Maria a Medjugorje Messaggio del 10 settembre 2004:Cari figli anche oggi vi chiamo in maniera speciale a pregare per la Pace Pace Pace Pace. Grazie per aver risposto alla mia chiamata.

L'apparizione della Vergine della Rivelazione





«Sono Colei che Sono nella Trinità Divina. Sono la Vergine della Rivelazione. Tu mi perseguiti, ora basta! Entra nell’Ovile Santo, Corte Celeste in terra. Il Mio Corpo non marcì né poteva marcire. Mio Figlio e gli Angeli mi vennero a prendere al momento del mio trapasso. Sono la Calamita della Trinità Amore».
Queste ed altre parole, il fattorino dell’Atac Bruno Cornacchiola sostiene di aver udito nel corso di una apparizione presso una grotta del bosco di eucaliptus delle Tre Fontane alle porte di Roma il 12 aprile 1947, presenti i suoi tre piccoli figli. Tuttavia egli è stato l’unico testimone auricolare. Il giudizio di chi vi ha creduto non è stato fin qui corroborato da una parola del magistero della Chiesa, la quale però non ha impedito che il luogo fosse destinato al culto della Madre di Dio.
La fonte cui attingere per il racconto, in assenza di una descrizione ufficiale, può consistere solo in quanto riferito dal veggente, soprattutto nel periodo più vicino all’apparizione. Quindi l’unico mio intervento sarà quello di proporre una sequenza logica del materiale a disposizione per la ricostruzione. Bruno Cornacchiola è nato a Roma il 9 maggio 1913, in una famiglia di modeste condizioni. Cresciuto tra mille difficoltà e sprovvisto di una decente formazione umana e culturale, si sposò il 7 marzo 1936 con Iolanda Lo Gatto.
Nello stesso anno parti con i volontari italiani per la Spagna al seguito del generale Franco. Ciò sembrerebbe in contrasto con la sua fama di «comunista». Tuttavia egli, che era iscritto al Partito di Azione, compì tale «tradimento» attratto dalla paga che i soldati percepivano, in assenza di una sua propria attività lavorativa. Egli sostiene però di aver fatto il doppio gioco, aiutando in segreto i repubb1icani. Fu in quel periodo che conobbe un soldato tedesco, il quale lo avrebbe introdotto al Protestantesimo ed a un certo interesse per lo studio della Bibbia.
Si trattava tuttavia di una forma particolarmente aspra di dissenso dalla Chiesa Cattolica, con un acceso livore nei confronti della figura del Pontefice. Cornacchiola racconta d’aver acquistato a Toledo un pugnale, convinto di dovervi uccidere il papa Pio XI al ritorno dalla guerra. Nel 1939 tornò a Roma e vide per la prima volta la figlia Isola, che era nata il 30 dicembre 1936. Abitava in un angusto scantinato al quartiere Appio, in via Modica 2 e si guadagnava da vivere con il modesto stipendio di manovale pulitore presso l’azienda tranviaria comunale. Nel 1940 cominciò a frequentare una sala della chiesa Battista in via Urbana, dove si svolgevano riunioni il sabato presiedute dal pastore Veneziano.
La signora Iolanda era contraria alla scelta operata dal marito, ma era assai difficile opporsi ad un uomo che sovente ricorreva alle percosse. Ella gli promise di seguirlo, chiedendo in cambio che compisse la pratica dei nove venerdì del Sacro Cuore, con la speranza che ciò lo facesse recedere dal suo proposito. Tale pratica devozionale è il risultato di una promessa che il Sacro Cuore di Gesù avrebbe fatto a S. Margherita Maria Alacoque, zelata soprattutto negli ambienti gesuiti dell’Apostolato della Preghiera. Il papa Pio XI aveva particolarmente raccomandato tale devozione riparatrice nella enciclica Miserentissimus Redemptor del 1928. Cornacchiola completò i Nove Venerdì, senza peraltro recedere dal suo desiderio di far parte della chiesa Battista. Qui ricevette il Battesimo la Pasqua del 1943 insieme alla moglie e alla sorella Elena. Presso la stessa sala di via Urbana si riuniva anche un gruppo di avventisti, presso i quali il Cornacchiola passò nel 1945, sottoponendosi ad un rito di ingresso, una sorta di giuramento, l’8 settembre 1945. Sebbene egli non si esprimesse correttamente in italiano, fu scelto quale Direttore della Gioventù Missionaria Avventista grazie alla sua energica personalità e alla sua buona volontà.
Nel frattempo erano nati altri due figli, Carlo il 20 agosto 1940 e Gianfranco il 27 gennaio 1943.
Questo, in breve, l’uomo e i tre bambini che in un pomeriggio della primavera del 1947 furono scelti quali testimoni di un evento straordinario.
Per la descrizione dei fatti si fa riferimento in particolar modo alle testimonianze dello stesso veggente rese a persone di fiducia poco tempo dopo l’apparizione° e dunque ad ogni altra fonte seria disponibile.

Il sabato in albis 12 aprile 1947 Bruno Cornacchiola decise di trascorrere un pomeriggio al mare con la sua famiglia, scegliendo quale meta la spiaggia romana di Ostia, facilmente raggiungibile col trenino che partiva dalla stazione della Piramide. La moglie lolanda non potette partecipare alla gita perché febbricitante. Il tranviere e i suoi tre figli giunsero però alla stazione quando il treno era appena partito e per il successivo avrebbero dovuto attendere un’altra ora; erano circa le quattordici e trenta. Cornacchiola decise allora di cambiare itinerario, scegliendo di recarsi alle Tre Fontane, ritenendo che il bosco di eucaliptus nei pressi dell’antica abbazia potesse comunque soddisfare il naturale desiderio dei suoi bambini di giocare all’aria aperta. I quattro presero dunque l’autobus numero 23 fino alla Basilica di san Paolo e quindi il 223 che li condusse al luogo prefissato. Qui i bambini cominciarono a giocare a palla in una radura costeggiata da una piccola grotta, mentre Bruno Cornacchiola si sedette sotto un albero, dovendo preparare un discorso sulla falsità dei privilegi mariani, da tenersi l’indomani in piazza della Croce Rossa. I tre figli intanto smarrirono la palla, fecero un po’ di baccano per ritrovarla e alla fine riuscirono a coinvolgere nel gioco anche il padre. La palla venne smarrita di nuovo, cadendo giù per un dirupo della collina ove si trova il boschetto di eucaliptus, precisamente verso la fermata dell’autobus. Il tranviere allora decise di mandare Carlo ed Isola a cercare la palla, tenendo prudentemente il piccolo Gianfranco vicino a sé. Le ricerche però risultarono infruttuose, cosa che lo indusse a farsene carico personalmente. Portò con sé Carlo, ordinando a Isola di custodire il fratellino più piccolo. Neppure ora la palla si trovava. Cornacchiola lanciava di tanto in tanto una voce verso Gianfranco per sincerarsi che non si allontanasse. Quando però si accorse che il bimbo non rispondeva più ai suoi richiami, interruppe preoccupato la ricerca e tornò su verso il piazzale per vedere cosa fosse accaduto. Vide allora che Gianfranco era in ginocchio davanti all’entrata di una grotta, a circa due metri da essa. Si avvicinò e udì che diceva «Bella Signora, Bella Signora!». Aveva lo sguardo fisso dentro lo speco. Il tranviere si rivolse allora ad Isola, che in quel momento raccoglieva fiori sopra la grotta, mentre Carlo era accanto a lui. Pensò allora che si trattasse di un gioco e disse: «Isola, stai giocando col pupo alla bella signora?». Quella avvicinatasi a Gianfranco negò. Subito dopo però le caddero i fiori dalle mani, si pose in ginocchio e si mise a ripetere anch’ella: «Bella Signora, Bella Signora!». A quel punto Bruno Cornacchiola, alquanto indispettito, si rivolse a Carlo dicendo: «Ora inginocchiati anche tu!». Quello alzò dapprima le spalle, ma poi dopo aver fissato lo sguardo dentro la grotta e con le mani giunte, caduto in ginocchio si unì al coro dei fratelli: «Bella Signora, Bella Signora!». I tre bambini avevano il viso pallidissimo e nessuno dei tentativi del padre per scuoterli ebbe successo. Il tranviere si sentiva smarrito e alquanto impaurito tanto da gridare: «Mio Dio, salvaci Tu!». In quel momento però ebbe la sensazione che una persona fosse dietro di lui e gli passasse le mani davanti al viso e con quelle gli togliesse dagli occhi come delle croste. Un fitto velo si dileguava e si trovò davanti ad una grande luce. In mezzo a questa luce, a circa quattro metri da lui, la figura di una giovane donna, in piedi sopra un masso di tufo. Un manto verde dal capo le scendeva fino ai piedi, facendo però vedere i capelli neri. Il colorito del viso era bruno chiaro, tipo orientale, l’età apparente di 20-25 anni. La veste era bianca, cinta da una fascia rosa con due lembi che le scendevano a destra fino all’altezza del ginocchio. Nella mano destra teneva un libretto color cenere, mentre l’indice della mano sinistra indicava vicino ai suoi piedi un drappo nero, con a lato una croce spezzata in quattro parti. Cambiò poi posizione, portando la mano destra con il libretto sul petto e la sinistra lievemente poggiata sulla destra; dunque cominciò a parlare:

Sono Colei che Sono nella Trinità Divina. Sono la Vergine della Rivelazione. Tu mi perseguiti, ora basta! Entra nell ‘Ovile Santo, Corte Celeste in terra. Il giuramento di un Dio è e rimane eterno ed immutabile. I nove venerdì del Sacro Cuore di Gesù che tu facesti prima di entrare nella via della menzogna, ti hanno salvato ... Il mio Corpo non marcì, né poteva marcire, Mio Figlio e gli Angeli mi vennero a prendere al momento del mio trapasso... Si preghi assai e si reciti il rosario quotidiano per la conversione dei peccatori, degli increduli e per l’unità dei cristiani. Le Ave Maria del Rosario sono frecce d’oro che raggiungono il cuore di Gesù... Con questa terra di peccato opererò potenti miracoli per la conversione degli increduli... Sono la Calamita della Trinità Amore...


Queste ed altre le parole udite dal tranviere romano, tra cui un messaggio segreto per il papa, nel corso di una apparizione che sarebbe durata più di un’ora. I tre figli avevano visto la bella Signora muovere le labbra, ma non avevano potuto ascoltare ciò che diceva. Bruno Cornacchiola trascrisse il messaggio la sera stessa in casa sua, sul medesimo quaderno che doveva servire per redigere il testo da pronunziare l’indomani contro l’affermazione cattolica della verginità di Maria.
Quando la Vergine della Rivelazione cessò di mostrarsi, sparendo attraverso una parete posteriore della grotta, la famiglia Cornacchiola tornò alla normale percezione della realtà. I quattro si interrogavano per ricevere reciproca conferma di quanto era accaduto. Bruno Cornacchiola, sebbene alquanto turbato, ebbe la netta sensazione che quello appena occorso fosse veramente un evento sacro. Insieme ai bambini ripulì la grotta, che per quanto conteneva doveva essere stata fino ad allora sede di meretricio, poi scrisse una frase all’entrata in alto che riassumeva brevemente l’accaduto. La famigliola non fece subito ritorno a casa, ma sostò in preghiera presso la vicina abbazia delle Tre Fontane, ripetendo con Isola le parole dell’Ave Maria. La bambina le aveva apprese a scuola, sebbene il padre le avesse ordinato di farsi esonerare dal corso di religione. Si avviarono dunque verso casa dove parteciparono la signora lolanda di tutto quanto accaduto. Bruno trascrisse poi il discorso della Vergine sul quaderno, cosa che riuscì a fare con esattezza poiché - secondo quanto disse lui stesso - le parole correvano ordinatamente nella sua mente come incise su un nastro. La vita di quella famiglia non poteva essere più la stessa. Bruno, che fino ad allora era stato assai brusco e violento con la moglie, si pentì di questo suo comportamento e ne chiese perdono.

La Vergine della Rivelazione nel corso dell’apparizione gli aveva anche mostrato in che modo sarebbe tornato nella Chiesa Cattolica. Gli disse che avrebbe incontrato un sacerdote dal quale sarebbe stato salutato con le parole: «Ave Maria, figliolo»; quello lo avrebbe condotto da un altro presbitero che doveva fargli compiere l’abiura. Bruno Cornacchiola nei giorni successivi a quel 12 aprile interpellò numerosi sacerdoti, ma nessuno di questi gli rispondeva con quelle parole, tanto che egli credette di essersi ingannato. Questo durò fino al 28 aprile, quando recatosi nella chiesa d’Ognissanti4 e afferrato un sacerdote per la manica della cotta si sentì dire: «Ave Maria, figliolo, cosa vuoi?». Era la fine di un incubo, la certezza di tutto quanto avvenuto. Il tranviere si affrettò a spiegare che era stato protestante e che per un fatto soprannaturale desiderava rientrare nella Chiesa Cattolica. Quel sacerdote si chiamava Albino Frosi; questi condusse il Cornacchiola da un suo confratello orionino, tale don Gilberto Carniel, che da quel giorno lo introdusse alla religione cattolica. Il tranviere mostrava l’entusiasmo del neofita e in breve si sentì pronto alla nuova professione di fede, che sarebbe avvenuta il 7 maggio. Il 18 maggio, sempre nella chiesa d’Ognissanti, Gianfranco ricevette il Battesimo ed Isola la Confermazione.
La Vergine della Rivelazione si mostrò altre volte al tranviere romano, tra cui il giorno prima dell’abiura, poi il 23 maggio quando era salito alla grotta col sacerdote orionino don Mario Sfoggia, che era divenuto per lui un padre spirituale; dunque il 30 maggio alle 10 di sera, sempre nella grotta. In quella occasione la Vergine gli disse: «Va dalle mie dilette figlie le Maestre Pie Filippini e dì loro che preghino molto per gli increduli e l’incredulità del rione». Il tranviere non sapeva che le religiose di S. Lucia Filippini avevano un convento proprio lì vicino, ma ricevette questa informazione da una passante interrogata. Quella sera però le Maestre Pie non aprirono la porta a questo strano individuo che bussava ad ora così tarda e dovettero passare altri due mesi prima che la superiora madre Sisti incontrasse il veggente delle Tre Fontane.
In prosieguo di tempo cominciarono per Cornacchiola gli interrogatori di rito da parte delle autorità ecclesiastiche, il cui contenuto rimane segreto. Sappiamo però che ricevette alquanto credito presso il pontefice Pio XII e che ad occuparsi del suo caso vi fu, tra gli altri, padre Virginio Rotondi, che era il cappellano dei tranvieri romani e figura assai prossima al papa.

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