Gesù eucaristico, cibo

Abbiamo esaminato il primo aspetto della SS. Eucaristia: Gesù Eucaristico, vittima nel sacrificio della S. Messa; prendiamo ora in considerazione il secondo: Gesù Eucaristico, Cibo, nella S. Comunione.

1) La S. Comunione (con unione, ossia unione con un altro) è la partecipazione al banchetto eucaristico in cui il fedele si ciba del Corpo e del Sangue di Gesù Cristo.

E non solo il sacrificio della nuova alleanza, ma è anche un sacramento, anzi il più augusto dei Sacramenti, perché negli altri si riceve solo la grazia, in questo, invece, anche l’autore della grazia, Gesù Cristo, Figlio di Dio e Dio lui stesso insieme con il Padre e lo Spirito.
L’Eucaristia, come sacramento dei vivi, produce direttamente in noi, per sua propria virtù — «ex opere Operato» — un aumento di grazia santificante che ottiene anche — «ex opere operantis» — in proporzione cioè alle nostre disposizioni interiori: più grandi saranno la fede e l’amore, maggiori saranno pure le grazie che noi riceveremo.
Abbiamo detto che si acquista un aumento di grazia, non la grazia prima, la quale viene data dai Sacramenti dei morti e cioè del Battesimo e, per coloro che hanno commesso peccati mortali dopo il Battesimo, della Penitenza.
Per fare una buona Comunione sono necessarie tre condizioni:
a) Essere in grazia di Dio.
b) Compiere una conveniente preparazione e un doveroso ringraziamento.
c) Essere digiuni da un’ora.
a) Essere in grazia di Dio.

Chi si accosta alla S. Comunione deve essere in grazia di Dio: chi riceve il Corpo del Signore in peccato mortale commette un grave sacrilegio.
Prima di accostarsi alla S. Comunione, pertanto. ogni fedele deve prepararsi facendo un serio esame di coscienza per vedere se la sua anima è in grazia di Dio o no.
Poiché S. Paolo dice: «Chiunque in modo indegno mangia il pane o beve il calice del Signore, sarà reo del corpo e del sangue del Signore. Ciascuno, pertantO esamini se stesso e poi mangi di questo pane e beva di questo calice; perché chi mangia e beve senza riconoscere il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna» (1 Cor. 11,27-29).
S. Paolo ci esorta a fare, prima di accostarci alla S. Comunione, un esame di coscienza, nel quale noi possiamo trovarci in tre stati d’animo.
I - Siamo certi di essere in grazia di Dio: possiamo allora accostarci alla S. Comunione.
Il - Non siamo certi di essere in grazia di Dio, ma dubbiosi: abbiamo cioè dei motivi per pensare di essere in grazia di Dio e ne abbiamo altri che ci inducono a pensare di essere in peccato mortale. Siamo in uno stato di incertezza. In questa situazione di dubbio possiamo accostarci alla S. Comunione.
III - Siamo certi di essere in peccato mortale. In questo stato d’animo non possiamo accostarci alla S. Comunione e chi lo facesse commetterebbe un gravissimo sacrilegio, cioè un altro peccato mortale.
Chi ha commesso un peccato grave non può, se non eccezionalmente, accontentarsi di un atto di contrizione perfetta: prima di ricevere la S. Comunione deve acquistare lo stato di grazia, con una buona e santa confessione. Il Codice di Diritto Canonico, infatti, dice: «Colui che è consapevole di essere in peccato grave, non celebri la Messa né comunichi al Corpo del Signore senza premettere la confessione sacramentale, a meno che non vi sia una ragione grave e manchi i’Opportunità di confessarsi; nel qual caso si ricordi Che è tenuto a porre un atto di contrizione perfetta, che include il proposito di confessarsi quanto prima» (Can. 9l6ecfr. Conc. Trid. can. Il, Denz. 1661).
Secondo la prescrizione di questo canone — ripresa dal Concilio di Trento — per celebrare lecitamente la S. Messa o comunicarsi, con un solo atto di contrizione perfetta, senza premettere la confessione sacramentale, si devono tener presenti due elementi: — Una ragione grave, la necessità di celebrare o di comunicarsi, quando cioè la celebrazione o la Comunione non si posseno evitare senza scandalo, infamia, o altro danno. Ciò si verifica quando il Sacerdote deve celebrare una Messa di orario o di matrimonio o di funerale, ecc.; oppure quando un fedele solamente all’altare si ricorda di aver commesso un peccato mortale.
— Quando non si può aveve un confessore a propria disposizione senza grave difficoltà. (Per grave, qui si deve intendere, fuori dell’ordinario).

b) Compiere una conveniente preparazione e un doveroso ringraziamento.
Abbiamo detto che la S. Comunione, essendo anche un Sacramento, se non trova un ostacolo nel soggetto ricevente, produce l’effetto non solo «ex opere operato» e cioè per sua propria virtù, ma anche «ex opere operantis» e cioè in proporzione alle disposizioni interiori, che sono soprattutto la fede e l’amore:
più grandi saranno la fede e l’amore, maggiori saranno pure le grazie che noi riceveremo. La fede e l’amore si stimolano con una conveniente preparazione e un doveroso ringraziamento.
Dopo aver compiuto un serio esame di coscienza per vedere se siamo in grazia di Dio o in peccato mortale, come sopra detto, e, constatato che siamo in grazia di Dio, allora ci si deve disporre a ricevere Gesù nella S. Comunione con sentimenti di fede, di speranza, di dolore dei propri peccati di tutta la vita passata e di devozione interna ed esterna.
E molto opportuno poi intrattenersi in preghiera in una generale disposizione di sottomissione alla volontà di Dio come Gesù fu sempre obbediente al Padre e obbediente fino alla morte (cfr. Fu. 2,8) e come Lui poter esclamare: «Il mio cibo è fare la volontà di Colui che mi ha mandato e compiere la sua opera» (Gv. 4,34).
Un altro sentimento che deve pervadere il nostro spirito nell’imminenza di ricevere Gesù Sacramentato è quello dell’umiltà. «O Signore, io non sono degno...». Considerando, cioè, l’infinita grandezza e superiorità di Gesù e la nostra piccolezza e assoluta dipendenza da Lui, riconosciamo Lui il tutto e noi il nulla. Questo sentimento svuota la nostra anima dal suo egoismo e la dispone a lasciarsi prendere e possedere completamente da Lui.
A questa umiltà seguirà un desiderio ardente di cibarci di Gesù Eucaristico, perché sentiamo la nostra impotenza e la nostra debolezza. Come quando stiamo tanto tempo digiuni e abbiamo fame, sentiamo vivo il desiderio di cibarci per acquistare le forze, perché ci sentiamo deboli e fiacchi, così, animati dalla fede, avvertiremo il desiderio di rifocillarci di Cristo, cibo, per riacquistare le forze, per agire soprannaturalmente, per operare nella vita per amore di Gesù Cristo.
Arrivato il momento di comunicarsi, ognuno deve accostarsì all’altare con la massima compostezza e devozione interiore ed esteriore, manifestando così agli altri la propria intima convinzione della presenza reale di Gesù, di Dio, nascosto sotto le specie eucaristiche. Dopo aver ricevuto la S. Comunione è molto opportuna una pausa di silenzio durante la quale il fedele compie un doveroso ringraziamento e prega più che con le parole con il cuore: rinnova gli atti di fede, di speranza, di carità, di adorazione, di ringraziamento, di offerta e di domanda delle grazie che maggiormente sono necessarie per noi e per coloro per i quali vogliamo pregare.
E anche molto opportuno ripensare, durante il giorno, specialmente nel momento delle difficoltà, alla S. Comunione ricevuta, rinnovare i sentimenti del ringraziamento e chiedere a Gesù luce e forza per compiere sempre la sua santissima volontà.

c) Essere digiuni da un’ora.
Per ricevere degnamente la S. Comunione dobbiamo anche osservare il digiuno eucaristico, stabilito dalla Chiesa. Chi si accosta, pertanto, alla S. Comunione deve essere digiuno da un’ora, secondo le prescrizioni del Can. 919. Si ricorda che l’acqua e le medicine non rompono il digiuno eucaristico.

2) Quando per qualche motivo, non possiamo ricevere la SS. Eucaristia, possiamo sempre fare la Comunione Spirituale.

Essa è vivamente raccomandata. Il Concilio di Trento ne parla due volte: nella Sess. XIII. cap. 8, Denz. 1658 e nella Sess. XXIII, cap. 6, Denz. 1747. Il momento più opportuno per fare la Comunione Spirituale è naturalmente quello della Comunione Sacra- mentale del sacerdote e dei fedeli durante la S. Messa, ma la si può fare in qualsiasi tempo e luogo: quando si è a letto ammalati, durante il lavoro, o tra un’occupazione e l’altra, qualunque esse siano, nel riposo della notte, ecc.
Il modo per fare la Comunione Spirituale è quello di compiere un atto di desiderio di ricevere Gesù Sacramentato accompagnato da sentimenti di fede, speranza e carità.
Si possono usare le formule di preghiera che si preferiscono: la più comune è quella dettata da S. Alfonso M. De’ Liguori: «Gesù mio, credo che tu sei presente nel SS. Sacramento. Ti amo sopra ogni cosa e ti desidero nell’anima mia. Poiché ora non posso ricevertj Sacramentaimente, vieni almeno spiritualmente nel mio Cuore... (un momento di pausa). Come già venuto, ti abbraccio e Wtto mi unisco a te: non permettere che io mi separi mai più da te. O Gesù, mio sommo bene e mio dolce amore, ferisci e infiamma il mio cuore, affinché bruci sempre del tuo amore».
La Chiesa, per un atto di Comunione Spirituale, compiuto con qualsiasi pia formula, concede un’indulgenza parziale (cfr. Enchiridion Indulgentiarum, 1999, concess. 8, par. 2).

3) Porta grande beneficio all’anima considerare gli effetti della S. Comunione Sacramentale. Essa, quando è ricevuta con le dovute disposizioni, produce i seguenti effetti.

a) Il primo e principale effetto della S. Comunione Sacramentale è l’intima e straordinaria unione di tutto noi stessi — anima e corpo — con Gesù Cristo.
Per comprendere bene questa unione è necessario distinguere l’unione sacramentale, che consiste nel cibarsi dell’Eucaristia e che cessa con lo scomparire delle specie, e l’unione spirituale o mistica che continua e consiste nell’amore e nella grazia. Cristo è la vite, coloro che lo ricevono sono i tralci, nei quali scorre la vita soprannaturale della grazia.
Cristo ha promesso come frutto della S. Comunione quest’intima unione spirituale con Lui, che ha il suo modello nell’unità del Figlio con il Padre. Egli infatti dice: «Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue, dimora in me ed io in lui» (Gv. 6,56).
Dio ci ha tanto amato da assumere la nostra natura umana per redimerci e salvarci e poi, una volta fatto uomo, si è fatto pane per essere nostro cibo. L’amore tende ad essere vicini alla persona amata. Quando si ama una persona, si pensa a lei, si desidera essere vicini a lei, conversare con lei, vivere con lei: ciò si può verificare fra due persone innamorate. Gesù Cristo è veramente innamorato degli uomini e ci ha manifestato tutto questo.
Non c’è una cosa che sia più vicina a noi del cibo, anzi è addirittura in noi. E Gesù ha avuto per noi questa attenzione amorosa: si è fatto carne per essere nostro cibo: «La mia carne è veramente cibo e il mio sangue è veramente bevanda» (Gv. 6,55).
Gesù stesso diventa il nostro alimento, Gesù intero, il suo corpo, il suo sangue, la sua anima e la sua divinità. Egli si unisce a noi per trasformarci in Lui. Questa unione è insieme fisica e morale.
I suoi effetti sono dunque simili, non uguali, a quelli del nutrimento. Questo sacramento opera ogni effetto del cibo e della bevanda materiale rispetto alla vita del corpo e cioè sostiene la vita spirituale, la accresce, la guarisce e la riempie di gioia e di pace. Il cibo materiale si trasforma nella nostra carne e nel nostro sangue, l’Eucaristia invece no, perché quando incomincia il fenomeno della trasformazione le specie sacramentali mutano sostanza e allora cessa anche la presenza di Cristo per cui Egli non si trasforma nella nostra carne e nel nostro sangue. La S. Comunione è un sacramento, che significa segno sensibile e perciò produce gli stessi effetti del cibo materiale, riferiti all’anima a modo di segno, per cui non Cristo si trasforma in noi, ma noi siamo trasformati in Lui.
In questa unione fisica viene ad innestarsi una unione spirituale intimissima e santissima. Tutto Gesù si unisce a tutto noi, formando così un cuor solo e un’anima sola. Noi dobbiamo essere docili all’azione trasformante di Cristo in modo da poter esclamare come S. Paolo: «Io vivo, ma non sono più io che vivo, è Cristo che vive in me» (Gai; 2,20).
Ascoltiamo come S. Ilario, vescovo di Poitiers (3 15-368) e grande dottore della Chiesa (1851), nel suo trattato «Sulla Trinità» esprime l’unione dei fedeli in Dio mediante l’incarnazione del Verbo e il Sacrament? dell’Eucaristia: - «E indubitabile che il ‘Verbo si è fatto carne’ (Gv. 1,14) e che noi con il cibo eucaristico riceviamo il Verbo fatto carne. Perciò come non si dovrebbe pensare che dimori in noi con la sua natura colui che, fatto uomo, assunse la natura della nostra carne ormai inseparabile da lui, e unì la natura della propria carne con la natura divina nei Sacramento che ci comunica la sua carne? In questo modo tutti siamo una cosa sola, perché il Padre è in Cristo, e Cristo è in noi. Dunque egli stesso è in noi per la sua carne e noi siamo in lui, dal momento che ciò che noi siamo si trova in Dio.
In che misura poi noi siamo in Lui per il Sacramento della Comunione del corpo e del sangue, lo afferma Egli stesso dicendo: «E questo mondo non mi vedrà più, voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete; poiché sono nel Padre e voi in me e io in voi» (cfr. Gv. 14,17-20).
Se voleva che si intendesse solo l’unione morale o di volontà, per quale ragione avrebbe parlato di una graduatoria e di un ordine nel’attuazione di questa unità? Egli è nel Padre per una natura divina: noi siamo in Lui per la sua nascita nel corpo. Egli poi è ancora in noi per l’azione misteriosa dei sacramenti. Questa è la fede che ci chiede di professare. Se condo questa fede si realizza l’unità perfetta per mezzo del Mediatore. Noi siamo uniti a Cristo, che è inseparabile dal Padre. Ma pur rimanendo nel Padre resta unito a noi. In tal modo arriviamo all’unità con il Padre. Infatti Cristo è nel Padre connaturalmente per ché da Luì generato. Ma, sotto un certo punto di vista, anche noi, attraverso Cristo, siamo connaturalmente nel Padre, perché Cristo condivide la nostra natura umana.
Come si debba intendere poi questa unità con naturale nostra lo spiega lui stesso: «Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui» (0v. 6,56).
Nessuno sarà in lui, se non colui nel quale egli stesso verrà, poiché il Signore assume in sé solo la carne di colui che riceverà la sua.
Il sacramento di questa perfetta unità l’aveva già insegnato più sopra dicendo: ‘Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia la mia carne vivrà per me’ (Gv. 6,7). Egli vive in virtù del Padre; e noi viviamo in virtù della sua umanità così come egli vive in virtù del Padre.
Dobbiamo rifarci alle analogie per comprendere questo mistero. La nostra vita divina si spiega dal fatto che in noi uomini si rende presente Cristo mediante la sua umanità. E, mediante questa, viviamo di quella vita che egli ha dal Padre» (S. Ilario, Vescovo di Poitiers, Sulla Trinità, Lib. 8,13-16; PLA0, 246-249).

b) La S. Comunione unisce tra di loro i credenti quali membra dello stesso corpo mistico di Cristo. La S. Comunione ci unisce a tutto il Cristo: al Cristo storico, e cioè, incarnazione, nascita, vita, passione, morte, risurrezione e ascensione al cielo; al Cristo ipostatico, che, in fondo, è il Cristo storico, visto sotto un altro aspetto, e cioè, due nature, divina e umana, unite nell’unica persona del Verbo, la seconda, inseparabile dalla prima e dalla terza, e per questo la S. Comunione ci unisce anche alla SS. Trinità, anzi, per la grazia, noi diventiamo tempio di Dio, tempio della SS. Trinità; al Cristo eucaristico, che è il Cristo storico e ipostatico prolungato nei secoli fino alla fine del mondo, ed è quella unione considerata sopra nel primo effetto; e al Cristo mistico, che è il corpo mistico di Gesù Cristo: la Chiesa, cioè l’insieme di questo corpo che ha Cristo per capo e noi siamo le membra, secondo il pensiero di S. Paolo: «Poiché c’è un solo pane, noi, pur essendo molti, siamo un corpo solo: tutti infatti partecipiamo dell’unico pane» (ICor. 11,17).

c) La S. Comunione conserva e aumenta la grazia santWcante, cioè la vita soprannaturale dell’anima.

d) La S. Comunione concede la grazia sacramentale come nutrimento dell’anima.
Questo sacramento opera rispetto alla vita spirituale ogni effetto del cibo e della bevanda materiale rispetto alla vita del corpo con il sostenerla, accrescerla, guarirla e riempirla di gioia. (cfr. Il Decreto per gli Armeni, Denz. 1322 e S. Tommaso, S. Th. III, 78,1). La S. Comunione sostiene la vita soprannaturale in quanto conferisce l’energia della grazia che raffrena e modera la concupiscenza della carne, accendendo nell’animo il fuoco della carità e fortifica la volontà, affinché possa resistere alle tentazioni del peccato. Il Concilio di Trento chiama l’Eucaristia: «antidoto che ci preserva dai peccati gravi» (cfr. Denz. 1638 e S. Th. III. 79,6). La S. Comunione guarisce le malattie dell’anima, in quanto cancella i peccati veniali e temporali. Il Concilio di Trento la chiama «un antidoto che ci libera dai peccati quotidiani» cioè veniali (cfr. Denz. 1638). La remissione dei peccati veniali e delle pene temporali deriva da atti di amore perfetto, eccitati dalla S. Comunione, ed è commisurata al grado dell’amore (cfr. S. Th. III, 79, 1 e 5). La S. Comunione procura una grande gioia spirituale che si estrinseca nella gioiosa dedizione a Cristo e ai doveri e ai sacrifici della vita cristiana (cfr. S.Th. III, 79, 1 ad 2).
e) La S. Comunione è, infine, un pegno della beatitudine celeste e della futura risurrezione del corpo. «Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna, ed io lo risusciterò nell’ultimo giorno» (Gv. 6,54). Gesù Eucaristico, cibo dell’anima, nella S. Comunione ci aiuta a tenerci lontani dal male, a progredire nel bene, a camminare speditamente sulla via della perfezione e della santità.
La S. Comunione è uno strumento efficacissimo di purificazione, che cancella dalla nostra anima ogni macchia di colpa e di pena e ci rende puri e santi, degni di entrare nella visione beitifica di Dio, nel Paradiso, subito dopo la nostra morte corporale.