Maria a Medjugorje Messaggio del 2 maggio 1985:Cari figli, oggi vi invito alla preghiera fatta col cuore, e non per abitudine. Alcuni vengono, ma non desiderano progredire nella preghiera. Perciò voglio ammonirvi quale Mamma: pregate affinché in ogni istante la preghiera prenda il sopravvento nei vostri cuori. Grazie per aver risposto alla mia chiamata!

Rwanda, il martirio dei fratelli del Cammino Neocatecumenale




Kigali, 5 ottobre 1994 Carissimi fratelli, la pace sia con tutti voi. Da ormai poco più di una settimana sono di nuovo in Rwanda, passando per il Burundi. Il Signore ci ha facilitato ogni cosa e ha aperto le porte perché potessimo incontrare i fratelli rimasti e avere notizie degli altri. La gente sta riprendendosi piano piano. C’è chi ha vissuto questi tre mesi di guerra nascosto, con fame, tensione, e tutto ciò che questo comporta.
Tutti sono stati marcati dalla presenza del Signore al loro fianco. La Parola del Signore, i salmi, i canti della Pasqua che risuonavano dentro di loro, hanno dato loro coraggio e speranza. Non è la stessa cosa vivere questi eventi con un po’ di "sale" che dà il Signore che viverli senza di niente! In generale per le comunità al Sud, cioè a Lungombwa, Butare e Nyanza sono moltissimi i fratelli uccisi; a Kigali le cose sono andate meno peggio: a noi tutti, ma ai fratelli, soprattutto della capitale, è parso chiaro che Dio ha un disegno su di loro per i giorni a venire: nel senso che essere scappati e usciti indenni da questa bufera è soltanto per grazia e per volere del Signore, perché diventino sale, luce e lievito di questa città e di questo paese. Il che ha spinto subito questi fratelli a cercarsi tra loro e a ricominciare a riunirsi per le celebrazioni. Dicono di aver sperimentato la Risurrezione: di essere passati di morte in morte annunciata, vedendo come la Pasqua - cioè l'intervento di Dio che li sottraeva alla morte laddove dovevano umanamente soccombere - era presente. Freschi del Primo Scrutinio e, soprattutto, della celebrazione della Notte di Pasqua, hanno avuto in queste liturgie forti il loro alimento e la sorgente di speranza viva e vera. A Nyanza, nonostante abbiano ucciso moltissimi, chi é sopravvissuto racconta la Pasqua: due ragazze, in situazioni diverse, per due volte sono state gettate nella buca con gli altri cadaveri, piene di ferite e bastonate: e per due volte ne sono uscite trovando salvezza. Un'altra ragazza - quella che l'anno scorso era stata a Denver - è morta pregando per gli uccisori che la facevano a pezzi. Con lei era suo padre, pure della comunità, e qualche fratello di carne: la mamma e gli altri fratelli e sorelle avevano preso un'altra direzione e sono stati pure uccisi. Di tutta la famiglia resta un solo ragazzo. A Butare abbiamo saputo di un ragazzo ucciso perché non ha accettato di uccidere, di un altro disposto a morire per aver nascosto due sorelle ricercate dai massacratori. Sentire le testimonianze dei fratelli è stato per me un grande conforto. Vedere l'illuminazione di alcuni fratelli e sorelle è stata una catechesi impareggiabile: di quelle vere, fatte di eventi di vita, non di parole vuote. I giorni scorsi siamo stati anche a Gisengi e a Goma. A Gisengi abbiamo potuto trovare fratelli: alcuni sono vivi, ma c’è mancato il tempo materiale di incontrarli. Ma anche lì hanno ucciso molto. Pensate che solo i preti della diocesi uccisi sono 31! Si trova là ormai una chiesa apparentemente distrutta, percosso il pastore e il gregge disperso. Anche qui a Kigali e, in generale, nel paese si ha la sensazione di un grande sbandamento e delusione; si era costruito troppo con i mattoni e poco con il cemento vero della fede! Ora tutti dicono che c’è bisogno di catechesi, di cammino catecumenale, anche quelli che prima ci trovavano troppo severi quando si diceva che nei cristiani non c’era vera fede e amore. Molte persone fuori del Cammino, compresi anche Vescovi, preti e religiosi, sono rimasti come storditi e increduli e incapaci d’ogni reazione dopo una tragedia così grande. Noi pensiamo che i fratelli rimasti - pochi o più numerosi secondo i luoghi - siano il fermento buono e nuovo che rifaccia il tessuto di questa Chiesa e di questo paese. Nei prossimi giorni cercheremo ancora di vedere e incontrare, con qualche celebrazione della Parola ed Eucaristia, i fratelli, prima di partire per Cyanguye e Bukavu, e poi per il Burundi, dove speriamo concretizzare qualcosa con l'Arcivescovo. La situazione comunque, per uno che non avesse conosciuto prima le cose sembra quasi normalizzata, tranne qualche segno evidente della guerra: rottami, case crollate ecc... Ma la gente venuta dal Burundi, Uganda, Kenya, Zaire, ha riempito (sta riempiendo la città); c’è aria di vittoria e di novità ; ma al di sotto di questa apparente normalità ci sono buchi enormi; chi ha perso 10, chi 15, 20, 30 o più famigliari. E non è il commercio o altro che li possa risanare: per questo c’è bisogno di predicazione, di annuncio dell’amore, della misericordia e del perdono di Gesù Cristo: ci aspetta molto lavoro e Arrivederci al 25 ottobre, salvo imprevisti. Stiamo bene. Vi salutano Ignazio e Jeanne col bacio santo. La pace.

Enrico Zabeo
Brevi note sulla recente visita ai fratelli rimasti nelle comunità in Rwanda

(25 settembre - 24 ottobre 1994) Il Cammino, nella sua prima fase, è presente in Rwanda dall'ottobre 1989, in 5 diocesi (su 9), 8 parrocchie, 19 comunità, delle quali una allo Shema e tre al Primo Scrutinio.

Prima comunità di NYANZA, diocesi di BUTARE.

- JUSTIN FURAHA, presbitero: ucciso il 30 maggio a bastonate e colpi di machete mentre con altri due confratelli veniva fatto uscire dalla prigione di Butare, per tornare in libertà, attraverso un passaggio secondario. Appena usciti, dietro le mura, c'era un gruppo di miliziani (o di prigionieri stessi) ad aspettarli. Una fossa comune era lì accanto. Prete dal 1980, Justin aveva conosciuto il Cammino a Londra, dove anche fece catechesi con Paul e la moglie. Ritornato in Rwanda, fu dapprima professore nel seminario minore, quindi, dal 1988 al 1993 parroco di Nyanza dove al passaggio dell'equipe nel 1989 chiese subito le catechesi. Sapeva di essere inviso al regime (era tutsi di famiglia reale) e si aspettava di essere preso e ucciso, data l'influenza che aveva esercitato a Nyanza, soprattutto attraverso la pastorale del Neocatecumenato. Fu un vero miracolo se riuscì, nell'ottobre del '90 ad evitare la prigionia, dopo perquisizione ed interrogatorio. Anche perché legate a Justin, a Nyanza le comunita' furono particolarmente prese di mira durante i massacri. Dal settembre '93 Justin si trovava a Save, prima parrocchia storica della Chiesa in Rwanda. Quando scoppiarono i massacri a Save si stava concludendo la catechesi con la convivenza finale cui si erano iscritti circa 150 fratelli. Carattere gioviale e ottimista, deciso e combattivo. Justin incoraggiava tutti e diceva soprattutto negli ultimi tempi : "Dobbiamo lottare contro la paura, sennò siamo finiti prima del tempo!". Sottrasse ai massacratori e salvò una donna piombando a piena velocità sul gruppo ed estraendo minaccioso dalla camionetta una spranga di ferro. Le più di 150 suore Benebikira riunite a Save per un corso di aggiornamento nella settimana dopo Pasqua. minacciate di saccheggio e violenza, si dettero alla fuga disperdendosi e nascondendosi sulle colline. Justin affrontò i miliziani, venne a patti con loro, e una volta partiti questi, se ne andò a cercare e riportare le suore in convento. Fu avvertito di essere ricercato, ne avvertì il Vescovo ma non poté ottenere l'aiuto sperato a causa della situazione ormai deteriorata. Prelevato sotto gli occhi dei suoi confratelli mentre uscivano dal refettorio dopo il pranzo, fu portato in prigione a Butare. Chiese ai confratelli il breviario e scrisse loro di essere pieno di gioia perché aveva molto tempo a disposizione per pregare, perché poteva pregare molto per loro: questo fatto lo faceva sentire in comunione con loro e lo rendeva felice. Speriamo di poter raccogliere qualche manoscritto di Justin e il biglietto scritto ai suoi confratelli durante la prigionia. Per come l'ho conosciuto da catechista suo e da confratello nel presbiterato, penso che Justin sia morto come martire. Me lo suggerisce il fatto che, conversando con il seminarista in stage, Romani, a cui affidava le chiavi e "i segreti" della parrocchia prima di essere portato via dai militari in borghese, e con cui si era particolarmente confidato in quegli ultimi giorni a Savi, Justin disse: "È giunta 1'ora: il fiume giunge al termine del suo corso. Ora non serve più lottare!". A questo seminarista ho chiesto di stilare un racconto dettagliato degli ultimi giorni di Justin e di mandarcelo. Justin ci aveva sempre accolti e ospitati a Nyanza ed aiutati con grande generosità: amava sinceramente il Cammino per la sua vita anzitutto: il Signore gli ha reso il centuplo!

 

- JEAN-BAPTISTE e BERNADETTE, coppia responsabile: i primi ad essere uccisi in Nyanza. La loro casa rasa al suolo. I soldati e i miliziani si sono accaniti contro di loro che come rsponsabili della prima comunità impersonavano a Nyanza i1 Cammino. Avevano due figli militari nel Fronte Patriottico che avevano abbandonato seminario e scuola all'insaputa dei genitori. Il 22 o il 23 aprile Jean Baptiste e Bernadette furono fatti uscire di casa e presi a bastonate. Mentre lo battevano Jean Baptiste gridava: "Perché mi fate questo? Che male ho fatto?" Ricorda la Passione. Bernadette invece taceva e ad ogni colpo faceva scorrere un grano del rosario.

In un momento di pausa Jean Baptiste ha tentato di scappare nel boschetto vicino, ma le pallottole gli hanno tagliato la strada. Ripreso e bastonato ancora fu poi fatto scendere con Bernadette verso il mattatoio e lì furono entrambi finiti a colpi di machete e gettati nell'enorme fossa comune scavata accanto. Faccio notare che al mattatoio furono pure condotti molti altri fratelli di Nyanza. In sintonia con Is.53. Sottolineo l'accanimento contro i fratelli della comunità accusati di riunirsi di notte (le celebrazioni!) per tramare contro il regime a favore dei ribelli del Fronte Patriottico. Era naturalmente un pretesto che uno dei fratelli, Augustin Nyamunnda, ha tentato invano di sfatare presso il comandante della gendarmeria e il vice-prefetto di Nyanza. Un giovane fratello, Innocent Habyanmana, sopravvisuto ai massacri insieme alla moglie Eugenie e la loro bambina, ci raccontava che durante la sua fuga aveva inteso i miliziani, essi pure fuggiti da Nyanza, raccontare ammirati il modo in cui i fratelli delle comunità erano morti. I miliziani erano rimasti colpiti dalla dignità e serenità con cui i fratelli affrontavano la morte: in maniera totalmente diversa dalle altre persone. I fratelli, infatti, si consegnavano senza resistenza, senza disperarsi, senza insultare e odiare. E questo atteggiamento, che certo non significava assenza di paura, era proprio anche dei figli piccoli dei fratelli: i bambini, infatti, a piccoli passi, la testa bassa, le mani chiuse, le braccia incrociate sul petto, affrontavano la morte atroce insieme ai genitori. A questi i miliziani gridavano: "Vi hanno insegnato bene nelle vostre riunioni notturne la disciplina (militare) per affrontare la morte!" Tornando a Jean Baptiste e Bernadette, dei loro 15 figli, di cui alcuni adottati, i più piccoli si sono salvati perché nascosti dapprima in casa di una coppia di fratelli Twa ( pigmei ), Anastasia e Joseph, e poi nell'orfanotrofio dei PP. Rogazionisti sotto falso nome. I figli più grandi sono stati uccisi quasi tutti. Una figlia, Rosina, di 16 anni, della seconda comunità, è stata per due volte battuta, trafitta alla spalla da un proiettile, creduta morta e gettata nella fossa e per due volte ne è uscita: facendo durante lunghe ore nella notte il giro largo della città, tra indicibili sofferenze e paure, si è nascosta poi presso alcuni conoscenti e infine nell'orfanotrofio dei Rogazionisti.

 

- SUOR FRANCOISE, superiora della comunità locale delle Benehirika. Catechista valida. Era d'abitudine che, la notte precedente il giorno della catechesi, non dormisse e rimettesse tutto quanto aveva mangiato, a causa della tensione. Sempre malaticcia, ritrovava coraggio quando dava le catechesi e la gente era colpita dalla sua predicazione. Fatta a pezzi il 24 aprile pomeriggio e creduta morta, fu gettata con un'altra consorella sopra un ammasso di cadaveri in un buco molto profondo di toilette abbandonate. Per tre giorni si sono intesi i suoi lamenti. Invano le suore rimaste, anziane e paurose, hanno tentato di lanciarle una corda per tirarla fuori: a metà buco lei non ce l'ha fatta, anche a causa delle fratture e ferite riportate alle braccia. Le consorelle allora hanno fatto ricorso alla gendarmeria, la quale invece di inviare i soccorritori, ha inviato i miliziani che hanno gettato sassi nel buco, finendo la Suora Francoise e chiudendo la fossa con la terra. Suor Francoise era molto attaccata al Cammino e per esso aveva lottato con testardaggine con le sue superiori maggiori che volevano cambiarla, ottenendo sempre, alla fine, di restare a Nyanza in Cammino. Pensando alla sua debolezza fisica e personale c'è da esclamare: veramente il Signore è la forza dei senza forza! Egli che da' agli inermi la forza del martirio. Una sorella di Nyanza ha promesso di farci avere testimonianze sicure su com'è morta Suor Francoise. In realtà abbiamo chiesto a tutti i fratelli sopravvissuti di Nyanza, di farci avere testimonianze sicure, vere, autentiche, su come sono morti i loro fratelli di comunità, testimonianze che possono confortare e edificare la fede.

 

- (MARIE)- GRACE IHWERA, catechista. Grace per i fratelli, 25 anni, professoressa. Bellissima ragazza, entrata in Cammino alla catechesi dell'ottobre del '89; era ormai al suo quinto anno di Cammino e aveva fatto esperienze di parecchie catechesi, ora con la prima, ora con la seconda equipe di catechisti della sua comunità. L'anno scorso era venuta a Denver,associata ad gruppo dei giovani di Parigi. Chi la conobbe in quell'occasione (Danielle) faceva notare come apparisse chiara in Grace una chiamata del Signore. A Fort Collins Grace aveva risposto con gioia all'appello vocazionale, anche se pensava piuttosto ad una chiamata all'itineranza.

Grace ci aveva dato una mano sostanziale nella traduzione del mamotreto delle catechesi iniziali in kinyarwanda (ora scappando abbiamo perso tutto: e 'traduzioni e dischetti su cui erano registrate), aveva sempre accettato volentieri di accompagnare la sua equipe nella catechesi fuori parrocchia (a Gakoma, 45 km da Nyanza, per due volte), con i rischi e gli oneri conseguenti:viaggiare nella parte posteriore della camionetta esposti al freddo e alla pioggia, l'insicurezza della notte (una sera che avevo accompagnato l'equipe per aiutare nelle confessioni alla penitenziale, di ritorno, ormai tardi, incappammo in due guardie del Comune armate che puntarono il fucile e caricarono per sparare: gridai con tutta la mia voce: "Lasciate, siamo noi!"(...ma quanta paura!); pagarsi da loro stessi il noleggio di una macchina che li portasse e riportasse, la benzina ecc .... Grace ci aveva obbedito riguardo ad una decisione da prendere nei confronti di 'un ragazzo francese che la seguiva dopo Denver. A più riprese ho chiesto all'abbe Bosco ed ad Helene, presso le suore, di raccontarmi quanto sapevano della morte di Grace. Il racconto talmente semplice e bello, è degno dei martiri della prima chiesa, cui non ha nulla da invidiare e converge su un punto: Grace è morta pregando per i suoi uccisori. Dopo il 6 aprile, giorno dell'abbattimento dell'aereo presidenziale e dell'inizio di massacri, Grace si rifugiava la notte presso una coppia hutu della sua comunità, Miche e Berthilde, la coppia venuta a Roma in gennaio per la convivenza dei Vescovi dell'Africa. Più tardi, non sentendosi più sicura, dormiva con i genitori e i fratelli, fuori, all'aperto, nascosti, per evitare di essere sorpresi in casa. All'arrivo dei massacratori si diede alla fuga con la sorella Letizia, 20 anni, della seconda comunità, portando con sé la Bibbia. I genitori con i fratelli più piccoli scapparono in altra direzione. Furono tutti presi e uccisi. Della famiglia di Grace resta solo un ragazzo, Delphin, 18 0 19 anni, d'ella terza comunità. Presa dai miliziani Grace fu portata ad un posto di blocco dove si facevano le esecuzioni e dove c'era la fossa comune; prima di essere uccisa chiese un tempo per pregare. Disse ai suoi uccisori: "mundekere akanya, nisabire nkabasabira” (lasciatemi un momento, che preghi per me e anche per voi), prese la Bibbia , l'aprì (a caso?), lesse, pregò e poi si rivolse ai massacratori dicendo: "moneho mugire icyo mushaka!” (ora fate quel che volete). E porse la testa. Sembra sia stata colpita prima con un colpo di zappa (tutti gli arnesi erano adatti per bastonare e uccidere!) sulla testa o sul collo, e poi fu finita a colpi di machete. Sentendo raccontare il suo martirio, mi veniva alla mente quello di suor Anwarite Nengapeta Clementine, zairese, uccisa a Isiro dai Simba nel '64, morta pregando e perdonando i suoi uccisori.

 

Altri fratelli e sorelle uccisi della prima comunità di Nyanza:

- DENIS E THERESE , catechisti.

- GREGOIRE E LIBERATA .

- NEPOMUCENE E THERESE .

- RAPHAEL E YOSEFA , presso i quali Jeanne era spesso ospitata.

- JEAN BOSCO E JEANNE , catechista.

- ANNONCIATA , YÒSEFU e molti altri. Mi sia permesso ricordare anche i presbiteri di Nyanza uccisi:

 

- JEAN BOSCO , parroco, 46 anni, prete dal ‘76, a Nyanza dal settembre scorso, aveva sostituito Justin. Sembrava disposto a lasciar vivere il Cammino a Nyanza, anche se non si sentiva di coinvolgersi con esso. A Nyanza si stavano concludendo le catechesi in quel periodo, con circa 200 nuovi fratelli.

- INNOCENT , vice parroco, 37 anni, prete dell'89, a Nyanza dal gennaio '93, recuperato dopo un momento di sbandamento e aiutato da Justin a reinserirsi nel ministero. Serviva le comunità celebrando loro l'Eucarestia e dicendosi disposto ad ascoltare un giorno le catechesi.

 

- MATTHIEU , vice parroco, 68 anni, prete dal ' 56, a Nyanza dall'87, sempre molto accogliente nei confronti dell'equipe (ci chiamava, esclamando con enfasi, le braccia spalancate, "gli apostoli itineranti") rispettoso delle comunità e della pastorale di Justin. L'ho sempre sentito parlare bene del Cammino. Nell'ultima catechesi che si stava concludendo a Nyanza era lui che seguiva l'equipe durante le catechesi a nome del parroco. Non volle abbandonare la parrocchia il 23 aprile all'inizio dei massacri a Nyanza. Accolse il militare che venne a prenderlo per ucciderlo, vestito con la sottana, portando quasi processionalmente il Vangelo (o la Bibbia o il Breviario). Il militare precedeva portando sulle spalle il fucile, la canna puntata all'indietro. Seguiva 1'abbe con dignità e solennità: sapeva a cosa andava incontro! Passata una porticina che immetteva fuori del recinto della parrocchia in un boschetto, partì un primo colpo che ferì l'abbe Matthieu, poi il militare si volse e lo finì con un secondo colpo. Avendo vissuto a Nyanza in parrocchia parecchio tempo, posso testimoniare della fedeltà e dell'amore al sacerdozio dell'Abbe Matthieu, come pure della sua grande umiltà nel sacramento della riconciliazione per il quale ricorreva spesso a me.

 

Seconda comunità di Nyanza - L'EQUIPE DI CATECHISTI che stava terminando, come Rosina, le catechesi a Save, presso Justin: sterminata. Solo Speciosa di circa 30 anni è sopravvissuta. Battuta e ferita per due volte, creduta morta e gettata tra i cadaveri della sua comunità, è riuscita entrambe le volte a uscirne viva, nascondendosi poi fortunosamente. Alcuni dei fratelli uccisi della seconda comunità di Nyanza:

- RAYMOND , responsabile: è stato ucciso, la casa rasa al suolo.

- INNOCENT E MOGLIE ; erano catechisti.

- SAASITA E MOGLIE ; erano catechisti.

- JEAN-BAPTISTE E MOGLIE : erano i genitori di Grace.

- AUGUSTIN , corresponsabile; la moglie Sofie e i bambini sono vivi.

 

Terza comunità di Nyanza La responsabile, Perpetue , è viva, con il marito che era molto malato al momento dei massacri. Lei è tutsi, lui hutu. Se lo trascinò dietro di peso scappando di notte e nascondendosi di giorno, soffrendo fame e sete. Furono accolti, nascosti e aiutati da famiglie hutu fino al momento della liberazione di Nyanza da parte del Fronte Patriottico.

 

Quarta, quinta e sesta comunità di Nyanza. Molte le persone uccise, altre rifugiate in Zaire. Conclusione su Nyanza: Quando abbiamo riunito di nuovo i fratelli superstiti di Nyanza, ne abbiamo contati 51 tra tutte e sei le comunità. Qualcuno, anzi, proveniva dalle catechesi che si stavano ultimando in parrocchia. I fratelli siamo andati a cercarceli sulle colline di Nyanza, nei sentierini dei quartieri, secondo le indicazioni che avevamo avuto di possibili sopravvissuti. Nyanza ci ha lasciato l'impressione di una città spettro, fantasma, deserta. L'avevamo conosciuta piena di vita, piena di gente al mercato, alla fermata dei taxi-bus, alla parrocchia,ecc...Ora dopo i massacri era quasi deserta.

 

Ovunque un gran silenzio. Qua e là qualche vestito o brandelli, qualche scarpa abbandonata dagli uccisi o da chi scappava. Le facce incontrate, poche, c'erano sconosciute. Molte le case dei tutsi rase al suolo. Al nostro primo passaggio a Nyanza abbiamo incontrato solo 5 o 6 fratelli, felici e sorpresi di vederci: ci pensavano morti, avendo inteso che eravamo scappati dalla collina di Kigali a piedi e avevamo perso i contatti con i fratelli di Kigali che ci ospitavano e che non ci avevano più visto. Il mattino prima di lasciare Nyanza ho girato per due belle ore i quartieri della cittadina. Macerie, distruzione, silenzio. Anche la parrocchia non aveva ancora ripreso ad ospitare il nuovo parroco designato, Bosco. La domenica non vi si celebrava ancora la messa: si facevano solo celebrazioni penitenziali o piuttosto Via Crucis ...in vista di riconciliare gli animi. La gente che viene ad istallarsi a Nyanza viene da fuori, forse anche da fuori paese: dall'Uganda, dal Burundi... Nyanza era l'antica città reale, capitale del regno, e per questo era abitata da molti tutsi: ciò spiega il gran numero di gente ivi massacrata. Le comunità erano composte di fratelli di entrambe le etnie, anzi c'erano alcuni fratelli batwa ( pigmei ). Sappiamo che qualche fratello hutu è rifugiato in Zaire, a Bukavu e dintorni. Tra essi: Michail e Berthilde, presso i quali Ignazio soprattutto, ma anch'io, avevamo alloggiato qualche volta. Agustin Nyamurinda e Scholastique, che hanno nascosto e sottratto al massacro delle persone tutsi, nonostante i loro figli più grandi abbiano fatto molto male. Abbiamo in sostanza una schiera innumerevole di fratelli che prega per noi e per il Cammino: TE MARTYRUM CANDIDATUS LAUDAT EXERCITUS.

 

Parrocchia della cattedrale di Kigali Prima comunità di Kigali

 

- NICODEME NAYIGIZIKI , presbitero. Parroco della cattedrale e chiamato per questo "monsignore", 65 anni, soprannominato “ntama y'Imana", agnello di Dio, per il suo carattere mite. Aveva conosciuto l'equipe circa 10 anni fa' e aveva chiesto il Cammino. Ciò fu impedito. dal Vicario Generale incaricato della pastorale,mgr Leopold Venmesch che agiva a nome dell'Arcivescovo mgr Vincent Nsengiyumva. Si dovette attendere la Quaresima del '92 per poter iniziare. Mons. Nicodeme ha rischiato e il Signore l'ha benedetto. A metà della catechesi fu sul punto di sospendere tutto per l'avversione dei suoi confratelli in parrocchia, per la nota del nostro soggiorno a Kigali buttata sulle sue spalle dall'economo della parrocchia e della procura e per l'atteggiamento ostile dell'Arcivescovo e del Vicario, nonostante avessero permesso di fare le catechesi. Gli dissero: "Sei andato troppo lontano con quella gente (noi catechisti); hai voluto imbarcarti con quelli? Arrangiati ora!” (per le spese ed altri eventuali problemi). E lui, buono e umile, ha dato fiducia al Signore e a noi, vedendo segni nei fratelli e trovando lui stesso beneficio per la sua vita. Alla convivenza finale, parlando per ultimo, dopo aver ascoltato le esperienze dei 53 fratelli presenti, esclamò:"Vedo che non mi sono ingannato accogliendovi nella mia parrocchia!". E a partire da quel momento non ha più dubitato del Cammino, della "sua comunità” riconoscendovi l'opera del Signore. Anzi di fronte a presbiteri e vescovi l'ha definita la cosa più valida e seria pastoralmente che avesse conosciuto e vissuto in 35 anni di ministero sacerdotale. Qualche settimana prima di Pasqua si tenne il Primo Scrutinio. Già c'era nell'aria a Kigali la tensione che sarebbe sfociata nei massacri. L'Arcivescovo accettò di presiedere il rito, lui che quasi mai voleva riceverci e ci liquidava con frasi evasive. Venne, stette pure all'Eucarestia con grande gioia dei fratelli. Fu colpito dalle loro "croci" e dal "senso" di esse: i fratelli ricevettero un'omelia forte e sentirono l'Arcivescovo esclamare al momento di separarsi da loro :"Se Mons. Nicodeme lasciasse di aiutarvi e sostenervi, farebbe molto male, e se io vescovo non lo difendessi di fronte ai confratelli farei un peccato". E ci inviò a parlare ai suoi preti, nei decanati e nelle assemblee.

Fu toccante vedere soprattutto i fratelli tutsi attaccarsi al collo dell'Arcivescovo, per dargli la pace e salutarlo, lui hutu e, per di più, ufficialmente considerato pro-regime anti-tutsi. Riscoprirono quella sera un vescovo "nuovo": e pensare che prima del Cammino molti di loro, entrando in chiesa, se vedevano che era il Vescovo a presiedere la liturgia, se ne uscivano immediatamente. Sarà uno dei tre vescovi uccisi all'inizio di Giugno dal Fronte Patriottico. Tornando a Mons. Nicodeme, durante gli avvenimenti fu minacciato di morte. Una sera, mentre tentava di uscire dalla canonica e far quei pochi meli che lo separavano dal salone per portar da mangiare ad alcune persone ivi rifugiate e nascoste, fu sorpreso da un militare, fu fatto inginocchiare con le mani alzate e si vide puntata sulla tempia la canna della mitraglietta. Dopo qualche minuto, insultato e minacciato, fu lasciato andare. Qualche giorno dopo fu pronunciata la sua sentenza di morte in una riunione di miliziani e militari. Uno di questi, amico del parroco, inviò subito di nascosto la moglie a prevenire monsignore. Allora rivestitosi di cotta e stola si fece accompagnare all'Hotel des Mille Collines dal suo viceparroco, hutu, che poteva circolare con la macchina della Caritas. Ai posti di blocco monsignore si giustificava dicendo che il bene spirituale dei rifugiati all'hotel richiedeva la sua presenza. Così si salvò. A guerra conclusa, riunì i superstiti delle tre comunità. Dapprima con la sua comunità fece una convivenza semplice con lodi, una lettura lunga, un momento di preghiera, e poi mangiarono assieme. Monsignore disse ai fratelli: "Guardate che stiamo facendo un cammino d'iniziazione alla fede e non dobbiamo abbandonarlo. Vi invito dunque a cominciare di nuovo le celebrazioni". Cosa che i fratelli superstiti fecero; le prime due settimane soltanto con la Parola , perché il problema era il vino: non ce n'era. Monsignore è stato coraggioso al punto di chiedere alla procura delle bottiglie di vino: gli risposero di no, che non era possibile. Monsignore, avendo visto che i fratelli delle tre comunità insieme erano pochi, decise di prendere il vino della parrocchia, del presbiterio, ed fu così che hanno potuto celebrare. Al nostro arrivo a Kigali alla fine di settembre i fratelli già avevano ripreso a celebrare da un mese. Quando li visitammo erano 35, superstiti delle tre comunità di Kigali e qualche altro proveniente da Nyanza e Gisenyi. Come ho accennato sopra, i fratelli della prima comunità al momento dei massacri avevano fatto il Primo Scrutinio. Le liturgie del Triduo pasquale e della Notte santa poi , con i canti, la Parola , , le catechesi, hanno accompagnato e sostenuto formidabilmente i fratelli. Cito solo alcuni nomi:

- Ladislas Gasana, sopravvissuto. È potuto miracolosamente restare sempre in casa sua nonostante le minacce, le estorsioni e le esecuzioni che durante tre mesi si sono succedute sotto la finestra di casa sua, sul ciglio opposto della strada, dove erano state scavate tre enormi e profonde fosse comuni.

- Anloine Mambo e Bernadelte, ora rifugiati in Zaire (o altrove). Era presso di loro che abitavamo quando scoppiarono i massacri. Fuggimmo assieme, abbandonando tutto. Più tardi Bernadette diceva ai fratelli che incontrava: "I1 Signore ci diceva nel Primo Scrutinio: va' e vendi tutti i tuoi beni. Ora abbiamo visto che il Signore ha tutto venduto per noi: che Egli sia lodato!". E non diceva queste cose con tristezza, anzi..

- Jeanne d'Arc , sopravvissuta. Per tre mesi è "passata oltre la morte", vedendo la Pasqua farsi continuamente presente: di morte in morte e di liberazione in liberazione. Le risuonava il canto: "Alzo gli occhi verso i monti" e "Figlie di Gerusalemme" che avevamo insegnato all'annuncio della Pasqua. Traversare illesa i posti di blocco pieni di miliziani assetati di sangue fu per lei come traversare il mare; vivere per tre mesi senza soldi e senza niente le ha fatto credere alla verità della Parola del Primo Scrutinio. Dio c'è e provvede e se ha salvato una volta può salvare una seconda e poi una terza; e così via. Tutto cominciò la sera del 7 aprile: entra in casa di Jeanne un soldato: i cinque bambini di lei terrorizzati si disperdono e non li vedrà più che alla fine della guerra, dopo tre mesi: essa li credeva già morti! Il soldato la obbliga a gettarsi a terra supina e ruba i vestiti e gli oggetti che trova, mettendo il tutto in una valigia; quindi ordina a Jeanne di chiudere bene la valigia: così sarà uccisa con un solo colpo di fucile. In caso contrario sarà fatta a pezzi dai miliziani. Però dovrà prima andare a letto con lui: al che Jeanne d'Arc si oppone categoricamente. Il soldato la sfotte con disprezzo: "Sempre orgogliosi così voi tutsi!" Jeanne chiude tremando la valigia e il militare se ne va dopo averle intimato di restare a terra, bocconi: avrebbe inviato qualche altro a ucciderla. Passano 20 minuti circa, giunge un vicino che l'avverte che il militare è stato ucciso dai colleghi desiderosi d'impossessarsi della valigia, credendo che contenesse soldi. Per Jeanne inizia allora un tempo di avventure vissute nella fede: nel suo racconto nessun odio o acredine o desiderio di vendetta, ma tanta serenità. Il tutto nella luce della Parola e della Pasqua: impressionante e confortante. Così, costretta a partire altrove e a rimanere nascosta senza muoversi per più di 20 giorni in casa di un miliziano carismatico (Rinnovamento dello Spirito), spesso senza cibo e acqua da bere; successivamente, obbligata a cambiare rifugio, deve attraversare parecchi posti di blocco, presso i quali le gridano: "Non ti uccidiamo noi qui, ci penseranno quelli della barriera successiva a finirti!". Passa, così, 15 barriere fino a giungere in piena notte alla Santa Famiglia, dove sono rifugiate parecchie migliaia di persone. Ma la porta é chiusa e deve restare all'esterno fra gli hutu e i miliziani ....Una suorina apre un istante la porta non so perché e Jeanne riesce ad entrare. Salva per il momento. Ma di giorno i miliziani vengono per scegliere quelli che devono essere uccisi. Un giorno si trova di fronte al suo ex boy divenuto miliziano e Jeanne crede giunta la sua ultima ora. Invece il ragazzo le consegna 2000 franchi con i quali essa può comprare una tanica d'acqua e lavarsi. Qualche giorno ancora e un colonnello la riconosce (Jeanne era nota perché lavorava e lavora ancora nell'ambasciata americana di Kigali), la saluta e le dice che ritornerà da lei tra una decina di minuti. "Senz'altro per uccidermi" pensa Jeanne. Al ritorno, invece, il militare le consegna due bigliettoni di 5.000 franchi. Infieriva in quei giorni tra i rifugiati la dissenteria: poca l'acqua e carissime le medicine. Jeanne dà i suoi 10.000 franchi per comprare medicine per i malati. Dio non l'ha fatta forse vivere tutto questo tempo senza soldi? Non si finirebbe mai di raccontare i dettagli: quasi un'antologia di fioretti! Jeanne sarà' poi evacuata insieme ai rifugiati dalle Forze ONU e portata in zona sicura alla metà di giugno. Potrà così ritrovare i figli, la sorella e i nipoti.

 

- Silvie, rifugiata a Goma con i tre figli e il marito. Questi non è in comunità. Silvie ha nascosto durante due mesi, a Kigali, una sorella della seconda comunità: Filomena. Questa le serba gratitudine immensa. Se sapesse quanto Silvie ha dovuto lottare con il marito prima e con i miliziani poi, pagando loro forti somme di denaro per poterla salvare! Alla fine, quando la città stava per cadere in mano al Fronte Patriottico, Silvie dovette fuggire con il marito e i figli, ma prima ha accompagnato Filomena in un centro di raccolta di rifugiati tutsi. In fuga, alla frontiera i soldati zairesi l'hanno derubata di tutto, tutto! A Goma, con sua sorpresa ha trovato grazia presso un organismo umanitario tedesco che le ha costruito una baracca con le assi: è lì che l'abbiamo incontrata. Serena e fiduciosa ci ha detto d'aver costatato che il Primo scrutinio era vero e si è cominciato a compiere. Lei che pensava di non aver nulla come beni da vendere, si è accorta invece di quanti ne avesse e di come il Signore l'è venuto incontro aiutandola attraverso gli avvenimenti. A noi dell'equipe ha colpito il fatto che, anzitutto, a Kigali molti fratelli (relativamente) siano stati risparmiati dai massacri e poi che abbiano avuto, almeno alcuni, un'illuminazione di fede sugli avvenimenti loro occorsi. C'è sembrato che Dio abbia un piano su di loro, una missione che vorrà indicare per la città di Kigali e per il Rwanda. Il Primo Scrutinio e la Notte pasquale hanno permesso loro d'interpretare la realtà con occhi diversi: questo è per noi un segno di grande e sicura speranza per la Chiesa di laggiù, martoriata ed umiliata.

A 100 anni dalla prima evangelizzazione nessun testimone? Nessun frutto ? Sarebbe caduto invano il seme della predicazione di ieri e di oggi come alcuni vorrebbero sostenere? Noi pensiamo di no: dopo questa purificazione si annuncia una nuova primavera per la Chiesa in Rwanda.

 

- Jean-de-Dieu e Jeanne , rifugiati a Goma. Li ricordo perché li abbiamo visti a Goma, in forma! In Goma ci siamo accorti della chance che il Cammino ha di annunciare il Vangelo senza essere legato a nessuna carretta. L'antico regime si è accanito contro le comunità vedendole come nemiche e alleate del Fronte Patriottico. Il regime ora al governo in Rwanda è contro le comunità vedendole come nemiche e alleate dell'antico regime, giacché al Secondo Scrutinio a Goma i catechisti, con discernimento vero, invitarono i fratelli di etnia tutsi a cessare decisamente le contribuzioni mensili in denaro date allora al Fronte Patriottico per continuare la guerra.

 

•  VINCENT E GODELIVE, catechisti. Lei presa e uccisa alle 06 del mattino di fronte alla casa di Ladislas Gasana; lui ucciso mentre cercava di cambiare nascondiglio. Alla catechesi iniziale approdò prima lui, portatovi da Ladislas. All'inizio le catechesi gli sembrarono cose da bambini. Poi piano piano il Cammino divenne per lui cosa seria. Eletti catechisti ebbero la gioia di fare catechesi. Vincent fu consolato dalla Parola del Venerdì santo quando Gesù dice: "Tu non avresti nessun potere su di me se non ti fosse stato dato dall'alto". Vincent vi vide l'invito a non aver paura in quei giorni che presagivano i massacri, sicuro che nulla avrebbe potuto accadergli che non fosse volontà del Padre.

 

Seconda comunità di Kigali

 

- EUGENE , corresponsabile. Ucciso nel quartiere di Nyamirambo, dove abitava. Secondo quanto narratomi, è morto dopo aver chiesto di pregare ed essersi inginocchiato. Sembra abbia aiutato e dato coraggio a molti sul punto di affrontare la morte violenta.

 

Parrocchia della cattedrale di Butare Prima comunità di Butare

- FELICIEN MUVARA, presbitero. Prete dal 1976, parroco della cattedrale dall'89, 44 anni. L'ho conosciuto ai primi di gennaio nel '91 quando passammo a proporgli le catechesi, nonostante il trauma della guerra dell'ottobre '90. Felicien accettò. Facemmo allora nello stesso tempo due catechesi, a Nyanza e a Butare. Ignazio ed io (Jeanne, in quel momento, era a Parigi per la Redditio ) viaggiavamo in autostop sopra le camionette piene di sacchi di farina, di manioca e di sorgo, o di carbone o di altre mercanzie. Le occasioni non erano molte e i taxi-bus ancora non avevano ripreso servizio, causa la guerra, e inoltre non avevamo un quattrino. Ma abbiamo sempre potuto arrivare a tempo. Felicien ci alloggiava alla parrocchia nella stessa stanza, uno sul letto e l'altro sul materasso per terra.Tempi belli quelli! Mano a mano che le catechesi avanzavano, Felicien ci raccontava come trovasse nelle catechesi una risposta per la sua vita, colpita e distrutta dagli eventi occorsigli. Alla catechesi del quinto giorno, "Chi è Dio per te?", rispose di credere quello che i genitori e il seminario gli avevano insegnato. Ma poi in privato ci raccontò di come avesse incontrato Dio nel momento della grande

umiliazione subita agli inizi del 1989 quando, nominato vescovo, una settimana prima della consacrazione fu condotto a Roma e costretto a dare le dimissioni sotto l'accusa falsa di essere padre di un bambino. Ancora una volta la questione etnica - lui essendo tutsi aveva prevalso e il non placet del regime hutu, con la facile creduloneria o complicità di qualche eccellente ecclesiastico, l'aveva spuntata. Soffrì molto ma non si ribellò. La piaga ancora dolorante, trovò un balsamo nelle catechesi e nella gioia pastorale che gli veniva dalla comunità. Mi sia permesso sottolineare questo aspetto: la predicazione dell'amore al nemico è stata di un potere e di una forza impressionanti per la vita di molti presbiteri e fratelli lacerati dalla questione etnica in Rwanda. Con l'Abbe Justin Furaha e con Mons. Nicodeme di Kigali, Felicien era diventato un pilastro del Cammino. Partecipò a Livingstone alla convivenza degli itineranti dell'Africa e a Roma nel gennaio scorso alla convivenza dei vescovi africani. Anche lui, come Justin, era tra i segnati e messi al bando dal regime. Felicien lo sapeva benissimo, conosceva troppe cose: era licenziato in scienze storiche. Aveva evitato di misura, come Justin, la prigione nell'ottobre '90. Allo scoppio degli eventi del 6 aprile, sparì dalla circolazione nascondendosi a Bizeramaria. Quando i militari vennero a cercarlo non lo trovarono per poco. Frugarono sotto il letto con la baionetta del fucile, ma la punta s'inceppò in una stuoia arrotolata che protesse Felicien steso fra essa e il muro. I militari promisero di ritornare per cercare più accuratamente. Lo shock e la paura furono tali che Felicien chiese di fuggire in Burundi. Le suore misero a disposizione due tipi fidati (?!) che lo dovevano accompagnare e far attraversare l'Akanyaru e giungere così in Burundi. Ma questo fu l'ultimo viaggio di Felicien. Le sue tracce si persero. Dei due accompagnatori uno ritornò e disse alle suore: "Missione compiuta!" e sparì per sempre. L'altro non si fece mai vedere. L'hanno ucciso per derubarlo? L'hanno consegnato ai militari o ai miliziani? Sono incappati nelle bande armate? Per diversi mesi si sperò nell'eventuale buona notizia che Felicien fosse vivo, nascosto ancora da qualche patte, ma poi alla fine di agosto lo si diede per morto. Lo vedemmo l'ultima volta all'annuncio della Pasqua fatto nella sua parrocchia la Domenica delle Palme, il 27 marzo, con la sala piena di fratelli provenienti da Kigali, Nyanza, Mugombwa e Butare. Aveva dato catechesi insieme all'equipe della sua comunità e ne erano nate due comunità di 35 fratelli ciascuna.

 

- VINCENT, salmista. Ragazzo di circa 25 anni, ucciso per aver rifiutato di prendere il machete e seguire i miliziani nei massacri. “Se non lo prendi e non vieni ti ammazziamo, perché vuol dire che sei uno di loro”. "Ammazzatemi pure, eccomi!". Aveva imparato a suonare la chitarra ed era cantore. Nella riunione fatta a Butare nel nostro ultimo passaggio in Randa, c'erano 11 fratelli su tre comunità, una sorella che veniva da Uvira (Zaire) e 4 ragazze di Mugombwa ( 25 km da Butare). Tra gli undici c'era un fratello di Vincent e altri familiari, entrati nella seconda e nella terza comunità, salati da lui. Nessun rimpianto tra loro perché e per come era morto il loro fratello, ma solo gioia e fierezza. Per inciso ricordo che Butare, città universitaria e del Sud, caposaldo dell'opposizione politica, è stata particolarmente colpita e "ripulita" dai militari e dalle milizie dell'ex partito unico che venivano dal Nord del Paese.

 

- Audax , salmista; sopravvissuto. Di 35 anni circa, cantore pure lui, ha nascosto per due mesi due sorelle tutsi della comunità.Alla fine, scoperto e minacciato di morte, è riuscito all'ultimo momento a fuggire. Era del Burundi, profugo in Rwanda dal 1972, l 'anno dell'eccidio in Burundi di circa 200.000 persone. Ragazzo taciturno, un po' artista, viveva dipingendo biglietti da visita e cartoline. Per un periodo era apparso con un brillantino all'orecchio che, credo, sparì al Primo Scrutinio.

 

 

Prima e seconda comunità di Mugombwa (diocesi di Butare) Parrocchia tenuta dai PP.Rogazionisti. Ancora oggi disabitata nel suo territorio, tranne qualche centinaio di persone che abitano attorno alla parrocchia ora occupata dai soldati del Fronte Popolare. Molti i fratelli uccisi sulle colline e molti pure all'interno della parrocchia, nella canonica e nella chiesa. Vi facemmo catechesi nell'estate '91 e nacque una comunità di 35 persone. Non volevamo ingaggiarci nella brousse, un po' fuori città, ma, all'insistenza del parroco, p. Tiziano, che non vedeva altra alternativa pastorale se non il Cammino, accettammo, mettendo certe condizioni apparentemente dure. Era la brousse, le catechesi finivano di notte, non c'era illuminazione, c'erano fratelli che rientravano sulle colline facendo due ore di cammino e son stati questi i più fedeli nel Cammino. Tra essi Thomas e Gecile , i primi uccisi sulla loro collina all'inizio dei massacri, Antoine Rangi e l a moglie , coppia responsabile, Eugenie , ecc... L'anno successivo, 1992, nacque una seconda comunità di 60 fratelli circa, molti dei quali pure uccisi. Con entrambe le comunità si stava per fare il Primo Scrutinio. Dovevamo cominciare il 7 aprile: primo giorno, invece, dei massacri a Kigali e di terrore nel Paese. Si pensava di fondere le due comunità in una bella, consistente. Cinque sorelle di Magombwa le abbiamo trovate a Butare dove si erano rifugiate all'arrivo del Fronte Patriottico. Sappiamo anche che un buon numero di fratelli è rifugiato in Burundi.

 

 

Prima comunità di Gisenyi Diocesi di Nyundo Gisenyi è di fronte a Goma, sull'estremità nord del lago Kivu. V'era una piccola comunità che doveva essere rafforzata quest'anno dopo Pasqua. In tale comunità parecchi fratelli erano stati in prigione all'inizio della guerra nell'ottobre '90 per sei mesi. Il parroco stesso era uno di loro.

 

- AUGUSTIN NIAGARA , presbitero. 63 anni, prete dal 1958, per molti anni professore di filosofia al seminario maggiore. Ci ricevette una prima volta nell'autunno del '91, gli consegnammo la lettera del Papa, si scambiò qualche battuta restando in piedi e ci separammo. Ci confidò poi di averci ricevuto con diffidenza, vedendo in noi gli esportatori di novità religiose provenienti dai bianchi come sempre. Qualche mese dopo ritornammo e al vederci esclamò: "Vi stavo aspettando!"; e ci accolse ascoltandoci a lungo. Ci confidò che aveva bisogno delle catechesi anzitutto per se stesso, perché si rendeva conto che non sapeva e poteva amare, di fronte a tutte le ingiustizie subite. Si accorgeva di non avere lo spirito di Gesù Cristo, del Sevo di Jahvé, dell'amore al nemico: anzi! I sei mesi di prigionia ingiusta e le umiliazioni subite lo avevano shockato, profondamente ferito e riempito di giudizi. Desiderava il Cammino per la sua conversione anzitutto. Era comunque molto fragile, pauroso. Per questo, facendo leva sulla questione etnica e sulla sua debolezza e paura, negli ultimi tempi era stato oggetto di minacce di morte unite a vergognosi ricatti a scopo di estorcergli denaro. Fu ucciso tra i primi, il 7 aprile. Pare gli abbiano fatto scavare una fossa e ve lo abbiano sepolto vivo.

 

- GAUDIOSE SEMUOYO E DATIVA , responsabili. Lui fu ucciso la mattina del 7 aprile, mentre tentava di scappare verso lo Zaire, falciato da una raffica di mitra. Subito dopo i militari e i miliziani sono entrati in casa sua uccidendovi la moglie e i figli: quattro bellissimi bambini in età di scuola elementare. In casa di Gaudiose era solito alloggiare Ignazio, quando ci trovavamo a Gisenyi, in visita alla comunità.

 

- MODETIE MUTABARO , corresponsabile. Ucciso verso la fine della guerra. Aveva provveduto a far scappare in Zaire la moglie Adria e i bambini.

 

•  Solange Presso di cui abitava Jeanne, quando eravamo di passaggio a Gisenyi. Faccio notare che la diocesi di Nyundo è stata molto colpita: comprendendo la regione natale del presidente ucciso, la vendetta contro i tutsi è stata ancora più feroce. La diocesi ha perso 33 preti e il vescovo stesso, già pronto ad essere colpito e cadere nella buca scavata, è stato sottratto all'esecuzione da un comandante cui sembrava una vergogna troppo grande agli occhi dell'opinione pubblica togliere di mezzo un vescovo in quella maniera. A Nyundo si colloca anche il martirio di FELICITE , l'ausiliaria dell'apostolato che ha declinato la possibilità di essere salvata dal fratello - graduato dell'esercito - e ha preferito morire con le consorelle tutsi e le persone rifugiate nella "home" di cui era la direttrice. La ricordiamo perché in occasione di qualche, convivenza avemmo modo di apprezzarne la semplicità e l'accoglienza sincera.

 

Parrocchia della cattedrale di Cyangugu Vi erano due comunità: una più numerosa alla cattedrale stessa e un'altra in un quartiere presso l'aeroporto. Changugu è di fronte a Bukavu, all'estremità sud del lago Kivu, dove defluisce il fiume Rusizi che si getta nel lago Tanganika a Bujumbura. A Cyangugu solo pochi fratelli uccisi, 5 o 6. Nel campo profughi di Nyarushishi dove sono stati attendati i rifugiati superstiti dello stadio di Cyangugu, abbiamo trovato alcune sorelle: 3 rimaste vedove e 4 ragazze: Alfonsine , Leotalie , Francoise , ecc... Le prime tra loro che ci videro arrivare sopra una camionetta dell'ONU che ci aveva preso in autostop, andavano ripetendo: "Dio ci visita come Abramo, ci visita con i suoi tre angeli, come visitò Abramo”. Una cosa commoventissima. In mezzo ad una distesa di "blindes", i teli di plastica bianca e azzurra della tendopoli, in una marea di gente piccola e grande, ci siamo trovati accolti con gioia, stupore e riconoscenza. Le sorelle ci hanno portato con un lungo giro nella tendopoli a rintracciare le altre; per due lunghe ore siamo rimasti in 10 sotto la tenda ad ascoltarle e a rispondere alle loro numerose domande. Erano di una comunità giovane, nata nell'estate del '93. Ci dissero subito che scappando dalle colline, si erano preoccupate di rintracciare anzitutto la Bibbia ed il Leon Du four (più di 8° temi tradotti in Kinyarwanda) e che, comunque, avevano sempre preparato e celebrato la Parola. Rifugiato con loro era stato un ragazzo di Nyanza, di una comunità (la terza credo) più anziana della loro, ma sempre nella fase di precatecumenato. Aiutate da lui e con lui avevano fatto tutto regolarmente e con gioia. Impressionante costatare che non proferivano parola alcuna di mestizia, di rabbia, di lamentela o mormorazione. Eppure ormai da 6 mesi non avevano più niente e mangiavano grani di mais e fagioli bolliti insieme, e solo quelli! La Parola le saziava! C'impressionò veramente la loro gioia. Alphonsine, la più anziana, che aveva avuto il marito, i figli e altre persone care uccise, ci pose, tra le altre, una domanda: "Noi conosciamo gli uccisori dei nostri cari, sono ancora là sulle colline, sono i nostri vicini, li conosciamo bene. Possiamo denunciarli al Fronte Patriottico? Non è giusto farlo?" Al che Ignazio, prevedendo il mio moralismo pretesto, rispose ispirato: "Noi non abbiamo risposte nostre umane in proposito. Ma c'è una risposta che viene dal Signore ...". "Si, quella di perdonare e amare i nemici. Ma non è facile ... ma è la verità.” È stata una gioia ripercorrere con loro il Kerigma, la missione della Chiesa, la catechesi della convivenza finale sul Sermone della montagna. Alla fine Alphonsine, raggiante esclama e ripete: "Si, questa è la verità, questa è la verità!", come a sottolineare che non ce ne possono essere altre per lei e le compagne e come a che si attendeva da noi proprio questa risposta, a conferma anche che il Cammino che segue non è un inganno, ma la verità.

Due lunghe ore animatissime e pervase di gioia, serenità, consolazione grande e riconoscenza al Signore. Pur non avendo nulla, avevano tutto. Nessuna ci ha chiesto niente come denaro o simili. Anzi questo è stato per me un segno, anche nelle altre comunità: nessuno ci ha chiesto denaro, cosa invece normalissima se ci avessero identificato con il classico missionario straniero. Invece, fratelli tra fratelli! Segno che è nato un nuovo tipo di missione, d'evangelizzazione, di missionario. Abbiamo lasciato il campo verso sera, sotto la pioggia, a piedi, accompagnati dalle sorelle ai bordi del campo, sotto gli occhi visibilmente incuriositi dei caschi blu che presidiavano il campo. Si saran chiesti: "Ma chi sono questi stranieri bianchi?" L'indomani mattina era domenica, il 16 ottobre. Dopo la messa alla cattedrale, abbiamo incontrato pure altri fratelli. Tra loro, Vedaste, che ha rischiato la vita più volte sotto le minacce dei miliziani, perché andava a rendere visita alle sorelle "tutsi" della tendopoli, lui "hutu", aiutandole con cibo ed altro. Una volta un militare lo spinse sul bordo della strada puntandogli il fucile alla fronte ...ma senza far partire il colpo. Pure tra loro Faustin, il responsabile, che al momento della catechesi iniziale e della sua elezione a responsabile ci aveva lasciati perplessi a causa del suo bigottismo. Uno di quelli che sono in tutti i gruppi, sempre in parrocchia e poco a casa. Ora l'abbiamo trovato molto meglio senza la gran croce pettorale, senza enfasi o moine nel parlare. Normale, guarito, sereno. Ci ha raccontato che i militari sono andati a cercarlo per obbligarlo ad unirsi alle milizie nei massacri. Faustin, chiamati la moglie ed i figli, fece pubblica professione dicendo: "Desideriamo essere cristiani e non vogliamo far nulla contro la legge di Dio. Non vogliamo far del male a nessuno, né io, né mia moglie, né i miei figli. Eccoci tutti qui. Fate di noi quel che volete, ma la nostra famiglia, né io, né mia moglie, né i miei figli, faremo del male". Al che un soldato gli ha sfregiato la guancia sinistra con la baionetta (si nota la cicatrice vistosa) e l'ha percosso sulle mani e sulle braccia con il calcio del fucile. Faustin non fu ucciso, ma quasi per rabbia contro di lui, sotto casa sua fu aperta un'enorme fossa comune e Faustin fu così testimone delle numerose esecuzioni giornaliere. Sappiamo che numerosi altri fratelli di Cyangugu sono rifugiati nel vicino Zaire, a Bukavu e dintorni.

 

p. Enrico

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