Maria a Medjugorje Messaggio del 25 luglio 1985:Festa di S. Giacomo, titolare della chiesa parrocchiale: "Cari figli, io desidero guidarvi, ma voi non volete ascoltare i miei messaggi. Oggi vi invito ad ascoltare i messaggi, e così potrete vivere tutto quello che Dio mi dice di trasmettervi. Apritevi a Dio, e Dio opererà per mezzo di voi e vi concederà tutto ciò che vi necessita. Grazie per aver risposto alla mia chiamata!"

l'Eucaristia, pane degli angeli (Santa Gemma Galgani)




«Il nostro santo Macario, che era pre sbitero, ci raccontò: "Ho notato, nel momento in cui viene distribuita la comunione, che non sono mai stato io a dare la sacra specie a Marco l'Asceta, ma un angelo gliela offriva dall'altare; di colui che dava, io vedevo soltanto la struttura della mano". Questo Marco era abbastanza giovane; recitava a memoria l'Antico e il Nuovo Testamento, era straordinariamente mite e assennato più di ogni altro». Palladio, La storia lausiaca, 18, 25

« NOI CHE MISTICAMENTE RAPPRESENTIAMO I CHERUBINI... »

È questo l'inno cherubikon che, nella liturgia orientale, il coro intona mentre il sacerdote apre la porta regale:

« Noi che misticamente rappresentiamo i cherubini e cantiamo l'inno tre volte santo alla vivificante Trinità, deponiamo tutte le preoccupazioni mondane, per accogliere il re dell'universo, invisibilmente scortato dagli eserciti angelici. Alleluia, alleluia, alleluia».

Con questo stupendo inno della tradizione cristiana orientale vogliamo presentare la spiritualità eucaristica di Gemma Galgani. Spiritualità che non è esagerato dire angelica, anzi serafica. Spiritualità eucaristica che impregna di sé tutto il suo cammino mistico. Gemma rivive infatti lo stato di vittima nella sua carne stigmatizzata. L'eucaristia è il «luogo» della Passione di cui è memoriale perenne. La mistica lucchese è diventata un'ostia immolata nella realtà della sua stessa condizione quotidiana con una espressione visibile, tangibile: le stimmate. Si effettua in lei, quindi, una circolarità di causa-effetto: dall'eucaristia come sacrificio incruento alla sua fisicità esposta ai segni dell'amore.

«LA FESTA DELL'AMORE»

Con l'eucaristia Gemma ha avuto un rapporto singolare e privilegiato. La chiamava «la festa dell'amore». La sua singolare vocazione di stigmatizzata, ossia di «figlia della Passione», chiamata a riprodurre in sé, per il bene della Chiesa, i dolori del Crocifisso, trovava nell'eucaristia il suo centro unificante, l'oggetto costante della sua contemplazione adorante, il motore di tutte le sue azioni.

Padre Germano, quando giunge al tema della spiritualità eucaristica di Gemma, usa, è ovvio, una terminologia di stampo devozionale. Il suo intento scoperto nello scrivere la biografia della Galgani è quello della «edificazione» del «pio lettore». Lo schema agiografico tardo-ottocentesco ripartiva i riferimenti teologico-spirituali secondo le particolari devozioni verso le quali inclinavano le anime pie. Le sue esposizioni della spiritualità eucaristica di Gemma, comunque, sono sempre molto utili per introdurci nel tema; anzi, il tema eucaristico è proprio la chiave di lettura del misticismo tipico della stimmatizzata di Lucca. I colloqui estatici, l'epistolario, gli altri scritti rappresentano per la mente, il cuore e la penna di Gemma una incessante melodia rivolta al dono eucaristico, cuore della Chiesa. A questo canto spesso invitava o si associavano in modo visibile gli angeli e i santi a lei più cari; qualche volta si rendeva visibile anche la Vergine Maria.

Per questo Germano non ha dubbi sul fatto che il Signore abbia suscitato Gemma come esempio e modello di amore all'eucaristia.

PERCHÉ L'EUCARISTIA È PANE DEGLI ANGELI

Sembrerebbe un semplice riferimento alla manna dell'esodo (cfr. Sal 77,25; Sap 16,20) parlare dell'eucaristia come di cibo angelico, ossia celeste, venuto dall'alto (cfr. Gv 6,31.49).

«Ecco il pane degli angeli, pane dei pellegrini, vero pane dei figli: non dev'essere gettato. Con i simboli è annunziato (...) nella manna data ai padri».

(Sequenza del santissimo Corpo e Sangue di Cristo) Il già citato teologo orientale S. Bulgakov, nella sua opera La scala di Giacobbe, ripropone questo tema, il cibo degli angeli e lo collega strettamente all'eucaristia, cibo dei pellegrini. E certo una visione liturgica molto legata alla tradizione orientale, che dà ampio spazio al servizio angelico attorno alla liturgia stessa, vista e vissuta come un riflesso della liturgia celeste. All'altare liturgico terrestre dunque corrisponde un « misterioso altare del cielo » attorno al quale officiano gli angeli.

Questo altare viene richiamato anche nella Preghiera eucaristica I (Canone romano), quando si dice:

« Ti supplichiamo, Dio onnipotente: fa' che questa offerta, per le mani del tuo angelo santo, sia portata sull'altare del cielo davanti alla tua maestà divina, perché su tutti noi che partecipiamo di questo altare, comunicando al santo mistero del corpo e sangue del tuo Figlio, scenda la pienezza di ogni grazia e benedizione del cielo ». (Invocazione dello Spirito per la comunione, dopo la consacrazione) È dunque di grande interesse e apre altri spazi di comprensione del mistero eucaristico questo riferimento al «pane degli angeli», che ci aiuta a penetrare il mistero della straordinaria attrazione di una mistica come santa Gemma verso l'eucaristia.

«Gli angeli», asserisce S. Bulgakov, «godono anche di un nutrimento spirituale, "il pane degli angeli", l'eucaristia divina, nella quale da tutta l'eternità per amore delle creature l'Agnello di Dio, per cui tutto è stato creato, viene immolato. Per questo la Chiesa afferma il ruolo attivo degli angeli nella liturgia terrena, la quale porta a compimento l'eucaristia celeste ed eterna. Anche la Scrittura parla di un cibo degli angeli (Gdc 6,20-21; Tb 12,19), che non è certamente un pane materiale, estraneo alla loro natura, ma un nutrimento spirituale, una comunicazione personale con la potenza celeste, che gli angeli ricevono stando davanti all'altare di Dio e che costituisce il loro vero cibo, fonte di vita e d'immortalità. Si tratta dell'unico pane di Dio, che dona la vita per il mondo (Gv 6,33), "il pane di vita", che si è fatto carne ed è il nutrimento per gli angeli e per gli uomini ».

«ALIMENTAVA TUTTA L'ANIMA SUA... »

Nei capitoli dedicati all'eucaristia nella Vita di Gemma, padre Germano si dilunga a enumerare le varie «devozioni» che formavano l'oggetto della pietà di Gemma. Ma ci tiene ad affermare che la giovane lucchese «ne volle alcune poche soltanto, le quali meglio si confacessero al suo spirito e queste erano: la devozione all'umanità santissima del Verbo incarnato, e alla sua Passione; la devozione alla Madre di Dio, e ai suoi dolori; la devozione al mistero dell'eucaristia».

Se la prima «le inteneriva il cuore e la stimolava al sacrificio; la seconda la confortava, ispirandole fiducia filiale; la terza alimentava tutta l'anima sua, e saziandola la rendeva capace di vivere in terra vita celeste ».

Il biografo non esita ad asserire che il Signore ha suscitato « con speciale provvidenza questa sua fedele serva nei presenti tempi di tanto raffreddamento nella pietà, perché fosse di esempio e di stimolo ai cristiani a venerare e ad amare il Santissimo Sacramento. L'eucaristia è per eccellenza mistero di fede: mysterium fidei. In tutti gli altri, per quanto siano arcani, vi è pur qualche cosa in cui l'umana ragione trova un appoggio; in questo, nessuna: e la fede sola ci può scoprire il tesoro che in esso si racchiude ».

« CHI SI CIBA DI GESÙ VIVRA’ DELLA SUA VITA »

Durante il periodo in cui si preparava alla prima comunione (1887), Gemma rimase profondamente colpita da una frase pronunciata dal sacerdote che dettava le meditazioni del ritiro spirituale: «Chi si ciba di Gesù vivrà della sua vita». Abbiamo già avuto occasione di riportare le parole con le quali Gemma, riflettendoci sopra, commentava: «Dunque, quando Gesù sarà con me, io non vivrò più in me, perché in me vivrà Gesù. E morivo dal desiderio di arrivare a poter dire queste parole... Alle volte, nel meditare queste parole, passavo intere le notti, consumandomi dal desiderio».

Quella della prima comunione è una delle date che resteranno segnate a caratteri di fuoco nella vita spirituale di Gemma: «Gesù si fece sentire forte forte alla misera anima mia». Gemma comprende in modo chiaro e netto in questa circostanza che le delizie del cielo sono infinitamente più desiderabili di quelle della terra; desidera inoltre rimanere sempre raccolta e unita al Signore e, infine, nasce in lei, nel primo incontro con Gesù sacramentato, la vocazione alla vita di speciale consacrazione. Diventare religiosa diventa il suo « chiodo fisso », la sua dolce ossessione fino alla fine della vita.

Tutto questo non fu un semplice entusiasmo passeggero, una emozione effimera, come purtroppo accade a tanti ragazzi e ragazze che si accostano per la prima volta alla mensa eucaristica: l'amore all'eucaristia crebbe in Gemma a mano a mano che maturava in età e grazia.

LA STESSA PACE DEL CUORE

Anni dopo, ripensando al « bel giorno della prima comunione», ricevuta nella festa del Sacro Cuore, Gemma è tutta un fremito. Nota che da allora nulla è cambiato: «Paragonai allora la pace del cuore, che provai il giorno della prima comunione, con la pace del cuore d'ora, e non ci trovai nulla di diverso».

« Ora Gemma non solo aveva vivissima la fede, ma sembrava che questa si fosse in lei mutata in evidenza. Ella aveva puro il cuore, e il Signore ha detto che "da quelli che hanno il cuore puro e mondo, egli si lascia vedere"; era umile e semplice qual piccola bambina, e il Signore ha detto che "a tali anime egli manifesta gli arcani della sua sapienza e bontà". Così dunque con lo sguardo acuto e penetrante della verginità, della semplicità, della purezza immacolata, era così viva la luce che nelle sue alte contemplazioni le infondeva il Signore, che si sarebbe detto ch'ella potesse veder chiaro in questo sacramento, e misurasse, per dir così, la larghezza e profondità dei misteri che in esso si contengono ».

Conosciamo già le reazioni di sconcerto quando babbo Enrico, preoccupato per la salute della figlia, non voleva che uscisse troppo presto per andare a messa: «A me mi fa male a stare lontana da Gesù sacramentato! ». Ed è proprio per l'ardente amore all'eucaristia che Gemma si distacca sempre più affettivamente dai familiari e dalle loro preoccupazioni troppo terrene. Al vertice della sua fame di amore pone per sempre Gesù eucaristico e il desiderio di patire qualcosa per lui.

« TU ARDI, SIGNORE, IO BRUCIO »

Cecilia Giannini testimonierà: «La comunione era tutto per lei ». Le testimonianze si potrebbero moltiplicare e tutte sarebbero concordi su questo amore serafico di Gemma per il mistero eucaristíco. «Tu ardi, Signore, io brucio»: era il ritornello di ogni giorno davanti al tabernacolo. Tanto era l'amore eucaristico divorante che anche in modo sensibile la invadeva tutta, da non permetterle di accostarsi troppo all'altare. A volte era costretta a partecipare alla santa messa dall'ultimo banco della chiesa, proprio vicino alla porta.

«Cominciava questo ringraziamento in chiesa, e durava tutto il tempo che alla devota vergine era consentito dalla compagna di trattenervisi, e si continuava dipoi per tutto il corso della giornata in mezzo alle occupazioni domestiche. Dalla comunione il cuore di Gemma era rimasto pieno, e aveva bisogno di sfogarsi, mentre il corpo, impotente a reggersi contro tanti impeti, perdeva a quando a quando l'uso dei sensi. E con ciò s'intende il come e il perché di tante estasi dal suo ritorno di chiesa fino a sera; nelle quali le impressioni avute la mattina alla sacra mensa ritornavano incessantemente a stimolarla».

Tutta la giornata di Gemma era scandita tra il ringraziamento all'eucaristia già ricevuta e la comunione da fare il giorno dopo. I colloqui estatici ruotavano attorno alla presenza sacramentale di Gesù nel suo cuore. La giovane avrebbe anche voluto vegliare tutta la notte per prepararsi all'incontro con il Signore sacramentato. Dovette farsi forza innumerevoli volte per ubbidire agli ordini perentori del direttore di prendere sonno per tempo per non arrecare nocumento alla salute. Ma non sempre ci riusciva. Complici l'angelo custode e gli altri spiriti beati.

«Oh! Che preziosi momenti sono quelli della santa comunione. È una felicità la comunione, babbo mio, che mi pare che non possa paragonarsi che alla beatitudine dei santi e degli angeli. Essi mirano in faccia Gesù, e son certi di non peccare e di non perderlo più; ed io l'invidio in queste due cose, e vorrei essere loro compagna; ma nel resto avrei motivo di esultare, perché Gesù entra ogni giorno nel mio cuore... Non è vero, babbo mio, che a star sempre uniti a Gesù direi di gustare una gioia del paradiso? »

Insomma, « a Gemma bastava solo che se lo richiamasse alla memoria, se pure avea bisogno di richiamarlo, poiché a lui pensava di continuo, che tosto lo vedeva svelato sull'altare, dove col suo pensiero era corsa; lo sentiva quivi presente, e con tutta sé medesima, con la mente, col cuore e, direi quasi, con gli stessi sensi del corpo giubilava davanti a quella dolce maestà. A farsi una giusta idea di questo ardore di devozione, bisognerebbe aver sentito tutto quello che la beata giovane ne diceva, leggere quel che ne scrisse nelle sue lettere e quel che altri raccolse dalle labbra di lei, durante i suoi colloqui estatici».

COME UNA FARFALLA INTORNO AL LUME...

Vediamo come Gemma si preparava ad andare a messa, sempre tramite le parole di padre Germano, testimone oculare, commosso e stupefatto:

«La mattina a punta di giorno, già ella non ne poteva più, balzava di letto, si acconciava in pochi minuti, ed era pronta ad uscire per andare in chiesa. Quante volte, trovandomi io ad alloggiare in quella pia casa di benefattori del mio istituto, non ebbi occasione di commuovermi fino alle lacrime, a vedere la Gemma ritta in piedi, col cappello in capo, e tutta riconcentrata in se stessa, ad aspettare alla porta della sua compagna, che uscisse per andare insieme alla chiesa. "E, dove si va, figliuola?", le dicevo allora. "Da Gesù, padre". "E a che fare?". Ed ella con un modesto sorriso mi lasciava intendere la risposta: "Lei lo sa". "A vederla", dice pure la suddetta compagna, "pareva che ogni mattina si allestisse per andare a nozze" e, per servirmi della frase stessa di Gemma, "per andare alla festa dell'amor di Gesù". Affettazione di modi non ne mostrava davvero esternamente, e l'ho fatto notare più volte; non di meno chi l'aveva in pratica si accorgeva benissimo che la mente e il cuore della cara fanciulla erano in quel tempo in una attività straordinaria. Impossibile allora tornava di farla parlare, quando la convenienza o la necessità non ve la obbligasse; (...) con lo stesso suo angelo custode, allorché le appariva visibile, faceva a meno d'intrattenersi, dicendogli confidenzialmente che la lasciasse pur libera, "avendo tanto di meglio in capo" ».

Giunta in chiesa, modesta e disinvolta, senza affettazioni pietistiche, si rivolgeva, con gli occhi e con tutta la persona, verso il tabernacolo, senza curarsi di altro, come se fosse stata sola e inosservata. In chiesa per lei non esisteva altro che il Santissimo Sacramento. Non era attratta e tanto meno distratta da qualsiasi altra immagine, persona o azione. Si inginocchiava sempre con gli occhi fissi al tabernacolo e restava immobile.

Chissà quante volte padre Germano l'avrà osservata in questo modo: « I suoi occhi non si distaccavano mai di là dove entrando li aveva fissati. Oltre di questo, e dell'accendimento del volto, e di qualche lacrima che dolcemente le scorreva per le gote, non l'avresti distinta da ogni altra persona che devotamente si tratteneva in orazione. Tuttavia se avessi potuto vederle l'interno, certo che l'avresti presa per un serafino celeste».

LA CENA IMMENSA

Nessuna singolarità, dunque, o smania di farsi notare, in Gemma. Solo una grande concentrazione nella presenza eucaristica. E un crescendo inarrestabile, che non conosceva più tempo e scansione di ore, dilatava anche lo spazio:

«Ieri notte e stanotte, pensando a prepararmi alla comunione, mi sono sentita venire meno e muoversi il cuore. Ieri sera poi, avanti di andare a cena feci alcune preghiere, tra le quali questa giaculatoria: "Fate, o Signore, che da questa parca mensa passi a goder la vostra cena immensa". Mi fermai pochi minuti a considerarla, e lì pure mi sentii spinta a Gesù e il cuore mi si mosse. E così mi accade ogni volta che penso a Gesù, in particolare quando mi sembra o che Gesù mi inviti a riceverlo, o quando mi pare che mi dica che esso viene per riposarsi nel mio cuore».

Gemma, poi, non era mai soddisfatta della preparazione alla comunione: «Si tratta di congiungere due estremi: Dio che è tutto e la creatura che è niente, Dio che è la luce e la creatura che è tenebre, Dio che è santità e la creatura che è peccato. Si tratta di partecipare alla mensa del Signore; e vi può essere apparecchio che basti? »

Con Simeone Metafraste, agiografo del secolo X, Gemma poteva ripetere:

« Ecco mi accosto alla divina comunione. O mio Creatore, non mi consumare per questa partecipazione.

Perché tu sei un fuoco che consuma gli indegni; purificami dunque da ogni macchia.

O uomo, trema nel vedere il Sangue divino: è carbone ardente che consuma gli indegni; il Corpo di Dio mi divinizza e mi nutre; divinizza lo spirito e nutre l'anima in modo misterioso ».

A differenza del mistico orientale, però, Gemma sente bruciarsi d'amore, più che per il timore di accostarsi al Santo dei santi «che consuma gli indegni».

Ma ascoltiamo qualche brano di questo incessante canto d'amore di Gemma rivolto al pane degli angeli.

In un colloquio estatico del lunedì 18 agosto 1902, del quale fu annotata anche l'ora, ossia «verso le dieci antimeridiane circa», Gemma dice al Signore:

«È meglio riceverti che guardarti? È meglio davvero... sì, sì! ... Mi affliggo, o Signore, perché penso che, se anche per anni ed anni come gli angeli mi preparassi, non sarei mai degna di riceverti. (...) O Gesù, mi è dolce confessare le mie miserie davanti a te. (...) Aiutami, o Signore! Ch'io possa ancora buttarmi ai tuoi piedi ! Amo ancora la fede, e mille volte ripeto e ripeterò sempre: meglio riceverti che guardarti (...). Oh, che ragione hanno gli angeli di non saziarsi mai di cantarti quel bell'inno! ... Così dovrei fare io, e lo dovrebbero fare tutte le creature; invece...

«Io t'amerò, t'amerò sempre; e quando spunta il giorno, quando fa notte la sera, e a tutte l'ore, a tutti i momenti, t'amerò sempre, sempre, sempre... »

«Ciò che mi dà un po' pensiero», scrive a padre Germano verso il 20 luglio del 1902, « è che la comunione continua, quell'angelico pane, non ha comunicato nel mio interno tutti quei beni che in tante anime ha conferito con abbondanza. (...) Delle volte, lo crede, padre mio, tremo e divengo rossa rossa, se penso che così impura vado a ricevere Gesù, che è purità per essenza. (...) Ma Gesù, il caro Gesù, mi ama anche in questo modo, e continuamente si fa sentire all'anima mia ».

L'EUCARISTIA PER MANO ANGELICA

Anche Gemma Galgani, come la francescana santa Maria Francesca delle Cinque Piaghe e altre mistiche, ha potuto ricevere l'eucaristia per mano angelica. Ne parla Gemma stessa; padre Germano lo testimonia insieme con altri, per esempio Cecilia Giannini.

Scrive Gemma: «Ieri era il giorno della Purificazione. (...) Dopo la comunione, mi sentii tutta la bocca piena di Sangue: come era buono! come mi faceva bene! Pigiai forte lo stomaco, affinché tutto mi scendesse nel cuore. Sentisse, padre mio, come fa bene a consumare Gesù! Io questo lo provai (la prima volta) nel mese di ottobre da venerdì a mezzogiorno fino al venerdì dopo (e cioè per otto giorni continui); poi mi passò. Di nuovo stamattina mi è ripreso, ma mi consuma, mi sento finire continuamente. Gesù mi strugge; ma come sto bene! Ha mai provato Lei a sentirsi consumare? Come è dolce! Il fuoco del cuore stamattina è cresciuto fino alla gola. Viva Gesù! Veda, padre, se Gesù mi facesse continuare a sentirmi come ora, non camperei che qualche mese, e chi sa? »

Anche Maria Santissima qualche volta si è unita agli angeli dell'eucaristia nel momento in cui Gemma si accostava all'altare.

Padre Germano asserisce che almeno due volte Gemma ricevette la comunione direttamente dal Signore: « Di parecchi santi si legge, nella lor vita, che, non potendo andare in chiesa a comunicarsi, Iddio si servì talvolta di un angelo, il quale ad appagare la loro fame dell'eucaristia fece le veci del sacerdote, e portò loro in casa le specie consacrate. A Gemma sembra che lo stesso divin Salvatore volesse portare il bel regalo, e fu per ben due volte. Ecco come ce lo riferisce un testimonio di vista: "La mattina del venerdì, in cui per la prima volta la nostra cara Gemma fu sottoposta allo strazio della flagellazione, vedendola io tutta orribilmente piagata, non volli che si alzasse. Ubbidì la poverina e, raccogliendosi in sé medesima, si pose a fare la sua preparazione alla comunione spirituale, che soleva compiere al modo stesso come quando era in chiesa a comunicarsi sacramentalmente. Entrò in estasi; a un dato momento la vidi giungere le mani, ritornare ai sensi, scintillare gli occhi, e infiammarsele improvvisamente il viso, come le accadeva quando aveva qualche straordinaria visione. In quel momento stesso cavò la lingua, e poco dopo la ritirò e ritornò in estasi per fare il consueto ringraziamento. La stessa cosa accadde il venerdì seguente, e può credersi che altre volte pure le accadesse; ma io non ne fui testimone. Che poi fosse realmente Gesù e non un angelo, che venne a comunicarla, lo seppi da Gemma stessa, che ingenuamente me lo confidò" ».

INESAURIBILE NEL RINGRAZIAMENTO

Gemma era inesauribile nel ringraziare il Signore per il dono immenso dell'eucaristia: «Si rivolgeva agli angeli, alla sua Mamma celeste, ai santi avvocati, che l'aiutassero a benedire, lodare, ringraziare l'amore di Gesù eucaristia. E così ancora si spiega il come e il perché di quelle lettere tutte di fuoco, che soleva scrivere con qualche frequenza ai suoi direttori e ad altri. Qualunque ne fosse l'argomento, il pensiero dell'eucaristia doveva sempre avervi il suo posto, se pure non dominarvi. E, toccando materia sì dolce e sensibile al suo cuore, il più delle volte perdeva i sensi; e pure così in estasi continuava a scrivere. Essa era piena di Gesù, e la bocca parla, e la mano scrive dalla pienezza del cuore: ex abundantia cordis ».

« ( ... ) Ma dunque non verrai in sacramento?... Vi è una forza che purifica, una virtù che distrugge tutti i peccati... O sì, vieni, vieni, Gesù sacramentato... », esclama in estasi.

O Gesù, se non ci fosse un po' la santa comunione, come farei?... Se tu non ci fossi, se non ci fosse più l'oggetto che mi eccita, come sarebbe languido il mio amore! ... E se tu abitassi solo in cielo, il mio cuore sta pur certo che cadrebbe... Ma che grandi cose sa operare la tua pietà ». «Mio Gesù, io struggo... io muoio... io muoio per te... Gesù, cibo delle anime forti, fortificami, purificami, divinizzami... »

« (... ) Nel Verbo sacramentale apritemi... Piuttosto che rimaner priva del pane di vita... A un amante appassionato, o Signore, non occorron tante suppliche: alla prima domanda intende subito... »

Sembra che in quest'ultima preghiera Gemma si rivolga agli angeli perché le aprano la porticina del tabernacolo e le diano Gesù in sacramento.

E qui ci fermiamo ponendoci la stessa domanda e rispondendo con la stessa esclamazione di Gemma: «Se non ci fosse la santa comunione, come farei? Che grandi cose sa operare la tua pietà ».

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