In comunione tra noi e con i santi - Eco di Maria nr.165
"Cari figli, oggi gioisco con il vostro Patrono... Chiedete attraverso i vostri santi
protettori, affinché vi aiutino a crescere nell’amore verso Dio" (messaggio del 25 luglio).
È un chiaro richiamo da parte della Madonna a volgere i nostri sguardi verso il Cielo e
riconoscere quegli amici che il Signore stesso ci dona per imparare a camminare verso di
Lui.
L’attenzione a rivolgerci ai santi non è un atto devozionale, ma un atto di fede e più
ancora un clima di fede: la certezza che chi cammina qui sulla terra, cammina con tutti
quelli che sono nel Cielo. È una realtà alla quale forse pensiamo poco, perché cogliere la
realtà dell’invisibile significa oltrepassare l’incanto, certe volte l’inganno del visibile, di
quello che si vede, di quello che si tocca. Noi siamo abituati a questa vita fatta di
sensazioni immediate e, se qualcuno ci dice di vivere in comunione con gli angeli, con i
santi, con la Vergine Maria è come se ci facesse la proposta di vivere tra le nuvole; ma in
realtà la vita è quella che viene da quelle persone e i veri viventi sono questi. Anche Gesù
parlando con i suoi avversari dice che Dio è il Dio dei viventi, perché è il Dio di Abramo,
di Isacco, di Giacobbe che sono in Paradiso; il Dio dei viventi non tanto per la vita tua,
quanto per la vita di quei viventi che sono in Paradiso.
Dio ama vederci insieme, le creature nel Cielo e quelle che sono ancora sulla terra.
Dietrich Bonhoeffer, pastore protestante morto nell’ultimo periodo della 2° guerra
mondiale, arrestato come responsabile di una comunità, rettore del seminario e autore tra
l’altro di un bel libro intitolato "La vita comune", diceva che una delle cose di cui i
cristiani dovevano ringraziare il Signore era l’occasione in cui Lui poteva raccoglierli
insieme, perché nel mondo è difficile essere cristiani, è difficile respirare lo spirito della
preghiera, lo spirito della fede.
È sempre un dono grandissimo per i cristiani quello di potersi raccogliere. Lui, che
aveva fatto l’esperienza di quegli anni bui della guerra, in cui bisognava resistere a tutta la
prepotenza del nazismo, capiva quanto fosse difficile ritrovare un clima di pace, di amore,
di fede. Ci raccoglie il Signore come ha fatto con i primi discepoli: è nella pedagogia del
Vangelo, nella volontà di Gesù e se c’è qualcuno che a Lui dice il suo sì, inevitabilmente si
trova in comunità, in una comunità. È vero che il dialogo con il Signore è personale, la
risposta è personale, ma è sempre una risposta nella comunità, nella Chiesa. Siccome la
Chiesa non è un’astrazione, ma una comunità, la Chiesa è là dove Gesù ha detto: "Dove
sono due o più riuniti nel mio nome, là io sono in mezzo a loro".
Gesù stesso ha raccolto i suoi primi discepoli in una comunità, prendendoli dalle varie
estrazioni, da varie esperienze di vita e li ha fatti diventare la sua comunità, quindi con loro
ha cominciato la sua opera di formazione. Noi pensiamo che la formazione consista nello
studiare bene un libro, nel mettersi in testa alcune idee: questo significa istruzione,
indottrinamento non formazione.
Formazione, come dice la parola, significa prendere una forma: quando i bambini si
trovano al mare, si divertono riempiendo di sabbia delle formine ottenendo un pesce, una
stellina... Come mai la sabbia prende quelle forme? La prende dalla forma che le contiene.
Quindi formazione cristiana significa prendere la forma di Cristo stando con Cristo, senza
una necessaria opera di indottrinamento, di lavaggio del cervello o di rovesciamento della
propria mentalità. Ognuno va con Cristo e ci sta così com’è e piano piano, se si è come la
creta nelle mani del vasaio (cfr. Ger) che è il Signore, ci si forma in Lui.
Gesù ha raccolto questi suoi amici (così li ha chiamati) per formarli, e per formarli li
ha fatti vivere insieme a Lui. Non si è stancato per le loro debolezze, per le loro difficoltà a
capire: e una delle cose che non riuscivano a capire era proprio questo atteggiamento di
Gesù servo. Tutti aspettavano il momento in cui si dovevano spartire il potere.
La cosa più difficile è prendere questa forma di Gesù servo. Anche Giacomo e Giovanni
alla domanda: "Potete bere voi il calice che io devo bere?" hanno risposto: "Certamente
siamo disposti a tutto, purché ci sia per noi un posto alla destra e uno alla sinistra". Alla
domanda a ciascuno di noi se vogliamo comandare rispondiamo sempre di no, ma di fatto
poi non è vero... Nessuno vuole essere servo, perché è più facile essere serviti che servire,
dalle piccole cose alle grandi: quando si tratta di decidere della vita, quando un altro decide
per te e ti costringe ad agire, a pensare, a fare di conseguenza. Spesso non accetti di essere
servo anche perché l’altro molte volte non ha neanche ragione nel pretendere questo
servizio.
La formazione di Gesù consiste nel cercare di formare i suoi all’amore maturo, che
consiste non nell’essere serviti, ma nel servire, che non è l’amore che cerca se stesso, ma
l’amore che dà. Questo è scritto anche nei libri più semplici di psicologia, tutti dicono che
l’amore maturo è quello oblativo. Anche nella lingua greca troviamo due termini che
indicano l’amore: eros, che non indica semplicemente una cosa cattiva, ma l’amore
dell’altro con vantaggio per se stessi e l’agape, termine usato spesso da Giovanni, che
indica l’amore rivolto alla crescita, alla promozione dell’altro. Ma noi ci chiediamo: "Ma
così facendo non ci si svuota, non ci si impoverisce?". No, perché l’agape matura chi lo
dona e fa maturare, fa crescere l’altro, in quanto elimina tutti quegli elementi che rendono
l’amore chiuso, egoistico e si fa apertura piena.
Non basta la buona volontà per ottenerlo, non bastano i propositi, ma serve la Grazia,
senza la quale nulla possiamo. Allora dobbiamo immergerci in questo avvenimento, perché
diventi avvenimento per noi e ci coinvolga in modo tale che riceviamo la grazia di servire
anche noi un po’, cominciando a liberarci dall’istinto di essere serviti.
don Nicolino Mori