La bellezza nasce dalla croce di Jelena Vasilij - Eco di Maria nr.173
Per l'uomo è impossibile vivere senza la bellezza, perché la bellezza è parte integrante di
ciò di cui il suo spirito si nutre. Già gli antici greci lo intuivano, comprendendo il bello tra
il vero ed il buono, come una delle tre categorie fondamentali che, in quanto assolute, si
attribuivano solo a Dio.
Durante la storia il concetto di bello ha subito molte metamorfosi; nell'antichità si cercava
una bellezza piuttosto oggettiva, ovvero una forma perfetta, come nell'arte greca e poi in
quella romana (dalla quale sono stati ripresi i temi in varie epoche successive, come ad
esempio il rinascimento). In risposta a questa assolutezza della forma si è cercato di dare
al bello anche un senso cristiano o verticale, che in qualche modo potesse unire
spiritualmente gli uomini alla bellezza di Dio. Così in oriente nacquero le icone e
nell'occidente tutta la gamma del patrimonio cristiano dell'arte.
Attualmente, anche se si accende qualche sporadica scintilla, il bello sembra patire una
vera alterazione, anzi direi che ormai siamo lontani da qualsiasi oggettività dato che il
bello è diventato ciò che si trova nell'impressione dello spettatore (cioè è bello solo quello
che ci piace!). Questo sembra valere non solo per l'arte ma per tutta la sfera dell'armonia
nella vita dell'uomo moderno. L'uomo di oggi, infatti, sembra d'avere perso ogni punto di
riferimento e rifiuta di conformarsi a Dio, che è il solo ad essere bellezza assoluta.
Se invece entriamo in un discorso positivo sulla realtà della bellezza assoluta, la strada si
fa molto più spinosa. Lo stesso Giovanni apostolo afferma che nessuno ha mai visto Dio.
Nell'Antico Testamento ci sono solo alcuni cenni su questo tema. In due salmi - 90,17 e
27,4 - il testo ebraico parla della bellezza del Signore. Tale concetto spesso è legato ad
altri concetti come bontà, grazia, dolcezza del Signore.
S. Agostino, nel suo commento al vangelo di s. Giovanni, ci lascia intuire che la bellezza
di Dio contemplata dal salmista nel santuario è una vera delizia. Al contrario delle delizie
contingenti, essa non appesantisce mai lo spirito dell'uomo ma, come scrive Agostino:
Non temere di averti a stancare: tale sarà il godimento di quella bellezza, che sempre sarà
dinanzi a te e mai te ne sazierai; o meglio, ti sazierai sempre e non ti sazierai mai. Se
dicessi: non ti sazierai mai, potresti pensare che patirai la fame; se dicessi: ti sazierai,
potresti pensare che finirai per annoiarti. Non so come esprimermi: non ci sarà noia e non
ci sarà fame; ma Dio ha di che offrire a coloro che non riescono ad esprimersi, e tuttavia
credono a quello che da lui possono ricevere (Io.eu.tr.3,21).
Ma la vera svolta sull'argomento ci proviene dalla lettura messianica dell'Antico
Testamento. Emerge in particolare il profeta Isaia: Gli occhi tuoi ammireranno il re nella
sua bellezza, contempleranno il paese, che si estende lontano (Is 33,17).
Il velo cadde in Gesù ed Egli ci permise di guardare, come dice s. Giovanni, la Sua gloria.
Questa comunque è una visione non degli occhi fisici ma degli occhi spirituali, ovvero del
cuore umile - afferma Agostino nello stesso trattato. Questa estasi del cuore che gode la
bellezza di Dio viene in qualche modo scossa da una profonda verità affermata dal profeta
Isaia che ci introduce ad un paradosso sconvolgente della nostra fede. Colui che è bello e
splendente è anche l'uomo della croce: Egli è venuto su davanti a lui come un ramoscello,
come una radice da un arido suolo. Non aveva figura né bellezza da attirare i nostri
sguardi, né apparenza da farcelo desiderare.
Disprezzato e rigettato dagli uomini, uomo dei dolori, conoscitore della sofferenza, simile
a uno davanti al quale ci si nasconde la faccia, era disprezzato, e noi non ne facemmo
stima alcuna (Is 53,2-3).
Credo che il profeta questa volta sveli davvero il mistero della bellezza che è la
sofferenza, la croce. Chi potrebbe mai negare la bellezza di un martire oppure di una
madre Teresa, anche lei martire sebbene non in apparenza. Sono belli, infatti, quei visi che
digiunano, perché traspaiono di Cristo che ha dato la sua vita per noi sulla croce.
Forse è proprio questa fuga dalla sofferenza che rende incapaci gli artisti moderni di
produrre opere che possono ancora parlare del bello all'uomo. Di quel bello che non è una
pura ricerca delle innovazioni secondo i propri criteri, ma che è profondamente legato alla
croce.
Ci rivolgiamo a lei la più bella tra le donne pregandola di risplendere su di noi, tanto
tempo ancora, con la bellezza di Dio.