Maria a Medjugorje Messaggio del 29 dicembre 1984:Oggi è la festa della vostra madre di bontà, d’amore e di misericordia. In questo giorno vi do una benedizione speciale che non ho mai dato a nessuno prima d’ora. Accoglietela, non trascuratela. Desidero così che in voi fiorisca un grande amore e una grande pace.

VANIGLIA!




Ecco quanto mi raccontò un'ottima persona la quale credeva, recitando alla Grotta parecchi Rosari seguiti da almeno altrettante litanie, di avere nell'anima una fede capace di strappare al Cielo dei miracoli.
Ero venuto a Lourdes unicamente per ottenere une grande grazia e vi arrivai con la ridicola pretesa del Fariseo, persuaso che la Vergine non deve nulla rincurare a chi La implora a gran voce.
Nella mia presunzione, andavo ancor più in là dell'orgoglio giudeo, di cui conoscevo la storia, senza peraltro ricordarmi della dura lezione che aveva punito il suo orgoglio.

Ero convinto che la Provvidenza doveva ascoltare le mie suppliche, anche quelle innalzate a Dio solo a fior di labbra, senza umiltà. Più ancora: doveva esaudirmi senza indugio e rispondere sollecita alle mie impazienti implorazioni. Ero d'altronde convinto che gli altri non sapevano pregare; e che raramente i cristiani conoscono il sistema di forzare la grazia e di riceverne a profusione gli eccezionali benefizi. Lunghe suppliche e vane attese!
La Madonna rimaneva sorda alle mie invocazioni e il Suo sorriso, a cui ciascuno lega i propri desideri e i sogni, pareva, per me, tutta una dolce, ma deludente ironia.

Dopo quindici giorni, mi sentivo scoraggiato, umiliato anche, e perfino convinto dell'inutilità dei miei sforzi. La Signora di ogni misericordia mi teneva il broncio. La sua bontà era impenetrabile alle mie istanze. Avevo un bel ripeterLe che la grazia implorata era preziosa perché dopo tutto si trattava della salvezza di un altro impantanato in cattiva strada e che mi ero impegnato di strapparlo da tale carreggiata: la mia domanda urtava contro le dure pareti della roccia miracolosa e mi ritornava inesaudita, tagliente al mio amor proprio, sfibrando la mia perseveranza. Allora, a mia volta, povero ignorante delle cose divine, miei il broncio alla Miracolosa e per provarLe il mio risentimento, rimasi tre giorni senza farmi vedere alla Grotta.

« Vaniglia! Chi vuole vaniglia?! ».
Queste grida, che da principio mi avevano divertito, finirono col darmi stranamente sui nervi. Tutti sanno che ogni pellegrino prima di entrare nel recinto dei Santuari, deve sopportare senza proteste tale scarica di venditori, le cui grida si rovesciano senza pietà dai lati di ogni strada sui passanti.
Non che vi sia in questo qualcosa di offensivo: ognuno è libero di accoglierle con un vago rifiuto o con una sdegnoso alzar di spalle. Per mio conto invece, non intendevo così la libertà di cui abbiamo diritto in istrada: una sera, più ringhiosa del solito, mandai alla malora, piuttosto villanamente, il vagabondo, sempre lui, che mi perseguitava, quasi all'ossessione.
Cosa strana! Al mio gesto brutale, seguito da parole assai scortesi, egli rispose scontentante:
« Ebbene, signore mio, sarà per domani. lei pure a cascarci come tutti gli altri ».
« Ah! questo poi no! no e no! ». Ma finirà
Sono convinto di averlo perfino ingiuriato nella mia esasperazione: impassibile, col sorriso di chi non si abbatte per il cattivo umore dei passanti ne per altro, egli mi salutò a bassa voce quasi scherzando: «Le riserverò per domani la vaniglia più bella, la migliore e... la più cara ».

L'indomani, per prudenza, cambiai strada e mi incamminai verso il Santuario dal vialone esterno. Figurarsi! Come se avesse presagito la mia tattica di fuga, il mio persecutore si trovava proprio là a sbarrarmi l'ingresso. « Chi vuole vaniglia?! ».
Volsi altrove la testa, ma le orecchie non me le potevo turare. E la voce irritante mormorò, dolce, rassicurante, affettuosa: « Allora oggi, signore? ».

Affrettai il passo; ma sentivo ancora il timbro della sua voce forte e terribile, che mi perseguitava, mi assillava con le sue offerte: «Ecco la. vaniglia, la più bella e la più buona!». Si continuò così due giorni; malgrado però io prendessi ogni cura per sfuggirlo, quell'uomo, dal fiuto da Indiano, riusciva sempre a trovarmisi di fronte nel momento preciso del mio passaggio. « Vaniglia! Vaniglia! Vaniglia! ».

Stava diventando la mia ossessione, il mio incubo, il mio odio. E ciò che mi irritava fino all'esasperazione nel suo atteggiamento, era quel continuo sorriso, che illuminava di giovialità la sua maschera rugosa. Un giorno finalmente, stanco di lottare; desideroso di avere, sia pure a caro prezzo, la pace che indovinavo ormai impossibile senza una umiliante capitolazione, mi fermai davanti all'ostinato persecutore, che' non mi lasciava un istante: « Quanto? » chiesi.

Estrasse dalla sua scatola di latta un involto di lunghi bastoncini di vaniglia, che profumò ogni cosa. L'affare fu presto concluso: ero così stanco! Mi parve del resto che la merce era eccellente e l'uomo più onesto di quanto non mi fossi immaginata. Me ne andai, libero, libero finalmente, salvo!
Ma ecco che vagando per l'Esplarnade mi colpì d'un tratto uno strano pensiero: « Ho ceduto! Perché? Perché quel vagabondo mi ha importunato fino ad ossessionarmi. Instancabile, paziente, ostinato, egli mi ha seguito con accanimento, sapendo che ogni resistenza si spezza di fronte a una volontà ostinata ».
La conclusione di questa insignificante, banale avventura mi portò, senza avvedermene, alle alte considerazioni che suggerisce il Vangelo: non ha forse insegnato il Cristo che i favori più insigni sono concessi a chi li sollecita ostinatamente, fino all'indiscrezione?

Sentivo lontana la voce del mercante di vaniglia, che tormentava i passanti. Ed avendo compreso la sua lezione di costanza e di fiducia, andavo dicendomi: « E come?! Lo sforzo quotidiano che quell'uomo fa per guadagnarsi il pane, tu non lo vorresti tentare, con eguale tenacia, per ottenere la grazia che tanto brami? ». Da quel giorno ricominciai umilmente la recita dei miei Rosari alla Grotta, e ogni sera, sentendomi inesaudito, ripetevo inconsciamente alla Vergine la parola insinuante del mercante di vaniglia: Vi riservo per domani la più bella e la migliore.

Tutto questo continuò per tre settimane e partii ne umiliato, né disperato dal persistente rifiuto della Vergine. Nella mia ultima visita, con una serenità d'animo di cui prima mi credevo davvero incapace, La salutai in questi termini: « Siete immensamente buona, ma la Vostra bontà si manifesta sovente in un modo che sfugge alle nostre previsioni umane. La Vostra volontà è quella di Dio e i nostri poveri cervelli umani non possono ne indovinarla, ne capirla. Fate ciò che vi sembra bene; ma sono sicurissimo che, presto o tardi, salverete l'anima per la quale Vi ho fino adesso supplicato. Ho messo nelle mie preghiere un'insistenza che mi pareva passasse i limiti. Oggi so che non basta ancora... Continuerò per settimane, mesi, anni se fosse necessario, fino all'indiscrezione e non farò ritorno qui, se non per cantare il Magnificat di ringraziamento per la grazia ottenuta, che voi ritardate solo per provarmi. Vedremo chi di noi due si stancherà per il primo! ».

Quest'anno sono tornato. Portavo con me un ex voto, che non andrà ad ingombrare le mura della Basilica. Un semplice biglietto, listato a lutto, che mi inviava la sposa dell'amico, tornato a Dio miracolosamente tre giorni prima di morire: Mio marito è appena spirato fra le braccia del Sacerdote, da lui chiamato perché lo aiutasse « tornare a Dio. Donde gli è venuta questa grazia preziosa? Qualcuno deve aver molto pregato per lui ».
Dopo aver recitato sommessamente il Magnificat e consegnato alla Vergine quella lettera, che è un'altra perla della Sua corona miracolosa, feci ritorno a casa mia.

Al solito posto, infaticabile, ostinato disturbatore ho ritrovato il mio mercante di vaniglia che assaliva i passanti: senza che egli potesse indovinare il perché, forse anche senza che egli mi riconoscesse, gli strinsi calorosamente le mani.

Fonte: libro: Campane di Lourdes

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