Maria a Medjugorje Messaggio del 27 marzo 1984:Nel gruppo qualcuno si è abbandonato a Dio e si lascia guidare. Cercate tutti di fare in modo che si compia in voi la volontà di Dio.

Edith Stein e la preghiera del cuore




La sua vita di preghiera si basava su due pilastri: la S. Messa e l'adorazione al Santissimo. Essa scrive: "Le sostanze che servono allo sviluppo dell'organismo umano, sono trasformate in esso. E se gli uomini ricevono con fede il Pane eucaristico, sono anch'essi trasformati, incorporati al Cristo in una unione vitale e ripieni di vita divina. Il Verbo si è fatto carne per dare la vita che Egli possiede, per offrire se stesso e la creazione riscattata dalla sua offerta, in sacrificio di lode al Creatore". A tal scopo diceva: "Dobbiamo creare in noi uno spazio eucaristico questo è certamente il mezzo più sicuro per essere e perdurare continuamente uniti con Dio, per trapiantarci ogni giorno più saldamente e profondamente nel corpo mistico di Gesù.

E' necessario creare nella nostra vita uno spazio per il Salvatore eucaristico, affinché possa trasformare la nostra vita nella sua vita. E' forse chiedere troppo? Si ha tempo per raccontare ogni genere di cose inutili da libri, riviste e giornali, per andare attorno a sedere nei caffè, per sprecare i quarti e le mezz'ore chiacchierando in strada; tutte dispersioni in cui a poco a poco si sciupano tempo e forza.

Che non sia proprio possibile riservarsi un'ora del mattino in cui non distrarsi, ma raccogliersi, nella quale non ci si disperda, ma si acquisti forza per fronteggiare l'intera giornata?" E proseguiva: "Veramente a tale scopo una sola di queste ore non basta: si deve vivere tra l'una e l'altra di queste ore di raccoglimento in modo che sia facile ritornarvi. Non è più possibile "lasciarsi andare" anche soltanto temporaneamente. Con il nostro Signore si acquista una sensibilità sempre più delicata per ciò che gli piace o dispiace". La presenza di Cristo-Dio, alimentata dalla preghiera diventa fonte di una nuova sensibilità spirituale ed umana.

Scrive una sua alunna: "Restava ore e ore davanti al tabernacolo tutta assorta in Dio. Il suo modo di pregare toccava le anime, più dei più bei discorsi..." Una giovane professoressa ricorda: "La sua sola presenza era un invito all'ascesa... ci trascinava al suo seguito senza troppe parole, unicamente con l'irradiare del suo cuore puro, nobile e offerto. Le sue ex-allieve testimoniano: "Non ci parlava affatto di religione: tuttavia sentivamo che viveva la propria fede; al vederla pregare in cappella ci sembrava di accostarci alla presenza del mistero di Dio in un'anima". "Per il minimo servigio manifestava una gratitudine traboccante... eppure lei, a qualsiasi ora era disponibile, pronta a riceverci e a interrompere i suoi lavori filosofici più esigenti... Lenta nel giudicare aveva una pazienza immensa per conoscerci, per andare aldilà delle apparenze".

Un'amica, che seguiva insieme a lei i riti della settimana santa, racconta come il venerdì santo Edith passava l'intera giornata in chiesa, dalle 4 del mattino fino a notte senza toccare cibo. A chi stupito da quel rigoroso digiuno le chiedeva come potesse sopportarlo, Edith rispondeva sorridendo: "La mia vecchia madre, a 84 anni, osserva ancora digiuni di 24 ore. E come non sopportarlo nel giorno della morte del Signore".

Il suo pregare non è un egoistico appagamento, ma sorgente di energia per il compimento del proprio dovere, per portare il mondo a Dio: se perciò "rientrare in sé significa avvicinarsi gradualmente a Dio, ... comporta anche la progressiva conquista di un atteggiamento sempre più puro e più genuinamente realistico nei confronti del mondo" ... "Tutto dipende in primo luogo dall'avere, in ogni attività un posticino nel quale poter trattare con Dio, come se non esistesse nient'altro, e questo quotidianamente; infine dal considerare noi stessi esclusivamente come strumenti e le energie particolari, con le quali si deve lavorare, come qualcosa di cui non noi abbiamo bisogno, ma Dio in noi". Anche al Carmelo colpiva in modo particolare il suo fervore nella preghiera: offriva la S. Messa, come fosse il proprio sacrificio; mostrava grande zelo per l'ufficio corale; molto prima della sveglia della comunità, era già in preghiera in ginocchio vicino alla finestra aperta, con le braccia in croce ad implorare misericordia dal Signore per il suo popolo. Anche durante il freddo invernale pregava così "per abituarmi -diceva- ai sacrifici che incontrerò nei lager".

La partecipazione alla Croce redentrice di Cristo. "Non è l'attività umana che salva, ma la Passione di Cristo: partecipare ad essa: ecco la mia aspirazione!" Con queste parole Edith dà il motivo del suo ingresso al Carmelo. In un biglietto indirizzato alla priora del Monastero di Echt, il 29 marzo 1939, domenica di Passione, scrive: "Cara Madre, prego Vostra Reverenza di permettere che io mi offra al Cuore di Gesù come vittima di espiazione per la vera pace, perché il regno dell'anticristo crolli, se è possibile, senza una nuova guerra mondiale, e un nuovo ordine possa essere instaurato. Vorrei farlo oggi stesso, perché già siamo alla dodicesima ora. So di essere un niente, ma Gesù lo vuole, e in questi giorni chiamerà certamente anche molti altri a fare la stessa cosa".

Con forza sente la fecondità dell'unione con il Crocifisso: "Unita al Signore, tu sei come Lui Onnipresente. Tu non potrai venire in aiuto solamente qua e là come il medico, l'infermiere o il sacerdote. Con la forza della Croce, potrai essere su tutti i fronti, in tutti i luoghi del dolore. Il tuo amore misericordioso, l'amore che viene dal Cuore Divino, ti condurrà ovunque Egli sparge il suo sangue prezioso che monda, sana e redime.

Nel lager di Auschwitz i testimoni oculari affermano che sembrava un angelo di carità e di bontà. Al suo fianco si respirava il soprannaturale. Nell'inferno di quel campo essa viveva, parlava, pregava tutta trasformata nel suo Cristo. In una conversazione mi disse: "Il mondo è fatto di contrasti, ma alla fine quei contrasti non rimarranno, rimarrà solo la carità, come potrebbe essere diversamente?"

La croce trionfava in lei, come trionfò in Cristo: "La Croce non è fine a se stessa... E' il simbolo trionfale con cui Egli -il Cristo- batte alla porta del cielo e la spalanca. Allora ne erompono i fiotti della luce divina, sommergendo tutti quelli che marciano al seguito del Crocifisso" (Scientia Crucis). "Molti nostri contemporanei vorrebbero far tacere la Croce. Ma niente è più eloquente della Croce messa a tacere! Il vero messaggio del dolore è una lezione d'amore. L'amore rende fecondo il dolore e il dolore approfondisce l'amore".

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