Maria a Medjugorje Messaggio del 24 dicembre 1981:Festeggiate i prossimi giorni! Rallegratevi per Gesù che nasce! Dategli gloria amando il vostro prossimo e facendo regnare la pace tra di voi!

Una «grazia grandissima»




LA SPOSA È PRONTA
Dalla fine di marzo alla prima decade del mese di giugno dell'ultimo anno dell'800, la vita spirituale di Gemma registra un crescendo di grazie e illuminazioni che culminano nella «grazia grandissima» delle stimmate, ricevute 1'8 giugno, vigilia della festa del Sacro Cuore di Gesù. In questo intenso cammino interiore, attraverso il quale la mistica lucchese è chiamata a essere una viva immagine del Crocifisso, per il bene della Chiesa, il suo angelo custode le funge da guida fraterna e affettuosa, spesso molto esigente e ferma.

Durante la settimana santa, in particolare dal mercoledì, il dolore per i suoi peccati le invade sempre più la coscienza fino a culminare nell'«orrore grande per il peccato», orrore che Gemma reputa essere la grazia più grande che le abbia fatto il Signore.

« Mi misi dunque a fare l'Ora Santa; ma mi sentivo così ripiena di dolore dei miei peccati, che passai giorni di martirio continuo. In mezzo però a questo dolore infinito, mi rimaneva un conforto: quello di piangere: conforto insieme e sollievo ».

È stanca, si siede, ma il dolore dei peccati le rimane sempre presente. E la notte del 30 marzo, Giovedì santo, quando si sente particolarmente raccolta e senza un briciolo di forze, ma il Signore le appare all'improvviso: « Mi trovai dinanzi a Gesù crocifisso allora allora. Versava sangue da tutte le parti». Il primo turbamento lascia il posto a una grande tranquillità. Il Signore le fa capire che le piaghe gli erano state aperte dai suoi peccati, ma che ora le stava chiudendo con il suo dolore. Più volte le ripete: « Non mi offendere più. Amami, come io ti ho sempre amato. Amami ».

La mattina del Venerdì santo Gemma non può uscire di casa per recarsi alle celebrazioni liturgiche, ma riceve la comunione da Gesù stesso: «Benché non ricevessi, perché era impossibile, dalle mani del sacerdote Gesù vero, pure Gesù venne da sé e si comunicò a me. Ma fu così forte quella nostra unione, che io rimanevo come stupida... Fu questa la prima volta, e anche il primo venerdì, che Gesù si fece sentire all'anima mia così forte».

Diverse altre volte Gemma farà la comunione in modo prodigioso, come attesta padre Germano affermando che almeno tre volte Gemma ricevette la comunione per mano angelica.

L'angelo le rivolge un dolce rimprovero dicendo, ricorda Gemma stessa, che «non piangessi quando avevo da fare qualche sacrificio a Gesù, ma ringraziassi quelli che mi davano occasione di farmeli fare ». Si trattava sempre di rinunciare a frequentare le chiese per contentare i familiari e restare in casa.

Gemma sente vivissima la distanza nei confronti di Colui che la chiama figlia e sposa e che la desidera «figlia e sposa fedele ».

Cresce sempre più l'orrore per il peccato, ma « Gesù non era contento; mi consolava sempre, mandava l'angelo custode a farmi guida in tutto ». I consigli e i dolci attraimenti del Signore si intrecciano con quelli dell'angelo.

IL SACRIFICIO DELL'OBBEDIENZA
A tale serie di grazie mistiche straordinarie la giovane, anche se molto ingenua e semplice, vive un profondo turbamento interiore. È colta da una sorta di pudore dell'anima e non osa parlare con nessuno, neppure con il suo confessore abituale, monsignor Giovanni Volpi, di quanto sperimenta ormai tutti i giorni. Ma anche di questo è rimproverata dall'angelo. Le grazie mistiche che il Signore dona senza nessuna ragione apparente devono essere sottoposte al vaglio e al carisma del discernimento della Chiesa e nella Chiesa di chi ha il carisma del magistero di santificazione.

«Andai a casa», racconta, «e nell'entrare in camera mi accorsi che l'angelo mio piangeva; non ebbi ardire di domandargli nulla, da se stesso mi rivolse queste parole: "Dunque tu non mi vuoi più vedere? Sei cattiva: nascondi le cose al confessore. Ricordati", mi disse, "questo, te lo ripeto per l'ultima volta: se tu taci qualche cosa al confessore un'altra volta, io non mi farò più vedere da te. Più, più". Mi misi in ginocchio, e mi comandò di dire l'atto di contrizione, e mi fece promettere che gli avrei palesato tutto [al confessore], e mi perdonò a nome di Gesù ».

Dunque è l'angelo custode che spinge Gemma a manifestare al confessore quanto le sta accadendo. L'angelo piange. Non la rimprovera con lo sguardo duro, come accadrà in seguito. Le lacrime dello spirito celeste toccano il cuore della ragazza: si decide a parlare con monsignor Volpi. Non era certo facile. Il rischio di essere presa per una visionaria non era solo teorico, come puntualmente accadrà in seguito.

Gemma comunque obbedirà docilmente all'angelo. Non poteva essere altrimenti. Ma sarà l'inizio di una lunga trafila di « obbedienze » che metteranno a dura prova la virtù, la docilità e la credibilità della ragazza. Passerà al crivello solo il grano autentico. Il pregio dell'obbedienza coprirà tutti gli scompensi e le incomprensioni.

La contemplazione del Crocifisso e la coscienza delle proprie miserie portano Gemma al desiderio bruciante di «patire qualche cosa per lui, vedendo che aveva patito tanto per me ». Per questo si provvede di una grossa fune, vi inserisce parecchi chiodi e se la stringe alla vita. L'esercizio ascetico, però, dura appena lo spazio di un quarto d'ora: « L'angelo custode rimproverandomi me la fece togliere, perché non avevo chiesto il permesso al confessore; glielo chiesi poco dopo, e ottenni il permesso ». Anche l'ardente aspirazione a imitare Gesù nella Passione deve passare per il vaglio dell'obbedienza.

Per la seconda volta, in data imprecisata, ma certo prima del mese di giugno, Gemma è chiamata alla contemplazione del Crocifisso grondante sangue. Sente queste parole: «Guarda, figlia, e impara come si ama. Vedi questa croce, queste spine, questo sangue? Sono tutte opere di amore e di amore infinito. Vedi fino a qual segno io ti ho amato? Mi vuoi amare davvero? Impara prima a soffrire. Il soffrire insegna ad amare».

La giovane avverte, in modo particolare nell'Ora Santa praticata ogni giovedi, il dolore del Signore nel Getsemani, al quale viene chiamata a partecipare per i suoi peccati e per quelli di tutto il mondo. Quella di Gesù è « una tristezza tale che può ben paragonarsi all'agonia della morte». Cresce in lei il desiderio di amare Gesù e di patire per lui.

Nel mese di maggio del 1899 Gemma può restare per due settimane nel monastero lucchese delle suore Visitandine. Il progetto di entrare in convento però non giunge a maturazione. Durante il soggiorno in monastero soffre molto per un banale contrattempo, «ma Gesù mi mandò di nuovo l'angelo mio custode e mi disse: "Felice tu, o figlia, che meriti sì giusto castigo!...". Non capii nessuna di quelle parole», conclude candidamente, «ma sentii che consolarono il mio cuore ».

SONO GIUNTE LE NOZZE DELL'AGNELLO
Con molta tristezza, la giovane deve tornare nella povera casa di via del Biscione, ma qui l'attende una «grazia grandissima », come lei stessa la chiamerà, ossia il dono delle stimmate.

Con questa «grazia grandissima» Gemma divenne «figlia della Passione e della Risurrezione, vale a dire figlia prediletta della Chiesa, da lei teneramente amata».

Gesù stesso, insieme alla Madre sua e all'angelo custode prepara la giovane a questa esperienza. Attraverso di essa, Gemma diverrà segno e strumento di grazia e di perdono.

È giovedì, 8 giugno 1899, ottava del Corpus Domini e vigilia della festa del Sacro Cuore. La domenica successiva (la terza dopo Pentecoste), Leone XIII avrebbe proclamato solennemente il grande giubileo per l'Anno santo del 1900, consacrando il mondo intero al Sacro Cuore di Gesù, nel nuovo secolo che si apriva.

La sera, come Gemma stessa narra, ritirata in camera sua, ha un profondo dolore alla considerazione dei propri peccati; è un atteggiamento che ormai le è abituale: «Quel dolore mi ridusse quasi direi lì lì per morire». «L'intelletto non conosceva che i miei peccati e l'offesa di Dio; la memoria tutti me li ricordava, e mi faceva vedere tutti i tormenti che Gesù aveva patito per salvarmi; la volontà me li faceva tutti detestare e promettere di voler tutto soffrire per espiarli. Un mucchio di pensieri di dolore, di amore, di timore, di speranza e di conforto».

La Madonna e l'angelo custode la confortano e la dispongono alla « grandissima grazia ». La presenza di Maria e dell'angelo evidenzia una caratteristica «ecclesiale» che va tenuta sempre presente quando si parla di fenomeni mistici passiopatici in Gemma, come in tanti altri mistici, ad esempio in santa Veronica Giuliani.

Ascoltiamo Gemma stessa:

« In quell'istante comparve Gesù, che aveva tutte le ferite aperte; ma da quelle ferite non usciva più sangue, uscivano come fiamme di fuoco, che in un momento solo quelle fiamme vennero a toccare le mie mani e i miei piedi e il cuore. Mi sentii morire, sarei caduta in terra; ma la Mamma mi sorresse, ricoperta sempre col suo manto. Per parecchie ore mi convenne rimanere in quella posizione. Dopo, la Mamma mia mi baciò nella fronte, e tutto disparve, e mi trovai in ginocchio in terra; ma mi sentivo ancora un dolore forte alle mani, ai piedi e al cuore. Mi alzai per mettermi sul letto, e mi accorsi che da quelle parti, dove mi sentiva [faceva male], usciva del sangue. Mi coprii alla meglio quelle parti, e poi, aiutata dall'angelo mio, potei montare sul letto. Quei dolori, quelle pene, anziché affliggermi, mi recavano una pace perfetta».

Giova ricordare quanto ha scritto l'Antonelli al riguardo: «In questa relazione è evidente che non vi ha alcuna parte l'immaginazione; si tratta di dolore dei peccati, dell'offesa di Dio, della Passione, in genere, di Gesù Cristo per causa dei peccati, della promessa di soffrire tutto per espiare e detestare i peccati; quindi dolore, amore, timore, speranza, sollievo. Gemma ignorava completamente quale sarebbe stata la grazia singolare promessale da Gesù Cristo (...). Lo stato psicologico di Gemma era del tutto normale (in nessun modo esaltato), quale fu sempre in tutta la sua vita e in tutte le sue azioni; né cominciò a pensare o immaginare quale sarebbe stata la grazia promessale da Nostro Signore; semplicemente aspettava ».

Una ragazza «normale», colpita sì da grandi sventure familiari e da gravi malattie, ma come tante altre, viene chiamata dalla Grazia a rivivere la Passione del Redentore. E questo perché, misteriosamente, per le ferite d'amore della povera Gemma, la Chiesa e il mondo ne traessero beneficio (cfr. Is 53,5; Zc 13,6).

«Quanto è accaduto a Gemma», abbiamo scritto altrove, «ha una trasparente e concreta finalità personale ed ecclesiale. Finalità chiaramente riconosciuta dal magistero della Chiesa nella sua canonizzazione. Ed è quello che conta, su qualsiasi scenario si sia consumato il dramma della sua docilità alla Grazia».

Paolo VI, nel 1978, anno del centenario della nascita di Gemma, ebbe a scrivere: «Al di là dei fenomeni straordinari, che tanta parte ebbero nella sua breve esistenza, oggi colpisce soprattutto l'attenzione del cristiano quel senso vivo e doloroso del peccato che ella, pur nella sua intemerata innocenza, esperimentò in drammatica solidarietà con gli uomini, addossandosene liberamente le colpe, fino a percepire una gioia profonda nella sofferenza per il "peccato del mondo" (Gv 1,29) e a ripetere con l'apostolo Paolo: "Sono pieno di consolazione, pervaso di gioia in ogni tribolazione" (cfr. 2Cor 7,4) »18.

San Bonaventura da Bagnoregio, parlando delle stimmate di san Francesco, metteva in guardia da qualsiasi tentazione scientísta e fenomenologica: « E questo un dono mistico e segretissimo "che nessuno conosce se non chi lo riceve" (Ap 2,17), che nessuno riceve se non chi lo desidera, e nessuno poi lo desidera se non è infiammato profondamente dal fuoco dello Spirito santo, che Gesù Cristo mandò sulla terra. Ecco perché l'apostolo dice che questa mistica sapienza è stata rivelata dallo Spirito santo (cfr. 1Cor 2,10). Siccome, a ottenere questo, nulla può la natura e poco la scienza, bisogna dare poca importanza all'indagine, molta all'unzione; poca alla lingua e molta alla gioia interiore; poca alla parola e ai libri e tutta al dono di Dio, cioè allo Spirito santo; poca o niente alla creatura e tutta al creatore: al Padre, al Figliuolo e allo Spirito santo».

«Nessuno lo desidera se non è infiammato profondamente dal fuoco dello Spirito santo», dice il Dottore Serafico. In Gemma questo desiderio non era certo esplicito. Per lei la grazia delle stimmate giunse assolutamente impensata e insperata; fu fonte per lei di grande imbarazzo poiché non sapeva giustificarsi davanti ai familiari e al confessore. Ma il desiderio profondo c'era, quello sì. Nel suo cuore, immersa nella consapevolezza dei propri peccati, era già crocifissa con Cristo.

« Quei dolori, quelle pene, anziché affliggermi, mi recavano una pace perfetta». È questo l'indizio, la garanzia più rassicurante che quanto le era accaduto derivava dalla Grazia e non da uno scompenso della natura.

MINISTRO E TESTIMONE
Divo Barsotti definisce la mistica di Gemma Galgani « mistica della Passione »:

« L'uomo non vive una sua unione con Dio che in Cristo Gesù. In lui, e in lui solo, Dio effettivamente si è fatto presente e si è comunicato al mondo. Questa presenza non si fa reale agli uomini che in una loro partecipazione al mistero di Cristo. Gli orientali possono conoscere questa presenza in una partecipazione di trasfigurazione del Cristo, gli occidentali la conoscono soprattutto nella partecipazione alla Passione di Gesù. La mistica di Gemma è mistica della Passione: essa vive l'unione con Dio in quanto si trasforma in Gesù crocifisso. I fenomeni straordinari, che accompagnarono la sua ascensione alla santità, vollero forse più chiaramente dimostrare la sua partecipazione al mistero della Passione per il quale Dio in Cristo ha compiuto la redenzione degli uomini assumendoli nella unità del suo corpo nell'atto della sua morte. Pochi mistici come santa Gemma ripropongono ai cristiani l'esempio e l'insegnamento di una mistica che non può essere mistica di Dio che in quanto è mistica della Passione. La sua povertà apparente è tutta a favore della essenzialità del messaggio ».

L'angelo custode, in questo evento centrale nella vita della giovane mistica, divenuta nel fuoco dello Spirito viva immagine del Crocifisso, si pone a suo servizio, un servizio assegnatogli «dal pietoso Gesù », e, testimone fraterno di quanto era accaduto, svolge con discrezione il suo ministero di amore, conforto e sostegno.

« Quando noi ci abbandoniamo all'influsso di questo essere tenero e caro », scrive S. Bulgakov ne La scala di Giacobbe, «mai egli c'insegna qualche cosa direttamente, ma, per la sua esistenza stessa e per la sua presenza vicino a noi, egli c'infonde, per cosi dire, il meglio delle nostre forze che altrimenti noi avremmo ignorato. Questo "influsso" non siamo del tutto capaci d'intenderlo, non perché esso sia debole, ma a causa della sua profondità e della sua "intimità". Esso è simile all'ispirazione che permette all'uomo di scoprire la propria profondità».

A Gemma, fatta viva immagine del Crocifisso, chiamata a seguire la kenosis del Figlio di Dio, è stata data la grazia di intendere e di godere sensibilmente di questo influsso.

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