Quinto racconto

Ricordo che nel mio cammino verso Irkutsk giunsi - era primavera - in un villaggio dove trovai ospitalità presso un prete. Era un uomo buono e viveva da solo: rimasi presso di lui tre giorni. Dopo avermi osservato per questo breve tempo, mi disse: «Resta con me, ti darò un salario; ho bisogno di un uomo di cui possa fidarmi. Avrai visto che qui stiamo costruendo una nuova chiesa di pietra, accanto alla vecchia cappella di legno. Io cerco una persona sicura, che sorvegli gli operai e stia nella cappella a raccogliere le offerte per la costruzione. E' un lavoro adatto per te, per il tuo modo di vivere. Solo nella cappella, potresti pregare Iddio; ti darei una stanzetta isolata. Resta, ti prego, almeno finché la chiesa sia terminata ».

Restai là fino all'autunno, vivendo nella cappella. Nei primi tempi mi era facile esercitarmi nell'orazione, sebbene venissero molte persone, soprattutto nei giorni di festa, chi per pregare, chi per sbadigliare, chi infine per sottrarre qualche copeca dal piatto delle elemosine. Alcuni visitatori, vedendo che leggevo la Bibbia o la Filocalia, cominciavano a discutere con me o mi pregavano di leggerne loro qualche brano.

Dopo un po' di tempo notai che una giovane contadina veniva spesso a pregare Dio e si fermava a lungo. Un giorno le dissi: «Impara a recitare più spesso che puoi la Preghiera di Gesù; essa ci porta più vicino a Dio di ogni altra orazione. Ne riceverai luce e salvezza per l'anima tua». La ragazza accettò il mio consiglio e cominciò a metterlo in pratica con tutta semplicità. Poco tempo dopo mi comunicò che si era talmente abituata alla Preghiera di Gesù da sentire la necessità costante di recitarla. Me ne rallegrai e le consigliai di dedicarsi sempre più all'invocazione del Nome di Gesù.

Ormai l'estate finiva. Molti fedeli venivano da me, non solo per ascoltare le letture o per avere consigli ma per raccontarmi le loro pene domestiche e anche per sapere da me come ritrovare oggetti smarriti. Evidentemente mi avevano scambiato per un mago.

Un giorno anche la ragazza di cui ho parlato venne da me disperata: suo padre aveva deciso di unirla in matrimonio, contro la sua volontà, con un eretico, e l'officiante sarebbe stato non un prete ma un contadino. «Che razza di matrimonio può essere? - gridava la fanciulla - Questo è concubinato! Voglio fuggire!». La dissuasi esortandola a pregare fervidamente il Signore perché distogliesse il padre dalla sua decisione. La preghiera le sarebbe servita più della fuga.

Intanto l'estate finì e decisi di riprendere il mio pellegrinare. Mi congedai da quel buon prete e dopo circa dieci verste mi fermai a pernottare in un villaggio. Al mattino, mentre ero seduto davanti alla locanda dove avevo trascorso la notte, vedo d'un tratto correre verso di me la fanciulla che veniva nella mia cappella a pregare. «Perchè sei qui? », le chiesi. «A casa era già tutto pronto per le mie nozze con quel settario, e io sono scappata». Poi mi si gettò ai piedi: «Fammi la grazia, portami via con te e conducimi in qualche monastero. Io non voglio sposarmi. A te daranno ascolto e mi accetteranno».

«Buon Dio, dove vuoi che ti conduca? - dissi -. Da queste parti non conosco monasteri, e come potrei prenderti con me senza documenti? Non ti riceveranno in nessun posto. E come nasconderti? Ti raggiungeranno e oltre tutto sarai punita per vagabondaggio. Ritorna invece a casa e prega Dio. Se non vuoi sposarti, inventa qualche motivo che te lo impedisca». Mentre stavamo seduti a parlare, vedemmo quattro contadini che, su un barroccio, trottavano dritto verso di noi. Acciuffarono la ragazza, la issarono sul barroccio che ripartì subito con uno di loro. Gli altri tre mi legarono mani e piedi e mi riportarono al villaggio dove avevo passato l'estate. Alle mie proteste si limitarono a gridare: «Ti insegneremo noi, santarello, a sedurre le ragazzine!».

Verso sera mi condussero alla caserma, mi misero i ferri ai piedi e mi rinchiusero in una cella fino al mattino, in attesa del processo. Il prete, saputo che ero in prigione, corse a trovarmi. Mi portò da mangiare e mi consolò dicendo che sarebbe intervenuto in mia difesa. Sul far della notte si fermò al villaggio il capo del distretto di polizia ed entrò negli uffici, dove gli raccontarono l'accaduto. Egli allora ordinò di riunire gli interessati e mi fece condurre nell'izba adibita a tribunale. Mi fecero entrare e aspettammo in piedi finché il capo si sedette arrogante sul tavolo, con il berretto in testa, e gridò: «Ehi, Epifan! Tua figlia ha portato via niente da casa?». «Niente, batjuska » . «Si sa che abbia combinato qualcosa con questo idiota? ». «No, batjuska » . «Allora ecco come sistemo la faccenda: tua figlia trattala tu come credi; a questo bel tipo daremo una lezioncina domani, poi lo cacceremo, con la diffida a mostrarsi ancora da queste parti. E' tutto».

Scese dal tavolo e andò a dormire; io fui ricondotto in prigione. Il mattino dopo, di buon'ora, vennero due guardie che mi frustarono e poi mi lasciarono andare. E io mi rimisi in cammino, ringraziando Dio che mi aveva ritenuto degno di soffrire per il suo Nome. Questo mi confortava e mi incitava ancora di più alla incessante orazione del cuore. Gli avvenimenti non mi avevano ferito per niente, quasi fossero toccati a un altro e io vi avessi soltanto assistito. Persino le frustate avevo sopportato senza sforzo!

Dopo quattro verste incontrai la madre della ragazza che tornava dal mercato con la spesa. Vedendomi, mi disse che il fidanzato aveva lasciato la figlia, in collera perché era fuggita. Mi diede un po' di pane, qualche dolce, e io proseguii.

Il tempo era bello, asciutto e a me non andava di passare la notte in un villaggio. Così, trovando nel bosco due mucchi di fieno, mi ci sistemai e dormii tutta la notte.