Ho prestato il mio volto a Gesù Cristo (Jim Caviezel)- Eco di Maria nr.175
Era presente la scorsa estate a
Medjugorje per raccontare ai giovani
accorsi per il festival la sua incredibile
avventura: quella di prestare il suo corpo a
Gesù Cristo per un film che sarebbe stato
visto da quaranta milioni di persone in tutto
il mondo (tanti gli spettatori fino alla
Pasqua; un cifra tuttavia destinata sicuramente
a salire).
Ancora non si sapeva che tutto il mondo
avrebbe parlato dell’evento straordinario che
l’aveva coinvolto; e proprio lì, nella terra
benedetta, Jim Caviezel ha presentato ai
giovani quello di cui i giornali e i media, i
teologi e la gente comune, i credenti e gli
agnostici, i cristiani e gli ebrei, e molti altri
ancora avrebbero scritto, parlato, discusso e
dissertato… Chi a favore, chi contro; chi
ammirato, chi disgustato; chi confermato
nella propria fede, chi disturbato da una
verità che svela la propria menzogna.
Insomma, il film “La Passione di Cristo” è
stato e continua ad essere sulla bocca di tutti.
“Sono arrivato a questa parte attraverso
Medjugorje, attraverso la
Madonna. Durante la preparazione ho utilizzato
tutto quello che Medjugorje mi ha
insegnato”, racconta il protagonista in un’intervista.
“Il regista, Mel Gibson, ed io andavamo
insieme alla Messa ogni mattina. Nei
giorni in cui non potevo andare, facevo
almeno la comunione. Avevo sentito dire che
il Papa si confessava tutti i giorni e pensai
che anch’io dovevo confessarmi più spesso.
Non volevo che Lucifero potesse esercitare
un controllo su quello che facevo. Per questo
ho anche digiunato…”
La corona del rosario tra le mani nella
pausa delle riprese, l’Eucaristia quotidiana
che ogni mattina si celebrava sul set, le reliquie
dei santi e della Croce cucite nella tunica:
“Il veggente Ivan e sua moglie Laureen
mi hanno dato un pezzettino di Croce. La
porto sempre con me. Proprio per questo sui
miei vestiti è stata realizzata una speciale
tasca. Porto con me anche le reliquie di
Padre Pio, di s. Antonio di Padova, di s.
Maria Goretti e di s. Denis, il protettore
degli attori”.
Questi gli strumenti con i quali Jim ha
affrontato il ruolo impegnativo degli ultimi
istanti di Cristo in terra, l’Ora della sua
Passione. “Credo che questo film sia stata
anche la mia passione”, continua l’attore
americano. “Ho dovuto lottare contro il freddo,
contro i crampi, contro il mal di testa che
mi procurava la corona di spine. Ho dubitato
della mia fede… Poi ho capito che non
avrei potuto rappresentare il dolore senza
soffrire veramente…”
Sebbene sia stato già utilizzato moltissimo
inchiostro a commento di questo
film e si rischia di apparire ripetitivi, non
potevamo tacere queste parole. Perché è
doveroso sottolineare la tonalità di fede con
il quale questo film è stato pensato, affrontato
e vissuto dai protagonisti, che non potevano
rimanere estranei allo spessore di vita
che tutto questo comportava. Una troupe e
un cast multiformi, composti da gente di
diversi paesi e convinzioni: “È un film che
inneggia all’amore, alla tolleranza… Non ho
avuto un momento di esitazione” racconta
l’attore. “Gibson più volte mi ha detto che
rischiavo, che c’era la possibilità che dopo
questo film nessuno mi avrebbe fatto più
lavorare a Hollywood. Gli ho risposto che
ero un credente e che tutti devono portare
una croce… Non avevo idea di quanto
avrei dovuto pregare durante il film per
riuscire a mantenere la prospettiva giusta…
Pregavo anche che dietro il trucco gli spettatori
non vedessero più me ma il volto del
Messia, di Gesù Cristo”.
Il fascino di Gesù è indiscusso. Quasi
tutti, da duemila anni, si sentono in qualche
modo attratti da Lui, sebbene l’uomo si arroghi
costantemente il diritto di stabilire come
Dio debba mostrarsi al suo cospetto. Anche
questa volta Cristo è stato “pietra d’inciampo”
per chi si è sentito interiormente provocato
a rispondere all’evidenza che il Figlio
di Dio si è fatto carne, e che ha sopportato
umilmente una crudele passione pur di consumare
fino in fondo il proprio sacrificio da
offrire al Padre.
Troppa violenza, troppo sangue, troppo
di tutto, è stato detto. Il fatto è che ancora
una volta la Verità ha operato una divisione,
non tanto nelle menti, quanto nei cuori. Di
fronte a questo estremo atto di amore, l’uomo
si chiede se accettare un “fallito”,
distrutto nel corpo e annoverato tra i malfattori,
o se invece desidera per sé un Dio ideale,
operatore di miracoli, panacea per tutti i
nostri mali e pronto esecutore di ogni nostra
richiesta. In sostanza, un Dio-caramella…
La paura di essere noi stessi coinvolti
ci fa indietreggiare e preferiamo sublimare
l’idea della redenzione per sfuggire al pericolo
di essere chiamati a farne parte, a versare
cioè noi stessi il sangue per “completare
nella carne quello che manca ai patimenti
di Cristo” (cfr. Col 1,24).
Allora si accusa: il film non è fedele al
vangelo, non è un trattato teologico, non
rispetta gli ebrei, non… No, il film non è
quello che noi vogliamo che sia, ma ha il
merito di mostrare a tutto il mondo, a forti
tinte, l’amore di Cristo per noi, che resiste
fino all’ultimo respiro all’attacco del
Maligno rifiutando di usare il male per
difendersi: “Maltrattato, si lasciò umiliare e
non aprì la sua bocca; era come agnello
condotto al macello, come pecora muta di
fronte ai suoi tosatori, e non aprì la sua
bocca” (Is 53, 7). Fece quindi ciò che
dovremmo fare anche noi, come suggerisce
s. Paolo: “Non lasciarti vincere dal male,
ma vinci con il bene il male” (Rm 12, 21).
Non è un film da guardare, è un’esperienza
viva che si fa contemplare, che ti
chiude la bocca e che si colloca dentro di te
per poi riemergere pian piano, dispiegando i
diversi piani di lettura di quel tremendo e
santo venerdì di Passione.
Il tradimento dei compagni di Gesù, l’intima
unione con la Madre Maria, il duello combattuto
con il vero responsabile del crimine
- satana… “Una delle cose che spero maggiormente
per questo film” confessa il regista,
“è che quando il pubblico uscirà dalla
sala, avrà il desiderio di porsi più domande”.
Egli stesso ha voluto “firmare” il film in un
modo originale: era di Mel Gibson la mano
che conficca il chiodo nel palmo di Gesù.
Un modo per “firmare” anche la sua morte,
come per dire: anch’io l’ho crocifisso.
Molto ha contribuito a fare di questo
film un capolavoro: la fedeltà ai vangeli,
arricchita da alcuni elementi estratti dalle
visioni della mistica Anne Catherine
Emmerich, vissuta alla fine del ‘700; le
atmosfere create da luci e colori, ispirati alle
tele del Caravaggio; l’uso delle lingue del
tempo di Gesù - l’aramaico e il latino - che
hanno reso la visione ancora più realistica e
pregnante; la bravura degli attori, catturati in
un ruolo che ha sorpreso loro stessi…
“Sul set - ha scritto Vittorio Messori - è
avvenuto assai più di quanto non si sappia,
molto resterà nel segreto delle coscienze:
conversioni, liberazioni dalle droghe, riconciliazioni
tra nemici, abbandono di legami
adulterini, apparizioni di personaggi misteriosi.
Due fulmini si sono abbattuti sul set, di
cui uno ha colpito la croce…”.
Non è nato per riscuotere successo, ma
per scuotere le coscienze. Hanno tentato di
bloccarlo sul nascere scatenando polemiche
di ogni genere, ma forse, nel silenzio dei
cuori sta facendo nascere nuovi uomini alla
fede. “Ogni spettatore - scrive Andrea
Morigi - conserva tutta la libertà del suo
punto di vista. Scena dopo scena, a mano a
mano che Cristo si trasforma nell’uomo
della Sindone, si può guardarlo come Giuda,
disperato per averlo tradito, oppure prenderlo
per matto, il che non esclude la possibilità
di fustigarlo e inchiodarlo alla croce.
Oppure soffrire con lui. I personaggi della
narrazione coprono già tutta la gamma degli
atteggiamenti e delle reazioni possibili…”.
È quello che afferma la moglie del protagonista,
frequente pellegrina anche lei a
Medjugorje: “Quando ho visto per la prima
volta la croce su di lui, truccato, non sembrava
mio marito, ma Gesù. Era così realistico
che sembrava davvero di vedere il
Cristo: alcuni erano pieni di rispetto, altri
indifferenti ed altri ancora lo prendevano in
giro. È accaduto ad entrambi: abbiamo capito
nel nostro piccolo come poteva essere…”.
Al di là dei commenti e delle critiche,
delle approvazioni o delle accuse, vediamo
come il Crocifisso ancora oggi non ci “lascia
in pace”. E meno male, così che sconvolgendo
i nostri schemi e le nostre aspettative
Egli possa creare in noi lo spazio per la pace
vera. Quella che nasce dalla Verità e
dall’Amore, e non dalle idee.
Stefania Consoli