Maria a Medjugorje Messaggio del 25 ottobre 2007:Cari figli, Dio mi ha mandato tra voi per amore per condurvi verso la via della salvezza. In molti avete aperto i vostri cuori e avete accettato i miei messaggi, ma molti si sono persi su questa strada e non hanno mai conosciuto con tutto il cuore il Dio d’amore. Perciò vi invito, siate voi amore e luce dove è tenebra e peccato. Sono con voi e vi benedico tutti. Grazie per aver risposto alla mia chiamata.

Credo nell'immortalità




Venne pubblicato, alcuni anni addietro, il risultato di un'inchiesta condotta fra persone importanti con queste domande: Crede lei nell'aldilà? Come se lo immagina? Ecco alcune risposte:
«Non una domanda, è la domanda. Non posso dire né di credere né di non credere. Ma vorrei credere» (Roman Vlad).

«Credo nell'aldilà, ma non riesco a immaginarmelo in alcun modo» (Gino Cervi). «Dopo una vita tribolata, ma anche indubbiamente felice, non posso pensare senza angoscia che improvvisamente tutto finisca. Il problema è dire come è fatto il "dopo". Ma per questo è meglio ascoltare il teologo. Come meteorologo, potrei pensare che dopo la morte ci troveremo proiettati oltre i dodicimila metri di altitudine, dove tutto è armonia. Vedremo i corpi celesti, sentiremo l'armonia del loro movimento e ne parteciperemo. Saremo, per così dire, gli astronauti dell'eternità» (E. Bernacca).
«L'aldilà è la sola realtà a cui credo veramente. Corrisponde all'esigenza profonda del mio essere, sono persuaso che il mio essere troverà il suo completamento di esigenze d'amore, di fantasia, di autentici e veri rapporti con gli altri esseri proprio nell'aldilà» (Diego Fabbri).
I pensatori saggi e i ricercatori onesti della verità non hanno disatteso questo problema; e furono attenti ai segni che possono portare luce sul mistero dell'aldilà.
Di Giovanni Giolitti (1842-1928), statista italiano, più volte presidente del Consiglio dei Ministri negli anni felici dell'Italia agli inizi del secolo ventesimo, gli esponenti politici laici di allora tenevano a sottolineare la laicità. E un biografo, Giovanni Ansaldo, secondo la moda del tempo, sottovalutò il fatto che Giolitti avesse voluto ricevere i sacramenti prima di morire come una usanza qualsiasi o un gesto di debolezza conformistica: «L'idea di andarsene facendo spallucce al prete in nome del libero pensiero gli era sempre sembrata di poco buon gusto. Era d'opinione che, oltre a tutto, la presenza del sacerdote al letto del morente è una norma di convenienza sociale; e si regolò di conseguenza».
Ma l'onorevole Giolitti, che si era sposato in chiesa, che aveva voluto il battesimo e la cresima per i figli, dichiarò con franchezza al parroco di Cavour, don Filippi, che lo visitava e con il quale volle trattenersi a lungo: «Sono nato cattolico e intendo morire da cattolico».
Quest'uomo, schivo e difficile alle confidenze, cinque anni prima della sua scomparsa scriveva ad Alfredo Frassati (padre dell'universitario Pier Giorgio, dichiarato Beato dalla Chiesa), in occasione della morte di un comune carissimo amico: « Io credo nella immortalità dell'anima e nella continuità dei rapporti dei defunti con i viventi».

Domande spontanee
Se i nostri defunti vivono in un'altra vita, perché non si manifestano? perché non vengono da noi?
Da sempre gli uomini hanno desiderato e cercato di entrare in comunicazione sensibile con i trapassati ed entità dell'altro mondo.
Con gli abitatori del mondo invisibile possiamo avere rapporti mediante una forma di comunicazione straordinaria che si chiama «apparizione».
L'apparizione di anime disincarnate, o visione corporea, è una percezione sensibile di esseri reali, per loro natura invisibili all'uomo. Nella Bibbia, Dio stesso appare (teofanie), e manda angeli che si mostrano in forma umana. Nel Vangelo, come si è accennato, Gesù risorto appare più volte agli apostoli e ai discepoli.
Un autore contemporaneo, specialista in questioni del genere, monsignor Corrado Balducci, ammette la possibilità che i defunti appaiano: «In astratto, avendo lo spirito facoltà che le creature umane non hanno, la possibilità che i defunti si manifestino esiste. E se possono farlo, perché escludere che tale potere si attui in concreto?».
In concreto, solo per divina disposizione avvengono queste manifestazioni.
Di fronte ai molti racconti di apparizioni, spesso si rimane perplessi. Un contatto con l'altro mondo non entra nelle capacità percettive sensoriali della natura umana.
Non sempre poi si riesce a distinguere l'apparizione dall'illusione (falsa percezione) e dall'allucinazione (percezione senza oggetto).
Anche nelle persone normali ed equilibrate è difficile, talvolta, stabilire l'autenticità. Può verificarsi in esse una perturbazione dell'animo in un particolare settore, quello del sentimento religioso o della preghiera. Il fenomeno (non la realtà significata) non evade dal meccanismo della psicologia comune ordinaria, e perciò può essere prodotto inconsciamente dall'individuo stesso. Neppure la santità della vita garantisce da errore e da influssi personali. Si possono tuttavia considerare come segni attendibili di autenticità: l'equilibrio psichico della persona veggente, il contenuto della visione serio, utile, la condotta retta, un esercizio intenso e perseverante di umiltà, obbedienza, carità, docilità al magistero della Chiesa. Non è ammissibile diffidare sistematicamente di persone che presentano le qualità positive ora dette; né dimenticare che la Provvidenza divina può intervenire per evitare errori e illusioni, per raggiungere i suoi fini. Nelle visioni individuali una buona garanzia si ha negli effetti reali, come pure nei miracoli che eventualmente le accompagnassero (per es. guarigioni inspiegabili dalla scienza).
Dopo tutto sono bastevoli quei dati che valgono a rendere fondata una fede umana. Buona regola: essere al tempo stesso cauti e aperti circa i fatti di asserite apparizioni. Non creduli e imprudenti; ma neppure pregiudizialmente increduli e irragionevolmente diffidenti.
I casi accertati di apparizioni di defunti, nel corso della storia, sono molti, così da potersi ritenere che «non poche apparizioni spontanee di defunti sono una prova ferma e scientifica della continuazione della vita dopo la morte» (A. Gatterer, citato da Klimsch-Grabinski in Vivono i morti?, Edizioni Paoline, 1955, opera nella quale meritano particolare considerazione, in materia di prove, le pp. 33-53).
Lo studioso gesuita H. Thurston dichiara che non è possibile non ammettere l'evidenza di ciò che è stato definito comunemente apparizione post mortem (dopo morte). Nella sua opera più importante, Chiesa e Spiritismo (Vita e Pensiero, Milano 1938), scrive: «Sono portato a credere che esistono influenze e intelligenze esterne in grado di comunicare con noi».
Le apparizioni non sono tuttavia che una modestissima parte della comunicazione del mondo invisibile.
Il motivo principale e sufficiente per cui noi cristiani crediamo alla vita ultraterrena è la persona e l'opera di Gesù Cristo, come pure quello che insegna e compie la Chiesa visibile, che è Cristo mistico vivo e presente tra noi.
Le manifestazioni straordinarie, o visioni sensibili nel nostro caso, non debbono far pensare che la vita dopo la morte sia una copia, più o meno diversa, della vita presente.
Non sarà mai detto abbastanza che l'aldilà non può essere pensato o descritto in termini spazio-temporali. In quei fenomeni, le modalità sensoriali con cui avvengono hanno solo una funzione manifestativa, in vista di attuare la comunicazione con i viventi.
Le apparizioni vere sono speciali grazie di Dio, a utilità spirituale dei fedeli. L'iniziativa parte da Dio. E che dire allora delle iniziative che partono dagli uomini per un contatto sensibile con l'aldilà? Al popolo eletto il Signore prescrisse: «Non si trovi in mezzo a te (...) chi esercita la divinazione o il sortilegio o l'augurio o la magia, né chi faccia incantesimi, né chi consulti gli spiriti o gli indovini, né interroghi i morti, perché chiunque fa queste cose è in abominio al Signore» (Deuteronomio 18,1014).
L'idea dell'evocazione degli spiriti è completamente distinta dal concetto di invocazione. L'invocazione dei trapassati, che supponiamo salvi, dev'essere sempre umile e condizionata alla volontà di Dio. Invocare i defunti, esprimere loro i nostri desideri, è certamente cosa lecita.
Con la parola evocazione s'intende qualsiasi metodo con cui «si cerca di provocare con tecniche umane una comunicazione sensibile con gli spiriti o le anime separate per ottenere notizie e diversi aiuti [...]. In questo campo, i fedeli devono rimettersi a quello che Dio ha rivelato: "Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro" (Luca 16,29). Una curiosità ulteriore su cose dopo la morte è insana e perciò va repressa» (Commissione teologica internazionale, Problemi attuali di escatologia, 16 novembre 1991, 7.2).
«Oggi c'è una vera e propria mania per i defunti», scriveva l'esperto monsignor Balducci, volendo esprimere la sua preoccupazione per l'abusivo ricorso a pratiche del genere. «Si tratta di esperienze che possono anche diventare pericolose, perché fondamentalmente illusorie» (S. Dianich, teologo).

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