Maria a Medjugorje Messaggio del 6 ottobre 1987: Figli cari, lodate il Signore dal profondo del cuore! Benedite continuamente il suo nome! Figlioli, ringraziate senza sosta Dio Padre onnipotente che vuole salvarvi in ogni modo perché dopo questa vita terrena possiate essere per sempre con lui nel regno eterno. Figli miei, il Padre vi desidera vicino a lui quali suoi figli cari. Egli vi perdona sempre, anche quando commettete ripetutamente gli stessi peccati. Però voi non lasciate che il peccato vi allontani dall’amore del vostro Padre Celeste.

I sogni di San Giovanni Bosco: Terzo sogno missionario: viaggio aereo




Era prossima la spedizione missionaria del 1885 con 18 Salesiani e 6 Figlie di Maria Ausiliatrice. Don Bosco era afflitto dal pensiero di non poter dare loro l’addio paterno nella chiesa di Maria Ausiliatrice, come negli anni precedenti, perché i medici gli avevano ordinato assoluto riposo. Ed ecco che nella notte dal 31 gennaio al i febbraio il Signore lo consolò con un terzo sogno missionario, che si può definire un fantastico volo aereo quando di vie aeree non si parlava ancora. Lo presentiamo alquanto riassunto, usando però le parole di Don Bosco.
Gli parve di accompagnare i missionari nel loro viaggio. Essi lo circondavano e gli chiedevano consigli. E Don Bosco:
— Non con la scienza, non con la sanità, non con le ricchezze, ma con lo zelo e la pietà farete del gran bene, promovendo la gloria di Dio e la salvezza delle anime.
Senza saper come e con quali mezzi, si trovarono quasi subito in America. I missionari si sparsero qua e là in una vastissima pianura, posta tra il Cile e la Repubblica Argentina, e Don Bosco si trovò solo.
In quella immensa pianura apparivano molte e lunghissime vie per le quali si vedevano sparse numerose case. Strade e case non erano come le strade e le case di questo mondo. Quelle strade erano percorse da mezzi di trasporto magnifici e stupendi. Don Bosco osservò con stupore che quei veicoli, giunti presso i villaggi e le città, passavano in alto, sicché chi viaggiava vedeva sotto di sé i tetti delle case. Di lassù si vedevano gli abitanti a muoversi nelle vie, nei cortili e nelle campagne.
Ciascuna di quelle strade faceva capo a una Missione, e Don Bosco, con un colpo d’occhio, vide tutte le case salesiane dell’Argentina, dell’Uruguay e del Brasile. In quell’istante apparve vicino a Don Bosco un personaggio di nobile aspetto, nel quale riconobbe la sua Guida.
— Perché — chiese Don Bosco — i Salesiani che vedo qui sono così pochi?
— Ciò che non è, sarà — rispose la Guida.
«Io intanto — racconta Don Bosco —, sempre fermo in quella pianura, percorrevo con lo sguardo tutte quelle interminabili vie e contemplavo in modo chiarissimo, ma inesplicabile, i luoghi che sono e saranno occupati dai Salesiani.
Quante cose magnifiche io vidi! Vidi tutti i singoli collegi. Vidi come in un punto solo il passato, il presente e l’avvenire delle nostre Missioni. Siccome vidi tutto complessivamente in uno sguardo solo, è ben difficile rappresentare anche languidamente qualche ristretta idea di questo spettacolo. Solamente quello che io vidi in quella pianura del Cile, del Paraguay, del Brasile, della Repubblica Argentina richiederebbe un grosso volume. Vidi pure in quella vasta pianura la gran quantità di selvaggi che sono sparsi nel Pacifico, fino al Golfo di Ancud, nello stretto di Magellano, al capo Horn, nelle Isole Malvine. Tutta messe destinata per i Salesiani. Vidi che ora i Salesiani seminano soltanto, ma i nostri posteri raccoglieranno. Uomini e donne ci rinforzeranno e diverranno predicatori. I loro figli stessi che sembra quasi impossibile guadagnare alla fede, diverranno gli evangelizzatori dei loro parenti e amici.
I Salesiani riusciranno a tutto con l’umiltà, col lavoro, con la temperanza. Le cose che io vedevo in quel momento e che vidi in appresso, riguardano tutte i Salesiani, il loro stabilimento in quei paesi, il loro aumento meraviglioso, la conversione di tanti indigeni e di tanti europei colà stabiliti. L’Europa si riverserà nell’America del Sud.
Visto il campo che ci assegna il Signore e il glorioso avvenire della Congregazione Salesiana, mi parve di mettermi in viaggio per il ritorno in Italia. Io ero trasportato con rapidissimo volo per una via strana, altissima; e così giunsi in un attimo sopra l’Oratorio. Tutta Torino era sotto i miei piedi: le case, i palazzi, le torri mi sembravano basse casupole, tanto io mi trovavo in alto. Piazze, strade, giardini, le ferrovie, le mura di cinta, le campagne e le colline circostanti, le città, i villaggi della provincia, la gigantesca catena delle Alpi coperta di neve stavano sotto i miei piedi presentandomi uno stupendo panorama. Vedevo i giovani là in fondo all’Oratorio che sembravano tanti topolini. Ma il loro numero era straordinariamente grande: preti, chierici, studenti, capi d’arte occupavano tutto. Molti partivano in processione ed altri sottentravano a quelli che partivano. Era una continuata processione. Tutti andavano a raccogliersi in quella vastissima pianura tra il Cile e la Repubblica Argentina, nella quale ero tornato a volo in un batter d’occhio. Io li stavo osservando. Un giovane prete di un aspetto candido e di carnagione fanciullesca venne verso di me e, con aria affabile e parola cortese, mi disse:
— Ecco le anime e i paesi destinati ai figliuoli di San Francesco di Sales.
Qui noto che nel narrare il mio sogno vado per sommi capi: non mi è possibile precisare la successione esatta dei magnifici spettacoli che mi si presentavano. Lo spirito non regge, la memoria dimentica, la parola non basta. Oltre al mistero che avvolgeva quelle scene, queste si avvicendavano, talora si intrecciavano, sovente si ripetevano secondo il vario unirsi o dividersi o partire dei Missionari, e lo stringersi o allontanarsi da essi di quei popoli che erano chiamati alla fede o alla conversione. Lo ripeto: io vedevo in un punto solo il passato, il presente, l’avvenire di quelle Missioni, con tutte le fasi, i pericoli, le riuscite, le disdette o i disinganni che accompagneranno questo apostolato.
Ripigliando il racconto, dico che restai meravigliato nel vedere scomparire tanta moltitudine. Mons. Cagliero in quell’istante era al mio fianco. Alcuni Missionari erano a una certa distanza. Molti altri erano attorno a me con un bel gruppo di Cooperatori Salesiani. Allora il solito interprete venne verso di me e mi disse:
— Ascoltate e vedrete!
Ed ecco in quel momento la vasta pianura divenire una gran sala. Io non posso descriverne la magnificenza e la ricchezza. Dico solo che se uno si mettesse a descriverla, nessun uomo potrebbe sostenerne lo splendore neppure con l’immaginazione. L’ampiezza era tale che si perdeva a vista d’occhio e non si riusciva a vederne i muri laterali. La sua altezza non si poteva raggiungere. La volta terminava tutta con archi altissimi, larghissimi e splendidissimi, e non si vedeva sopra quale sostegno si appoggiassero. Non vi erano né pilastri né colonne. In generale sembrava che la cupola di quella gran sala fosse di un candidissimo lino a guisa di tappezzeria. Non vi erano lumi, nè sole, né luna, nè stelle, ma uno splendore generale diffuso ugualmente in ogni parte. Tutto intorno si spandeva una soavissima fragranza, che era una mescolanza di tutti i profumi più graditi.
Una gran quantità di tavole in forma di mensa, di una lunghezza straordinaria, si trovavano là. Ve n’erano in tutte le direzioni, ma concorrevano in un centro solo. Erano coperte da eleganti tovaglie e sopra stavano disposti in ordine bellissimi vasi cristallini, in cui erano disposti fiori molti e vari.
La prima cosa che notò mons. Cagliero fu:
— Le tavole ci sono, ma i commestibili dove sono?
Infatti non era apparecchiato nessun cibo e nessuna bevanda; anzi neppure vi erano piatti, coppe o altri recipienti nei quali porre le vivande.
Rispose allora l’amico interprete:
Quelli che vengono qui neque sitient neque esurient amplius (Quelli che vengono qui non avranno più nè sete né fame).
Detto questo, cominciò a entrare gente, tutta vestita di bianco, con una collana color rosa ricamata a fili d’oro. I primi che entrarono erano in numero limitato. Appena entrati, andavano a sedersi intorno a una mensa loro preparata, cantando: Evviva! Dopo questi si avanzavano altre schiere più numerose, cantanto: Trionfo! Allora cominciò a comparire una varietà di persone, grandi e piccole, uomini e donne di ogni generazione, diverse di colore, di forme, di atteggiamenti, e da tutte le parti risonavano cantici. Da quelli che erano già al loro posto si cantava: Evviva!; si cantava: Trionfo! da quelli che entravano. Ogni turba che entrava erano altrettante nazioni o parti di nazioni che saranno tutte convertite dai Missionari.
Ho dato un colpo d’occhio a quelle mense interminabili e conobbi che là sedute e cantando vi erano molte suore e gran numero di confratelli. Costoro però non avevano nessun distintivo di essere preti, chierici, suore, ma come gli altri avevano la veste bianca e la collana color rosa.
La mia meraviglia crebbe quando vidi uomini dall’aspetto ruvido col medesimo vestito degli altri, e li udii cantare: Evviva! Trionfo! In quel momento il nostro interprete disse:
— Gli stranieri, i selvaggi che bevettero la parola di Dio dai loro educatori, divennero banditori della parola di Dio.
Osservai pure in mezzo alla folla schiere di ragazzi dall’aspetto rozzo e strano; domandai:
— E questi ragazzi che hanno una pelle così ruvida, ma pure così bella e di un colore così risplendente, chi sono?
L’interprete rispose:
— Questi sono i figliuoli di Cam che non hanno rinunciato all’eredità di Levi. Il regno di Dio è giunto finalmente anche tra loro. Era piccolo il loro numero, ma i figli dei loro figli lo accrebbero. Quei giovanetti appartenevano alla Patagonia e all’Africa meridionale.
In quel mentre s’ingrossarono talmente le file di coloro che entravano in quella sala straordinaria, che ogni sedia pareva occupata. Le sedie non avevano forma determinata, ma prendevano quella forma che ciascuno desiderava. Ognuno era contento del seggio che occupava e del seggio che occupavano gli altri.
Ed ecco, mentre da tutti si cantava: Alleluia! Trionfo!, sopraggiungere una gran turba che veniva incontro a quelli già entrati, cantando: Alleluia, Gloria, Trionfo!
Quando la sala fu piena e la moltitudine non si poteva numerare, si fece un profondo silenzio, e quella turba cominciò a cantare divisa in vari cori.
Il primo coro: Appropinquavit in nos regnum Dei; Laetentur coeli e! exultet terra; Dominus regnavi! super nos, alleluia (E venuto a noi il regno di Dio; si rallegrino i cieli ed esulti la terra; il Signore regna sopra di noi, alleluia).
Un terzo coro: Laudate Dominum omnes gentes, laudate eum omnespopuli (Genti tutte lodate il Signore, lodatelo popoli tutti).
Mentre cantavano queste e altre cose e si alternavano, a un tratto si fece per la seconda volta un profondo silenzio. Quindi cominciarono a risonare voci lontane che venivano dall’alto. Il senso del cantico, di un’armonia che non si può esprimere, era questo: Soli Deo honor et gloria in saecula saeculorum (A Dio solo l’onore e la gloria nei secoli dei secoli). Altri cori, sempre in alto e lontani, rispondevano a queste voci: Semper gratiarum actio il/i qui era!, est et qui venturus est. fIli eucharistia, illi soli honor sempiternus (Siano sempre rese grazie a colui che era, è e sarà. A lui rendimento di grazie, a lui solo onore eterno).
In quel momento quei cori si abbassarono e si avvicinarono. Tra quei musici celesti c’era anche Luigi Colle. Allora gli altri che stavano nella sala si unirono, si misero tutti a cantare e le voci si col- legarono insieme a somiglianza di straordinari strumenti musicali, con suoni la cui estensione non aveva limiti. Quella musica sembrava avesse contemporaneamente mille note, che si associavano a fare un solo accordo di voci. Le voci in alto salivano acute; le voci di coloro che erano nella sala scendevano sonore e rotonde. Tutti formavano un coro solo, una sola armonia con tale gusto e bellezza che io caddi in ginocchio ai piedi di mons. Cagliero esclamando: — Oh, Cagliero! Noi siamo in paradiso!
Mons. Cagliero mi prese per mano e mi rispose:
— Non è il paradiso, ma una semplice debolissima figura di ciò che in realtà c’è in paradiso.
Intanto le voci dei due grandiosi cori proseguivano unanimi e cantavano con inesprimibile armonia: Soli Deo honor et gloria, et triunphus, alleluia, in aeternum, in aeternum!
Qui ho dimenticato me stesso e non so più che cosa sia stato di me. Al mattino stentavo a levarmi da letto; appena appena potei richiamarmi a me stesso, quando andai a celebrare la Santa Messa.
Il pensiero principale che mi restò impresso dopo questo sogno, fu di dare a mons. Cagliero e ai miei cari Missionari un avviso di somma importanza, riguardante le sorti future delle nostre Missioni: «Tutte le sollecitudini dei Salesiani e delle Figlie di Maria Ausiliatrice siano rivolte a promuovere le vocazioni ecclesiastiche e religiose» .

Ogni volta che Don Bosco, raccontando il sogno, ripeteva quelle parole: Evviva! Trionfo! la sua voce prendeva un accento così vibrato che faceva trasalire. Quando poi, alla fine, nominò il suo diletto mons. Cagliero, sospese per un istante la narrazione, un singulto gli troncò la parola e i suoi occhi si riempirono di lacrime.
Don Costamagna, il futuro secondo Vescovo salesiano, dopo aver letto questo sogno, dall’America scriveva a Don Lemoyne:
« Dica pure a Don Bosco che non ubbidiremo a quelle sue parole scritte nell’ultima lettera a Monsignore: “Non credere a tutto ciò che dicono i miei sogni”, perché noi stiamo alle visioni del nostro Padre, il quale, non lo dimenticherò giammai, ebbe a dirmi un giorno.. “Fra tutte le Congregazioni e Ordini Religiosi, forse la nostra fu quella che ebbe più Parola di Dio”» .

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