Maria a Medjugorje Messaggio del 13 novembre 1986:Cari figli, oggi vi invito tutti a pregare con tutto il cuore e a cambiare di giorno in giorno la vostra vita. Specialmente vi invito, cari figli, a incominciare a vivere santamente con le vostre preghiere e sacrifici, perché desidero che ognuno di voi, che è stato a questa fonte di grazia, arrivi in Paradiso con il dono speciale che è stato dato a me, cioè la santità. Perciò cari figli, pregate e cambiate ogni giorno la vostra vita affinché diventiate santi. Io sarò sempre vicino a voi. Grazie per aver risposto alla mia chiamata!

La Croce gloriosa del cammino neocatecumenale (di ADOLFO LIPPI C.P.)

Il cammino neocatecumenale si presenta come un carisma, come un dono di Dio per la Chiesa del nostro tempo, a cui è profondamente ancorato. Inizia con l'annuncio kerigmatico della risurrezione di Gesù, percorrendo poi le tappe del precatecumenato, del catecumenato, dell'elezione e della rinnovazione delle promesse battesimali. Il cammino è decisamente comunitario. Il neocatecumenato è fondato sul sacramento del battesimo, tutto da vivere e da interiorizzare nel suoi vari momenti, e incentrato sulla Parola di Dio, a cui si accede a livello di vita ecclesiale più che di riflessione teologica. Tutto poggia su un tripode composto da Parola, liturgia e comunità, tutto diventa significativo anche per i lontani. I neocatecumeni prospettano una mentalità cristiana, non semplicemente etica in cui la croce è il criterio di identificazione di ciò che è autenticamente cristiano. La croce non è sottomissione rassegnata al Dio legislatore, non è morte, ma gloria che fa vedere il volto di Dio. Gesù è morto affinché possiamo vivere.




La spiritualità della croce nei movimenti ecclesiali


1-Un carisma essenzialmente cattolico

2- Il kerigma e l'evangelizzazione

3- Il cammino e la comunità

4-Fondamentalità del battesimo

5- La Parola e la liturgia

6- Il magistero del concilio

7- Significatività per i lontani e valore della testimonianza.

8- Religiosità naturale e fede, legge e grazia

9- Dalla schiavitù del peccato alla libertà della fede

Sezione seconda: Teologia e spiritualità della Croce

10- La croce e la purificazione della fede

11- La croce gloriosa

12- Il kerigma pasquale

14- Il servo di jahwè

15- Osservazioni conclusive


Prendendo l'espressione movimenti ecclesiali nel suo senso più ampio ci proponiamo di mettere in evidenza il posto che la teologia e la spiritualità della croce hanno in alcuni di essi. I movimenti non partono da una programmazione pastorale ma dall'ispirazione, dalla spinta dello Spirito. Sarà particolarmente interessante, perciò verificare come la croce sia presente in essi. Infatti, poiché i movimenti non partono da presupposti teorici, vedremo come lo stesso mistero si presenta in essi in forme rinnovate e peculiari, maggiormente adatte alle esigenze e alle domande del nostro tempo e delle singole persone e soprattutto piene di vitalità e di fecondità. Potremo verificare concretamente come ogni movimento ha il suo culmine nel mistero centrale del Cristianesimo, come a questo mistero si accede per vie diverse ma convergenti, come la croce è il criterio di identificazione di tutto ciò che è autenticamente cristiano.



Sezione prima: Caratteristiche principali del cammino neocatecumenale

1- Un carisma essenzialmente cattolico

Diciamo subito che non intendiamo fare qui una presentazione esauriente del cammino neocatecumenale. Rimandiamo per questo ad alcune presentazioni già fatte in diverse pubblicazioni, anche se in forma abbastanza sintetica.

Il cammino neocatecumenale si presenta come un carisma, cioè come un dono di Dio per la Chiesa del nostro tempo. Un dono non ha l'obbligatorietà propria di una legge: è, tuttavia, una responsabilità. Si può anzi affermare che ciò che Dio aspetta da noi, più di ogni altra cosa, è il riconoscimento e la valorizzazione di ciò che il suo Spirito opera, cioè dei suoi doni e carismi.

Un carisma non è un’ideologia e neanche una teologia. Contiene elementi teologici, ma non si riduce ad essi. Non è qualcosa di intellettuale, ma di vitale. Perciò si conosce adeguatamente soltanto con l'esperienza. Dobbiamo confessare, perciò, che la presentazione che facciamo non può presumere dare una conoscenza adeguata del cammino neocatecumenale, nemmeno in un aspetto particolare quale può essere la spiritualità della croce, aspetto ci peraltro, risulta, come vedremo, assolutamente centrale. Non ci proponiamo neanche, di offrire una presentazione oggettiva e spersonalizzata del neocatecumenato, ma piuttosto di porci in un atteggiamento dialogico, dall'esterno delle comunità, cioè dal punto di vista della Chiesa in generale.

Le comunità neocatecumenali non percepiscono se stesse come un movimento apostolico fra gli altri, ma piuttosto come una proposta per tutta la Chiesa: la proposta di portare i cristiani a rivivere il proprio battesimo nei suoi diversi momenti, attraverso una catechesi che introduca nella comprensione della parola di Dio, attraverso l'esperienza della Chiesa come Comunità viva e attraverso l'esperienza della forza della liturgia e dei sacramenti.

Solo chi ha conosciuto il cammino molto esteriormente può aver pensato che si tratti di qualcosa che rassomiglia al protestantesimo. Uno dei contenuti che più colpiscono nel cammino neocatecumenale è la centralità della Chiesa, intesa come comunità che si aggrega intorno al vescovo. Questo elemento ha un aspetto dottrinale e un aspetto pratico. Dottrinalmente, lo schema del battesimo diventa uno schema per tutta la vita cristiana. Il vescovo (o il suo rappresentante) domanda al catecumeno: che cosa chiedi? La risposta è la fede. Che cosa ti dà la fede? Mi dà la vita eterna.

Si va alla chiesa e al suo rappresentante per chiedere la fede e la vita eterna. Sarebbe possibile avere questi doni in modo diverso, senza la mediazione della Chiesa? Sulla base di un'attualizzazione molto chiara dell'insegnamento biblico e della vita delle primitive comunità cristiane, il neocatecumenato risponde di no. Il motivo è la presenza del peccato in noi. Il peccato entra in me come potere della morte, molto concretamente come paura della morte. Poiché sono dominato dalla paura della morte, sono incapace di amare, sono incapace di uscire da me stesso e passare all'altro. Dice la lettera agli Ebrei: "Poiché i figli hanno in comune il sangue e la carne anche egli ne è divenuto partecipe, per ridurre all'impotenza mediante la morte colui che della morte ha il potere, cioè il diavolo, e liberare così quelli che per timore della morte, erano soggetti a schiavitù per tutta la vita" (Eb. 2,14-15).

Questo passo esprime molto sinteticamente la nostra situazione esistenziale dopo il peccato. Ma è tutto l’insegnamento del Nuovo Testamento sul peccato, particolarmente quello di S. Paolo, che viene richiamato, insegnamento necessario se non si vuol ridurre la dottrina cristiana del peccato a un moralismo facilmente strumentalizzabile per un'etica mondana. Sulla base di questa impostazione rigorosamente biblica, a torto trascurata nella catechesi ordinaria, viene evidenziata in maniera psicologica ed esperienziale la necessità di essere aiutati dall'esterno per uscire dal proprio egoismo e arrivare ad amare.

Questo aiuto, esterno a me stesso, me lo dà la Chiesa. La Chiesa mi libera. Mi mette a contatto reale col Cristo Risorto e vivo. Mi dà la fede e attua una gestazione della fede.

L'aspetto pratico della ecclesialità tipica del cammino neocatecumenale è dato dal coinvolgimento delle strutture e delle persone concrete della chiesa nel cammino stesso: le strutture della diocesi e della parrocchia; le persone del vescovo e del presbitero. Si può osservare che la maggior parte dei cammini spirituali tradizionali o moderni cercano degli spazi di autonomia, qualche forma di esenzione all'interno della comunità ecclesiale. Il cammino neocatecumenale non lo fa. Si può vedere in questa caratteristica un elemento particolarmente significativo per la vita della Chiesa dopo il Concilio Vaticano II.

2- Il kerigma e l'evangelizzazione

Il cammino neocatecumenale comincia con un annuncio kerigmatico analogo a quello con cui gli apostoli, subito dopo la Pentecoste, dettero inizio alla primitiva comunità della Chiesa. Oggi come allora, il kerigma è essenzialmente l'annuncio della risurrezione di Gesù, annuncio che subito distingue l'impostazione neocatecumenale da altre impostazioni correnti, nelle quali prevalgono contenuti teorici o etici. La risurrezione non è una teoria o una legge, ma un evento di grazia, un'azione che manifesta l'iniziativa di amore di Dio nella nostra vita. Questo annuncio si amplia armonicamente a tutti gli altri contenuti della Bibbia. Ma - ciò che forse è più importante osservare - esso non è un annuncio generico e oggettivo, bensì concreto e personalizzato. Come ad Abramo o a Maria, a ognuno viene detto: Dio ti ha amato, ti ha scelto, ti ha privilegiato e il segno è il fatto stesso che tu sei qui ad ascoltare l'annuncio e a beneficiare della maternità della Chiesa.

A questo annuncio iniziale è legato il particolare carisma di evangelizzazione che le comunità catecumenali sentono di avere, carisma che, nei primi anni, fu messo in collegamento con lo sforzo per passare da una pastorale di sacramentalizzazione a una pastorale di evangelizzazione, come pure con la necessità di tornare a evangelizzare i lontani e che oggi viene collegato all'impegno di attuare nuove forme di evangelizzazione.

3- Il cammino e la comunità

Molti hanno una concezione statica della vita del singolo cristiano e della Chiesa stessa. Nella Bibbia, la storia della salvezza e la stessa rivelazione sono presentate in maniera dinamica ed evolutiva. Esse si sviluppano partendo da un minimo per arrivare a un massimo. S. Paolo ci presenta anche il regno del Signore Gesù - dalla risurrezione alla parusia - come dinamico ed evolutivo (Cf. 1 Cor 15, 25-28; Rm 8, 19-25).

Le comunità neocatecumenali esprimono questa caratteristica del Regno con la parola cammino. All'inizio, ciò che il kerigma genera è soltanto un seme o un feto. Esso si sviluppa gradualmente, come avviene per tutto ciò che vive. Le tappe principali del cammino neocatecumenale sono:

L’annuncio del kerigma

Il Precatecumenato

Il passaggio al catecumenato

Il catecumenato

Elezione

La rinnovazione delle promesse battesimali.

L'essere continuamente in cammino significa anche l'esclusione di quell'atteggiamento interiore tanto diffuso e così dannoso per la vita cristiana che è l'illusione di essere arrivati e di non aver più bisogno di niente, come quando uno è arrivato al vertice di una carriera .

Il cammino non viene portato avanti in maniera individuale e autonoma, ma viene condotto e protetto da una paternità e da una maternità, come avviene dovunque c'è la vita. Il concetto di gestazione da parte della Chiesa-madre, torna continuamente nella catechesi. La Chiesa attua la gestazione della fede non in maniera giuridica o burocratica, ma in quanto comunità. L'esperienza della Chiesa come comunità unita al pastori è fondamentale per il cammino. La comunità realizza la maternità e al tempo stesso educa la persona. Proprio i difetti dei singoli, che distruggono l'immagine infantile e mondana della comunità, servono a formare la persona. Nel confronto ciascuno misura se stesso e si libera dalle illusioni. La dimensione comunitaria appare, del resto, una caratteristica comune degli attuali movimenti ecclesiali autenticamente formativi, mentre, peraltro, viene sperimentata come una condizione essenziale per la guarigione interiore delle malattie le più gravi e profonde .

Se riflettiamo sul fatto che la componente comunitaria ha caratterizzato da sempre i cammini di ricerca della santità nel Cristianesimo, possiamo rilevare che nel movimenti ecclesiali, che intendono attuare la vocazione universale alla santità di cui parla il Concilio tale componente viene partecipata e sperimentata concretamente nella vita laicale.

La comunità non è un'aggregazione di singoli e neanche la somma dei suoi componenti , ma una realtà veramente nuova, come lo era la comunità cristiana primitiva o come lo erano le prime comunità dei grandi movimenti spirituali. Le obiezioni contro le comunità neocatecumenali sorgono spesso da persone che non hanno mai vissuto il cristianesimo come comunità, se non in una accezione giuridica all’interno della quale era possibile preservare premurosamente la propria individualità, ovvero da persone che hanno reagito negativamente all'appello della vita comunitaria. L'esperienza mostra che l'uomo vecchio muore solamente attraverso un'immersione battesimale nella comunità che è Chiesa e li nasce l'uomo nuovo. Il cammino neocatecumenale ne e una dimostrazione lampante.

4-Fondamentalità del battesimo

Il neocatecumenato è tutto fondato sul sacramento del battesimo, cui fanno capo, come nell'antichità, i due sacramenti della confermazione e dell'eucaristia. Il battesimo, però, non è concepito come un atto che produca quasi magicamente la salvezza, ma come un sacramento tutto da vivere e da interiorizzare nei suoi vari momenti. Particolare rilievo acquista, in questo contesto battesimale, il sacramento della riconciliazione. Scrive Blàzquez: "E un fatto ormai provato che nelle comunità neocatecumenali, all'interno del processo di fede e di conversione verso il battesimo, si ricupera con forza il sacramento della conversione, della penitenza. Secondo le testimonianze dei presbiteri, le comunità hanno rafforzato in modo decisivo la celebrazione del sacramento nelle loro parrocchie e talora l'hanno persino riscattata dalla dimenticanza e dal non senso".

5- La Parola e la liturgia

La catechesi neocatecumenale è tutta incentrata sulla Parola di Dio. La catechesi non parte da un'impostazione di tipo cerebrale e astratto, come la manualistica teologica o i vecchi catechismi. L'impostazione astratta è un residuo della più grande inculturazione della fede che si sia mai verificata: l'inculturazione nell'ellenismo. A suo tempo essa ebbe certamente un valore positivo ma oggi viene conservata per pigrizia mentale, con effetti negativi per l'impatto e la retta comprensione della dottrina.

Sappiamo che la teologia attuale reagisce fortemente contro gli strascichi della mentalità ellenistica. Nelle comunità neocatecumenali, pero, non si tratta tanto di una reimpostazione teologica della catechesi, quanto di un accesso diretto alla Parola a livello di vita ecclesiale più che di riflessione teologica. Questa esperienza è molto importante. Viene abolita, in essa, ogni arbitraria separazione o addirittura opposizione fra Antico e Nuovo Testamento. Quest'ultimo è ricondotto alla sua naturale ambientazione ebraica e liberato dalle pregiudiziali ellenistiche entro le quali veniva interpretato. Abbiamo qui un approccio importante anche per quanto riguarda il dialogo ecumenico con l'ebraismo e l'ecumenismo in genere.

La lettura della Parola non è scolastica e fredda, ma concreta e continuamente confrontata con la vita dei singoli e della comunità. Essa interpella e stimola sempre di nuovo le persone. Molti laici e particolarmente i catechisti, dopo qualche anno di cammino neocatecumenale, si trovano a usufruire d'una comprensione della Bibbia più autentica di tante persone che hanno fatto studi teologici. Come per i Padri della Chiesa, la Parola è sperimentale come sperma dello Spirito Santo, capace di generare una nuova vita.

Questo avviene perché l'illuminazione proveniente dalla Parola non viene separata dalla vita della Chiesa che si manifesta nella liturgia e nella comunità. Parola, liturgia e comunità formano un tripode su cui poggia il cammino neocatecumenale. Un tripode inscindibile. Nessuno di queste tre dimensioni può stare senza l'altra.

6- Il magistero del concilio

La differenza fra cristiani che accettano ilConcilio e cristiani che non lo accettano (o lo accettano solo esteriormente) prenderà in futuro un rilievo sempre maggiore, superiore, forse, alla differenza che distingue una confessione cristiana dall'altra. I neocatecumeni si sentono chiamati ad attuare armonicamente e vitalmente il concilio Vaticano II, percependolo sinceramente, non come il frutto di persuasioni o sforzi umani, ma come la più grande profezia che risuona nella Chiesa. L'opposizione che alcuni manifestano contro di loro nasconde spesso una sorta opposizione e un segreto rifiuto delle direttive conciliare in quanto costringono il singolo a scuotersi dalla posizione comoda in cui si era adagiato.

7- Significatività per i lontani e valore della testimonianza.

Una chiesa che non attrae più i lontani, una comunità cristiana che perde continuamente forza, non respira a pieni polmoni la vita dello Spirito. Le comunità neocatecumenali sentono di dover vivere la fede in modo significativo e attraente per i lontani, cioè per chi non crede o per chi, dicendo di credere, vive praticamente come se non credesse. I segni fondamentali che devono risplendere in una comunità cristiana sono la carità e l'unità. La carità non deve essere confusa con quella specie di gentilezza mondana con cui S. Pietro tentava Gesù a non sottomettersi alla Passione, facendogli la catechesi di Satana. La carità è un amore adulto e maturo, che non disdegna la conoscenza di se stessi nella verità. Anche l'unità non deve essere confusa con gli equilibri ottenuti con qualche forma di diplomazia.

Cristiani si diventa normalmente non attraverso ragionamenti teorici, ma quando si incontra un cristiano adulto che rende testimonianza alla propria fede. La fede si trasmette: dagli apostoli arriva per testimonianza fino agli ultimi credenti. Anche i genitori la trasmettono veramente al figli attraverso la testimonianza di ciò che Dio ha operato nella loro vita e non con qualche specie di indottrinamento.

8- Religiosità naturale e fede, legge e grazia

Nella prospettiva propria della religiosità naturale, l'immagine che ho di Dio è quella di un capo che mi mette alla prova imponendomi una legge, accompagnata da una sanzione. Se osservo la legge sarò premiato, altrimenti sarò castigato. Senza negare il valore che questa prospettiva può avere in una religiosità naturale, dove manca la prospettiva della grazia, il catecumeno invita il cristiano a passare alla mentalità del dono, del lieto annuncio: Dio ti salva gratuitamente, ti salva fin da ora e per l'eternità, ti dà una vera vita, per mezzo dello spirito che fin dall'inizio aleggiava sulla creazione e dava vita.

Per usufruire di questo dono bisogna rinunciare al proprio progetto di vita e di salvezza dalla morte, progetto che in fondo, illusorio e falso. Nella prospettiva della legge, sono ancora io che gestisco la mia vita, pur con delle limitazioni. Per poter passare alla prospettiva della grazia, bisogna che rinunci a gestire la mia vita e mi affidi al Signore e alla Chiesa-Comunità. Nella prospettiva della legge, servo Dio a patto che egli serva al mio progetto di vita (illusoria). C'è una mentalità dello scambio. Nella prospettiva della fede entro nella gratuità e perciò nella libertà. La prospettiva della legge è implicita quando si chiede: diteci che cosa dobbiamo fare per essere veri cristiani. Inconsciamente desideriamo impadronirci di tale cognizione per continuare a gestire noi la nostra vita. Si tratta invece di metterci alla sequela di Cristo in una comunità-chiesa concreta e lasciarci condurre con docilità.

Si può rimanere imprigionati nella mentalità della legge per queste motivazioni individuali ovvero per motivazioni sociologiche. S. Paolo dice che la legge non salva. Oggi si potrebbe dire che l'etica non salva. Tuttavia assistiamo a molti tentativi più o meno coscienti di strumentalizzazione della fede per l'etica. Molti genitori hanno in mente un'immagine borghese di famiglia ideale e chiedono al sacerdote, al missionario di aiutarli perché i figli si inseriscano in questo loro ideale e lo traducano in pratica. Chiedono, in fondo, di essere aiutati a plagiare i propri figli imponendo loro il proprio schema mentale, che, di solito, risulta anche razionalmente obsoleto per i figli. L'etica chiede alla fede la forza che deriva dalla sacralizzazione propria della religiosità naturale. Se il prete o il missionario lo fanno, vengono gratificati. Se si rifiutano, allo scopo di servire la persona nella sua libertà, vengono castigati. E la dialettica del profeta e dello pseudoprofeta analizzata da Buber. Se il cristianesimo viene di fatto affogato nell'etica, perde la sua forza di salvezza ed è naturale che non sia più percepito come buona notizia e che sia sopportato come un peso. Il catecumenato torna continuamente su questa dottrina prospettando una mentalità veramente alternativa rispetto a quella dominante, una mentalità che sia autenticamente cristiana.

9- Dalla schiavitù del peccato alla libertà della fede

Nella prospettiva della legge e dell'etica, sono più importanti i peccati le concrete trasgressioni, che il peccato, quella condizione misteriosa di cui tanto parla S. Paolo, ma che, forse per la difficoltà di esprimerla in un linguaggio corrente è lasciata da parte dalla catechesi. Nel cammino neocatecumenale è essenziale prendere coscienza della realtà di tale peccato (l’amartìa, di S. Paolo) in noi. Il serpente dice a Eva: Dio vi ha proibito di mangiare dei frutti del giardino. Veramente Dio aveva proibito solo un frutto, ma nel ragionamento del serpente è come se li avesse proibiti tutti. La conclusione di tale ragionamento è: Dio non vi ama. Questa è la catechesi del maligno. Questa tentazione non rappresenta soltanto un evento del passato, ma più ancora una realtà attuale dello spirito umano. Quando la persona ascolta la catechesi di satana e mette in atto un sacramento di peccato, una liturgia di peccato, essa si separa, per quanto è in suo potere, da Dio. Ma se non riceve più la vita da colui che, essendo amore e fonte della vita, da chi potrà riceverla? Se Dio non è amore, nulla ha più senso e io muoio ontologicamente. La morte fisica è percepita primitivamente come un passaggio naturale. Ma la morte ontologica è qualcosa di ben più grave. lo scelgo la morte ed entro in un cammino di regressione e di morte.

Allora tento di salvarmi da solo dalla morte e metto in atto una quantità di meccanismi di difesa, di accaparramento della vita, delle persone, degli affetti, delle cose e divento schiavo di tutti questi meccanismi deludenti, perché, ovviamente, persone e cose non si fanno accaparrare. Accerchiato dalla paura della morte, non sono più in grado di passare all’altro, non posso più amare. La venuta del Signore Risorto nella mia vita si manifesta dapprima come coscienza di questa schiavitù del peccato e della morte e poi come ricupero della capacità di amare l'altro, anche il nemico, colui che è morte per me in quanto limita la mia vita, un nemico che può essere, concretamente, anche mio marito, mia moglie o i miei figli.

Sezione seconda: Teologia e spiritualità della Croce

Il cammino neocatecumenale è dinamicamente armonico e inscindibile in se stesso. Il discorso della croce, perciò, non può essere arbitrariamente isolato dal tutto. Quanto abbiamo già esposto, particolarmente intorno al potere del peccato e della morte, dovrà essere tenuto ben presente per poter comprendere in modo giusto l'insegnamento che riguarda la croce. Riteniamo di poter raggruppare tale insegnamento intorno a cinque temi fondamentali:

La croce e la purificazione della fede
La croce gloriosa
Il kerigma stauro-soteriologico
Il servo di jahwè
Il sacerdozio regale.



10- La croce e la purificazione della fede


Dove tutto - Chiesa, società, cultura - si dice cristiano, si perde la possibilità di cogliere il significato autentico della Parola di salvezza. L'annuncio neocatecumenale, perciò, opera una crisi all'interno della cristianità stabilita. Entra come una lama tagliente nelle strutture morte venutesi a stabilire attraverso accaparramenti e strumentalizzazioni del dono di Dio e le divide. E' molto cosciente della Parola che afferma che il Regno di Dio è una spada che divide famiglie, amicizie, società. Giudica un cristianesimo finalizzato all'etica borghese, svuotato da dentro, come pure un cristianesimo pauroso che si maschera con i vestiti della cultura dominante.

Giudica la ricerca di gratificazioni e la fuga dal disprezzo e dalle persecuzioni propri di tanti professionisti della predicazione. Crocifigge la mondanità e si lascia crocifiggere da essa, dovunque essa si possa reperire, anche all'interno delle strutture ecclesiastiche. Senza disprezzare la funzione della religiosità naturale, distingue accuratamente la fede, che proviene dalla rivelazione di Dio, dalla religiosità che è frutto di meccanismi di proiezione e di compensazione.

Non si tratta di un cristianesimo fondamentalista. Al contrario vengono utilizzati gli apporti delle scienze teologiche e umane, purché non pretendano, come accadeva ad esempio nella Weltanschauung propria della scolastica decadente, di fare da fondamento alla fede, col pericolo concreto di sottomissione della fede alla ragione, di Dio all'io. Su questa base vengono giudicate certe teologie della secolarizzazione come certe teologie della liberazione.

Ricordando l'affermazione di Moltmann secondo cui la croce è il criterio di identificazione di ciò che è autenticamente cristiano, riconosciamo che qui si verifica esattamente questo: viene escluso dall'annuncio di fede tutto ciò che, per l'incapacità di sostenere il peso della croce, è compromesso con la mondanità. Ovvero si può dire che viene escluso tutto ciò che è tentativo di sostenere la croce non con la forza dello Spirito Santo, ma piuttosto con qualche astuzia culturale alla moda, deformando il tutto.

11- La croce gloriosa

Prima di domandarci che cosa è la croce, dovremmo logicamente prendere coscienza di ciò che essa non è, prendere le distanze dalle sue sofisticazioni. La croce non è la sottomissione rassegnata al Dio legislatore proprio della religiosità naturale. Essa non può servire da fondamento per dimostrare l'esistenza di un Dio geloso del nostro benessere e desideroso di mortificarci. Né può servire da fondamento per la nostra soddisfazione di veder castigato chi si gode la vita. Essa non è quella specie di masochismo che si osserva in certi cristiani e nemmeno l'orgogliosa impassibilità del saggio stoico.

Nella Bibbia l'ora della crocifissione è presentata come l'ora propria di Gesù, l'ora della sua glorificazione, il battesimo con cui Lui doveva essere battezzato.

La croce è gloriosa. E’ il mistero nascosto non rivelato ai pagani né ai mondani.

La sofferenza è la motivazione per cui il cuore umano nega o bestemmia Dio. Gesù è colui che sostiene la più terribile delle sofferenze benedicendo il Padre. Dio ti aspetta al travaglio della croce. La croce dell'infecondità portò Abramo alla fede. Pietro fa a Gesù la catechesi di satana, quando gli augura di evitare la croce. Vogliamo Dio a nostra misura, ma sperimentiamo che questo dio non salva. Quando noi accogliamo la misura di Dio, veniamo salvati. Il maligno vuole convincerci che la croce è soltanto morte. Ma c'è una differenza essenziale fra la sofferenza vissuta senza la fede e la sofferenza che è croce, vissuta nella fede.

Nel Battesimo veniamo segnati col segno della croce. Questo gesto è vero se abbiamo interiorizzato la croce gloriosa. Solo chi ha la propria croce illuminata può essere battezzato. Ancor più, solo chi vede la gloria nella propria croce può ricevere l'eucaristia, perché nell'eucaristia si ringrazia Dio per il dono della croce.

Il catechista domanda a ogni membro della comunità: quale è la tua croce concreta? Il mio bambino è malato e sta morendo; mio marito non mi ama e mi tradisce; sto fallendo nel lavoro e nella carriera; sono stata abbandonata dal fidanzate e sono sola; non ho figli; i nostri figli si drogano; non riesco a venir fuori da certi peccati... La tua croce concreta ti scandalizza? Vuol dire che non hai la tua croce illuminata e non vivi ancora nello spirito del Cristo Risorto.

Senza Gesù non possiamo amare la croce. Con Gesù possiamo realizzare un'immersione battesimale nella nostra propria croce, stare in essa senza paura, passare attraverso la morte senza morire, ma anzi ricevendo la vita nuova della risurrezione. Come Abramo, il cristiano sa che nella croce Dio provvede. Sa che Dio non è un mostro che gode della nostra sofferenza, al contrario è un Padre pieno di amore, perciò entra nella croce con fiducia. Sa che nella croce si realizza la trascendenza totale, si vede il volto di Dio.

12- Il kerigma pasquale

Dio provvide un capretto ad Abramo, padre della fede, perché lo sacrificasse in luogo di Isacco. Quale vittima ha provveduto Dio per salvarci dalla morte contenuta nella nostra propria croce? Ha provveduto Gesù, l'agnello che toglie il peccato del mondo. Se il maligno avesse potuto sapere che Gesù, entrando nella morte, gli avrebbe tolto il potere della morte, non lo avrebbe lasciato entrare. Anche il mondo non ci lascerebbe entrare nelle sue persecuzioni e nella morte se sapesse che cosi perde il proprio potere di morte.

Ora, però, il Figlio di Dio è passato attraverso la morte e la morte non è più padrona della nostra vita. Uno è morto affinché io non rimanga più schiavo della morte. A ciascuno viene annunciato il kerigma: Gesù è morto affinché tu possa vivere, affinché tu non continui a consegnare la tua vita al potere della morte, lottando con enormi sforzi per togliere o mascherare i tuoi limiti, le tue contrarietà, le tue malattie, che in realtà non puoi togliere.

L'accoglienza dell'annuncio kerigmatico riguardante la croce conduce alla riscoperta della verità fondamentale della fede: è Gesù che ti salva. Non ti salvi da solo. In un'epoca di autosufficienza dell'uomo, un certo pelagianismo si infiltrava, attraverso l'ipertrofia del moralismo, persino nell'annuncio della Passione, sopravvalutando ciò che noi facciamo per completare la passione di Cristo e dimenticando che, se Lui non fosse morto, noi non potremmo fare niente. Pelagianamente e moralisticamente, la sua morte si riduce all'esemplarità. Di conseguenza ci affatichiamo, con enormi sforzi, per costruirci una mentalità eroica. Si percepisce oggi la necessità di una nuova interioriorizzazione del kerigma, da parte dei singoli e della Chiesa, per liberarci dalle strette del moralismo e ricuperare la gioia dell'essere salvati, la gioia della buona notizia.

14- Il servo di jahwè

Anche questo tema è connesso con tutto il resto delle catechesi e ritorna continuamente. Servo di jahwè è Gesù capo, unito al suo corpo vivo che è la Chiesa. La Chiesa continua a prendere su di se il peccato del mondo, annullandolo col suo perdono. L'insegnamento conciliare sulla Chiesa, che è sacramento di salvezza, per l'umanità rende attuale l'invito che Gesù fa ai suoi discepoli perché siano sale che dà sapore a tutto, luce che illumina tutto, lievito che fa fermentare l'intera massa.

Anche questa dinamica del mistero della Chiesa non viene presentata come se fosse qualcosa che è al di là di ogni possibile esperienza, o che operi quasi magicamente. Si prende coscienza che molte persone, incontrando vere comunità cristiane, vengono colpite anche se non entrano a farne parte, ne ricevono una illuminazione e una speranza per la vita, di cui si ricordano specialmente nel momento del dolore.

Vi sono certamente anche persone che si sentono denunciate dall'Amore e dall'Unità che incontrano, perché, come i farisei, non vogliono uscire dal proprio egoismo. Sono coloro che perseguitano la Chiesa. Davanti a loro la Chiesa non ha altra missione se non quella di lasciarsi uccidere perdonando, come il suo Capo. Il cristianesimo non è un'etica, una legge che si possa imporre con la forza. Dio lascia gli uomini liberi. Se gli uomini da soli non sono stati capaci di osservare i dieci comandamenti, molto meno saranno capaci di tradurre in pratica il discorso della montagna. Sbagliano, perciò, i gruppi che usano qualche forma di pressione nell'illusione di poter imporre la giustizia cristiana.

Lo Spirito Santo può dare a una persona la capacità di non resistere al male, di amare il nemico di prendere su di sé il peccato degli altri. Non è che non si debba denunciare l'ingiustizia. Gesù lo ha fatto con parole molto forti e per questo è stato condannato. Ma, alla fine si è lasciato uccidere da coloro che non lo hanno ascoltato e li ha perdonati. Cosi ha fatto Stefano, il primo martire. Cosi hanno fatto gli altri martiri. Non ci può essere vera Chiesa di Cristo dove non c'è questa spiritualità del martirio e del perdono.

La Chiesa salva il mondo - oggi come ieri - assumendo su di sé il peccato degli uomini e perdonandolo. La Chiesa come Gesù, ha la missione di salire a Gerusalemme per essere crocifissa, perché questo è l'unico modo con cui il mondo si può accorrere che la morte è stata vinta. Al di fuori di questo, c'è la Chiesa ridotta alla funzione della religiosità naturale che è quella di fornire meccanismi di difesa contro la paura della morte. La funzione si distingue e a volte si oppone alla missione.

La sequela di Gesù conduce inesorabilmente, alla fine, a salire a Gerusalemme per esservi crocifissi. Questo, però, non si può fare con lo sforzo umano, ma è dono dello Spirito. Quando lo Spirito opera, non ti interessa più che dicano male di te. Non ti interessa più neanche di essere amato. Sei tu che ami gli altri. Ti interessa di amare. E se hai vicino un peccatore che non si converte, lo ami cosi come peccatore, e rendi manifesta la misericordia di Dio, sei sacramento della misericordia di Dio. Chi può amare cosi? Chi può amare colui che lo diminuisce, lo uccide? Chi ha vinto la morte con la potenza dello Spirito del Risorto.

Non si tratta, perciò, di cominciare un cammino domandandosi subito quali opere di apostolato o di giustizia sociale si devono compiere. Si tratta di diventare cristiani. Allora sarà Cristo a operare in noi con la forza creativa del perdono e dell'amore verso il nemico e il peccatore. Per diventare cristiani bisogna chiedere la fede alla Chiesa. Allora vedremo nascere in noi una nuova creatura che non giudica, non resiste al male, prende su di sé il peccato degli altri.

E possibile - dirà qualcuno - che una persona egoista e piena di rancori e concupiscenza come me arrivi ad amare cosi? E' possibile se credi che Dio lo può fare. A Maria l'angelo annunciò una fecondità divina. Come è possibile per me che non conosco uomo? E possibile se credi che Dio lo compie. Per la sua fede Maria può definirsi la serva del Signore, la serva di jahwè e per la sua fede è beata. Maria è il tipo della Chiesa. La sua vita è esemplare per la comunità.

15- Osservazioni conclusive

1. All'inizio del rinnovamento neocatecumenale noi troviamo un carisma suscitato dallo Spirito nella Chiesa. Il carisma determina una illuminazione, un movimento di vita, genera anche una teologia e una nuova evangelizzazione. Quest'ultima non è solo annuncio intellettuale, ma una vera ristrutturazione della vita personale, familiare e sociale ispirata al Vangelo.

Questi fatti ci chiamano a riflettere sul rapporto che ci dovrebbe essere fra vita cristiana, teologia e cultura in genere. La Chiesa è chiamata a prestare molta attenzione agli autentici movimenti dello Spirito, riconoscendoli e valorizzandoli. Ciò che si ricava da essi è superiore a quanto si ottiene con molti altri sforzi. Questi ultimi hanno la sola qualità di essere maggiormente gratificanti per gli individui e per i gruppi. Ma serve questo al Regno di Dio?

2. L'efficacia e l'impatto della nuova evangelizzazione attuata dalle comunità neocatecumenali deriva certamente anche da un linguaggio adatto al tempi e alle persone di oggi. Intendiamo il linguaggio nel senso più ampio del termine, come l'insieme di tutti i segni e simboli espressivi. Riteniamo che sarebbe utile alla Chiesa nel suo insieme riflettere sulla critica implicita che tali nuovi linguaggi rappresentano per forme desuete e prive di incidenza. Forme legate, fra l'altro, a esigenze di altri tempi e ben giustificate per quei tempi, ma non per oggi. Questo suppone, però, che persone e comunità ecclesiali non abbiano paura di mettersi in discussione e in ascolto. Ciò che è importante è il Regno di Dio.

3. Come si è visto, è assai facile deformare e strumentalizzare la croce.

È facile che essa, debitamente manipolata da persone e gruppi interessati, diventi non soltanto oppio dei popoli, ma anche oppio della coscienza, strumento della paura della morte e del voler salvarsi da soli. Per molti ancora la croce è fatalità, pena, castigo, prezzo da pagare per una incerta gloria futura; tutt'al più essa è espiazione. Per il Neocatecumenato essa è il luogo ove più risplende l'amore di Dio per l'uomo. Il cammino della fede tende verso questa evidenza sperimentata e testimoniata.

La scoperta della croce gloriosa nel Neocatecumenato trova riscontro nella convergenza di tanta ricerca teologica riguardante il rapporto fra gloria e croce. Ci rallegriamo di questa convergenza, ma ci domandiamo: fino a che punto la pastorale prevalente supera la scissione croce-gloria? Fino a che punto si lascia che la croce sia riassorbita nella religiosità naturale, funzionale a certi equilibri, che sono, tra l'altro, profondamente ingiusti verso i più deboli, diventando magari la più efficace sacralizzazione di tale equilibrio. Troppi interessi dominanti hanno bisogno di uomini e donne che si sacrifichino fino a spersonalizzarsi e a perdere ogni dignità. Troppe ambizioni postulano il sacrificio di altri e premiano una religiosità del sacrifico privo di gloria.

Un discorso particolare si potrebbe fare sulle istituzioni ecclesiali e religiose. Non si può negare che le nuove realtà che lo spirito produce nella Chiesa interpellino le istituzioni preesistenti soprattutto per quanto riguarda lo zelo profetico per riconoscere, denunciare e combattere le falsificazione della croce. Dove c'è una gloria diversa da quella della croce, là c'è un tradimento. Anche nella formazione si osserva la preferenza verso un progressivo arricchimento e promozione dell’uomo, senza passare attraverso l'immersione battesimale nel negativo che spezza la continuità con l'uomo vecchio, l'uomo dell'orgoglio e dell'ingiustizia e permette la nascita di una creatura veramente nuova. Manca spesso l'immersione in una comunità che non sia un aggregato di individui riunitisi per raggiungere più alti standard funzionali, ma il Corpo vivo di Cristo che permette e verifica il passaggio attraverso la croce. L'apparire di movimenti vitali in cui tale immersione è ben presente dovrebbe convincere le istituzioni a intraprendere un cammino penitenziale.

Non si tratta di riflessioni banalmente parenetiche. E compito della teologia essere la coscienza critica della chiesa e delle sue istituzioni. E’ compito particolare di una teologia e di una spiritualità della croce essere la sentinella vigile, pronta a smascherare i camuffamenti e le sofisticazioni della croce. Riteniamo che una presenza carismatica come quella del Neocatecumenato non dovrebbe essere valorizzata soltanto permettendole di operare a favore delle persone che entrano nelle comunità, ma dovrebbe essere valorizzata anche a favore di tutta la Chiesa e delle sue varie istituzioni.

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