Terzo racconto

Dopo aver percorso sulla strada maestra una cinquantina di verste, decisi di voltare per un sentiero così da trovare più solitudine e luoghi più adatti alla lettura. Camminai a lungo attraverso i boschi e raramente mi capitava di attraversare un piccolo villaggio. A volte mi fermavo un giorno intero sotto gli alberi per leggere con ogni impegno la Filocalia da cui traevo molte e vaste conoscenze. Leggevo anche la Bibbia e sentivo di cominciare a comprenderla più chiaramente, mentre prima molti passi mi apparivano incomprensibili.

Per molto tempo proseguii così il mio cammino. Alla fine capitai in una regione tanto deserta che per tre giorni non incontrai neppure un villaggio. Il mio pane secco era terminato e mi sentivo sul punto di morire di fame. Cominciai a pregare con tutte le mie forze e mi affidai alla volontà di Dio. Avevo percorso un tratto di strada che costeggiava una immensa foresta, quando vidi sbucare un cane da guardia che dopo avermi gironzolato attorno, tornò verso la foresta per lo stesso sentiero dal quale era giunto. Lo seguii e poco dopo spuntò fra gli alberi un contadino magro e pallido, di mezza età. Era il guardaboschi e doveva sorvegliare quella foresta che era stata venduta per essere tagliata. Cominciammo a conversare amichevolmente, poi mi invitò nella sua capanna e dopo avermi dato del pane e del sale, mi disse che, se volevo fermarmi, c'era poco lontano una vecchia capanna, un po' malconcia, ma d'estate ci si poteva vivere. «Il passaporto ce l'hai, vero? - disse -. Il pane basta per entrambi, me ne portano dal mio villaggio ogni settimana. E il ruscello non si prosciuga mai. Anch'io, fratello, da dieci anni prendo soltanto pane e acqua. Ma in autunno, quando i contadini avranno terminato il lavoro dei campi, verranno qui circa duecento uomini a tagliare il bosco. Allora anche tu dovrai andartene».

Avevo inaspettatamente trovato quello che desideravo e cioè un posto in cui fermarmi per leggere attentamente, nel silenzio e nella pace, la Filocalia. All'autunno mancavano ancora quattro mesi: potevo utilizzare tutto quel tempo nell'esercizio della preghiera e della lettura. Lietamente rimasi, dunque, e vissi nella vecchia capanna per tutto quel periodo. Conversai ancora molto con quel mio fratello semplice e ospitale, ed egli cominciò a raccontarmi della sua vita e dei suoi pensieri.

«Nel mio villaggio - disse, avevo un buon mestiere: tingevo i tessuti e vivevo abbastanza bene, sebbene non senza peccati: ero spesso disonesto nel commercio, giuravo il falso, imprecavo volgarmente, mi ubriacavo e attaccavo briga. Viveva nel nostro villaggio un anziano lettore di chiesa che aveva un libretto antico e terribile sul Giudizio Universale. Andava di casa in casa a leggerne dei brani e ne ricavava qualche soldo. Veniva anche da me. Di solito gli si davano dieci copeche e quello restava a leggere fino al canto del gallo. Io ero solito ascoltarlo mentre continuavo il mio lavoro. Lo udivo leggere dei tormenti che ci attendono alI'inferno, della risurrezione dei morti, del giudizio di Dio. Una volta, udendo queste cose, fui colto dal terrore e pensai che a me questi tormenti non sarebbero certo stati risparmiati. Pensa e ripensa, alla fine decisi di abbandonare il mio mestiere. Vendetti la casa e, poiché ero solo, venni a fare il guardaboschi in cambio di pane, abiti e qualche cero da accendere durante le orazioni. Vivo così da oltre dieci anni. Mangio una volta sola al giorno: pane e acqua. Mi alzo al canto del gallo e prego fino all'alba davanti alle icone. Non bestemmio, non bevo né vino né birra e non litigo con nessuno; di donne e ragazze ho sempre fatto a meno.

All'inizio ero contento di vivere così, poi sono stato assalito da una turba di pensieri dai quali non riesco a liberarmi. Questa vita è dura. Sarà poi vero quel che è scritto nel Vangelo? Come farà un morto a risorgere? Di un uomo che sia morto da cent'anni non resta neppure una manciata di polvere. E chi sa se c'è o non c'è l'inferno? Nessuno è tornato dalI'altro mondo; si sa soltanto che quando uno muore marcisce e si dissolve. Forse quel libro fu scritto dai preti e dai padroni per spaventare gli ignoranti come noi e tenerci sottomessi. Tu vivi di stenti su questa terra, senza nessun conforto, e magari poi nell'aldilà non c'è niente. E allora non sarebbe meglio vivere la propria vita con qualche agio e più allegria? Questi pensieri mi ossessionano e non so come liberarmene».

Lo ascoltavo, pieno di pietà. Poi gli dissi: «Per quanto tu sottoponga il tuo corpo a fatiche e penitenze, se non avrai sempre Dio nella mente e la Preghiera di Gesù nel cuore, non avrai mai la pace e sarai sempre in balia delle tentazioni e dei dubbi. Esercitati, fratello, a recitare la Preghiera di Gesù; ti sarà facile, in questa solitudine e ne vedrai presto l'efficacia. Non ti verranno più pensieri cattivi, conoscerai la vera fede. Capirai allora come i morti risorgeranno e il terribile Giudizio Universale ti apparirà nella sua vera luce».

Trascorsi cinque mesi di solitudine e di orazione, colmi di beatitudine, e mi abituai talmente alla Preghiera di Gesù che la ripetevo senza interruzione. Alla fine mi accorsi che essa si generava ormai da sé, senza alcun intervento da parte mia, nel profondo della mia mente e del mio cuore, non solo mentre vegliavo ma anche mentre dormivo, senza interruzioni, qualsiasi cosa facessi.

Giunse il tempo del taglio del bosco. Gli uomini cominciarono ad affluire e io dovetti lasciare la mia silenziosa dimora. Ringraziato il guardaboschi, misi i libri nella bisaccia e ripresi il mio solitario cammino.