La pace, frutto d'amore e di preghiera di Jelena Vasilj - Eco di Maria nr. 160
Quando qualcuno chiese a Sant'Ignazio come avrebbe reagito se il suo ordine
si fosse sciolto, egli rispose che per superare una tale crisi "un'ora di preghiera gli sarebbe bastata".
Non solo lui, ma chiunque prega, ha modo di sperimentare la pace come frutto della
preghiera. Nella preghiera, o meglio, nell'incontro con Dio, quando l'uomo spirituale
riversa se stesso in Dio, il suo cuore inquieto trova riposo. E' nella natura del fuoco
l'ardere verso l'alto. In modo analogo anche il desiderio dell'uomo tende verso l'alto. Solo
seguendo quest'ordine, a cui l'uomo è destinato dal vincolo della Carità, egli trova la sua
pace. L'uomo inquieto è, al contrario, un uomo disperso nella propria affettività poiché ancora
incapace di ordinare i propri affetti, i quali invece di tendere verso l'alto
vanno verso il basso. Si tratta di una persona spiritualmente immatura che
spesso manca di pace; come
una barca in costante naufragio sotto la minaccia di venti e flussi che continuamente
la agitano, una barca in cui si potrebbe dire che Cristo ancora dorme. Questi
affetti, identificati
da Sant'Agostino in maniera figurata con i piedi, ossia come il moto dell'anima,
pur camminando sulla terra, devono tendere verso l'alto.
Vorrei evitare che un tale ragionamento susciti delle idee erronee, e lasci
pensare che si vuole condannare qualunque tipo di affetto terreno, giustificando
solo quello rivolto a Dio.
Dobbiamo tenerci molto lontani da tale affermazione, poiché il Signore stesso ci ordina di
amare il prossimo - è un comando, non un optional - ma lo fa sempre nel contesto dell'amore
divino, il che ci fa pensare che la felicità umana è imperfetta, quindi incapace
di soddisfare del tutto il cuore dell'uomo. In questa prospettiva possiamo
concludere che il cuore inquieto
trova riposo solamente in Dio.
Nella nostra ricerca della pace esiste un altro tipo di errore assolutamente
da evitare e cioè
quando della pace ne facciamo un "assoluto". Nel passato esisteva una corrente mistica
chiamata quietismo, nella quale l'uomo adoperava tutte le sue forze per cercare la pace e, in
un certo senso, metteva Dio al secondo posto. Il Signore diventava lo strumento per
acquisire la pace, quando invece Gesù ci dice: "Sono venuto per portare la guerra e non la
pace".
Il tipo di pace a cui Gesù si riferisce è un falso tipo di pace; una pace che
si vuole ottenere senza la croce, senza la morte a se stessi; una pace che
ci fa ricadere nel pieno del nostro
egoismo, delle nostre paure che, a loro volta, possono suscitare in noi una
sorta di fuga spirituale mascherata da apparente stato di pace.
La pace è sempre frutto di qualcosa: frutto della presenza dello Spirito Santo ma anche
frutto delle nostre opere buone. Normalmente si dice di avere la coscienza a posto dopo aver
fatto delle opere buone. Misticamente parlando si tratta del riposo dell'anima, frutto dell'aver
fatto il bene. E' l'anima che riposa dalle opere malvagie e quindi è priva di peccato.
Nel fare il bene essa imita il suo Creatore che, dopo avere compiuto l'opera della creazione
(cosa buona ai suoi occhi), si riposa che il settimo giorno. Possiamo concludere quindi che
la pace senza la realizzazione del bene diventa una specie di pace apparente, ma è anche
vero che il cristiano nella ricerca della pace vive una specie di paradosso, perché deve
guardare alla sua croce da cui gli verrà la pace.
La misericordia di Dio è la fonte d'ogni nostra pace. L'uomo con la sua caduta perde il
senso della giustizia e la capacità di stabilire la pace sulla terra. Solo con l'intervento della
Grazia, che è il nuovo ordine della creazione, è possibile avere la pace sulla terra. Fiduciosi,
dobbiamo cercare la nostra pace nel perdono del Padre, ossia nel sacramento della
confessione, la più grande fonte di pace.
Questa grazia la chiediamo alla Regina della Pace, che da vent'anni c'insegna
che la pace è
un avvenimento personale tra Dio e l'uomo. Un fatto "personalissimo", perciò deve venire
dal cuore dell'uomo che a sua volta la riverserà in famiglia; dalla famiglia verrà poi
irradiata in tutto il mondo.