Maria a Medjugorje Messaggio del 14 agosto 1989: Figli cari! desidero dirvi che sono felice perché quest’anno abbiamo fatto qualcosa per i giovani, abbiamo fatto un passo avanti. Io desidero chiedervi che nelle famiglie genitori e figli preghino insieme e operino insieme. Desidero che preghino il più possibile e che di giorno in giorno rafforzino il loro spirito. Io, vostra madre, sono pronta ad aiutare tutti voi. Ringraziate nella preghiera per tutto quello che avete ricevuto quest’anno. Andate nella pace del Signore.

Intervista a Kiko Arguello tratta da France Catholique

L'attuale equipe responsabile internazionale del Cammino neocatecumenale è composta a vita, per statuto, da Kiko Argüello, responsabile di quest'équipe, da Carmen Hernandez e da padre Mario Pezzi. Tutti e tre sono stati gli




Luc: Quali sono i momenti principali della sua conversione?

Kiko: Ho cominciato da giovane la mia carriera di pittore in Spagna, dove sono nato. Professionalmente prometteva bene. La mia pittura era definita "moderna" all'epoca, avevo una clientela ed ho anche ottenuto un premio nazionale di pittura. Fino al momento che ho abbandonato tutto per andare tra i poveri.

Luc: Come spiega questo volta faccia?

Kiko: Era il primo effetto di una crisi personale che era iniziata durante i miei studi alle Belle Arti di Madrid, all'Accademia San Fernando. Mi sono reso conto che la fede che la mia famiglia, cattolica, aveva cercato di trasmettermi veniva meno. Delle domande che si originavano da una problematica esistenziale, mi perseguitavano. Chi sono? Perché vivo?
Partecipando ad un gruppo teatrale delle Belle Arti, sono entrato in contatto con il pensiero di Sartre in alcune sue opere: 'A Porte Chiuse', 'Le Mosche'. Ne emergeva che la nostra aspirazione alla giustizia è vana dal momento che il mondo in cui viviamo è irrimediabilmente assurdo. Ho cercato di vivere in questa situazione di ateismo, sotto un cielo che appariva chiuso. Per compensazione mi sono immerso nell' Arte. Però, nonostante il consenso che incontravo, nella stampa e alla televisione, ho provato il tormento di una perenne insoddisfazione; il mondo aveva per me il sapore della cenere. Dentro di me mi dicevo ogni mattina: Perché vivere ? Per dipingere? E perché dipingere? Per i soldi? E i soldi per ottenere che cosa se nulla mi soddisfaceva? Ho pensato pure a suicidarmi.
In questa crisi di senso e di speranza un certo aiuto mi è venuto da un'altra corrente di pensiero, quella di Henri Bergson, che aveva rotto con il razionalismo e dava grande importanza all'intuizione. Sorpreso scoprii che, in fondo, il mio intuito artistico non accettava l'assurdità dell'esistenza. In particolare ciò che mi dava la bellezza che potevo percepire nelle cose. Ma allora, se l'assurdo non è la verità, se esiste una ragione d'essere...

Luc: Chi le diede le chiavi di questi avvenimenti interiori?

Kiko: Mi dissi: Qualcuno ci ha creati? Mi appellavo a questo Qualcuno:" Se tu esisti, parlami, dimmi chi sono, perché esisto, per quale motivo mi hai creato.". É così che ho avuto un incontro con Dio, nel profondo del mio essere. Ho sentito che qualcosa accadeva dentro di me e, mi ricordo, mi sono messo a piangere, a piangere senza sosta. Perché queste lacrime? Mi sono reso conto che la mia situazione era simile a quella di una persona condannata a morte e alla quale si è detto al momento dell'esecuzione: "Sei libero"...
Questo qualcosa che parlava dentro di me in questo incontro mi rendeva certo che non solo Dio esiste ma che mi ama. Questo non per uno sforzo della mia ragione, ma per una certezza di cui San Paolo mi diede la chiave, nella sua Lettera ai Romani: "Lo Spirito in persona attesta al nostro spirito che siamo figli di Dio". Questo Spirito che mi parlava in maniera così intima ed inattesa, scoprii che mi si manifestava come lo Spirito di Gesù Cristo, il Gesù Cristo della Chiesa cattolica e della Vergine Maria.
Allora consultai un prete e gli dissi che volevo essere cristiano. Mi domandò: "Lei non è battezzato?" Gli risposi: "Si, lo sono". "Allora - proseguì - cosa vuole? Confessarsi ?" Scoprì la necessità che io approfondissi la novità di questo avvenimento. Così mi orientò verso i Cursillios de christianitad che tramite la testimonianza di laici trasmettevano una fede vivente. Davanti a questa testimonianza caddero molti pregiudizi che ancora avevo. Divenni catechisti e aprii dei cursillios in diverse città della Spagna, mentre formavo un gruppo di ricerca d'arte sacra, Grémio 62, per il quale fui condotto a fare una ricerca sul rinnovamento liturgico europeo.

Luc: Che cosa ne è di questa ricerca e cosa ne seguì? Una testimonianza apostolica l'ha guidata?

Kiko: Ricevetti una borsa per studiare i punti comuni tra l'arte protestante e l'arte cattolica. Nel corso di questo viaggio europeo, con un padre domenicano e un architetto, passai, tra l'altro, in Francia dove ho studiato Le Corbusier. Ho così scoperto il rinnovamento liturgico che era in corso e i problemi che incontrava. Prima di questo viaggio avevamo soggiornato in ritiro
"al deserto de Los Monegros" vicino Saragozza. É lì che ho conosciuto la storia di Charles de Foucauld che, convertendosi, a voluto vivere il tempo nascosto di Gesù Cristo vissuto nella famiglia di Nazareth, nel silenzio. Il domenicano che ci guidava conosceva i "Piccoli fratelli" che vivono in questo deserto di Los Monegros, sotto l'egida di Padre Villaume, fondatore della Congregazione che Padre de Foucauld, eremita in Tamanrasset, aveva delineato. Provavo una grande attrazione per questa maniera di vivere e di testimoniare.
Un altro episodio che mi si presentò, in maniera decisiva, fu la vigilia di Natale che passavo con i miei. Mi accorsi che una nostra domestica scoppiava a piangere in cucina, colpito dall'estremo bisogno in cui si trovava, vivendo con nove figli ed un marito ubriacone che aveva l'abitudine di picchiarla e voleva uccidere il figlio ribelle. Fu allora che il Signore mi ispirò di andare a far visita a questa famiglia, scoprendo così la miseria del mondo in una specie di baraccopoli. Un'assistente sociale mi aveva parlato di un quartiere chiamato Palomeras Altas, dove si trovavano delle baracche luogo di incontro di zingari e "quinquis", degli ambulanti che non sono zingari, ma il cui lavoro consiste nel riparare pentolame. Questi "quinquilleros" avevano problemi con la polizia e reputazione di ladri.
Ho visto con chiarezza che il Signore mi stava chiamando a lasciare tutto per andare a vivere là. Fu l'esempio di Charles de Foucauld che mi fece scegliere queste baracche e vi giunsi con una Bibbia e una chitarra. Trovai Dio tra i poveri, gli emarginati. Ero disposto a mettermi ai loro piedi come ci si mette ai piedi della Presenza reale eucaristica.
Allora gli abitanti delle baracche sono venuti a parlare con me, ad interrogarmi. Aprivo la Scrittura al caso e la condividevo con loro, pregavo ed essi venivano a pregare e a cantare con me. Poco a poco si è creato un clima. È stato allora che ho fatto la conoscenza di Carmen Hernandez, una missionaria che il vescovo di Ovro, in Bolivia, aveva sollecitato per una missione presso i minatori boliviani. Lei cercava un gruppo di laici e sentì parlare di me da una delle sue sorelle. Venne alle baracche e fu molto sorpresa. Lei voleva convincermi ad andare in Bolivia con lei, ma alla fine è rimasta in una baracca ad 1 km da quella dove abitavo.

Luc: Come è arrivato a testimoniare con l'annuncio della Parola ?

Kiko: Gli zingari mi chiedevano di organizzare degli incontri. Uno di loro, un capobanda, era stato in una casa di correzione e sapeva leggere e scrivere. Si trattava di José Agudo. Un giorno venne a chiedermi che cosa diceva Dio nel Vangelo a proposito delle liti, giacché era alle prese con un'altra banda di zingari. Allora gli lessi il Sermone della Montagna. "Amate i vostri nemici", "se ti danno uno schiaffo sulla guancia destra, porgi l'altra". Questo lo lasciò stupefatto. Gli prestai i Fioretti di San Francesco e diventammo buoni amici. Oggi è in Cammino, ha tredici figli, la sua famiglia si è alzata come "famiglia in missione". É stato il responsabile della prima comunità che si è formata "tra i poveri delle baracche".
José Agudo mi chiese con ostinazione di venire a ripetere alla sua famiglia, al suo clan, quello che gli avevo detto di Gesù Cristo. Inizialmente ero reticente, poiché per ma, Gesù Cristo, innanzitutto erano loro, per la croce delle loro sofferenze di poveri. Io non intendevo insegnare loro a leggere, né insegnare alcunché d'altro. Io mi consideravo l'ultimo. Avevo questa attitudine che mi sembrava vicina a quella di Charles de Foucauld la cui testimonianza era nel "nascondimento". Eppure davanti all'ostinazione di José Agudo sono andato dagli zingari. Mi ricordo che si entrava per una sorta di grotta oscura. Fui invitato a parlare di Gesù Cristo risorto. Una voce di donna mi interruppe improvvisamente: "L'avete visto ? Io no, la sola cosa che so è che mio padre è morto e che nessuno è tornato dal cimitero. Quando avrete visto qualcuno che è tornato dal cimitero, allora vi darò retta! ". La riunione finì appena iniziata. Ma questa donna mi ha reso un grande servizio. Ritrovai il passaggio degli Atti degli Apostoli in cui il governatore Festo parlava di San Paolo prigioniero al re Agrippa: "Vorrei che lo ascoltassi perché parla di un certo Gesù che è morto e che Paolo dice essere in vita." È esattamente la testimonianza che quella donna voleva.
Mi sono reso conto che il nucleo centrale della predicazione apostolica stava tanto nella fede nella Croce redentrice quanto nella resurrezione, cioè nel mistero pasquale. Questi poveri hanno raprresentato come il luogo privilegiato in cui il Signore ha operato, come in un laboratorio, una sintesi kerygmatica e catechetica oggi predicata nel mondo intero.
Essa contiene, in effetti, questa realtà paradossale, ma fondamentale, per cui Cristo è morto per tutti. Nasce dunque un' antropologia secondo la quale l'uomo, ridotto alle sue sole forze umane, resta prigioniero del suo egoismo e della sua fragilità. Non può darsi all'altro perché il peccato originale ha profondamente ferito la sua natura. Sappiamo che siamo fatti per amare, ce lo mostra una legge naturale, eppure non siamo realmente capaci di amare. L'egoismo ci si impone come una forma di morte profonda, di cui la morte fisica non è che un segno.
Cristo ci salva rigenerandoci interiormente nel dono del suo Spirito che, nel battesimo, ci costituisce "figli di Dio" perché seppellisce l'uomo vecchio nelle acque della morte e fa rinascere in Cristo ad una vita nuova, eterna. Per la grazia del Battesimo la nostra natura umana partecipa della natura divina. Essa dona la capacità di amare l'altro di un amore più forte della morte, più forte di quelle forme di morte che sono l'odio e l'inimicizia. Amerai il tuo nemico... E questo per una vita eterna sin da ora e non solo per il domani. Questo è il cristianesimo. Una cosa impressionante. La vittoria sulla morte. Il posto decisivo che il Concilio Vaticano II ha dato al Mistero pasquale. Il mistero del Perdono e della vita eterna.
Questo è il motivo per cui ho dovuto abbandonare la pittura, nel modo in cui la esercitavo allora, in vista di una carriera. Secondo quello che dice San Paolo "a causa di Lui ho accettato di perdere tutto, ho considerato tutto come spazzatura al fine di guadagnare Gesù Cristo", prendendo dunque una coscienza radicale del "Guai a me se non annunciassi il Vangelo".
Che dunque, serve solo l'aiuto sociale? L'uomo non è che un tubo digestivo? oppure c'è pure bisogno di sapere se Dio esiste, sì o no? Se l'amore esiste, sì o no?
Tra questi derelitti, per mia grande sorpresa, lo Spirito Santo ha fatto apparire una "Koïnonia", una comunione di amore, dove si intravedeva la comunità cristiana. Essa si costruiva su tre elementi fondamentali, un "tripode": la Parola di Dio (annuncio kerygmatico e catechesi di sviluppo) la Liturgia o risposta a ciò che Dio ha detto e fatto nella Storia; infine la comunità dei catecumeni.
La mia invocazione alla Vergine Maria ebbe un giorno questa risposta: "Fare delle comunità cristiane come la Santa Famiglia di Nazareth, che vivano in umiltà, semplicità e lode e dove l'altro è Cristo".

Luc: Come si è svolto il vostro incontro con la Chiesa istituzionale?

Kiko: Venne il tempo in cui fu decretato dai poteri pubblici che, per ragioni urbanistiche, le baracche dovessero essere soppresse. Quella di Carmen fu distrutta. Io ne informai l'Arcivescovo di Madrid, Mons. Morcillo, che avevo conosciuto ai Cursillios. Notevole fu che venne a difenderci. Quando vide le nostre baracche e le nostre assemblee, si mise a piangere. Mi disse: "Kiko, io non sono cristiano. A partire da oggi ti apro il mio palazzo episcopale". E ha sempre mantenuto la promessa. Inoltre, non solo ha dato un luogo di culto alle prime comunità, ma mi ha detto: "Questa esperienza che hai fatto andrai a portarla nelle parrocchie della mia diocesi. A condizione che il parroco sia al centro, perché bisogna evitare ogni forma di chiesa parallela. Non aver paura, ti aiuterò".
Allora è cominciato il nostro percorso tra problemi, persecuzioni ed incomprensioni. Ma il vescovo ci ha sempre difeso. Continuava a dirmi: "Nella diocesi io sono il sigillo della fede. Non aver paura".

Luc: Come si è diffusa questa iniziativa?

Kiko: Si è diffusa per l'invito dei vescovi che ci inviavano, stimolata dagli incoraggiamenti costanti e le iniziative di Paolo VI e Giovanni Paolo II. Per esempio, a Roma, Mons. Morcillo mi aveva dato una lettera per il Cardinale Florite, con il quale aveva condiviso l'incarico di segretario del Concilio, e una per il Cardinale dell'Acqua, che allora era il vicario episcopale a Roma. Dopo diverse peripezie, senza soldi né bisaccia, la nostra equipe iniziò i suoi annunci e le catechesi in quattro parrocchie romane. Era luglio, con un'afa umida, mentre a Madrid fa un caldo secco...
Eravamo i primi a meravigliarci. Constatammo, allora, che si apriva. in alcune parrocchie, un cammino di libera gestazione alla fede, di scoperta o riscoperta del battesimo, porta di tutti i sacramenti. Colui che ha incontrato Gesù Cristo vede la sua vita trasformarsi, non "muore" più. Per esempio la famiglia, la gioventù, la maturità, la vecchiaia, il denaro, cambiano di significato. Anche la malattia: con Lui, siamo supplicanti similmente alla Passione, come su di un altare; tutto prende un diverso significato, tutto è illuminato.
Oggi la vita moderna fa perdere il senso della Fede; questa vita moderna "desacralizza" e allo stesso tempo risacralizza con delle illusioni, degli idoli. Al di sotto del progresso scientifico e tecnologico, che richiedono anch'essi un discernimento, sussiste una grande insoddisfazione di fondo, la tragedia della guerra imminente o dichiarata. Oppure regna l'indifferenza o meglio una ignoranza venata di inquietudine, su di un fondo di nichilismo.
In che modo, quest'uomo secolarizzato, potrà scoprire un segno che lo chiami alla fede? Gesù Cristo dice: "Amatevi come io vi ho amati". Se vi amate così, questo amore fa sì che siate "uno", quest'uomo lo vedrà e crederà. Le parrocchie sono chiamate a dare questo segno del "come" (come io vio ho amati), cioè il segno dell'amore nella dimensione della Croce. Perché Dio ci ha amati quando eravamo suoi nemici, dei peccatori.
A Roma, oggi, il Cammino è presente in un centinaio di parrocchie con circa cinquecento comunità. Questa estensione non è frutto di alcuna abilità umana, né di alcuna pianificazione. Eppure, malgrado le nostre debolezze ed i nostri peccati, esso è presente oggi in un centinaio di paesi. E questo per una costante chiamata alla conversione, a cominciare da quella dei catechisti che si preparano a trasmettere la Parola come l'hanno essi stessi ricevuta. Alcuni di questi catechisti sono itineranti, disponibili ad andare in qualunque parte del mondo secondo le necessità delle diocesi lontane. Questo aspetto missionario si fonda sull'aiuto di famiglie in missione che si offrono, sempre su richiesta dei vescovi, per stabilirsi in zone scristianizzate o peggio, dove si rende necessaria una implantatio ecclesiae. Infine, in gran numero sono sorte, in questo Cammino, le vocazioni al ministero presbiterale ed alla vita religiosa, al punto di suscitare la creazione di seminari in molti paesi.

Luc: Quale importanza riveste, secondo lei, il riconoscimento ufficiale da Roma dello statuto del Cammino neocatecumenale?

Kiko: La invito a leggere attentamente questo statuto, perché definisce con precisione quello che è il Cammino neocatecumenale e la sua ragione d'essere nella Chiesa cattolica, secondo la libertà religiosa e l'autenticità cristiana. Non c'è dubbio che questo statuto rappresenti una novità dal punto di vista giuridico. Non appartiene al genere associativo (il Battesimo non è una "associazione"), né al genere fondativo (non si tratta di una fondazione religiosa, nè di un movimento). Esso si offre come uno strumento al servizio dei vescovi e presenta loro la possibilità di realizzare una "modalità" di iniziazione cristiana di cui sono responsabili. Vale a dire della realizzazione diocesana di questa iniziazione e dell'educazione permanente della fede.

Luc: Come passa da questa "modalità" di iniziazione cristiana al neo-catecumenato?

Kiko: Innanzi tutto diciamo che questa "modalità" dell'iniziazione cristiana non è definita come l'unica. Certamente ce ne sono altre, che sono realtà recenti o antiche. Dopodiché noi siamo differenti, e di una differenza che accoglie quella degli altri e si situa con esse in relazione fraterna.
Questa "modalità" contiene le peculiarità del Cammino neo-catecumenale per trovare o ritrovare il senso del battesimo e, quindi, il cammino di conversione che liberamente comporta attraverso l'annuncio (kerygma), le catechesi, i passaggi, gli scrutini, le celebrazioni, i canti che cantano, essi stessi, la Parola di Dio... Cioè un catecumenato.
Oggi ci sono molti "battezzati" che ne hanno bisogno. Da qui il nome - il bel nome - come disse Giovanni Paolo II, di "neo-cateceumenato" che è, in questo senso, post-battesimale, mentre nella tradizione della Chiesa il catecumenato si rivolge a coloro che si preparano a ricevere il battesimo. Questa forma pre-battesimale esiste già, con le sue istanze ecclesiali. Del resto è anche riconosciuta al Cammino quando dei non battezzati chiedono di esservi accolti in vista del battesimo.
Nella condizione attuale della Chiesa, molte sono le Conferenze episcopali che parlano di una iniziazione cristiana post-battesimale. Come non considerare, allora, l'importanza di un catecumenato rinnovato?
L'inchiesta, lanciata dall'episcopato francese, intitolata "Andare al cuore della fede, quale futuro per la catechesi", trattiene la nostra attenzione per la sua pertinenza, la sua apertura ed incontra, quindi, tra le disponibilità, quelle del Cammino, il cui riconoscimento avvalla, precisa e concretizza le linee tracciate dagli iniziatori in una regola chiara e sicura.
E giacché mi chiede qual'è ai miei occhi l'importanza di questo Statuto, le risponderò che esso da senso alle parole che Giovanni Paolo II proferì il 5 settembre 1979 a Castel Gandolfo, in occasione del nostro primo incontro con lui. C'eravamo Carmen, padre Mario ed io. Il Papa ci disse che, in occasione della messa, aveva visto davanti a sè queste tre parole: ATEISMO - BATTESIMO - CATECUMENATO. Sulle prime non capii che voleva dire, tanto più che la tradizione poneva il catecumenato prima del battesimo. Con l'approvazione dello Statuto, queste parole di Giovanni Paolo II mi sembrano acquisire il loro vero significato. In forza della sua esperienza personale e della sua autorità, il Santo Padre ha voluto dire che per rispondere alla forza dell'ateismo moderno e alla secolarizzazione sistematica di tutta la vita, i cristiani battezzati, ma dimentichi del loro battesimo, hanno bisogno di un catecumenato analogo a quello della Chiesa primitiva: gestazione di una nuova creatura in cui la sintesi del kerygma, il cambiamento di vita morale e la liturgia, sono una cosa sola.
Questo è, ai miei occhi, il fondamento dell'approvazione del Cammino neocatecumenale.

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