Maria a Medjugorje Messaggio del 2 novembre 2011:Cari figli, il Padre non vi ha lasciato a voi stessi. Il suo amore è immenso, l’amore che mi conduce a voi per aiutarvi a conoscerlo, affinché tutti, per mezzo di mio Figlio, possiate chiamarlo “Padre” con tutto il cuore e affinché possiate essere un popolo nella famiglia di Dio. Ma, figli miei, non dimenticate che non siete in questo mondo solo per voi stessi e che io non vi chiamo qui solo per voi. Coloro che seguono mio Figlio pensano al fratello in Cristo come a loro stessi e non conoscono l’egoismo. Perciò io desidero che voi siate la luce di mio Figlio, che voi illuminiate la via a tutti coloro che non hanno conosciuto il Padre - a tutti coloro che vagano nella tenebra del peccato, della disperazione, del dolore e della solitudine - e che mostriate loro con la vostra vita l’amore di Dio. Io sono con voi! Se aprite i vostri cuori vi guiderò. Vi invito di nuovo: pregate per i vostri pastori! Vi ringrazio.

Perché il dolore





Se Dio è Misericordia come si spiega la sofferenza che attanaglia l'umanità?

Perché il mondo di adesso non è quello voluto da Dio, ma quello rovinato dal peccato. Dio creò l'uomo per far lo partecipe della sua felicità infinita ed eterna. L'uomo doveva godere sempre senza morire mai. Questo però era subordinato alla riuscita della prova alla quale Dio avrebbe sottoposto l'uomo. Purtroppo Adamo si ribellò a Dio mangiando il frutto dell'albero proibito. Commise il primo peccato grave di superbia e ribellione, chiamato «peccato originale» perché Adamo è il capostipite, l'origine dell'umanità. Con questo peccato egli rovinò se stesso e tutta l'umanità con la condanna alla sofferenza e alla morte. La terra da valle di pace e di gioia si cambiò in valle di lacrime. Perciò il dolore e la morte sono conseguenze del peccato originale, aggravate dai peccati personali di ogni uomo (Gen. 3, 17-19) AM. 5, 12). Questo ci spiega perché la sofferenza e la morte ci ripugnano, appunto perché Dio ci ha creati per la felicità e l'immortalità.

Gesù Cristo, la seconda Persona della Santissima Trinità, volendo salvare l'uomo, si fece uomo Lui stesso nel seno purissimo dell'Immacolata sempre Vergine Maria, e prese su di sé le conseguenze del peccato: la sofferenza e la morte. Per questo Egli soffrì tanto, fino a morire sacrificato sulla croce, per espiare il peccato, ridare all'uomo la vita soprannaturale e farlo ridiventare figlio adottivo di Dio ed erede del Paradiso.

Gesù, per salvarci, scelse la via della sofferenza per in segnare a noi ch'essa, nello stato decaduto dell'uomo, è necessaria per salvarci. Quindi Egli non vuole la sofferenza, ma la permette per tanti motivi. Vediamone alcuni:

1) la sofferenza ci distacca dai miseri beni terreni (causa di tanti nostri peccati), che non possono darci mai la felicità di cui siamo affamati, e quindici converte al bene e ci salva;

2) la sofferenza ci arricchisce di meriti per il Paradiso, la cui felicità non è uguale per tutti, ma è proporzionata ai meriti acquisiti sulla terra. Per questo San Francesco d'Assisi esclamava: «E tanto il bene che m'aspetto, che ogni pena mi è diletto»; e San Giuseppe Cafasso diceva. «Il primo istante che passeremo in Paradiso ci ricompenserà di tutte le pene e le sofferenze della vita».

3) con la sofferenza Dio mette alla prova il nostro amore per Lui. L'anima che ama Dio la sopporta con pazienza e sottomissione alla volontà divina; al contrario, l'anima che non ama Dio, davanti alla sofferenza si ribella, impreca, bestemmia, si dispera, e, alle volte, arriva a togliersi la vita, con la conseguenza di rendere eterna la sua sofferenza nell'inferno;

4) la nostra sofferenza, offerta a Dio in unione alla passione e morte di Gesù, ripara i peccati dei peccatori, attira su di essi la misericordia di Dio, li converte e li salva.

Ed allora accettiamo e offriamo la nostra sofferenza per la nostra santificazione e salvezza, e per la conversione e la salvezza delle anime.

Un tesoro sotto la croce

Quando San Gregorio Magno era segretario alla corte di Costantinopoli, regnava sul trono d'Oriente il giovane imperatore Tiberio II. Costui, passando un giorno per un corridoio stretto e oscuro del suo palazzo, vide scolpita su una lastra di marmo del pavimento un segno di croce. « Signore — esclamò l'imperatore — noi ci segniamo la fronte, il petto e le spalle col segno della croce e poi la calpestiamo a terra? Non è possibile!». Ordinava allora di togliere quella lastra. Ma ecco che la seconda e le altre, fino alla settima, erano segnate con lo stesso segno di croce. Dopo la settima ci fu una grande sorpresa: si trovò una cassetta piena di preziosissimi brillanti e oggetti d'oro, che l'imperatore guardava con occhi trasognati.

Ciascuno di noi attraversa il corridoio stretto e oscuro della propria vita terrena. Ci si fanno incontro anni dolorosi segnati con la croce della sofferenza. Non ci disperiamo, non lamentiamoci, sopportiamo tutto con pazienza, perché alla fine della vita terrena, superata l'ultima croce, troveremo in Paradiso un tesoro incalcolabile di felicità eterna.

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