Maria a Medjugorje Messaggio del 20 gennaio 1984:Per domani seguite quanto ora vi dico. Tutto quello che avverrà domani, accettatelo con amore. Anche tutte le contrarietà, tutte le difficoltà, tutto, tutto accettate con amore. Fate in modo che domani sia per voi una giornata dedicata completamente all’amore. Vedrete come Satana fuggirà da voi!

L'EVENTO DI GUADALUPE






Le fonti ci parlano della situazione drammatica al principio della storia dell'evangelizzazione in America: frustrazione degli indios, che si sentono abbandonati dai loro dèi, da una parte, e, dall'altra, una certa incapacità di trasmettere una vera esperienza cristiana da parte dei missionari provenienti dal vecchio mondo. La maggior parte della popolazione nutre diffidenza nei confronti della nuova religione: il numero dei battezzati è inferiore alle aspettative. Tuttavia proprio in tale contesto accade qualcosa d'imprevisto: uno di quegli « interventi della grazia divina nel tempo », di cui parla la teologia, che cambiano il corso della storia. Un affresco nell'antico convento di Ozumba (Estado de México) rappresenta l'inizio della storia cristiana in Messico: l'arrivo dei primi dodici missionari francescani nel 1524, i tre indios adolescenti che diedero la vita per testimoniare la loro fede, e le apparizioni di santa Maria di Guadalupe, ai piedi della quale sta Juan Diego con l'aureola della santità. Maria sarà precisamente l'anello che unirà i due mondi lì rappresentati. Prima di ripercorrere il racconto dell'evento guadalupano è però necessario soffermarsi ad analizzare la tradizione guadalupana dal punto di vista critico.


1. Il problema critico
La prima difficoltà che incontriamo esaminando l'evento guadalupano è la mancanza di dichiarazioni ufficiali - sia da parte del veggente sia da parte del vescovo di México, Juan de Zumarraga - in cui si parli espressamente dell'apparizione della Vergine e di un messaggio ricevuto da lei. Esistono tuttavia alcuni codici che attestano una tradizione scritta e orale. Le fonti storiche comprovanti l'apparizione della Vergine Maria nel secolo XVI sono numerose (circa una ventina) e d'indubbio valore. Alcuni originali sono andati irrimediabilmente perduti o, quanto meno, se ne sono perse le tracce. Lodevole il lavoro del Centro di Studi Guadalupani (C.E.G.) di Città di Messico, con la pubblicazione dei Monumenta Historica Guadalupanensia, I, Il, III, la promozione degli Incontri Nazionali Guadalupani, a partire dal 1976, e della rivista Historica, organo ufficiale del Centro, fondata nel 1977. Esistono ormai edizioni critiche delle opere guadalupane fondamentali ed è riconosciuta l'esistenza di documenti provenienti sia dall'ambiente indigeno sia da quello spagnolo in cui si fa riferimento all'apparizione mariana come a un fatto avvenuto in un tempo determinato. Occorre comunque distinguere tra culto e apparizione. Riguardo al culto, esiste una fondata tradizione. Gli scrittori « apparizionisti » - quelli cioè che ritengono l'apparizione un evento storicamente fondato, diversamente da altri di parere contrario e perciò detti « antiapparizionisti » - hanno provato in modo soddisfacente l'esistenza storica del culto già molto diffuso nel secolo XVI. Possiamo rifarci a ricevute di pagamento, testamenti, cantares, ex voto a testimonianza dei pellegrinaggi, documenti dell'autorità ecclesiastica oltre alla controversia Montufar-Bustamante, il documento più ampio e importante circa il culto mariano del Tepeyac nel secolo XVI, in quanto ci permette di notare che la cappella sul luogo dell'apparizione era ormai un vero e proprio santuario mariano. Per quanto riguarda l'apparizione, il documento piu importante, dopo l'immagine stessa, è senz'altro il Nican Mopohua (dalle prime due parole: Aqui se narra, « Qui si racconta »), codice originale su amate, scritto in nahuatl da un nobile e colto indio allievo del Collegio di Santa Cruz di Tlatelolco, probabilmente Antonio Valeriano, uno degli informatori di fra Bernardino de Sahagun, persona stimata non solo da quelli della sua razza, ma anche dalle più alte autorità spagnole civili e religiose, e quindi uomo di un'autorità morale al di sopra di ogni sospetto. Il documento originale è andato perso. Tuttavia la mancanza dell'originale non toglie autenticità al contenuto, che dagli studiosi più eminenti è ritenuto degno di fede. Il racconto delle apparizioni deve essere stato scritto verso la metà del secolo XVI, a giudicare da una copia esistente che risale a questo periodo. E’ probabile che successivamente siano state redatte altre copie. Esiste per lo meno un'altra copia della fine dello stesso secolo. Il testo del Nican Mopohua fu dato alle stampe per la prima volta nel 1649 da Luis Lasso de la Vega, in un'opera che va sotto il titolo generale di Huey Tlamahuizoltica e che si compone di cinque parti. Sempre a metà del secolo XVI venne stampata la versione spagnola del racconto delle apparizioni della Vergine di Guadalupe seguendo il testo di Valeriano, che per la sua autorità s'impose sulle altre relazioni che senza dubbio circolavano, come attesta una copia del secolo XVI conosciuta con il nome di Inin Huey Tlamahuizolizin. Né Luis Lasso de la Vega né Miguel Sanchez fornirono il nome dell'autore del Nican Mopohua: a loro bastava che il racconto fosse avallato dalla tradizione orale e scritta. La prima luce sull'argomento fu fatta da Luis Becerra Tanco, che nella dichiarazione rilasciata al processo delle Informaciones de 1666 delle quali si parlerà più avanti, affermò d'aver udito dire a Gaspar de Praves, conoscitore del nahuatl e suo zio materno, che l'autore della narrazione fu «Juan Valeriano», un alunno nobile del Collegio di Santiago de Tlatelolco. A partire da questa affermazione, Becerra Tanco ritenne, nonostante l'errore del nome, che Valeriano potrebbe essere stato l'autore del testo delle apparizioni, ma senza riuscire a provarlo. Nella seconda metà del secolo XVII si chiarisce l'autenticità del Nican Mopohua grazie a Carlos de Sigùenza y Gongora, uno dei più illustri conoscitori della cultura messicana di allora, che dichiara con giuramento solenne che Antonio Valeriano non solo è il vero autore del Nican Mopohua, ma altresì che egli stesso, Sigùenza y Gongora, possiede l'originale scritto di suo pugno da Valeriano. Quest'affermazione di Sigùenza y Gongora è ritenuta giustamente la «pietra angolare» dell'autenticità del racconto delle apparizioni. Perciò, benché a tutt'oggi si ignori la fine del manoscritto originale di Valeriano, alla critica storica basta la constatazione che il documento, riconosciuto come tale, appartenne a uno dei migliori conoscitori dell'antichità messicana, quale fu Sigùenza y Gongora. Recentemente è stato scoperto dal Centro de Estudios Guadalupanos un codice che porta il nome di «1548 », in cui compare la firma e il glifo di Antonio Valeriano, nonché la firma di Bernardino de Sahagùn. Due volte appare il nome della Vergine e due quello di Juan Diego. Si può distinguere chiaramente il paesaggio del Tepeyac. In esso si allude all'apparizione e alla morte di Juan Diego, avvenuta appunto nel 1548. Anche se attendiamo ancora il giudizio definitivo della critica storica, la scoperta conferma Valeriano come autore del Nican Mopohua. Padre Angel Maria Garibay ha avanzato l'ipotesi che Valeriano sia stato solo un componente dell'équipe di informatori che collaborarono con Sahagun nella composizione della sua Historia generai de las cosas de la Nueva Espana. Garibay fonda la sua affermazione sull'identità di stile tra i dati storici di Sahagùn e il Nican Mopohua, ritenendo quindi anche quest'ultimo frutto di un lavoro di équipe, come la Historia. In realtà gli informatori fornirono a Sahagùn i dati necessari a compilare la sua monumentale ricerca, ma la stesura finale fu opera dell'insigne etnologo. Per questo l'ipotesi di Garibay non è condivisa dalla maggior parte degli studiosi.


2. Racconto delle apparizioni
Protagonista della singolare vicenda è un indio di circa cinquantasette anni, Juan Diego (1474-1548), già vedovo e senza figli, che vive con uno zio anziano, Juan Bernardino, a Tulpetlac ed è originario di Cuauhtitlan. Apparteneva alla classe sociale dei macehuales e il lavoro dei campi era molto probabilmente la sua attività principale. Il suo nome indigeno era Cuauhtlatoa (= « Aquila che parla »). Si pensa che abbia ricevuto il battesimo dalle mani di fra Toribio de Benavente, detto il Motolinia. Del Nican Mopohua si conoscono varie traduzioni in castigliano. Noi ci rifaremo alla più recente (1978) di padre Mario Rojas Sanchez, che si differenzia profondamente dalle precedenti: infatti interpreta le parole della Vergine in un'ottica che pone Dio al centro, conforme ai principi cristiani. Gli autori precedenti, invece, si limitano a presentare una relazione che s'incentra sull'immagine guadalupana. All'alba di sabato 9 dicembre 1531, Juan Diego sale sul colle del Tepeyac, posto in periferia a nord di MéxicoTenochtitlan: si sta dirigendo a Tlatelolco per la consueta lezione di catechismo. Attira la sua attenzione un canto soavissimo: percepisce la presenza di qualcosa di soprannaturale e si sente subito trasportato in un'altra dimensione, nell'eden di cui parlavano gli antenati. Volge allora lo sguardo verso la cima della collina, a oriente, da dove giunge il canto, cessato il quale ode una voce che lo chiama per nome con accenti di tenerezza. Juan Diego sale in direzione della voce per nulla turbato, anzi con un moto di gioia interiore. Si trova davanti una Signora, in piedi, che lo invita ad avvicinarsi (prima apparizione). L'abito in cui è avvolta è raggiante di luce, così come la pietra su cui poggia i piedi, mentre la terra risplende, nella nebbia, con i colori dell'arcobaleno. Prostratosi, sente la Signora rivolgersi a lui maternamente: l'apparizione rivela d'essere la sempre Vergine santa Maria, madre del vero Dio, e chiede che in quel luogo venga eretto un tempio nel quale possa manifestare suo Figlio a tutte le genti che vivono in quella terra. Lo invia quindi dal vescovo invitandolo a raccontare quanto ha visto e udito. Juan Diego obbedisce prontamente, ma la sua prima visita in vescovado si rivela un fallimento. Torna allora dalla Signora (seconda apparizione) per dirle di trovarsi un altro ambasciatore, degno di maggior rispetto. Invano: deve essere proprio lui a eseguire il compito, e Juan Diego si piega docilmente al desiderio della Vergine. Il giorno seguente, domenica 10 dicembre, dopo il catechismo, il veggente torna dal vescovo, il quale lo ascolta con maggior attenzione, ma pure con crescente scetticismo, e gli rivolge molte domande. Alla fine il prelato gli chiede un segno della volontà della Vergine, e, una volta che quello è partito, lo fa seguire da due dei suoi frati, che però ben presto lo perdono di vista. La Vergine, comunque, incontra Juan Diego (terza apparizione) e gli promette il segno richiesto per il giorno seguente. Il lunedì, però, Juan Diego non si reca all'appuntamento. Tornato a casa, la domenica, ha trovato lo zio molto malato. Il medico non fa altro che constatare la gravità del suo stato e l'infermo chiede di essere visitato da un sacerdote. Per questo, alle prime luci dell'alba di martedi 12 dicembre, Juan Diego esce per andare a Tlatelolco, ma decide di evitare il colle del Tepeyac per non essere trattenuto dalla Signora. Ella però gli si fa incontro sul cammino (quarta apparizione). L'indio confida allora la sua pena alla Signora, che lo invita ad aver fiducia in lei: « Non ci sono qui io che sono tua madre? Perché ti angosci? Non sei forse sotto il mio sguardo?... », e gli annuncia la guarigione dello zio. Quindi lo manda sulla cima del colle a cogliere i fiori che vi troverà. Lei stessa li prende, poi, tra le mani e glieli accomoda nel mantello, ordinandogli di mostrarli solo al vescovo. Rincuorato dalle parole della Vergine, Juan Diego va dritto al vescovado, dove, però, deve attendere a lungo, importunato da quelli che vorrebbero vedere ciò che stringe nel manto. Quando il veggente lo schiude appena, qualcuno tenta di toccare i fiori. Invano! Essi appaiono come ricamati (o dipinti o cuciti) sulla tilma. Lo strano fatto viene riferito al vescovo, che decide di ricevere Juan Diego. Finalmente l'indio può aprire il mantello e mostrare al vescovo il segno richiesto: le rose e gli altri fiori profumati cadono a terra e sulla tilma compare improvvisamente, sfolgorante, l'immagine della Vergine che si offre alla venerazione dei presenti, caduti nel frattempo in ginocchio. Quando Juan Diego tornerà a casa, dopo essere rimasto qualche giorno ospite del vescovo, troverà effettivamente lo zio ristabilito. Ma anche a Juan Bernardino è apparsa la Vergine, presentandosi con il nome di Guadalupe (quinta apparizione). Appena si sparse nella capitale la notizia del prodigio, il palazzo vescovile divenne meta di pellegrinaggi da parte di chi voleva vedere la santa immagine, tanto che il vescovo Juan de Zumarraga fu costretto ad esporla nella chiesa principale della città, mentre terminavano i lavori della cappella ordinata dalla Madonna (quella che si chiamò la prima ermita). Qui, il 26 dicembre, venne trasferita nel corso di una solenne processione, alla quale intervennero le principali autorità spagnole insieme alla nobiltà india. L'immagine fu portata dai missionari francescani sotto un elegante baldacchino, in mezzo alle manifestazioni di giubilo degli indigeni. Il culto guadalupano si diffuse rapidamente in tutto il paese, come abbiamo già potuto osservare accennando alle fonti, nonostante la forte opposizione di molti missionari. Probabilmente a causa di questa renitenza ad ammettere l'ortodossia del culto, Zumarraga non ha lasciato nessun documento ufficiale, preferendo mantenere il silenzio e lasciare al tempo il compito di chiarire i fatti.


3. Lettura teocentrica del messaggio della Vergine
L'apparizione mariana avvenuta sul colle del Tepeyac è stata giustamente definita «messaggio di salvezza ». La Vergine parla a Juan Diego, ma, attraverso lui, vuole manifestarsi a tutta la sua gente che vive in una situazione di oppressione e di frustrazione. In Maria è Dio stesso che raggiunge il popolo, gli parla e gli rivolge parole di speranza. Benché le divinità azteche siano morte, Dio, « il vero Dio per cui si vive », non li ha abbandonati, anzi affida le loro pene e le loro aspirazioni a sua madre. Maria è infatti nostra madre, nostra «piadosa madre »: sul Tepeyac risplende luminoso il mistero della maternità divina e spirituale di Maria e, si sa, il mistero della maternità divina è il mistero della centralità di Cristo. In questo senso si può vedere nella manifestazione mariana del Tepeyac un'eco della manifestazione di Dio a Mosè nel roveto ardente. Il lamento degli indios è giunto al cuore di Dio che, attraverso Maria, annuncia e opera la prossima liberazione. S'instaura così un rapporto autenticamente evangelico tra la fede cristiana e un nuovo popolo, quello mestizo, cioè meticcio: è un nuovo inizio, un fondamento di vita simile a quello che Dio aveva stipulato per mezzo di un patto di alleanza con Israele, facendo di varie tribù un popolo. Come l'esodo degli ebrei dall'Egitto aveva dato inizio a una nuova coscienza di popolo, così le apparizioni della Vergine sul Tepeyac contengono in germe l'inizio di una nuova cultura: Maria convoca un popolo e lo rende Chiesa. L'intervento di Maria fa spontaneamente pensare alla visitazione (Luca 1,39-56). La visita di Maria a Elisabetta fu un annuncio di Gesù: in essa si realizzò una comunicazione di grazia e si sperimentò una profonda comunione tra le persone, specie nel bisogno. Ora Maria visita, attraverso un suo rappresentante, tutto un popolo, e il suo compito sarà quello di condurre l'uomo alla piena realizzazione di sé come persona e di rivelargli il suo destino trascendente. Compito della madre sarà quello d'indicare agli indigeni il vero Dio, abbandonando l'idolatria ma senza rinnegare la sostanza della religiosità indigena, che viene così riorientata. Il Dio annunciato porta nomi ben conosciuti dagli aztechi: la Vergine richiama non i nomi delle singole divinità, ma quelli che formavano il sustrato teologico del credo del popolo. Santa Maria di Guadalupe dice di essere: - la madre del Dio di verità - la madre del datore della vita - la madre del creatore degli uomini - la madre del Signore della vicinanza e dell'unità - la madre del Signore del cielo e della terra. Si riferisce perciò all'essenza di Dio nella sua relazione con il mondo e con l'uomo. In questo modo il fatto guadalupano ricupera parte dell'immensa ricchezza della concezione religiosa nahuatl dandole pienezza e universalità. Anche Juan Diego è pienamente accolto da Maria nella sua realtà india, è da lei amato e promosso: proprio lui è stato scelto per compiere una missione. E inviato a portare la liberazione da odi e rancori verso i conquistatori per costruire un popolo nuovo, all'insegna dell'unità, dimenticando le tragedie passate e guardando al futuro che nascerà dall'incontro delle due razze: è un evento, questo, da vivere non con fatidica rassegnazione o passivo risentimento, ma con coraggiosa e dinamica speranza. La Vergine del Tepeyac è modello per tutti quelli che non accettano passivamente le circostanze avverse della vita personale e sociale, ma proclamano con lei che « Dio innalza gli umili » e « rovescia i potenti dai troni ». Come madre, la Vergine esprime il desiderio di essere presente tra i suoi figli in modo permanente, di stabilire un dialogo, una comunione, e di vedere realizzata l'unità dei credenti. Per questo chiede che in quel luogo venga costruito un tempio, una casa che sia punto di riferimento a cui accorrere per invocare l'unico vero Dio da lei annunciato. Lì vuole essere amata e invocata, lì vuole che i suoi figli imparino a confidare in lei. Maria desidera mostrare quanto Dio si fa vicino all'uomo, alla sua esistenza concreta: va incontro a Juan Diego lungo il cammino, si interessa di quello che fa, viene a consolare le sue pene, sta accanto a chi non ha più speranza. La guarigione che Dio ha progettato per il suo popolo riguarda infatti tutto l'uomo: a questo allude la guarigione dello zio di Juan Diego, cioè Juan Bernardino. La malattia è una delle tante schiavitù che incatenano l'uomo. Il fatto miracoloso ci ricorda inoltre che il dono della Vergine varca ogni confine e che alla base della salvezza ci sarà sempre la fede. Sollecita del bene dei figli, che vuole crescere nella fede, Maria chiede al suo messaggero di recarsi dal vescovo perché questi autorizzi la costruzione del tempio richiesto. Ne riconosce quindi l'autorità nell'ambito ecclesiale e la funzione di guida spirituale del popolo di Dio, che deve imparare a vivere la fede nella comunità dei fratelli, figli di uno stesso Padre. Alla fine del Nican Mopobua siamo già di fronte a una comunità riunita dalla presenza di Maria.


4. Spunti teologici
Se prendiamo in considerazione il fatto guadalupano dal punto di vista strettamente teologico, possiamo definirlo un esempio di evangelizzazione attraverso parole, simboli, miracoli, sull'esempio di quella che operava Gesù. E come per Gesù, al centro c'è sempre Dio. Sono molte le reminiscenze bibliche. Fin dall'iniziale annotazione relativa al luogo e all'ora delle apparizioni, siamo introdotti in un ambiente impregnato di soprannaturale e di divino: « Era sabato, molto presto... Vicino alla collina già albeggiava... ». E sintomatico che la manifestazione soprannaturale avvenga su un monte - sia pure di modestissima altitudine - poiché la cima dei monti è stata sempre ritenuta un punto di contatto con la divinità. L'ora ha un valore simbolico nella mentalità preispanica: allude all'« inizio », alla nascita di qualcosa di nuovo e di grande. Attratto dal canto celestiale, Juan Diego alza lo sguardo verso la cima del colle e sente una voce che lo chiama, ripetendo il suo nome, come spesso avviene nelle manifestazioni divine narrate nella Bibbia. All'udire segue il vedere. Il veggente, per niente intimorito, anzi rallegrato dalla presenza di segni soprannaturali, osa salire in direzione della voce per incontrarsi faccia a faccia con chi lo chiama: una Signora che gli appare in una cornice splendente di luce, tipica delle manifestazioni divine della Bibbia. Il colle, luogo desolato in cui spuntavano solo cactus, ora è luogo di vita. A questo punto entrano in scena le parole: la figura splendente si presenta come la sempre Vergine santa Maria. Fin dalle origini, la Chiesa ha proclamato la verginità di Maria fondandosi sui vangeli di Matteo e di Luca; Maria è inoltre la piena di grazia e, per questo, partecipa in modo singolare della santità di Dio: « Santa per la sua unione col Verbo incarnato, in forma tanto esclusiva e personale, come madre sua, santa per i privilegi, i doni di grazia con i quali Dio la colmò fin dalla sua immacolata concezione, santa per la risposta che dà conservando la grazia e praticando perfettamente le virtù ». Tutti i doni, i privilegi e la grandezza della Vergine Maria hanno la loro radice nel fatto di essere la madre di Gesù Cristo, il Figlio di Dio fatto uomo. La Vergine non nomina direttamente Gesù: parla piuttosto il linguaggio semplice della fede, come si esprime nella seconda parte dell'Ave Maria: «Santa Maria, madre di Dio, prega per noi peccatori...». Per Juan Diego, comunque, è chiaro che si tratta della « madre del salvatore nostro Gesù Cristo », perché già conosceva il catechismo nelle sue linee essenziali. Il messaggio guadalupano tocca il cuore del mistero rivelato: Maria di Guadalupe è la Vergine madre di Dio. Già abbiamo menzionato la familiarità che gli indigeni avevano con gli attributi divini menzionati dalla Vergine: è qui indispensabile sottolineare che, mentre nell'antica religione l'espressione « madre di Dio » o « nostra madre » indicava l'aspetto femminile della realtà, ora la Vergine vuole specificare che il suo essere creatura ha come primo compito quello di far conoscere, glorificare, manifestare Dio alle genti. E lo farà attraverso la vocazione che le è propria: quella di madre tenerissima che guarda misericordiosa verso i suoi figli, non solo quelli del Messico, ma tutti quelli a lei devoti. Il messaggio guadalupano è tutto un cantico alla maternità spirituale di Maria intonato da lei stessa, come soprattutto si può notare nella quarta apparizione: « Non ci sono qui io che sono tua madre?... ». Quello che porta in seno - secondo il simbolismo di alcuni pittogrammi e decorazioni presenti nella tunica della Vergine - è il Figlio di Dio, ma nello stesso tempo è il popolo mestizo, meticcio. Fin dal primo momento, inoltre, la Vergine chiede che sul colle del Tepeyac venga innalzato un tempio. Ora, l'idea della casa-tempio risponde alle esigenze religiose più profonde dell'uomo: ogni gruppo umano ha sentito la necessità di scegliere uno spazio e consacrarlo alla divinità, perché abiti in esso. Proprio per rispondere a quest'intima esigenza di incontrare Dio, la Madonna chiede un tempio, in cui dispensare i suoi favori. In questo contesto di intercessione per tutto il popolo, prende rilievo anche la figura di Juan Diego, il veggente. Egli è l'inviato di cui la Vergine si serve: « Gli dirai [al vescovo] che io ti mando... ». Come un vero profeta, egli è un servo pronto a obbedire, fedele al mandato ricevuto anche di fronte all'iniziale fallimento. E’ stato scelto lui: non sarà sostituito da qualcuno più conosciuto, rispettato o onorato. E’ per la sua fatica che si realizza il volere della Vergine; da uomo di fede, Juan Diego non solo si rende disponibile, ma non cerca di approfittare del potere della Madonna per chiedere ciò che ormai era umanamente impossibile: sarà la Vergine a operare da parte sua un miracolo apparendo allo zio e guarendolo. Juan Bernardino diverrà l'altro testimone dell'evento: a lui, infatti, Maria rivelerà il suo titolo: Guadalupe. Consolato dalla buona notizia, Juan Diego non dubita nemmeno per un momento e corre di nuovo dal vescovo con il segno richiesto. Dobbiamo qui soffermarci sull'importanza dei segni nell'evento guadalupano. Il primo è quello dei fiori che la Vergine stessa prende tra le mani, dopo aver ordinato a Juan Diego di coglierli. Sono rose e altre specie diverse, profumate e roride di rugiada, spuntate prima del tempo e in modo straordinario in un luogo in cui normalmente abbondavano rocce, cardi, spine e cactus. L'altro segno è quello dell'immagine impressa sulla tilma di Juan Diego e venerata con il nome rivelato a Juan Bernardino: « La perfetta Vergine santa Maria di Guadalupe », il cui significato è stato ampiamente indagato dagli studiosi. Quando la Madonna apparve a Juan Diego, il termine Guadalupe aveva già una lunga storia dietro di sé. Guadalupe era il nome di una località spagnola situata presso Caceres, in Estremadura, regione dalla quale proveniva la maggior parte dei conquistatori e lo stesso vescovo Juan de Zumàrraga. Assai celebre al tempo della conquista dell'America, era sede di un santuario dedicato precisamente a Nostra Signora di Guadalupe. Guadalupe è parola castigliana d'origine araba, ma di significato oscuro. Alcuni pensano che significhi «fiume di luce» o « fiume di amore ». Altri autori hanno cercato d'interpretare la parola Guadalupe con la filologia nahyatl, ma forzando inutilmente il suo valore originale. E’ significativo invece che la Vergine abbia scelto di presentarsi con questo nome caro agli spagnoli, perché riconoscessero attraverso questo segno la Vergine Maria della tradizione cristiana. Per Juan Diego l'immagine - descritta in un'altra parte dell'Huey Tlamahuizoltica - è stata una conferma della sua fede; per il vescovo un segno perché credesse; per gli indigeni un codice, amoxtli, sul quale un tlacuilo («pittore») celeste aveva lasciato messaggi che passavano inavvertiti per gli spagnoli. Infatti, mentre la nostra cultura privilegia la parola, la cultura nahuatl valorizza l'immagine. Per noi l'immagine è piuttosto un ritratto, una riproduzione della realtà, e solo secondariamente è comunicazione. Gli indios, preparando i loro amoxtli, non pretendevano di riprodurre la realtà, ma piuttosto di comunicare convinzioni in modo pittografico. L'immagine, quindi, unita al racconto di un fratello della stessa razza, in lingua nahuatl, con una simbologia precisa, provocò la conversione in massa degli indigeni alla Regina del cielo.

5. Contenuto antropologico
La Vergine sceglie come suo interlocutore un « povero indio ». L'indio nell'evento guadalupano è un personaggio di spicco rispetto agli altri: la Vergine infatti prima si manifesta a lui, e solo in seguito al vescovo. Anche il momento scelto è significativo: al versetto i del Nican Mopohua si legge: «Dieci anni dopo la caduta di Città di Messico furono deposte le frecce e gli scudi». Abbiamo già visto che, per gli aztechi, la guerra era espressione della loro cultura: dopo aver vissuto come nomadi, divennero un popolo proprio combattendo. Per loro la guerra aveva dimensioni sociali (guerra sociale) e religiose guerra florida in primavera: aveva il valore di guerra sacra, di mandato divino). Per questo la fine della guerra aveva un grave significato: implicava che giungeva alla fine la « nostra società, la nostra nazione ». Il Nican Mopohua insiste più avanti, di nuovo, sul fatto che Juan Diego era « un povero indio »: il senso dell'affermazione risulta chiaro se si tien conto di un dato grammaticale, cioè che per gli aztechi le realtà più importanti si esprimono con due parole (« difrasismo ») oppure con una parola ripetuta. A lui, all'indio, è dato di cogliere la verità, di cogliere l'evento divino come « vero » attraverso il canto e i fiori. La dignità dell'indio è sottolineata dal nome con cui la Vergine lo chiama: « Juantzin », « Juandiegotzin », parole normalmente tradotte con Juanito, Juandieguito. Però in nahuatl la desinenza -tzin è anche indice di riverenza e di rispetto. La Vergine si rivolge al povero indio come a una persona, a un uomo: per questo gli si mostra in piedi. I nobili dominatori, sia aztechi sia maya sia spagnoli, ricevevano gli inferiori seduti. Quindi la nobiltà che Juan Diego vede nella Signora non ha un carattere dominatore. L'indio riconosce in lei una certa superiorità, però la esprime in un modo estremamente familiare e dolce, chiamandola: « Nina mia » In un clima di rispetto e di gentilezza si svolge il colloquio tra il « più piccolo dei suoi figli » - espressione che pure allude alla condizione di emarginazione in cui si trova l'indigeno - e la Vergine: vale a dire con la cordialità tipica della lingua nahuatl. Il povero è dunque il testimone dell'evento guadalupano, ne è il mediatore: la Vergine chiede l'appoggio di Juan Diego. Dopo il fallimento del primo tentativo, Juan Diego s'inginocchia ai piedi del vescovo e piangendo gli ripete il messaggio della Madonna. Nonostante tutto, il povero indio spera contro ogni speranza, nel corso di questo dialogo reso difficile dall'incredulità di Zumàrraga. Nel momento cruciale della missione di Juan Diego - quando avrebbe dovuto chiedere alla Vergine un segno –s’innesta la malattia dello zio: è un avvenimento decisivo per la comprensione dell'evento. Per gli aztechi e i mesoamericani in genere, lo zio aveva un ruolo sociale d'importanza capitale: «zio » era la massima espressione di rispetto che si potesse rivolgere ad un adulto. Era la chiave per comprendere la contrada e il popolo. La gravità della malattia dello zio è il simbolo di qualcosa di distruttivo all'interno dell'organizzazione sociale. La malattia infettiva di cui sta morendo lo zio è stata importata dagli spagnoli ed è sconosciuta ai nahua: riassume quindi in sé tutte le calamità e le afflizioni che pesano sul popolo oppresso. Proprio sulla malattia dello zio agirà santa Maria di Guadalupe, attenta alle necessità del povero, di cui è madre: lo tiene « sotto la sua ombra ». La guarigione dello zio è riscatto del popolo dalla morte. Con la salute ritrovata da parte di Juan Bernardino, si giunge all'apice dell'evento guadalupano che aveva avuto inizio con il canto: ora con i fiori la verità promessa dalla Vergine diventa un fatto. Anche in questo caso la Vergine richiede la partecipazione di Juan Diego: lui deve coglierli e farne un mazzo, lassù sulla cima del colle fino a quel momento arido, e poi portarli a lei. Sul Tepeyac - che è un altro mondo - domina ora la verità, che l'indio riesce a intendere. Nei fiori - e solo in seguito sulla tilma - rimarrà per sempre il simbolo dell'evento guadalupano: questo rivela la Vergine a Juan Diego, suo ambasciatore degno di fiducia. L'indio raccoglie felice i fiori nella tilma, sicuro di riuscire questa volta nell'intento di convincere il vescovo: se accetta i fiori, accetterà la verità guadalupana. Questa verità è gia parte di Juan Diego, nessuno potrà separarla da lui: per questo i servi del vescovo non potranno impadronirsi di un solo fiore. Sarà proprio di fronte ai fiori - prima ancora di vederli - che il vescovo si deciderà ad appoggiare il progetto sollecitato dal povero indio e gli darà credito, dopo aver visto l'immagine stampata sulla tilma, e vorrà che lui, l'indio, gli indichi il luogo dove la Madonna chiede che si edifichi il tempio. Ora tutti rispettano l'indio. Ci sembra opportuno concludere con le considerazioni fatte recentemente dai vescovi messicani a proposito del contenuto antropologico dell'evento guadalupano: « L'indio è indotto a uno sforzo di superamento: a non lasciar ''passare'' la storia, ma ad approfittare del presente e a pensare al domani; a non vivere aspettando tutto dagli altri, ma a sforzarsi per ottenerlo con le sue forze; a non autoemarginarsi lasciando agli altri il lavoro e le responsabilità, ma ad essere l'artefice del proprio destino; a mettere da parte le vendette per impegnarsi, facendo leva sulla verità e sul diritto, a raggiungere il suo obiettivo ».

6. Il simbolismo dell'immagine
A un popolo abituato a comunicare attraverso segni pittografici, santa Maria di Guadalupe manda un'immagine tanto chiara per gli indigeni, nella sua simbologia, quanto comprensibile per i missionari. La tela sulla quale l'immagine è rimasta impressa misura centimetri 170 per 104. E’ formata da due parti unite da una cucitura verticale effettuata con filo all'apparenza dello stesso materiale. Le sue dimensioni corrispondono a una tilma, o mantello, adatta a una persona di media statura di circa metri 1,70 di altezza, tessuta con fibre di maguey, come ancora oggi si usa in Messico. L'ayate, ossia la tilma indigena, era strettamente vincolato alla persona stessa, anzi la rappresentava. Non ci sono segni di rotture o riparazioni. E’ straordinario che sia potuta conservarsi fino ad oggi (normalmente ha una durata di trentaquarant'anni). Nel secolo XIX si sparse accidentalmente sopra l'estremo superiore destro dell'ayate una soluzione concentrata di acido nitrico, mentre alcuni operai stavano pulendo la cornice d'argento. La tela non andò distrutta e le macchie che ne risultarono stanno progressivamente scomparendo. Nel 1923 un terrorista fece esplodere una bomba di fronte all'altare, a pochi metri dall'immagine: i candelabri di metallo situati vicino alla cornice si deformarono, ma la tilma non subì alcun danno. In sé l'immagine rappresenta la Vergine Immacolata o Assunta. Padre Miguel Sanchez, che fu il primo a descriverla, vede in essa la « donna » di cui si parla nell'Apocalisse: incinta, coronata di stelle. Sta in piedi sopra quella che appare una mezza luna, ma è in realtà una cometa, simbolo di Quetzalcoatl. Tiene la testa devotamente inclinata verso destra, con le mani giunte all'altezza della cintura. Ha un volto bellissimo, grave e nobile, un poco moreno. L'immagine è tutta illuminata dai raggi del sole. La Madonna indossa una tunica talare di color rosato con disegni in oro - soprattutto motivi floreali e in particolare fiori aztechi - che risaltano sopra il colore. Porta al collo, a mo' di spilla, una giada, simbolo della vita presso gli aztechi, al centro della quale compare una croce cristiana, ma può essere anche il quicunce, simbolo di Quetzalcoatl. Sotto la tunica colorata se ne nota una bianca. Il manto è celeste: le copre tutta la testa senza nascondere il volto, scendendo fino ai piedi. E’ tutto rifilato in oro ed è seminato di stelle. Tutta la figura è come sorretta da un angelo, che « sembra molto contento di condurre sulle sue ali la Regina del cielo ». L'immagine non corrisponde allo stile della pittura europea del secolo XVI e, in essa, si possono identificare numerosi elementi che ricordano i codici indigeni. Uno studioso osserva che sicuramente la Signora viene dal cielo: i raggi del sole la circondano attraversando le nubi, le stelle adornano il suo manto e i suoi piedi poggiano su una cometa. Viene da oriente e pone in ordine il cosmo: diversamente non sarebbe possibile che gli astri appaiano uniti. Viene a porre termine alla lotta astrale immaginaria: la Vergine può mantenerli in perfetto equilibrio. I corpi celesti non sono dèi, ma creature sottomesse a un ordine superiore. Non muore il Quinto Sole azteco, ma la Vergine di Guadalupe annuncia un nuovo Sole di giustizia e santità: Cristo. Dalla posizione delle mani e dal capo inclinato, possiamo dedurre che la Vergine riverisce Qualcuno più grande di lei. Il manto, simbolo del cielo e del potere, la copre completamente ed è dello stesso colore di quello che portavano i re aztechi (tlatoani). D'altra parte la Signora appartiene alla terra, come indica il colore della tunica: rosato come l'aurora nella Valle di Messico. L'abito è disseminato di fiori aztechi. Il Tepeyac, infatti, è ormai un luogo trasformato da arido e roccioso in verdeggiante e fiorito, grazie a un benefico influsso che viene dal cielo, rappresentato dal manto. La Vergine e madre, Regina del cielo e della terra, porta rispetto a un Essere superiore, al suo stesso Creatore, come ci è indicato dalla posizione delle mani e dal capo inclinato. Intorno alla famosissima immagine sono stati compiuti studi scientifici approfonditi, tra qui quello del Premio Nobel per la Chimica 1938, Richard Kuhn, che nel 1936, prendendo in esame alcuni fili del tessuto, analizzò la sua proprietà di essere resistente alla polvere: giunse alla conclusione che i colori dell'immagine non appartengono né al regno animale né a quello vegetale né a quello minerale. Dobbiamo comunque tener presente che alcuni elementi dell'immagine sono stati aggiunti o ritoccati, a partire dal secolo XVII. Anche scienziati della NASA si sono occupati dell'immagine utilizzando la fotografia a raggi infrarossi, molto utile per individuare eventuali ritocchi, e hanno formulato le loro ipotesi:

1. La figura originale comprende la tunica rosa, il manto azzurro, le mani, il volto e il piede destro. Di queste parti rimane inspiegabile il tipo di pigmenti cromatici utilizzati, così come il persistere della luminosità dei colori a più di 450 anni di distanza, tenuto conto anche delle condizioni in cui fu conservata l'immagine per più di un secolo, esposta all'umidità dell'angusta cappella, al fumo delle candele, nonché alla devozione dei fedeli, che potevano avvicinarsi, toccarla e baciarla.

2. La figura originale non accenna a scolorirsi né presenta screpolature in nessuna parte dell'ayate che, mancando di preparazione, dovrebbe essersi deteriorato da almeno cent'anni. Il fatto che l'ayate non sia stato trattato in alcun modo prima dell'uso, rende inspiegabile, alla luce delle attuali conoscenze scientifiche, che i coloranti si fissino e si conservino in una trama tanto inadeguata. Non s'incontrano tracce d'abbozzo: l'immagine risulta sconosciuta nella storia della pittura. E insolita, incomprensibile e irripetibile.

3. In seguito, forse già nel secolo XVI, mani umane apportarono le prime modifiche. Nel secolo XVII, dopo l'inondazione del 1629, l'immagine fu trasferita nella cattedrale di Città di Messico e si rese probabilmente necessario un restauro della parte inferiore della tilma per coprire la parte danneggiata dall'acqua o comunque annerita dall'accumularsi della polvere o dal fumo delle candele. Recentemente uno studioso, Rodrigo Franyutti, ha affermato, dopo aver esaminato alcune fotografie, che il volto è stato vistosamente ritoccato, reso più scuro e più duro nei lineamenti, tra il 1926 e il 1930. Non mancano comunque voci che si sono levate per affermare che l'immagine non ha subito alcuna modifica, come si legge in uno studio del 1945, in cui si ribadisce che la tecnica pittorica della Guadalupana non è comparabile a quella dei più grandi capolavori.

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