Maria a Medjugorje Messaggio del 2 gennaio 2012:Cari figli, mentre con materna preoccupazione guardo nei vostri cuori, vedo in essi dolore e sofferenza; vedo un passato ferito e una ricerca continua; vedo i miei figli che desiderano essere felici, ma non sanno come. Apritevi al Padre. Questa è la via alla felicità, la via per la quale io desidero guidarvi. Dio Padre non lascia mai soli i suoi figli e soprattutto non nel dolore e nella disperazione. Quando lo comprenderete ed accetterete sarete felici. La vostra ricerca si concluderà. Amerete e non avrete timore. La vostra vita sarà la speranza e la verità che è mio Figlio. Vi ringrazio. Vi prego: pregate per coloro che mio Figlio ha scelto. Non dovete giudicare, perché tutti saranno giudicati.

Jim Caviezel: Ho prestato il mio volto a Gesù Cristo




Era presente la scorsa estate a Medjugorje per raccontare ai giovani accorsi per il festival la sua incredibile avventura: quella di prestare il suo corpo a Gesù Cristo per un film che sarebbe stato visto da quaranta milioni di persone in tutto il mondo (tanti gli spettatori fino alla Pasqua; un cifra tuttavia destinata sicuramente a salire). Ancora non si sapeva che tutto il mondo avrebbe parlato dell’evento straordinario che l’aveva coinvolto; e proprio lì, nella terra benedetta, Jim Caviezel ha presentato ai giovani quello di cui i giornali e i media, i teologi e la gente comune, i credenti e gli agnostici, i cristiani e gli ebrei, e molti altri ancora avrebbero scritto, parlato, discusso e dissertato… Chi a favore, chi contro; chi ammirato, chi disgustato; chi confermato nella propria fede, chi disturbato da una verità che svela la propria menzogna.

Insomma, il film “La Passione di Cristo” è stato e continua ad essere sulla bocca di tutti. “Sono arrivato a questa parte attraverso Medjugorje, attraverso la Madonna. Durante la preparazione ho utilizzato tutto quello che Medjugorje mi ha insegnato”, racconta il protagonista in un’intervista. “Il regista, Mel Gibson, ed io andavamo insieme alla Messa ogni mattina. Nei giorni in cui non potevo andare, facevo almeno la comunione. Avevo sentito dire che il Papa si confessava tutti i giorni e pensai che anch’io dovevo confessarmi più spesso. Non volevo che Lucifero potesse esercitare un controllo su quello che facevo. Per questo ho anche digiunato…”

La corona del rosario tra le mani nella pausa delle riprese, l’Eucaristia quotidiana che ogni mattina si celebrava sul set, le reliquie dei santi e della Croce cucite nella tunica: “Il veggente Ivan e sua moglie Laureen mi hanno dato un pezzettino di Croce. La porto sempre con me. Proprio per questo sui miei vestiti è stata realizzata una speciale tasca. Porto con me anche le reliquie di Padre Pio, di s. Antonio di Padova, di s. Maria Goretti e di s. Denis, il protettore degli attori”.

Questi gli strumenti con i quali Jim ha affrontato il ruolo impegnativo degli ultimi istanti di Cristo in terra, l’Ora della sua Passione. “Credo che questo film sia stata anche la mia passione”, continua l’attore americano. “Ho dovuto lottare contro il freddo, contro i crampi, contro il mal di testa che mi procurava la corona di spine. Ho dubitato della mia fede… Poi ho capito che non avrei potuto rappresentare il dolore senza soffrire veramente…”

Sebbene sia stato già utilizzato moltissimo inchiostro a commento di questo film e si rischia di apparire ripetitivi, non potevamo tacere queste parole. Perché è doveroso sottolineare la tonalità di fede con il quale questo film è stato pensato, affrontato e vissuto dai protagonisti, che non potevano rimanere estranei allo spessore di vita che tutto questo comportava. Una troupe e un cast multiformi, composti da gente di diversi paesi e convinzioni: “È un film che inneggia all’amore, alla tolleranza… Non ho avuto un momento di esitazione” racconta l’attore. “Gibson più volte mi ha detto che rischiavo, che c’era la possibilità che dopo questo film nessuno mi avrebbe fatto più lavorare a Hollywood. Gli ho risposto che ero un credente e che tutti devono portare una croce… Non avevo idea di quanto avrei dovuto pregare durante il film per riuscire a mantenere la prospettiva giusta… Pregavo anche che dietro il trucco gli spettatori non vedessero più me ma il volto del Messia, di Gesù Cristo”.

Il fascino di Gesù è indiscusso. Quasi tutti, da duemila anni, si sentono in qualche modo attratti da Lui, sebbene l’uomo si arroghi costantemente il diritto di stabilire come Dio debba mostrarsi al suo cospetto. Anche questa volta Cristo è stato “pietra d’inciampo” per chi si è sentito interiormente provocato a rispondere all’evidenza che il Figlio di Dio si è fatto carne, e che ha sopportato umilmente una crudele passione pur di consumare fino in fondo il proprio sacrificio da offrire al Padre.

Troppa violenza, troppo sangue, troppo di tutto, è stato detto. Il fatto è che ancora una volta la Verità ha operato una divisione, non tanto nelle menti, quanto nei cuori. Di fronte a questo estremo atto di amore, l’uomo si chiede se accettare un “fallito”, distrutto nel corpo e annoverato tra i malfattori, o se invece desidera per sé un Dio ideale, operatore di miracoli, panacea per tutti i nostri mali e pronto esecutore di ogni nostra richiesta. In sostanza, un Dio-caramella… La paura di essere noi stessi coinvolti ci fa indietreggiare e preferiamo sublimare l’idea della redenzione per sfuggire al pericolo di essere chiamati a farne parte, a versare cioè noi stessi il sangue per “completare nella carne quello che manca ai patimenti di Cristo” (cfr. Col 1,24).

Allora si accusa: il film non è fedele al vangelo, non è un trattato teologico, non rispetta gli ebrei, non… No, il film non è quello che noi vogliamo che sia, ma ha il merito di mostrare a tutto il mondo, a forti tinte, l’amore di Cristo per noi, che resiste fino all’ultimo respiro all’attacco del Maligno rifiutando di usare il male per difendersi: “Maltrattato, si lasciò umiliare e non aprì la sua bocca; era come agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori, e non aprì la sua bocca” (Is 53, 7). Fece quindi ciò che dovremmo fare anche noi, come suggerisce s. Paolo: “Non lasciarti vincere dal male, ma vinci con il bene il male” (Rm 12, 21). Non è un film da guardare, è un’esperienza viva che si fa contemplare, che ti chiude la bocca e che si colloca dentro di te per poi riemergere pian piano, dispiegando i diversi piani di lettura di quel tremendo e santo venerdì di Passione.

Il tradimento dei compagni di Gesù, l’intima unione con la Madre Maria, il duello combattuto con il vero responsabile del crimine - satana… “Una delle cose che spero maggiormente per questo film” confessa il regista, “è che quando il pubblico uscirà dalla sala, avrà il desiderio di porsi più domande”. Egli stesso ha voluto “firmare” il film in un modo originale: era di Mel Gibson la mano che conficca il chiodo nel palmo di Gesù. Un modo per “firmare” anche la sua morte, come per dire: anch’io l’ho crocifisso. Molto ha contribuito a fare di questo film un capolavoro: la fedeltà ai vangeli, arricchita da alcuni elementi estratti dalle visioni della mistica Anne Catherine Emmerich, vissuta alla fine del ‘700; le atmosfere create da luci e colori, ispirati alle tele del Caravaggio; l’uso delle lingue del tempo di Gesù - l’aramaico e il latino - che hanno reso la visione ancora più realistica e pregnante; la bravura degli attori, catturati in un ruolo che ha sorpreso loro stessi… “Sul set - ha scritto Vittorio Messori - è avvenuto assai più di quanto non si sappia, molto resterà nel segreto delle coscienze: conversioni, liberazioni dalle droghe, riconciliazioni tra nemici, abbandono di legami adulterini, apparizioni di personaggi misteriosi. Due fulmini si sono abbattuti sul set, di cui uno ha colpito la croce…”.

Non è nato per riscuotere successo, ma per scuotere le coscienze. Hanno tentato di bloccarlo sul nascere scatenando polemiche di ogni genere, ma forse, nel silenzio dei cuori sta facendo nascere nuovi uomini alla fede. “Ogni spettatore - scrive Andrea Morigi - conserva tutta la libertà del suo punto di vista. Scena dopo scena, a mano a mano che Cristo si trasforma nell’uomo della Sindone, si può guardarlo come Giuda, disperato per averlo tradito, oppure prenderlo per matto, il che non esclude la possibilità di fustigarlo e inchiodarlo alla croce. Oppure soffrire con lui. I personaggi della narrazione coprono già tutta la gamma degli atteggiamenti e delle reazioni possibili…”. È quello che afferma la moglie del protagonista, frequente pellegrina anche lei a Medjugorje: “Quando ho visto per la prima volta la croce su di lui, truccato, non sembrava mio marito, ma Gesù. Era così realistico che sembrava davvero di vedere il Cristo: alcuni erano pieni di rispetto, altri indifferenti ed altri ancora lo prendevano in giro. È accaduto ad entrambi: abbiamo capito nel nostro piccolo come poteva essere…”. Al di là dei commenti e delle critiche, delle approvazioni o delle accuse, vediamo come il Crocifisso ancora oggi non ci “lascia in pace”. E meno male, così che sconvolgendo i nostri schemi e le nostre aspettative Egli possa creare in noi lo spazio per la pace vera. Quella che nasce dalla Verità e dall’Amore, e non dalle idee.

Stefania Consoli

Fonte: Eco di Maria nr.175

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