Maria a Medjugorje Messaggio del 12 luglio 1984:Cari figli, in questi giorni satana cerca di ostacolare i miei progetti. Pregate che non si realizzi il suo disegno. Io pregherò il mio Figlio Gesù perché vi conceda la grazia di sperimentare - nella prova di satana - la vittoria di Gesù. Grazie per aver risposto alla mia chiamata!

Valutazione e significato teologico delle lacrimazioni della Madonnina di Civitavecchia

STEFANO DE FIORES






Gesù invita i suoi discepoli a giudicare da sé (Lc 12,57) e a discernere «i segni dei tempi» (Mt 16,3) e aggiunge un criterio sicuro: «Dai loro frutti li potrete conoscere» (Mt 7,20). Ciò che Gesù intende contestare è la passività o l’indifferenza di fronte a possibili eventi salvifici della storia che interpellano alla decisione e alla salvezza.
Paolo reputa il discernimento la virtù del tempo della Chiesa, situato tra l’evento della morte e risurrezione di Cristo e la parusia. Esso caratterizza la Chiesa degli «ultimi tempi» (1Cor 10,11), il periodo in cui bisogna affrontare il «mondo perverso» (Gal 1,4; cf. Gv 1,19) e diffondere il regno di Dio nel mondo (Mt 28,19; Mc 13,9; Lc 24,27). Quanto ai criteri di discernimento, anche per Paolo essi consistono nei frutti spirituali: «Il frutto dello Spirito è invece amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé» (Gal 5,22). Non si tratta solo di atteggiamenti interiori, ma di comportamenti ispirati alla comunione ecclesiale, poiché i doni autentici dello Spirito, soprattutto la profezia, non sono impulsi ciechi che suscitano disordine, ma carismi ordinati all’edificazione della Chiesa (1Cor 14,4.12.26.33) Fedeli, teologi e magistero sono invitati ad operare un discernimento circa il fenomeno di Civitavecchia, di cui si sono interessati tutti i giornali, ossia circa l’evento delle lacrimazioni di sangue della Madonnina dal 2 al 6 febbraio e poi nelle mani del vescovo il 15 marzo 1995.
Per un lavoro organico bene impostato è necessario percorrere un iter in tre tappe, tra loro intimamente collegate: 1. Ricostruzione dei fatti o fenomeni: raccolta delle testimonianze (orali, scritte o registrate), esami clinici, argomenti pro e contro...
2. Studio delle varie ipotesi esplicative: frode, trucco, secondi fini, allucinazione, autosuggestione, telecinesi...
3. Ricerca del significato teologico del fenomeno, una volta appurati gli eventi.
Percorriamo questi tre passaggi per maturare un convincimento prudente, basato su argomenti validi.

1. RICOSTRUZIONE DEI FATTI
Dobbiamo riconoscere subito che il nostro compito risulta meno arduo che se dovessimo giudicare di apparizioni, le quali sotto un certo aspetto si presentano fenomenologicamente simili alle allucinazioni, cioè visioni senza oggetto controllabile da tutti (così il sacerdote medico francese Marc Oraison). Il fenomeno di Civitavecchia invece consiste in lacrimazioni di sangue non riservate a veggenti scelti, ma costatabili da chiunque e addirittura in grado di impressionare pellicole fotografiche.
Tutto si riduce in primo luogo a stabilire i fatti, cioè la realtà storica così come è avvenuta. E qui se non siamo stati presenti alle lacrimazioni, dobbiamo ricorrere ai testimoni oculari. Le loro dichiarazioni sotto giuramento sono state registrate e poi trascritte in un Dossier da parte di due delegati della Commissione teologica. Si tratta di 50 testimoni che hanno deposto con semplicità circa le varie lacrimazioni accadute sotto il loro sguardo. Le testimonianze, varie e tra loro convergenti, riguardano il formarsi delle lacrime, cioè le lacrime in movimento. Per esempio, una bracciante agricola di 51 anni, descrive in modo semplice quello che ha visto il 3 febbraio 1995 verso le ore 18 sotto la luce della lampadina tascabile di p. Pablo: Dall’occhio destro, lato dove mi trovavo, ho visto uscire una gocciolina che scendeva lentamente fino allo zigomo. La gocciolina mi sembrava sangue. Poi emozionata mi sono scostata e abbiamo pregato. Di diversa tipologia appare la testimonianza di un operaio di anni 22, non incline a prestar fede a questo tipo di eventi: Di fuori mi sono messo davanti alla statua e ho visto ravvivarsi la goccia rossa e ho visto che si ingrossava e scendeva. Visto così mi sono allontanato. Ho provato interiormente un senso di timore. Io non avevo mai creduto a queste cose. Le altre persone hanno pregato il rosario.
Similmente un operaio metalmeccanico di anni 34 afferma: Mentre collocavo il vetro ho visto sull’occhio destro alcuni segni di sangue e ho visto scorrere il liquido che si allargava. [...] Tra sabato e domenica - tra le ore 1,30 e le 2,30 circa vi era molta gente che andava e veniva. Dicevano che stava lacrimando e anch’io mi sono avvicinato e aiutato da una pila anch’io ho notato il rivolo sulla destra che si stava allargando, differente da come lo avevo lasciato. [...] Oggi non bestemmio più.
Le altre testimonianze continuano nello stesso tono: costituiscono una molteplice attestazione che non legittima il dubbio sulla loro credibilità. Esse provengono da persone di differente età, sesso, condizione sociale, disposizione religiosa e psichica… I testimoni hanno giurato di dire la verità e si sono prestati liberamente all’interrogatorio. Non essendoci secondi fini è da presumere che la loro testimonianza sia vera e riferisca ciò che hanno sperimentato.
Tutti hanno visto le lacrime formarsi e scendere o, come minimo, in movimento. Tutti manifestano la certezza che nessuno stava manomettendo la piccola statua. In particolare, coloro che conoscono i Gregori ritengono che essi siano persone serie, oneste e incapaci d’inganno.
Alcune testimonianze sono particolarmente importanti.

1.1. LA TESTIMONIANZA DELLA FAMIGLIA GREGORI
La bambina Jessica e i suoi genitori, Fabio Gregori e Anna Maria Accorsi, sono concordi nell’affermare le lacrimazioni della statuetta della Madonna di Medjugorje posta nel loro giardino. Jessica si esprime secondo la sua condizione infantile (ha 6 anni il 2 febbraio 1995) con le parole e con i gesti. Fabio offre una lucida e circostanziata relazione sui fatti da lui vissuti. La testimonianza di Anna Maria è più essenziale, ma chiara. Secondo uno stimato psicologo, consultato il 20.1.1996, il primo momento è il più importante, poiché la psiche passa dal suo mondo interiore alla costatazione di un fatto nuovo ed esterno. Poi invece potrebbe essere condizionata e vedere, per esempio, qualche movimento che in realtà non c’è. Egli, esclusa l’ipotesi del trucco, ritiene che non si possa pensare a visioni intramentali o extra, né ad allucinazioni, perché qui una bambina ha visto le lacrime di sangue come fatto esterno controllato poi da molti e ripreso con macchina fotografica.
È vero che alcuni fatti strani (segni e voci...) sperimentati dai tre componenti della famiglia Gregori, prima e dopo i fatti, potrebbero suggerire di trovarci di fronte a gente psicolabile e facile alle allucinazioni. Lo psicologo preferisce invece spiegarli ricorrendo alla vita interiore intensa da parte dei Gregori, che metterebbe a contatto con il soprannaturale. L’osservazione è importante perché pone in sintonia con la Bibbia, dove i miracoli sono inseriti in contesto di esperienza religiosa. D’altra parte don Pablo assicura che essi non hanno previsto la lacrimazione. Comunque i presentimenti cedono di fronte alla costatazione di un fatto esterno reale e verificabile.

1.2. LA TESTIMONIANZA DI DON PABLO MARTÌN
Il parroco di Sant’Agostino risulta un punto di riferimento che gode la fiducia dei Gregori e del gruppo di preghiera che fa capo ad essi. La sua testimonianza è chiara circa il fatto delle lacrime della Madonnina, ma non circa il movimento. Secondo i Gregori don Pablo avrebbe visto scendere le lacrime, quando ha chiesto se anche loro vedevano la stessa cosa. Interpellato dalla Commissione il 29 marzo 1996, don Pablo ha precisato: Il movimento non l’ho mai visto, il grondare non l’ho visto, sono anche miope. Ho visto il cambiamento avvenuto. [...] Ho visto le due lacrimazioni, ma dopo che erano avvenute (trascrizione da appunti personali).
Don Pablo appare sacerdote pio, prudente e obbediente.
Nell’interpretazione dei fenomeni rivela la sua tendenza a rapportare ogni evento a Dio e a cogliere in essi un segno e un’interpellanza vitale. Personalmente e in modo privato, egli ritiene che vi sia un nesso tra «la spiritualità della divina volontà» di Luisa Piccareta e i messaggi avuti da Fabio Gregori. Ha saputo mediare tra la famiglia Gregori e il vescovo. Alla domanda: «In coscienza, pensa che sia un miracolo?», risponde: Secondo la mia coscienza, dopo il primo minuto mi convinsi che si trattava di un fatto soprannaturale. Mi è venuto in mente: «Hanno occhi e non vedono...». Ho dovuto scartare le varie ipotesi (pennarello, siringa... ) man mano che mi venivano in mente, in forza dei fatti (trascrizione da appunti personali).

1.3. LA TESTIMONIANZA DEL VESCOVO
È da attribuire un grande valore alla testimonianza del vescovo sia per l’autorevolezza della sua persona e del suo compito di massima responsabilità nella diocesi, sia per il dramma umano da lui vissuto. Tale dramma si presenta con i connotati della «conversione»; infatti la precomprensione iniziale era improntata a scetticismo ed orientata a liquidare al più presto la faccenda. Poi i fatti, i risultati delle analisi, i frutti spirituali e soprattutto la lacrimazione avvenuta mentre la Madonnina era nelle sue mani, hanno prodotto un mutamento radicale e deciso a favore di tutto il fenomeno. Il vescovo da giudice si trasforma in testimone. Lo psicologo interpellato dalla Commissione ha relativizzato la testimonianza del vescovo, in quanto non essenziale al fenomeno già stabilito al momento della prima lacrimazione. Ma egli lo ha fatto ponendosi dal punto di vista psicologico. Rimane tuttavia innegabile la lacrimazione avvenuta dopo un’interruzione di 38 giorni, attestata dal vescovo e familiari e notata nei suoi effetti da Umani Ronchi che ne parlò in televisione, spingendo lo stesso vescovo a dare la spiegazione di quanto era avvenuto in casa sua.
Qualcuno rifiuta la testimonianza del vescovo appellandosi all’effato giuridico Nemo iudex in causa propria. Ma il Diritto canonico si richiama ad esso solo nel caso di un vescovo implicato in un processo penale riguardante se stesso o i familiari (cf. can. 1447-1448). Del resto la storia documenta il precedente famoso del vescovo Juan de Zumárraga che nel 1531 diviene testimone del segno chiesto alla Madonna di Guadalupe e ne approva le apparizioni e il culto.

2. IPOTESI ESPLICATIVE
Di fronte al fatto delle lacrimazioni di sangue si avanzano dai Mass media e dal senso comune 4 principali spiegazioni, che occorre esaminare.

2.1. FRODE O TRUCCO

Questo sospetto, avvalorato da casi d’inganno poi scoperto o confessato, è formalizzato dal «Telefono antiplagio contro le truffe dei maghi e delle sette» che il 1° marzo 1995 ha inviato un esposto alla Procura della Repubblica di Civitavecchia, in cui segnala che non è possibile dimostrare che non è stato trovato alcun marchingegno all’interno della scultura, perché se c’è stato uno scambio di statue potrebbe essere avvenuto prima dell’asportazione (cioè tra la notte di sabato 4 febbraio e domenica 5 o di domenica e lunedì), in ogni caso è evidente che un’eventuale elettrovalvola a telecomando può essere usata con qualsiasi liquido, sangue compreso. Il giorno dopo (2 marzo 1995) è il presidente del «Coordinamento delle associazioni per la difesa dell’ambiente e dei diritti degli utenti e dei consumatori» (Codacons) ad inviare un esposto alla Procura della Repubblica di Civitavecchia in cui si ritiene che alcuni soggetti, allo stato non conosciuti, abbiano inteso offendere la religione cattolica ed abusare della credulità popolare, ponendo in essere artifici e raggiri per far credere che la statua della Madonna abbia realmente pianto.
In sintesi, l’accusa di trucco o frode si sorregge qualora si trovi all’interno della statua un marchingegno manovrabile elettronicamente dall’esterno oppure si sostituisca la statua esposta con una statua così congegnata.
Ambedue le ipotesi del marchingegno e della sostituzione sono destituite di fondamento.
Infatti la statua viene consegnata ai Professori Angelo Fiori e Giancarlo Umani Ronchi con l’incarico di verificare, oltre che la natura del sangue, la struttura interna della statua (eventuali trucchi o marchingegni). Orbene, il giorno 24 febbraio 1995 presso l’Istituto di Radiologia del Policlinico Gemelli il Prof. Maurizio Vincenzoni ha proceduto ad esame radiologico della statuetta al fine di stabilire se al suo interno risultino strutture o apparecchiature anomali. Il risultato è stato del tutto negativo.
La TAC, effettuata al Gemelli, ha confermato l’inesistenza di qualsiasi marchingegno.
Le analisi scientifiche effettuate al Gemelli escludono qualsiasi trucco interno alla statua. Pertanto il Prof. Umani Ronchi può affermare che «se c’è trucco vi è solo dall’esterno». Anche il prof. Fiori, interrogato dalla Commissione, asserisce che un possibile trucco può essere venuto solo dall’esterno con una siringa, e aggiunge che tale trucco può essere confermato o smentito dai testimoni. Inoltre bisogna fare molta attenzione al fatto che si hanno testimonianze di più lacrimazioni e alle analisi risulta essere sangue di un solo individuo.
Risulta quindi del tutto improbabile, anzi moralmente impossibile, che la stessa persona abbia potuto essere presente e operare il trucco in tutte le lacrimazioni, dalla prima avvenuta davanti alla bambina all’ultima costatata in casa del vescovo. Inoltre i testimoni delle varie lacrimazioni attestano con giuramento che nessuno dall’esterno abbia potuto iniettare o mettere del sangue sulla statua.
Infine la Polizia ha perquisito minuziosamente l’abitazione di tutti i fratelli Gregori e della loro madre, la nicchia e il giardino di Fabio Gregori, ma non ha trovato nulla che facesse pensare ad un inganno.
Quanto alla presunta sostituzione di statua, essa è esclusa dalle foto scattate che documentano trattarsi sempre della stessa statua dalla caratteristica scheggiatura sul velo all’altezza della testa dovuta ad una caduta accidentale e da altre screpolature del gesso. È la conclusione cui perviene il dirigente del Commissariato di Civitavecchia Luigi Di Maio, che dichiara: Abbiamo stabilito con assoluta certezza che non ci sono state sostituzioni e che la statuetta che ha pianto nel giardino di Pantano è proprio quella che è stata sottoposta ai test dai professori Fiori e Umani Ronchi, e che ora ha in custodia il vescovo.

2.2. ALLUCINAZIONE O AUTOSUGGESTIONE
Questa ipotesi è avanzata dai sociologi Ferrarotti e Statera, che vedono nella lacrimazione di sangue un sintomo dei periodi «di crisi, di incertezza e di mancanza di un punto di riferimento» e un inizio di «psicosi collettive molto pericolose». Anche Secondin, relativizzando fenomeni similari, mette in guardia dal «riferire al celeste ciò che invece è problema di convivenza umana, di giustizia, di legalità che dobbiamo risolvere noi, come certamente vuole il Signore, anche con fatica e con mediazioni ».
L’allucinazione è definita un fenomeno di percezione senza oggetto costatabile da tutti: uno stato morboso in cui si asserisce di vedere cose non visibili, una forma esasperata di lucidità immaginifica. Esso è dovuto ad una fantasia potenziata che scambia per esteriore una percezione puramente interna. Nel caso della lacrimazione di Civitavecchia l’oggetto esterno, il sangue, è reale tanto da poter essere raccolto e analizzato chimicamente. Al massimo la possibilità di allucinazione o autosuggestione (= un contenuto di coscienza sganciato dalla realtà) sarebbe quella di vedere il movimento del sangue anche se esso non esistesse. Tuttavia questa possibilità è esclusa dal susseguirsi delle fotografie che documentano un cammino progressivo del sangue.
L’ipotesi dell’autosuggestione varrebbe qualora si trattasse di visioni interiori non riscontrabili all’esterno. Non è il caso di Civitavecchia dove il liquido non solo è stato visto discendere dagli occhi della statuetta, ma anche è stato raccolto per conto del vescovo e poi della polizia ed esaminato in laboratorio da esperti. I professori Angelo Fiori e Giancarlo Umani Ronchi hanno dichiarato:
Il risultato dell’indagine da noi eseguita consente di affermare che il sangue umano riscontrato sul volto e sul collo della statua appartiene ad un uomo (XY)... Le tracce di appartenenza ematica riscontrate sul volto e sul collo della statua della Madonna sottoposte al nostro esame sono risultate tracce di sangue umano maschile. Identiche sono le conclusioni del dott. Aldo Spinella, eseguite per incarico del Pubblico Ministero Antonio F. Larosa; la relazione del 30.5.1995 parla di sostanze ematiche umane trovate sulla statua e appartenenti ad individuo di sesso maschile.

2.3. TELECINESI O FENOMENO SIMILARE DI PARAPSICOLOGIA
Per spiegare le lacrimazioni di Civitavecchia qualcuno è ricorso alla proiezione di sangue da parte di persona particolarmente dotata, come sarebbe il caso di qualche santone o sciamano. Per mons. Vito Roberti, vescovo emerito di Caserta, riferendosi all’esperienza di proiezione di sangue di Teresa Musco (che sarebbe risultato un caso patologico), ritiene che lo stesso si debba dire di casi analoghi quando si pensa che gli scienziati asseriscono che del corpo umano si conosce a fondo solo una parte, che c’è il fenomeno dei cosiddetti sensitivi, la pranoterapia, i veri e autentici maghi e quanto si viene a sapere apprendendo credenze, usi e costumi di popoli orientali. Orbene la possibilità di una proiezione di sangue a distanza non è ammessa dagli specialisti consultati. Lo psicologo la ritiene assurda. I dottori Fiori e Umani Ronchi, pur dichiarando di non essere competenti al riguardo, fanno capire che la proiezione di sangue non rientra nella scienza. In questo campo mi limito a citare due autorevoli testimonianze.
La prima è di J. Beloff, già presidente dell’Associazione parapsicologica internazionale, il quale riconosce: Per di più, il fatto che fino a ora nessuno degli esperimenti parapsicologici possa essere riprodotto in maniera attendibile per averne una conferma oggettiva e che i fenomeni si prestino facilmente alla simulazione (tanto che molte cose sostenute in passato sono poi risultate false), non fa che aumentare i sospetti e ritardare il riconoscimento » Sulla stessa lunghezza d’onda si pone M. Blanc, che afferma: «Ora in tutte le esperienze presentate come più probanti della parapsicologia, il dubbio non può essere tolto», per cui la parapsicologia resta ai margini della scienza ufficiale. E cita il giudizio del premio Nobel, Alfred Kastler (1978), che non ritiene finora dimostrata la telecinesi.
Non si deve quindi addebitare agli scienziati l’affermazione che il corpo umano può proiettare sangue a distanza, perché questo fenomeno rientrerebbe al massimo nella parapsicologia, cui gli scienziati sono ben lontani dal riconoscere un carattere scientifico. Né si deve confondere le acque richiamandosi al «fenomeno dei cosiddetti sensitivi» e alla «pranoterapia», che indicano fenomeni di premonizione o chiaroveggenza e di fluido benefico comunicato attraverso le mani... Ma tutto questo non ha nulla da vedere con il fenomeno della telecinesi che interessa il nostro caso. Quanto all’esistenza di «veri e autentici maghi» e a «credenze, usi e costumi di popoli orientali», incombe a chi ne parla con buona dose di credulità l’onere di apportare fatti scientificamente irrefutabili.
Del resto la proiezione a distanza risulta impraticabile per Civitavecchia perché si dovrebbe supporre la presenza di questa persona in tutte le lacrimazioni avvenute in casa Gregori e poi in quella del vescovo. Ciò appare del tutto inverificabile e inverosimile.

2.4. FATTO UMANAMENTE INSPIEGABILE (OPERA DEL DEMONIO O MIRACOLO?)
Scartate le ipotesi di frode, di allucinazione e di telecinesi, rimane la dichiarazione che si tratta di un fatto umanamente inspiegabile.
«Scientificamente non posso spiegarlo» - ha affermato Umani Ronchi (9.3.1996). È la conclusione anche dello psicologo: È il mistero, il miracolo. È un fatto umanamente inspiegabile. Credo (con prudenza) all’irruzione del soprannaturale. [...] Consta l’autenticità e l’inspiegabilità del fatto (20.1.1996). Don Pablo parla di «fatto soprannaturale», mentre il vescovo afferma prudenzialmente :
... non riesco tuttora a spiegarmi - a meno che la scienza non mi dimostri il contrario - come razionalmente sia potuto accadere quanto è accaduto nelle mie mani e sotto i miei occhi, in piena coscienza (7.6.1995).
Indagando ulteriormente si avanzano due possibilità di giungere all’autore di un fatto umanamente inspiegabile: il demonio o Dio.
Orbene, l’opera diabolica è scartata dagli esorcisti, che hanno escluso dalla lacrimazione della Madonnina di Civitavecchia «un’origine preternaturale o demoniaca del fatto». Il vescovo stesso, quando gli fu portata la statuina il 10 febbraio, la sottopose ad un breve rituale esorcistico accertando l’assenza di presenza diabolica. Don Gabriele Amorth non ha dubbi in proposito:
Escludo nella maniera più assoluta che si tratti di un inganno del demonio, in questo caso gli elementi sarebbero stati molto diversi. Penso invece che ci si trovi davvero davanti a un miracolo. Rimane il ricorso a Dio che opera il miracolo. L’argomento merita un’accurata ed aggiornata riflessione teologica. Si sa infatti che l’uomo d’oggi si trova in difficoltà di fronte al miracolo, a causa della sua radicale situazione d’immanenza nel mondo e di autonomia che non ammette agenti esterni a sé e al cosmo. Se un fenomeno è inspiegabile dipende dal fatto che non ne conosciamo la causa. Secondo la concezione moderna, il miracolo non è concepito come una deroga all’ordine della creazione (che del resto è incluso in quello della storia della salvezza), che Dio stabilirebbe per poi trasgredirlo e umiliarlo, ma piuttosto come suo potenziamento. Più che rottura delle leggi naturali il miracolo è liberazione dell’universo fisico dai limiti cui è normalmente sottomesso perché possa inserirsi meglio in un ordine superiore e totale. Il miracolo è legato alla protologia e all’escatologia: è ritorno all’Eden di una creazione non inquinata ed è prolepsi della terra nuova in cui abita la giustizia (2Pt 3,13). Anzi per E. Drewermann il miracolo non consiste nella rottura dell’ordine dell’universo, «nella violazione o sospensione di determinate leggi della natura», ma si fonda sul «sentimento di unione e di unità con tutta la realtà».
Le scienze naturali sono coscienti di offrire una descrizione dei fenomeni o «solo un modello del mondo», ma non una spiegazione rigorosamente causale (data l’indeterminatezza di alcuni processi microfisici della meccanica quantistica). Non attribuisce più alle leggi della natura «quella inviolabilità che spetta solo alle regole logiche o matematiche».
Al di là di queste precisazioni sul piano fisico, il miracolo è definito un prodigio religioso che esprime nell’ordine cosmico un intervento speciale e gratuito del Dio di potenza e di amore, il quale indirizza agli uomini un segno della sua venuta nel mondo, della sua parola di salvezza.
Questa definizione colloca il miracolo non in ambiente profano e tanto meno in laboratorio, ma in contesto chiaramente religioso, cioè in «una somma di circostanze che conferiscono al prodigio una struttura, almeno in apparenza, di segno divino». Il miracolo acquista significato non come fenomeno isolato, ma all’interno della storia della salvezza, nella quale Dio dialoga e agisce a favore dell’uomo, e, in essa, in una vita di preghiera umile e fiduciosa come segno speciale e gratuito della divina benevolenza. Non bisogna pertanto dividere il fenomeno fisico dal suo significato religioso.
Ora a Civitavecchia non si può trascurare il fatto che le lacrimazioni sono avvenute in una famiglia molto religiosa e bene inserita nella parrocchia, e nel contesto della preghiera. Così pure il vescovo e familiari hanno costatato le lacrime di sangue durante la preghiera. Le loro interpretazioni sono state di ordine religioso a livello personale o più ampio. Il movimento che si è creato intorno alla Madonnina, al di là delle inevitabili speculazioni da parte di qualcuno, è sostanzialmente cristiano: si esprime nella preghiera, nella conversione, nei sacramenti della riconciliazione e dell’eucaristia, talvolta in grazie di guarigioni...

3. SIGNIFICATO TEOLOGICO
Secondo la dottrina biblica ricordata, il fenomeno della lacrimazione di sangue avvenuto a Civitavecchia deve essere sottoposto a discernimento perché riveli il suo significato salvifico ed ecclesiale.
Trattandosi di un segno o evento non illuminato da una parola esplicita, esso si presta ad una varietà di interpretazioni. Ne raccogliamo le principali avanzate da parte dei testimoni e dei teologi che hanno scritto sull’argomento.

3.1. SIGNIFICATO MARIOLOGICO IN CONTINUITÀ CON LE PRECEDENTI
MARIOFANIE: Maria piange per i peccati e i mali del mondo, soprattutto per il versamento di sangue innocente, e invita alla conversione.
Questo significato è chiaramente espresso dal vescovo mons. Girolamo Grillo, che interpreta in chiave personale, ma poi vede nel fenomeno costatato in prima persona una protesta contro i mali morali del mondo (soprattutto spargimento di sangue) e della Chiesa (sbandamenti e ribellioni). Egli ha cura di interpretare in continuità con i precedenti interventi di Maria a Lourdes, Fatima, La Salette, Siracusa:
Ho chiesto subito alla Madonna la mia conversione e il rafforzamento della mia fede, mentre non ho mancato di chiedere perdono di tutti i miei peccati.
In pari tempo, si è rafforzata in me la convinzione che la Madonna non sia contenta soprattutto per il sangue innocente che scorre nel mondo (aborti, piccoli innocenti uccisi, carneficine delle guerre), per i gravi disordini morali esistenti nel mondo e in particolare in Italia, nonché per la persistente visione ateistica imperante anche dopo la caduta del comunismo, ed infine per gli sbandamenti esistenti tuttora in seno alla Chiesa con più o meno malcelate ribellioni al Papa e alla Gerarchia.
La Madonna, ancora una volta come a Lourdes, a Fatima, a La Salette e a Siracusa, grida ai suoi figli: «Convertitevi e credete al vangelo, facendo penitenza» (7.6.1995).
Il 10 aprile, nella veglia di preghiera, il vescovo aggiunge rivolto a Maria:
Grazie, o Maria, per aver dato proprio a me personalmente, forse perché incredulo, quello stesso segno che tu desti al primo vescovo di Città del Messico il 12 dicembre 1531 [...]. Grazie, Maria, e perdonami - te lo chiedo dinanzi a tutti - se non avevo creduto; anche se su tutto dovrà un giorno pronunciarsi la Chiesa.
Il 17 giugno 1995, in occasione del ritorno della Madonnina nella parrocchia di S. Agostino, il vescovo specifica maggiormente la sua interpretazione:
Sinceramente mi auguro che, qualunque possa essere domani la posizione della Chiesa sulla vicenda della lacrimazione, da Civitavecchia si parta come un grido per tutto il mondo: asciughiamo le lacrime della Madonna, le lacrime che Ella versa per il «mysterium iniquitatis» che purtroppo regna nel mondo e che ha i suoi influssi nefasti nella vita della Chiesa e della società civile, nella famiglia, nella scuola, nelle istituzioni.
O Maria, vogliamo asciugare le tue lacrime per le violenze, per le turpitudini, per le corruzioni a tutti i livelli, per la corsa cieca verso la soppressione con la brutalità su tutta la terra, a motivo soprattutto di nuove armi, per la scomparsa della coscienza del peccato, per i milioni di uomini spazzati dalla carneficina delle guerre e degli aborti.
Pur senza porre la lacrimazione di Civitavecchia nel contesto delle precedenti apparizioni o interventi mariani, sia il parroco Don Pablo Martín, sia i coniugi Gregori insistono sul pianto della Madonna per i peccati del mondo. Il primo, all’indomani della lacrimazione scrive al vescovo di aver detto alla gente che la cosa importante era saper cogliere «il messaggio» per noi, senza parole, ma molto eloquente, dal momento che «non cade foglia che Dio non voglia». Ho aggiunto che, davanti allo stato di peccato del mondo in cui viviamo, «se questi tacciono, grideranno le pietre», e le pietre così gridano. [...] Certo, non posso non vedere un nesso con la solenne consacrazione che tutta la parrocchia ha fatto a Maria il 27 novembre scorso, con più di cento firme. Se Dio ci prende sul serio...
Questa via mariologica si presenta particolarmente valida, poiché non è possibile porre incoerenze nelle apparizioni di Maria. Al contrario Civitavecchia mostra la continuità, pur con aspetti nuovi, del medesimo messaggio veicolato nei precedenti interventi mariani.
Nelle mariofanie dei secoli XIX e XX, la Vergine ha rivelato una profonda umanità, delicatezza e partecipazione psicologica alle sorti del mondo. In lei non è assente talvolta il sorriso. Tuttavia una più netta espressione di serietà, dolore, tristezza e perfino di pianto predomina sul volto di Maria nell’arco delle sue apparizioni. Caterina Labouré testimonia che nelle apparizioni del 1830 «la Vergine santa era sempre triste... aveva le lacrime agli occhi dicendomi questo». A La Salette nel 1846 la Madonna appare in lacrime e rivela il suo messaggio senza cessare di piangere: «Da quanto soffro per voi!». A Lourdes nel 1858 l’Immacolata mostra un volto triste quando chiede a Bernadette di baciare la terra in penitenza per i peccatori. Anche a Fatima nel 1917 la Madonna assume un aspetto triste, soprattutto nell’ultima apparizione alle parole: «Bisogna che i peccatori si correggano, domandino perdono dei loro peccati e non offendano più Dio nostro Signore, che è già molto offeso». Soltanto a Beauring nel 1932 Maria non appare triste né piangente; a Siracusa nel 1953 non fa altro che piangere.
Il primo significato delle lacrimazioni di Civitavecchia si coglie pertanto in continuità con queste precedenti manifestazioni mariane. Philippe Séveau, in una tesi difesa al Marianum, asserisce riguardo al pianto della Madonnina di Siracusa, riassumendo altri autori:
Maria ha parlato tante volte invitandoci alla penitenza, alla conversione del cuore: ora ella piange. Le sue lacrime sono un messaggio, e insistiamo su questo punto, un messaggio rivolto agli uomini del nostro tempo. Il suo pianto è la continuazione del messaggio materno di Maria che chiama gli uomini alla penitenza e alla conversione.[...] A Siracusa, Maria ha parlato senza parlare. A differenza degli altri messaggi tanto luminosi come quelli di Lourdes e Fatima, questa volta Maria ha taciuto completamente. Ma nessuna parola poteva superare l’eloquenza del suo silenzio unito al pianto. Nessuna sollecitudine, per chi sa capire con intelligenza d’amore, può superare le sue mute lacrime. Quando una madre vede respinti ostinatamente i suoi ammonimenti, quando vede i suoi figli ingannati incamminarsi verso la rovina perché non credono più in lei, ella trasforma il suo linguaggio in pianti che sono la più vibrante espressione del suo amore, la denuncia della impotenza in cui l’hanno ridotta, la resistenza dei suoi figli, il riflesso quasi sperimentale e il ricordo del male dove sono orientati.
Lette in riferimento alle recenti mariofanie, le lacrime della Madonnina di Civitavecchia, questa volta di sangue, appaiono come l’ultima parola di un discorso precedentemente pronunciato. È un muto, silenzioso, ma tragico riassunto dei messaggi già consegnati dalla Madre di Gesù agli umili veggenti da lei prescelti. Dopo le parole ammonitrici, il pianto di lacrime normali, ora addirittura la lacrimazione di sangue... Che cosa altro poteva aggiungere Maria per scuotere le coscienze addormentate? 3.2. SIGNIFICATO CRISTOLOGICO: Maria piange per lo stesso motivo che spinse Cristo a piangere e a sudare sangue. François Mauriac, riflettendo sul significato della Vergine piangente a La Salette, percepisce un necessario legame con il pianto del Signore:
Le lacrime della Madonna ci fanno cadere in ginocchio di fronte allo stesso mistero, che è rappresentato dalle lacrime del Signore: il mistero dell’Essere increato che si fa impotente dinanzi alla sua creatura; l’amore infinito, che accetta di essere disarmato... Gesù piange e la Madonna piange su coloro che lo conoscono e non l’hanno ricevuto; sui fedeli, sia preti che laici. Oserei dire sui fedeli infedeli. Piange su noi che abbiamo visto i miracoli, non i miracoli di Cafarnao e di Betsaida, ma le meraviglie della Grazia in noi, su di noi, che tante volte e in tanti modi, nel corso delle nostre povere vite tormentate, abbiamo avuto la ventura di conoscere quanto il Signore è soave. Eppure quante volte abbiamo rifiutato la luce!. Dobbiamo osservare che il riferimento a Gesù, al suo pianto e al suo sudore di sangue appare appena accennato e comunque poco valorizzato nell’interpretazione del fenomeno di Civitavecchia, a scapito di un aspetto essenziale del medesimo. È stato riferito che il card. J. Ratzinger abbia dichiarato «interessante » il risultato dell’esame ematologico: sangue maschile, a motivo del riferimento cristologico. Infatti se Maria non può essere compresa staccata da Gesù, che rappresenta il principio del suo essere e della sua missione nella storia della salvezza, anche le manifestazioni mariane non possono essere capite che in prospettiva cristologica. In realtà «nella Vergine Maria tutto è relativo a Cristo e tutto da lui dipende» (MC 25).
Le lacrime di Maria a Civitavecchia devono essere considerate sullo sfondo del pianto di Gesù su Gerusalemme e delle lacrime versate nel Getsemani nel contesto della sudorazione di sangue. In tal modo esse appaiono riflesso e continuazione di tale pianto, assumendo una dimensione cristologica altamente significativa. Il Nuovo Testamento riferisce tre circostanze in cui Gesù si è espresso con le lacrime, in un crescendo di intensità. Ha pianto con vero sussulto davanti alla tomba dell’amico Lazzaro (Gv 11, 35), con profonda emozione o «veemente pathos» alla vista di Gerusalemme (Lc 19, 41) e infine «con forti grida e lacrime» durante la sua passione (Eb 5, 7). Un pianto di amicizia, un pianto d’impotenza, un pianto di supplica. Al nostro scopo serve cogliere il motivo profondo della lacrimazione di Gesù su Gerusalemme e della sua sudorazione di sangue.
L’entrata trionfale di Gesù nella città santa tra l’acclamazione irrefrenabile del popolo (Lc 19, 36-40) è un momento saturo di commozione: per la prima volta, secondo Luca, Gesù rivede Gerusalemme dopo la sua infanzia. È un momento caratterizzato da contrasti: acclamazioni gioiose della folla e pianto di Gesù, alla vista della città nel suo splendore e alla previsione della sua rovina totale. Gerusalemme, città della pace, rifiuta la via della pace! Visitata da Dio, si sottrae ai benefici di questa visita! Motivo diretto del pianto di Gesù è l’infedeltà di Gerusalemme e la sua futura rovina. Ma la ragione più profonda è la misteriosa e ineluttabile concatenazione di necessità storiche e di libere responsabilità sociali che condanna la città al rigetto del Messia e alla distruzione.
La colpa di Gerusalemme è un duplice peccato di omissione. Innanzitutto, la città non ha compreso la via della «pace», cioè dell’insieme dei beni messianici, della salvezza piena e totale (cf. Is 57, 19; 66, 12; Ger 33, 6). Tale via verso la pace e la salvezza non è altro che la conversione tante volte proposta. Gerusalemme non l’ha accettata, si è chiusa ostinatamente in una cecità spirituale che le impedisce di accogliere l’ultima offerta di salvezza.
Inoltre, la città non ha riconosciuto il tempo della sua visita, in quanto non ha colto il momento decisivo della salvezza offerta dalla venuta regale di Gesù. Invece di accoglierlo come Messia, gli abitanti di Gerusalemme «hanno sempre caparbiamente respinto gli inviti alla penitenza». Di fronte a questa chiusura e rifiuto, Gesù reagisce con un pianto d’impotenza e con l’annuncio della sorte tremenda di Gerusalemme. Con tono profetico, sulla scia di tanti altri servi di Dio, Gesù annuncia la sventura, che si poteva evitare con la conversione, ma ormai ineluttabile e incombente. La visita di benedizione, legata al riconoscimento della regalità di Gesù, si tramuterà in visita di castigo. In base a questa prospettiva cristologica, le lacrime di Maria rivelano la sua umanità, che non rimane indifferente di fronte alle sorti del mondo, ma anche la sua impotenza di fronte al gioco della libertà e responsabilità degli uomini, che si chiudono alla salvezza e alla pace messianica offerta da Cristo. Maria piange, come ha fatto Gesù, per lanciare alla società un ultimo monito a non rifiutare il regno di Dio e a non respingere ostinatamente il messaggio evangelico. Il suo è un pianto estremamente serio, pregno di tristi presagi, un richiamo a non respingere gli inviti divini onde non incorrere nella rovina. La scelta del sangue maschile al posto delle normali lacrime costituisce un fatto insolito e paradossale, il cui scopo è di colpire l’intelligenza umana perché rifletta e trovi una soluzione a livello più profondo. La domanda «perché Maria ha scelto il segno del sangue maschile?» può e deve ricevere una risposta in senso cristologico. La Madre di Gesù ha compiuto questa scelta per attirare l’attenzione sul sangue versato dal Figlio durante la passione.

I vangeli, che attribuiscono un ampio spazio e la massima importanza al racconto della passione di Gesù, non mancano di recensire le sue varie effusioni di sangue. Nell’agonia del Getsemani Gesù sperimenta il fenomeno dell’ematidrosi, segno di soverchiante sofferenza psichica: «Il suo sudore diventò come gocce di sangue che cadevano a terra» (Lc 22,44). Viene poi flagellato e incoronato di spine (Mc 15,15-17), eventi che comportano sanguinazioni sulle spalle e sul cuoio capelluto. Così pure le semplici parole «lo crocifissero» (Lc 23,33) implicano il terribile supplizio della penetrazione dei chiodi nelle mani e nei piedi di Gesù, con conseguente abbondante fuoruscita di sangue. La percussione con la lancia nel fianco di Gesù morto causa l’effusione di sangue annacquato, puntualmente riferito da Giovanni : «Subito uscì dal fianco sangue e acqua» (Gv 19,34) Nello stesso tempo Maria sensibilizza il mondo circa il valore redentivo del sangue del Figlio, in sintonia con la voce unanime del Nuovo Testamento: «Foste liberati [...] con il sangue prezioso di Cristo» (1Pt 1,19 ; cf. At 20,28; Ef 1,7; Rm 5,9; Eb 13,12; 1Gv 1,7; Ap 1,5). La comunione con il sangue di Cristo si realizza nel sacramento dell’eucaristia, come ricorda Paolo ammonendo a lasciare ogni patteggiamento con l’idolatria: «Il calice della benedizione che noi benediciamo, non è forse comunione con il sangue di Cristo?» (1Cor 10,16).
Maria si mostra così, come lo è nella sua realtà teologica profonda, completamente relazionale a Cristo e alla sua opera di salvezza. Nella guttazione sanguigna ella offre una memoria della passione del Signore, così come a livello sacramentale lo è l’Eucaristia cui rimanda, e interpella a non rendere vano il sangue di Cristo versato per noi.
Nelle raffigurazioni iconografiche Maria mostra a Gesù il petto da cui ha succhiato il latte per implorare la sua misericordia sugli uomini colpevoli. A Civitavecchia ella, nel segno delle lacrime, indica ai suoi figli il sangue del Figlio e li impressiona fortemente per spingerli con supremo monito a vivere da redenti in comunione autentica con il Salvatore.
In quest’ottica le lacrime di Maria evocano la sua impotenza di fronte alla libertà umana che può chiudersi alla visita di Dio e costituiscono un grido ammonitore a non giocare sull’orlo dell’abisso. Soprattutto Maria piange dietro al Figlio che porta la croce e dinanzi a lui crocifisso che versa il suo sangue per la salvezza degli uomini. Ogni ulteriore pianto di Maria è da interpretare come continuazione delle lacrime sparse sul Calvario in comunione con Gesù redentore.

3.3. SIGNIFICATO TRINITARIO: Maria piange per manifestare la sua misteriosa sofferenza e quella ineffabile di Dio Padre, Figlio e Spirito santo.
A Civitavecchia, come già a La Salette e a Siracusa, non si possono evitare le domande incalzanti circa un problema teologico da risolvere: Come si spiega il fatto che Maria pur essendo glorificata, in una condizione in cui Dio «tergerà ogni lacrima dai loro occhi e non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno» (Ap 21, 4), si è mostrata piangente? Come si spiega ciò che Léon Bloy ha chiamato una «beatitudine supplicante e piangente?» Sono lacrime metaforiche, reali o mistiche? Come interpretare il simbolismo del pianto? 3.3.1. Il pianto di Maria glorificata. Occorre scartare senz’altro che si tratti di lacrime metaforiche, cioè di un puro simbolo esteriore senza nessun riferimento alla situazione della persona cui le lacrime sono attribuite: si avrebbe un caso patente di inganno o di esteriorità.
Neppure si possono attribuire a Maria lacrime di sofferenza come quelle da lei versate durante la sua vita terrena: sarebbero incompatibili con la condizione di felicità propria della vita eterna. In genere si crede plausibile la spiegazione che parla di lacrime mistiche, come ripercussione delle sofferenze della Chiesa sul cuore di Maria, madre dei fedeli. Si tratterebbe in questo caso di un condensato dei dolori sofferti dalla Madre di Gesù e del ricordo attualizzato del dramma del suo martirio. Ella potrebbe esprimersi al presente «perché i suoi dolori, fissati in meriti, hanno un valore permanente che le permette un lamento sempre attuale».
Oggi gli sviluppi dell’escatologia possono offrire delle piste per l’interpretazione più autentica del simbolo del pianto. Un’impassibilità circa tutto quanto avviene nella Chiesa e nel mondo non sembra da attribuire a persone in cui la gloria ha perfezionato l’amore e la compartecipazione alla situazione del prossimo. Partendo dal testo dell’Apocalisse (6, 3 ss.), che descrive la situazione di attesa delle anime dei martiri, espressa con il tema antropomorfico dell’impazienza, Candido Pozo afferma: Teologicamente, è assai interessante che l’impazienza non venga messa in relazione con qualche cosa che manca personalmente alle anime dei beati, bensì con lo sviluppo della storia della Chiesa: la vendetta del sangue versato dai martiri per il trionfo definitivo della Chiesa. Tutto questo fa pensare che, accanto alla visione beatifica che è estasi e attraverso la quale non si potrebbe spiegare una percezione della durata, esista, nelle anime dei beati, un altro piano di coscienza, attraverso il quale essi partecipano allo sviluppo successivo della storia della Chiesa.
Secondo questa prospettiva si può distinguere nei beati, e in particolare in Maria glorificata anche corporalmente, una percezione psicologica della storia ecclesiale e un sentimento di dolore, non univoco a quello del tempo terreno, ma reale e coesistente su un piano diverso di coscienza, con la gioia della contemplazione e comunione con il Signore.
Del resto i teologi concordano con H. de Lubac nel ritenere che il passaggio dell’escatologia intermedia a quella finale conferisce ai beati una maggiore felicità e un più intimo possesso di Dio, in quanto esso fa superare una duplice separazione: dal proprio corpo attraverso la resurrezione corporale, e dalla pienezza del corpo mistico di Cristo, che avverrà solo quando sarà completo il numero dei beati. Questa seconda separazione non permette a Maria quella gioia totale, che avverrà quando Dio sarà tutto in tutti (1Cor 15,28). La lacrimazione indicherebbe un suo stato misterioso ma reale, di sofferenza o incompletezza, coesistente con il gaudio divino che la inonda ad un livello superiore. In questa prospettiva assumono un particolare rilievo le opportune precisazioni di Pio XII, che scorge in Maria glorificata una persona felice, ma non indifferente alla situazione dei suoi figli ancora pellegrinanti:
Senza dubbio Maria è in cielo eternamente felice e non soffre dolore né mestizia; ma Ella non vi rimane insensibile ché anzi nutre sempre amore e pietà per il misero genere umano, cui fu data per Madre, allorché dolorosa e lacrimante sostava ai piedi della Croce, ove era affisso il Figliuolo.
3.3.2. Maria icona del misterioso dolore di Dio-Trinità. Poiché Maria interviene nella storia umana per mandato di Dio, le mariofanie rientrano nel piano divino di salvezza e rispecchiano in ultima analisi il volere e il volto della Trinità. Le lacrime di Maria rimandano a Dio stesso e al problema della sua impassibilità. Pur tenendosi a distanza dai patripassiani, che negando la trinità delle persone divine sostenevano che in Cristo ha sofferto il Padre (Noeto di Smirne, fine II sec.), oggi la teologia rifugge da un’«immagine apatica di Dio», che fa di lui un essere impassibile di fronte agli eventi del mondo.
Abraham Heschel ci riconduce al Dio biblico pieno di pathos, che prende sul serio l’uomo e vibra d’amore, di tenerezza e di gelosia per il popolo con il quale ha stabilito una relazione viva d’alleanza. Anzi alcuni teologi si spingono sulla scia del calvinista giapponese K. Kitamori e parlano del «dolore di Dio», cioè del coinvolgimento di Dio nel dramma della croce. Su questa scia J. Moltmann assume intenzionalmente la teopatia come avvolgente capacità di Dio di soffrire, inclusa nell’amore misericordioso costitutivo dell’essere divino: «Egli soffre perché ama ardentemente il suo popolo». Soprattutto dopo Auschwitz è blasfemo parlare di un Dio indifferente. Moltmann precisa, in senso antipatripassiano, che se «il Padre soffre la morte del Figlio», tuttavia «il dolore del Padre non coincide con la sofferenza del Figlio, ma risponde appunto a quella sofferenza». Infine il teologo scorge nella Pietà l’icona della compassione del Padre:
Spesso l’elemento femminile del dolore di Dio è stato raffigurato nell’immagine della Pietà, della Madre affranta con il Figlio morto in grembo. Ma il dolore di Maria non è forse il riflesso umano e l’inizio della partecipazione cristiana alla pena che il Padre divino prova per la morte del Figlio?.
Da parte sua, Gianni Baget Bozzo collega esplicitamente il pianto di Maria a Civitavecchia con la sofferenza del Padre: Per un cattolico, il miracolo delle lacrime è credibile. Esso tocca un tema così sensibile nel pensiero cristiano contemporaneo come il dolore di Dio. [...] La Madonna [...] è stata anche il mezzo per esprimere il dolore del Padre nella croce del Figlio. Vi sono immagini del Cristo morto, delle Pietà, in cui il Padre ha in braccio il Cristo morto, come nelle Pietà mariane. Il dolore della Madre esprime il dolore del Padre.
In tale prospettiva Maria diviene una teofania del «dolore» del Dio trinitario, che nel suo amore misericordioso «soffre in se stesso, al proprio interno, la sventura del mondo intero». La sofferenza di Maria e le sue lacrime rivelano il pathos del Padre, nel cui cuore compassionevole ormeggia misteriosamente la sofferenza di Cristo e della Chiesa. Il segno della lacrimazione di sangue maschile, Maria richiama la passione di Cristo, l’abisso di dolore fisico, morale e spirituale da lui sofferto e offerto al Padre per la salvezza degli uomini. Nel pianto di Maria si avvertono i gemiti inenarrabili dello Spirito (Rm 8,26) che fanno tutt’uno con i gemiti della creazione (Rm 8,22-23) fino a che la figliolanza divina si manifesta in essa.

3.4. SIGNIFICATO ANTROPOLOGICO:
il pianto di Maria ha dimensioni universali Nella riflessione sul pianto di Gesù e di Maria non bisogna dimenticare l’aspetto antropologico, cioè il significato delle lacrime come espressione umana, che svolge una molteplice funzione in ordine alla vita individuale e associata. Il fatto che Maria è una donna del popolo di Israele, che appartiene alla stirpe di Adamo e al genere umano, cioè è «figlia di Sion» e «figlia di Adamo», come la chiama il Concilio Vaticano II (LG 55 e 56), ci premunisce dal pericolo di staccare la sua persona e le sue espressioni dalla condizione umana e dalla storia. Giustamente Paolo VI nella Marialis cultus invita ad adottare l’orientamento antropologico quando si considera la figura di Maria e il rapporto cultuale con lei, in vista di una maggiore comprensione e attualizzazione dei valori mariani esemplari (cf. MC 29, 34-37).
3.4.1. Il simbolo. Una delle acquisizioni dell’antropologia contemporanea è l’importanza del simbolo e delle sue funzioni nella vita umana. Trascurare l’applicazione della simbologia alle lacrime di Maria significa privarle di significati o contenuti fonda- mentali e cedere ad un monofisismo soprannaturalistico in cui l’umano è dissolto e nullificato dal divino.
Per simbolo intendiamo una forma rappresentativa (immagine, segno, gesto, avvenimento), il cui valore di significato eccede quello derivante dalla sua esistenza puramente fenomenica. Esso si distingue dal segno puramente arbitrario mediante la presenza di ciò che significa, quantunque non possa annientarsi totalmente a vantaggio del contatto diretto con il simboleggiato. Questo non è dato fuori dalla mediazione sensibile. Il simbolo proietta verso una realtà che esso non permette di raggiungere ma solo di intravedere. Il simbolo religioso è epifania della realtà inesprimibile del sacro e messaggio del Trascendente nei riguardi dell’uomo. La realtà sensibile acquisisce la dignità di rivelazione esteriore del divino e di tramite per un’esperienza del sacro.
Le funzioni del simbolo sono riassunte in tre attribuzioni: «Il simbolo mostra, riunisce e ingiunge». Esso mostra, cioè rende sensibili i valori astratti (virtù, vizi, poteri, comunità); riunisce (da sumballo = congiungo) in quanto ha potere di consenso sui membri del gruppo e ne segnala l’appartenenza, cioè include o esclude dalla comunità; ingiunge o prescrive, perché non si contenta di segnalare ma invita al rispetto della realtà significata. Applicando queste indicazioni al pianto di Maria occorre innanzitutto mantenere, contro ogni tentativo di relativizzazione o sfaldamento, la realtà delle lacrime, quale base significante e mediazione necessaria per procedere alla ricerca del significato. Ogni tendenza ad attutire la realtà storica della lacrimazione o a interpretarla metaforicamente rischia di rompere o rendere opaco il rapporto tra segno e significato.
Inoltre, quantunque il segno esteriore sia importante, l’elemento centrale del simbolo è il significato, cioè il valore cui il segno rimanda. Nel pianto di Maria bisogna pertanto cercare il valore umano e religioso che esso intende trasmettere. Esso è per natura sua misterioso e polivalente, in quanto è epifania del sacro e insieme effetto di un’attività simbolo-genetica che varia secondo la cultura e la personalità di chi legge il segno. Comunque il pianto di Maria, in quanto simbolo religioso, non solo esprime la realtà soprasensibile del cuore della Vergine di fronte alla situazione del mondo, ma tende anche a farne avere un’esperienza da parte di chi lo ricorda e rivive. La polivalenza del simbolo derivante dall’interpretazione culturale, variante secondo i contesti, mette in guardia dal pericolo che la migrazione del pianto di Maria in altre aree, mantenga il segno, ma perda il significato originario. Si avrebbe in tal caso uno svuotamento del segno, ridotto a generico tramite di qualsivoglia messaggio. Le attualizzazioni interpretative devono ottemperare alla legge della fedeltà dinamica.
Infine, il pianto di Maria, proprio perché simbolo, ha una triplice funzione: rappresentativa, in quanto esprime il misterioso stato psicologico della Vergine glorificata circa il destino umano; unificatrice, in quanto attira il consenso di vari membri di gruppi sociali, che credendo all’evento formano una comunità e si distinguono da quanti si escludono con un atteggiamento indifferente o ostile dalla medesima comunità; prescrittiva, in quanto impegna concretamente nell’ascolto attivo del messaggio da esso promanante.
Per stabilire più precisamente il contenuto del simbolo della lacrimazione, dobbiamo compiere un altro passo analizzandolo nei suoi elementi specifici.
3.4.2. Il simbolo delle lacrime. Il pianto è un simbolo denso di significato nella semplicità del suo segno espressivo. Il Dizionario dei simboli dà della lacrima questa suggestiva definizione: «Goccia che si estingue evaporando, dopo aver testimoniato: simbolo del dolore e dell’intercessione».
Ad un’analisi più approfondita le lacrime rivelano molteplici aspetti, funzioni e livelli. Quale fenomeno naturale esse hanno un carattere fisiologico, psicologico, morale e sociale. L’approccio antropologico alle lacrime le illumina e conferisce loro il significato di una forma espressiva fisiologica provocata da una forte emozione di fronte a un mondo di valori irrimediabilmente minacciati.
Il pianto segnala il rischio radicale di perdere la presenza storica di fronte alla fragilità del positivo e all’immensa potenza del negativo. Occorre pertanto investigare sul mondo dei valori, religiosi e morali, minacciati, cui fanno riferimento le lacrime di Maria.
Alla luce della rivelazione biblica questi valori cristiani fondamentali (vita filiale, fraternità, libertà, fede, carità, speranza...) sono assediati o messi in scacco da ciò che la Scrittura denomina «il peccato del mondo» e che oggi si specificano nei «cerchi diabolici della morte»: povertà, potere, discriminazione razziale, inquinamento ecologico, non-senso della vita e abbandono di Dio.
Dato il carattere sociale del pianto, che è una forma di linguaggio, bisognerebbe appurare quale comunicazione le lacrime di Maria vogliano trasmettere. Prima ancora di veicolare idee, esse tendono a stabilire un rapporto interpersonale: attirano l’attenzione sulla persona di Maria, il cui pianto suscita la simpatia, la pietà e la partecipazione cordiale. Non si puó restare indifferenti di fronte al segno del pianto di Maria, se pensiamo che ella è una madre cui siamo legati nell’ordine umano e salvifico. Le sue lacrime sono una via per giungere alla sua persona, al suo essere, al suo mondo psicologico, al suo mistero di grazia, al suo rapporto con Dio e con gli uomini.
L’attenzione alla persona di Maria ci spinge a collegare il segno della lacrimazione al dolore sofferto da lei nella sua vita terrena e specialmente sul Calvario. Il pianto della Madonnina di Civitavecchia va visto senza soluzione di continuità con la espressioni della Mater dolorosa.
Com’è noto, il Nuovo Testamento non conosce un pianto di Maria: esso annuncia che una spada trafiggerà l’anima di lei (Lc 2,35), ma sul Calvario la mostra in atto di stare con le altre donne e con Giovanni presso la croce di Gesù in un patire interiore e non espresso (cf. Gv 19, 25-27).
Se l’immagine prevalente della Mater Dolorosa ha svolto un’opera cristianizzatrice del costume sociale circa il pianto funebre, c’è da chiedersi quale funzione ha svolto o può svolgere l’immagine della Madonna delle lacrime nell’odierno contesto ecclesiale e nel mondo contemporaneo.
Essa potrebbe ricordare all’uomo d’oggi la sua precarietà esistenziale, renderlo consapevole che il dolore e il morire sono consustanziali alla storia e alla cultura, richiamarlo alla necessità di oltrepassare i fatti negativi integrandoli in un sistema di valori definitivi qual è il cristianesimo. Se il dolore esiste e non va negato, ad esso sopravvive una persona, Maria, che ravviva la speranza che esso sarà superato pur non restando vano l’atteggiamento di accettazione sull’esempio di Cristo: le lacrime possono essere beatificate (cf. Lc 6, 21; Mt 5, 5).
La Madonna delle lacrime può assurgere a simbolo del pianto dell’umanità e ognuno può identificarsi con lei, trovando espressione liberatrice e solidarietà. Tuttavia bisogna guardarsi dal renderla emblema di rassegnazione: Maria si rifiuta di rendere la terra esclusivamente «una valle di lacrime, di cui la religione è l’aureola» (K. Marx), perché il suo è un grido profetico invitante alla conversione e all’attuazione della regalità di Gesù nel mondo.
Il pianto di Maria ha una valenza positiva, in quanto è un allarme che interpella all'assunzione delle proprie responsabilità onde sconfiggere un destino altrimenti rovinoso e inesorabile. È una profezia tendente a cambiare il mondo e a rovesciare le ingiuste situazioni di oppressione e di incoerenza contrastanti con il piano programmato per gli uomini dal Dio della comunione e della fraternità. È uno squarcio di speranza nel chiuso cielo mediterraneo e mondiale, che apre orizzonti di eternità sul quotidiano e banale fluire del tempo. È un’offerta di misericordia e di salvezza, che non mantiene curvi sulle preoccupazioni individualistiche, ma solleva lo spirito verso visioni più ampie e solidali. Noi oggi, nella memoria attualizzante delle lacrime di Maria, mentre ci dissociamo da quelle che si abbassano a simbolo di una svenevole devozione, chiediamo a Dio per mezzo di lei il dono delle lacrime per effondere pienamente il nostro cuore a lui (cf. Sal 42, 5; 62, 9; Lam 2,19), imploriamo la comprensione dei significati insiti nelle lacrimazioni di Civitavecchia e l’impegno personale perché la triste situazione densa di negatività che ha suscitato il suo intervento profetico si evolva nella linea che risponde alle attese del suo Cuore materno e ai desideri di Cristo suo Figlio.

RILIEVI CONCLUSIVI
Concludo questa disamina degli eventi di Civitavecchia con l’esclamazione di chi si trova di fronte ad un intervento straordinario di Dio nella storia: «Qui c’è il dito di Dio» (cf. Lc 11,20). Dio ha scelto una piccola diocesi, alle porte di Roma e nel cuore dell’Italia, per pronunciare mediante la guttazione di sangue della Madonnina una parola di salvezza. E ha voluto che tutto partisse non già da un tempio dedicato al culto divino, ma da un’edicola posta nel giardino di una famiglia per indicare che proprio dai focolari domestici, oggi tanto minacciati da separazioni, divorzi e aborti, deve cominciare la terapia della società e il rinnovamento della Chiesa.
Il succedersi dei fatti non lascia adito ad altre interpretazioni al di fuori di un fenomeno umanamente inspiegabile ma di natura religiosa che rimanda alla Madre di Gesù, raffigurata nella statuetta, e in ultima analisi al suo e nostro Dio unitrino. Non si giunge al soprannaturale solo per esclusione delle altre ipotesi possibili, ma anche per ragioni positive. Il segno infatti è posto in ambiente profondamente cristiano, cioè in una famiglia inserita nella parrocchia e nella casa stessa del vescovo diocesano, anzi nel contesto di preghiera e di devota comunione con la Madre del Signore. Inoltre i frutti di grazia sono presenti in abbondanza, come testimoniano i parroci che si sono susseguiti nella parrocchia di S.Agostino. E il senso dei fedeli intuisce e considera scontato, prima ancora degli esami scientifici, che non è la statua a piangere sangue ma la Madonna attraverso la sua raffigurazione.
Infine la lettura di tale segno in quadruplice prospettiva: mariologica, cristologica, trinitaria, antropologica, mostrano le lacrime di Civitavecchia come l’ultima parola del discorso di conversione avanzato dalle precedenti mariofanie, il richiamo al pericolo di rovina derivante dalla chiusura dinanzi alla visita del Messia e la proclamazione dell’importanza salvifico del sangue del Redentore.
Le lacrime di Maria, che esprimono una situazione storica insopportabile, assurgono a simbolo toccante dello status glorioso coesistente con la «sofferenza» dei santi in attesa della glorificazione escatologica della Chiesa pellegrinante. Esse, infine, introducono alla comprensione della misteriosa vulnerabilità o sofferenza del Dio misericordioso e compassionevole di fronte ai mali del mondo.
Si tratta di una parola ammonitrice, impressionante, eloquente mediante il duplice segno delle lacrime e del sangue. Come le altre mariofanie, quella di Civitavecchia presenta un carattere di profezia e proietta verso il

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