia sa che non verrà ammesso
al quarto corso, ma al primo. Anche noi abbiamo un itinerario con delle tappe,
delle scadenze. Il catecumenato antico aveva prima il precatecumenato, poi il
catecumenato, l'elezione e il neofitato. Tutti termini che indicano momenti
di passaggio.
Il problema è che sono circa sedici secoli che dalla Chiesa manca il catecumenato. Non si sa più cosa sia. Noi siamo tra coloro che lo stanno recuperando dopo sedici secoli. Allora, è chiaro che c'è molta ignoranza su quello che è il catecumenato e su quello che facciamo. E nascono le diffidenze, a volte negli stessi gruppi della parrocchia che non ci capiscono. Si ripete quello che dice il Vangelo nella parabola del figlio prodigo, dove il fratello maggiore non vuole entrare, scandalizzato dal fatto che il padre abbia ucciso il vitello grasso per quello là che ha speso tutti i soldi di suo padre con le prostitute, e non sopporta la festa né le danze.
Noi vediamo nel Vangelo che è il padre che esce a parlare con lui. Fa una mediazione e gli dice: "Questo tuo fratello era morto ed è ritornato in vita...". Il punto è che in alcune parrocchie del nord Europa, per esempio, ci sono alcuni nei consigli parrocchiali che non hanno questa antropologia, cioè non credono che la gente lontana e secolarizzata, che ha abbandonato Dio, sia morta dentro. Per questo non capiscono tutto lo sforzo che facciamo per portare i lontani a Cristo, e si scandalizzano dell'eucaristia domenicale celebrata in comunità il sabato sera con tutta la ricchezza dei segni auspicata dal Concilio (per esempio, comunicare sotto le due specie del pane e del vino, come ci è stato concesso dalla Santa Sede), Anche se noi diciamo loro che queste persone hanno bisogno di una mediazione, di una propedeutica sacramentale, che sono pecore perdute, tante volte è difficile.
Eppure in trent'anni di Cammino queste celebrazioni si sono dimostrate una pedagogia meravigliosa per vivere il mistero pasquale, aiutando i fratelli a passare dalla morte alla vita, con autentici frutti di conversione, soprattutto fra i giovani che, con la forza di queste eucaristie, sono stati salvati dalla droga e dalla follia delle discoteche del sabato sera. Queste celebrazioni sono state sorgente di migliaia di vocazioni sacerdotali e religiose.
Anche perché nel Cammino neocatecumenale, in tutto il mondo, c'è gente che era molto lontana dalla Chiesa, molto ferita e malata, che è debolissima e che, come fa il buon pastore, deve essere messa sulle spalle perché possa essere portata alla casa del padre.
Questo è lo spirito del Cammino: non passare sul cadavere di nessuno. Non è l'uomo per il Cammino neocatecumenale, ma il Cammino per l'uomo.
In realtà, come nasce concretamente una comunità neocatecumenale?
Se un parroco desidera iniziare il Cammino, si mette in contatto con un'altra
parrocchia in cui già esistono comunità neocatecumenali o con
il centro neocatecumenale diocesano.
Gli viene illustrato cos'è il Cammino, e se accetta gli vengono inviati
dei catechisti che guideranno il neocatecumenato in comunione con lui. Le équipes
di catechisti sono sempre composte da un sacerdote, che è il garante
dell'ortodossia e dell'ecclesialità dell'annuncio, da una o due coppie
e da un giovane. I catechisti parlano con il presbiterio, con il consiglio parrocchiale,
poi incontrano i movimenti presenti nella parrocchia e infine, durante le messe
domenicali, fanno un invito a tutti i fedeli. È questo il momento del
kerygma, dell'annuncio della salvezza portato dal Signore.
Riecheggia quanto facevano gli apostoli che, trasformati dallo Spirito Santo dopo la Pentecoste, percorrevano le sinagoghe in piccole équipes, annunciando la buona notizia e chiamando la gente a conversione. Era una predicazione fatta con forza che metteva la gente di fronte ad un fatto, a un evento: Gesù Cristo è il Signore, solo in lui abbiamo la salvezza. È morto per i nostri peccati ed è stato risuscitato per la nostra giustificazione, è salito al cielo e intercede per noi perché possiamo ricevere lo Spirito Santo, la vita eterna. A chi, toccato dalla grazia, domandava: "Cosa dobbiamo fare?", san Pietro rispondeva: "Convertitevi e che ognuno di voi si faccia battezzare nel nome di Gesù per il perdono di tutti i suoi peccati; dopo riceverete il dono dello Spirito Santo promesso". Questo coincide con la fase che noi chiamiamo kerygmatica, dove si fa scoprire ed esperimentare il tripode sul quale si basa tutto il percorso neocatecumenale: Parola - Liturgia - Comunità. Questa fase kerygmatica finisce con un ritiro di tre giorni dove si forma la comunità che inizia le diverse tappe del precatecumenato, catecumenato, elezione eccetera, guidate dalla stessa équipe di catechisti in comunione con il parroco.
Nella misura in cui questi fratelli cominciano a crescere nella fede e a dare testimonianza nel posto di lavoro e nella famiglia, altre persone sono attirate alla fede e chiedono di iniziare anche loro lo stesso cammino. Si forma così una seconda, una terza, una quarta comunità... e appare nella parrocchia una realtà nuova di piccole comunità tutte in cammino di conversione. In questo modo si apre nella parrocchia una pastorale per i lontani che, senza distruggere nulla e senza imporsi, presenta il frutto di una Chiesa che si rinnova e che dice ai suoi padri che sono stati fecondi, perché da essi sono nati.
Dopo oltre trent'anni di Cammino, uno dei frutti che più ci consolano è vedere le famiglie ricostruite che, aperte alla vita, diventano vera "Chiesa domestica" dove si assolve il compito fondamentale della famiglia, quello di passare la fede ai figli. Lo si fa fondamentalmente in una liturgia domestica, la domenica mattina. In questa liturgia i genitori leggono ai figli la Scrittura e domandano: "Cosa dice a te, per la tua vita, questa Parola?". È impressionante vedere come i figli sanno applicare la Parola di Dio alla propria storia concreta. Alla fine il padre e la madre dicono una parola di commento, partendo dalla propria esperienza, e invitano tutti a pregare per il Papa, per la Chiesa eccetera. Si conclude con il Padre Nostro e la pace. I genitori benedicono ogni figlio. Trovare un momento di dialogo tra le due generazioni è qualcosa di molto, molto importante oggi.
Queste famiglie formate in un cammino di fede sanno trasmettere la fede ai figli. Il risultato di tutto ciò è avere quasi il cento per cento di questi figli nella Chiesa. Da queste famiglie, quasi tutte numerose, stanno sorgendo migliaia di vocazioni per i seminari e per i monasteri. Ringraziamo il Signore nostro Dio.