Maria a Medjugorje Messaggio del 25 settembre 2002: Cari figli,anche in questo tempo di inquietudine vi invito alla preghiera. Figlioli, pregate per la pace affinché nel mondo ogni uomo senta l'amore per la pace. Soltanto quando l'anima trova la pace in Dio si sente contenta e l'amore scorrerà per il mondo. E in modo speciale, figlioli, siete chiamati a vivere e a testimoniare la pace, pace nei vostri cuori e nelle famiglie, e attraverso voi la pace scorrerà anche per il mondo. Grazie per aver risposto alla mia chiamata.

La purezza per il Regno dei Cieli





1 - Chi sono i puri di cuore
Un giorno Gesù, visto che una grande moltitudine era venuta per ascoltare la sua parola, salì su un’altura e alla folla che Io circondava rivolse il celebre discorso della montagna o delle beatitudini, compendio e proclama di tutta la vita cristiana.
Immaginate Gesù, lassù, attorniato dagli apostoli e dalla folla. Tutti sono là, in silenzio, e pendono dalle labbra del Divino Maestro, per non perdere neppure una sillaba di quello che dirà.
Gesù con la sua solita calma e serenità incomincia.


1. “Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli.
2. “Beati gli afflitti, perché saranno consolati.
3. “Beati i miti, perché erediteranno la terra.
4. “Beati quelli che hanno fame e sete di giustizia, perché saranno saziati.
5. “Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia.
6. “Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio.
7. “Beati gli operatori di pace, perché saranno chiama ti figli di Dio.
8. “Beati i perseguitati per causa della giustizia, per ché di essi è il Regno dei Cieli” (Mt. 5, 3-10).



Abbiamo sentito: è Gesù che parla, dunque ogni parola che esce dalla sua bocca è verità. Questa volta ci ha detto tante cose. Consideriamo pertanto una beatitudine alla volta, dando la precedenza alla sesta:
Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio” (Mt 5,8).
Ma perché tale scelta di precedenza? Perché la purezza, specialmente ai nostri giorni, è una virtù poco conosciuta, la più trascurata, la più oltraggiata e, tal volta, addirittura anche derisa.
È necessario che la purezza occupi in mezzo al Popolo di Dio il posto che le spetta. La virtù regina della vita cristiana è la carità: amare Dio per Se stesso e il prossimo per amore di Dio. La purezza è quella virtù che prepara e dispone il cuore dell’uomo ad amare Dio e il prossimo come devono essere amati.
(Cfr. C.C.C. 1716 - 1729).
1) Per capire questa beatitudine di Gesù, per capi re chi siano i puri di cuore, prima di tutto è necessario comprendere il significato di alcuni termini, relativi a questo argomento.
1 - La purezza (o purità) è la virtù che regola la condotta dell’uomo di fronte alla vita sessuale e di tutto ciò che sta in rapporto con essa, secondo principi dettati dalla natura umana stessa e, soprattutto, dall’insegnamento di Cristo e della Chiesa. La purezza, per tanto, comprende la castità e la pudicizia.
2 - La castità è quella virtù morale che inclina l’uomo a moderare l’uso e l’appetito della dilettazione venerea secondo le norme della retta ragione.

A questa norma naturale, che regola l’uso della facoltà procreativa entro i limiti del suo fine, si aggiunge, nella fede cristiana, la considerazione della dignità del corpo umano, che, per il Battesimo, è stato elevato a membro di Cristo e tempio dello Spirito Santo (cfr. lCor6, 15-20).
L’oggetto materiale di questa virtù è l’atto ed il piacere sessuale propriamente detto, mentre la pudicizia si riferisce agli atti periferici.
Come ogni virtù, la castità comporta una facilità nell’esercizio dei suoi atti; l’astensione dunque di un uso illecito del piacere sessuale con grandi sforzi, non è ancora la virtù della castità, ma semplicemente continenza.
La castità si divide in perfetta ed imperfetta:
- La castità perfetta è quella nella quale ci si astiene non solo da un uso illegittimo del piacere venereo, ma anche da quello legittimo nel passato e nel presente con il proposito, con o senza voto, di mantenere questo stato anche nel futuro.
- La castità imperfetta è quella nella quale ci si astiene da un uso illegittimo del piacere venereo, senza escludere un uso legittimo sia nel presente, nei coniugi, sia futuro nei fidanzati, sia passato nei vedovi.

3 - La pudicizia è la virtù che inclina l’uomo ad evitare tutte le azioni e cose che offendono il pudore sessuale (viene scambiata anche con la modestia).
(Cfr. C.C.C. 2521 - 2527).
Essa ha come oggetto non l’atto sessuale in se stesso — che è proprio della castità — ma tutte le azioni che hanno con questo una certa affinità, ne formano il complemento, in quanto, per loro natura, tendono ad eccitare commozioni veneree, come sono gli sguardi morbosi (colui che conserva la pudicizia nello sguardo si dice anche che conserva la modestia degli occhi), i toccamenti, i baci e gli abbracci sensuali, i discorsi osceni, ecc. Tutti questi atti entrano nella sfera dell’impudicizia e portano facilmente alla lussuria, cioè all’at to sessuale completo che è, come si è detto sopra, oggetto della castità.
Per questa ragione la pudicizia non è una virtù distinta dalla castità, ma è la castità applicata a regola re quanto attiene alla periferia del suo proprio oggetto, cioè l’atto sessuale completo.

4 - La verginità, in genere, è l’immunità da ogni peccato mortale contro la castità in passato, al presente e con il proposito di conservare questo stato anche nel futuro, escludendo anche il matrimonio e il suo uso.

Si distingue una triplice verginità:
I. La verginità puramente fisica è quella della donna che ha conservato l’integrità corporale. Questa ha una relazione soltanto accidentale con la virtù in quanto da essa viene custodita, ma, per sé, la virtù può esserci anche senza verginità fisica (se è andata perduta per cause fuori dell’atto sessuale o contro la volontà e può mancare con essa se è rimasta intatta nonostante l’atto sessuale completo volontario).


II. La verginità materiale o naturale, quella cioè che fornisce la materia della virtù della verginità, è l’immunità da ogni peccato mortale contro la castità, escludendo anche il matrimonio e il suo uso.

III. La verginità formale è l’immunità da qualsiasi peccato mortale esterno ed interno contro la castità e cioè contro il 6° ed il 9° comandamento, in un soggetto vergine, nel presente e nel futuro ed esclude anche l’intenzione seria di sposarsi e di usare il matrimonio. Alla verginità formale infatti non si oppone il matrimonio, ma il suo uso; per es. Maria SSma fu sempre vergine anche se sposata.

Si può distinguere ancora un ‘altra triplice verginità: la verginità davanti a Dio, davanti alla Chiesa e davanti agli uomini.
I. La verginità davanti a Dio si perde:

a) nella donna: esternamente, con un qualsiasi peccato mortale contro il 6° comandamento con o senza rottura dell’imene e con l’uso del matrimonio; interna mente, con un qualsiasi peccato mortale contro il 9° comandamento e con l’intenzione di sposarsi e di usare il matrimonio;

b) nell’uomo: esternamente, con un qualsiasi peccato mortale contro il 6° comandamento e con l’uso del matrimonio; internamente, con un qualsiasi peccato mortale contro il 9° comandamento e con l’intenzione di sposarsi e di usare il matrimonio.
Si dice che uno possiede 1’ “Innocenza Battesimale”, quando nella sua vita non commise nessuna colpa grave né con le opere né con i pensieri.

II. La verginità davanti alla Chiesa:

a) La donna rimane vergine finché non è stata violata la sua integrità corporale (o l’imene) con un atto coniugale volontario (o copula).

b) L’uomo rimane vergine finché non ha avuto un rapporto intimo sessuale consumato volontario con una donna (o copula).

III. La verginità davanti agli uomini (cioè quando si può costatare):

a) La donna è vergine solo quando ha conservato l’integrità corporale (o imene).
b) Nell’uomo non è possibile costatare la sua verginità.

5 - La temperanza, è una virtù cardinale che consiste nel moderare, entro i limiti del lecito e nella giusta misura, i nostri istinti verso i piaceri che accompagna no il mangiare e il bere (per la nostra conservazione) e gli atti sessuali (per la conservazione della specie).
L’oggetto primario della temperanza sono i piaceri del gusto e del tatto.
L’oggetto secondario tutti gli atti che hanno qual che connessione con questi piaceri.

2) Chiariti i termini principali relativi a questo tema, passiamo a vedere chi sono i veri puri di cuore della beatitudine evangelica.

1 - Sono puri di cuore del Vangelo, in senso stretto e come viene comunemente inteso, tutti coloro che — uomini e donne — si astengono da qualsiasi specie di peccato sessuale proibito dal 6° e dal 9° comandamento, per amore di Gesù Cristo, Figlio di Dio, per la conquista del Regno dei Cieli.
I veri puri di cuore esercitano la castità e la pudicizia nello stato in cui si trovano (cfr. C.C.C. 1618 - 1620).
Coloro che hanno avuto da Dio il dono di capire la preziosità e la bellezza della purezza, hanno l’accorgi mento di evitare anche le occasioni remote, per sé indifferenti, di trasgredire tale virtù, vivendo nella santa temperanza; non solo, ma usano anche abbondantemente tutti quei mezzi che Gesù ha messo a nostra disposizione: preghiera, uso frequente dei sacra menti, meditazione, mortificazione, vigilanza ecc., per conservare nel proprio essere sempre incontaminata la bella virtù che, a ragione, è stata simboleggiata con il candore del giglio.
Il più alto grado di purezza si ha nella verginità formale davanti a Dio. Ma non è necessario raggiungere il massimo grado per essere puri di cuore. In tutti gli strati sociali lo si può essere: Vescovi, sacerdoti, religiosi, fidanzati, sposati, vedovi, persone non vincolate dal matrimonio; e in tutte le età.
Si deve però qui ricordare quanto insegna, a questo proposito, il Concilio di Trento, il quale afferma: “Lo stato di verginità e di celibato è superiore a quello coniugale: è cosa migliore, infatti, e più felice rimane re nella verginità e nel celibato che unirsi in matrimonio” (Cfr. Conc. Trid., sess. XXIV, can. 10, DS. 980).
A questo riguardo è opportuno tenere presente anche quanto dice Gesù: “I discepoli gli dicono: ‘Se la condizione dell’uomo con la donna è così, non conviene sposarsi’. Ed egli rispose loro: ‘Non tutti comprendono questo linguaggio, ma soltanto coloro ai quali è concesso. Infatti, ci sono degli eunuchi che sono nati così dal seno della madre, e vi sono eunuchi che sono stati evirati dagli uomini, e ci sono eunuchi che si sono resi tali da sé per amore del Regno dei cieli. Chi può comprendere, comprenda!” (Mt. 19, 10-12); è opportuno considerare anche quanto dice S. Paolo (ICor. 7, 25-40).
Si devono inoltre fare altri rilievi. Per appartenere alla categoria dei puri di cuore della beatitudine evangelica, non basta solo la purezza, ma bisogna tenere presente il fine per cui ci si conserva puri: l’amore di Gesù Cristo, riconosciuto Figlio di Dio e la costante tensione al Regno dei Cieli, da possedere, dopo la morte; la contemplazione di Dio, Uno e Trino, per tutta l’eternità.
Non si possono dire veri puri di cuore del Vangelo coloro che si astengono da qualsiasi specie di impurità contro il sesto ed il nono comandamento, perché, essendo anormali, non sentono alcuna inclinazione alla sessualità o perché hanno paura delle malattie o per qualsiasi altro motivo umano e naturale.
Ciò che determina la purezza evangelica è il fine per cui uno si conserva puro e cioè l’amore per Gesù Cristo, Figlio di Dio, per ottenere il Regno dei Cieli, il Paradiso, dopo la morte.
Sono puri di cuore in senso largo, e in una maniera più completa, tutti coloro che si sforzano di conservare la propria anima immune da qualsiasi specie di peccato, cercando di essere fedeli ai propri doveri verso Dio, verso se stessi e verso il prossimo, assumendo con diligenza gli impegni del proprio stato, evitando qualsiasi forma di falsità e di ipocrisia, mantenendo sempre la trasparenza della propria anima e avendo di mira in tutto solo l’amore di Dio.

2 - Perché il Signore dice “beati i puri di cuore” e non dice “beati i puri di corpo?”

E’ chiaro che con questa espressione Gesù intende una purezza totale e completa di corpo e di spirito: in altre parole Egli chiede la perfetta osservanza del sesto e del nono comandamento e l’esercizio delle altre virtù.
La risposta a questo interrogativo ce la dà Gesù stesso: “Dal di dentro, infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono le intenzioni cattive, fornicazioni, furti, omicidi, adulteri, cupidigia, malvagità, inganno, impudicizia, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. Tutte queste cose vengono dal di dentro e contaminano l’uomo” (Mc. 7,21).
Abbiamo imparato a conoscere chi sono i puri di cuore del Vangelo: facciamo in modo di essere anche noi tra questi; sforziamoci di raggiungere il grado di purezza più alto possibile, disponendo il nostro spirito all’incondizionato amore di Gesù Cristo, Figlio di Dio: così Egli vuole essere amato.
Percorrendo questo cammino di fede e di amore fattivo, meriteremo di possedere la beatitudine pro messa da Gesù Cristo e di vedere Dio non solo nella manifestazione del suo Creato ma anche e, soprattutto, faccia a faccia, in cielo e per tutta l’eternità. (Cfr. C.C.C. 2517-2519).

2 - Il sesto comandamento (Non commettere atti impuri)
Il sesto comandamento ci proibisce:
di commettere atti impuri di qualsiasi specie; di metterci in occasione prossima di commetterli; Il sesto comandamento, inoltre, ci ordina di essere santi nel corpo e cioè di esercitare la virtù della castità.
Il sesto comandamento ci proibisce di commettere atti impuri di qualsiasi specie.
Prima di tutto cerchiamo di capire che cosa sia l’atto impuro.
L’atto impuro (o di lussuria o venereo o sessuale) è l’eccitazione degli organi sessuali, prodotta, con piena Coscienza e volontà, in qualsiasi maniera, in modo tale da provocare l’effusione del seme (polluzione) nell’uomo o del liquido ghiandolare nella donna.
Chi, con piena avvertenza della mente e deliberato consenso della volontà, compie un atto impuro commette un peccato mortale, poiché trasgredisce in maniera grave il sesto comandamento. Costui, infatti, si serve delle forze della vita non per il fine previsto dal Creatore — dare cioè la vita ad un’altra creatura — ma per il piacere egoistico personale. Il commettere un atto impuro significa anche compiere un furto al Creatore, il prendere per sé qualche cosa che non appartiene alla creatura.
Il corpo, infatti, (e tutta la persona) non è esclusiva proprietà dell’uomo: Dio glielo ha dato in prestito, per ché lo gestisca secondo determinate leggi delineate nei dieci comandamenti: è un capitale che l’uomo deve amministrare bene in questa vita, perché possa guadagnare la felicità eterna nel Paradiso.
Il rapporto sessuale è lecito solo al marito e alla moglie, validamente sposati, purché compiano l’atto coniugale rettamente e in nessun modo impediscano la concezione della prole. Non è lecito, pertanto, ad altre persone, compresi i fidanzati, i quali acquistano tale diritto soltanto dopo aver celebrato validamente il matrimonio.
Diverse sono le specie di peccati impuri.

1 - La masturbazione (o peccato solitario) è il peccato impuro commesso da soli.
2 - L’onanismo è il peccato impuro commesso dai coniugi che, nel rapporto coniugale, impediscono in qualsiasi maniera la concezione della prole, oppure fra un uomo e una donna, ma in forma contro natura.
3 - La fornicazione è il rapporto sessuale tra un uomo e una donna non sposati e liberi dai vincoli del l’Ordine Sacro o dei voti o della parentela.
4 - L’adulterio è il rapporto sessuale fra una persona sposata con un’altra, che non è il proprio coniuge sia mentre i rispettivi coniugi rimangono nel matrimonio sia divisi dal divorzio.
5 - L’incesto è il rapporto sessuale tra consanguinei o affini entro i gradi nei quali il matrimonio è proibito dalla Chiesa.
(Consanguinei = secondi cugini, cfr. can. 1091, par. 2. Affini = qualsiasi grado solo in linea retta, cfr. can. 1092.)
6 - Il sacrilegio è la profanazione di una persona consacrata a Dio con i voti religiosi o con l’Ordine Sacro mediante un peccato impuro.
7 - Lo stupro è il rapporto sessuale violento con una donna vergine (in senso stretto) o con una non vergine (in senso lato).
Per violenza si intende qui non solo quella fisica, ma anche quella morale e cioè contro sua volontà.
8 - Il ratto (o rapimento) è il trasportare violento di una persona da un luogo ad un altro con l’intento di commettere con essa un peccato impuro.
9 - La prostituzione è il prestarsi abitualmente per commettere atti impuri con tutti indistintamente e dietro pagamento.
10 - L’omosessualità (lesbismo o saffismo) è il peccato impuro commesso fra due uomini o due donne.
11 - La bestialità è il peccato impuro commesso con una bestia.
Chi compie con piena avvertenza della mente e deliberato consenso della volontà ciascuna delle sud dette specie di impurità commette un peccato mortale contro il 6° comandamento, ma il più delle volte, nello stesso tempo, secondo i casi, commette anche un altro peccato grave o contro la pietà (incesto) o contro la religione (sacrilegio) o contro la natura (sodomia e bestialità). Per es. chi commette un adulterio — commette un peccato mortale contro la giustizia verso il proprio marito (o la propria moglie) e un altro verso il marito (o la moglie) della persona, compagna di pecca to se questa è sposata.

2) Il sesto comandamento proibisce di metterci in occasione prossima di commettere atti impuri.
Abbiamo detto che commette un peccato mortale chi, con piena avvertenza e deliberato consenso, compie un atto impuro. Ora dobbiamo aggiungere che commette peccato mortale non solo chi compie un atto impuro, ma anche chi si mette, con grave temerarietà, in occasione prossima di compierlo.
Mettersi in occasione prossima di peccato equivale a porsi in situazioni e circostanze che, si prevede, con molte probabilità, possano indurre a cadere nel peccato impuro. Compiendo quindi determinate azioni, coscienti e volute, noi commettiamo peccato mortale, anche se poi, in realtà, il peccato impuro non ci sarà e commettiamo peccato mortale, perché noi siamo tenuti ad evitare non solo il peccato impuro direttamente, ma anche quelle azioni che indirettamente e prossimamente portano al medesimo.
Per es. se io so che leggendo un libro cattivo, mi eccito in modo tale che, con molta probabilità, cadrò nel peccato impuro, sono tenuto a non leggere quel libro, e se lo leggo, conoscendo il pericolo grave in cui mi metto, commetto un peccato mortale, anche se poi il peccato impuro non ci sarà.
Quello che si è detto per il libro cattivo vale anche per gli spettacoli immorali, per le figure pornografiche, per gli atteggiamenti poco corretti da soli o in compagnia, ecc.
Se le suddette azioni non diventano occasione prossima di peccato, ma solo remota, cioè si prevedo no solo scarse probabilità di cadere nell’atto impuro, allora il peccato non sarà più mortale, ma veniale o addirittura non sussisterà, secondo i casi, a meno che non ci sia stata l’intenzione di arrivare al peccato Impuro.
Le principali e più comuni occasioni o cause di caduta nel peccato impuro sono: gli sguardi; i toccamenti, i baci, gli abbracci; gli atteggiamenti scomposti, i cattivi compagni, i discorsi osceni, le immagini pornografiche, le letture e gli spettacoli immorali, l’ozio, l’intemperanza nel mangiare e nel bere, ecc.
Tutte queste occasioni o cause hanno una connotazione particolare in relazione alla sensibilità di ciascuna persona: non tutte producono gli stessi effetti in ogni individuo, per es. ciò che per uno potrebbe essere occasione prossima di peccato impuro, per un altro potrebbe diventare solo remota o addirittura non sussistere o quasi.
Ognuno conosce se stesso, la propria sensibilità e le proprie tendenze, perciò deve evitare le occasioni e le cause che, con maggior facilità, possano indurlo al peccato impuro.
Infine bisogna tenere presente che in tutte queste azioni, occasioni e cause deve sempre essere evitato lo scandalo, ossia il cattivo esempio verso coloro che per età o limiti intellettuali o morali potrebbero trarne conclusioni o comportamenti distorti.

3) Il sesto comandamento ci ordina:
Di esercitare la virtù della castità, che, anche se tal volta è difficile, è sempre possibile con l’aiuto del Signore.
Ci ordina di essere santi nel corpo, portando il massimo rispetto alla propria e all’altrui persona, che è tempio di Dio, tempio della SS. Trinità.
Rileggiamo i passi seguenti della Sacra Scrittura così chiari al riguardo: “Non sapete voi che siete tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi?” (1 Cor. 3,16).
“ Questa è la volontà di Dio, la vostra santificazione: che vi asteniate dalla impudicizia, che ciascuno sappia mantenere il proprio corpo con santità e rispetto, non come oggetto di passione e libidine, come i pagani che non conoscono Dio, che nessuno offenda e inganni in questa materia il proprio fratello, perché il Signore è vindice di tutte queste cose, come già vi abbiamo detto e attestato. Dio non ci ha chiamato all’impurità, ma alla santificazione. Perciò chi disprezza queste norme, non disprezza un uomo, ma Dio stesso, che vi dona il suo Santo Spirito” (lTs. 4,3-8).
“ Gesù gli rispose: ‘Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il padre mio lo amerà, e verremo a lui e dimoreremo in lui” (Gv. 14,2).


3 - Il nono comandamento (Non desiderare la donna d’altri)

Il nono comandamento
1- ci proibisce di desiderare la donna d’altri;
2 - ci ordina la perfetta purezza dell’anima.

1) Il nono comandamento ci proibisce di desidera re la donna d’altri.
L’espressione “non desiderare la donna d’altri” si deve intendere come la proibizione di qualsiasi specie di pensieri e desideri impuri, che, comunemente, vengono chiamati “pensieri cattivi”.
Il sesto comandamento, come già abbiamo visto, ci proibisce ogni specie di impurità nelle azioni e cioè nel corpo; il nono, invece, ci proibisce ogni sorta di impurità nei pensieri e nei desideri e cioè nello spirito, nell’anima.
Il pensiero impuro è la deliberata compiacenza di quelle azioni, che sono proibite nel sesto comandamento, rappresentate nella mente o nell’immaginazione, senza che vi sia la volontà di compierle.
Il pensiero impuro è peccato, perché ci si diletta di cose proibite dalla legge di Dio, e il peccato è della stessa gravità e della stessa specie dell’azione che ci si rappresenta nel pensiero e di cui ci si compiace.
il desiderio impuro acconsentito è la volontà di compiere quelle azioni che sono proibite nel 6° comandamento.
il desiderio impuro acconsentito è peccato della stessa gravità e della stessa specie dell’azione che si desidera compiere.
Non è in nostro potere impedire i cattivi pensieri:
essi sono infatti una conseguenza del peccato origina le, ma è in nostro potere ed è nostro dovere non accettarli. Altro è il sentire e altro è l’acconsentire. Si commette peccato solo quando si acconsente a questi cattivi pensieri, cioè quando si accettano con la volontà.
Gli sguardi, i toccamenti, i baci, gli abbracci, gli atteggiamenti scomposti, i cattivi compagni, i discorsi osceni, le immagini pornografiche, le letture e gli spettacoli immorali, l’ozio, l’intemperanza nel mangiare e bere, ecc. sono peccato mortale o veniale solo se rientrano negli atti impuri nell’indurre in occasione prossima o remota di compierli oppure se portano a pensieri o desideri impuri. Se non rientrano in questi non sono neppure peccato.

2) Il nono comandamento ci ordina la perfetta purezza dell’anima.
Il sesto comandamento ci ordina la purezza del corpo, imponendoci l’astensione da qualsiasi specie di atti impuri.
Il nono comandamento va più avanti, allorché impone di rigettare subito ogni pensiero e desiderio impuro.
Il nostro corpo e la nostra anima, infatti, sono tempio di Dio, tempio della SSma Trinità.

4 - Il sesso anormale
A questo punto sembra opportuno fare una considerazione chiarificatrice circa il sesso normale e quello anormale.
Si deve intendere per sesso normale l’inclinazione sessuale comune che l’uomo sente verso la donna e viceversa.
Il sesso anormale è di quelle persone, uomini o donne, che, per natura (o perché l’hanno acquisita), sentono un’inclinazione sessuale non comune ma ano mala. Tali anomalie sessuali, molte volte, non dipendo no dai singoli individui, ma dalla natura ricevuta in sorte e, specialmente nelle forme più gravi, rivelano un fondo patologico e, talvolta, conducono a perversioni sessuali.
Le anomalie (perversioni) sessuali si sogliono distinguere in due categorie.

1) La prima categoria comprende i casi in cui il rapporto è comune, normale, però lo scopo di esso non è tanto il comune rapporto ma questo è subordinato ad altre esigenze.
Le principali specie ditali perversioni sono le seguenti.
La scopofilia è una perversione sessuale in cui il soggetto prova una voluttà abnorme alla vista delle nudità di persone di altro sesso o degli atti erotici altrui.
L’esibizionismo è una perversione sessuale in cui il soggetto prova un’abnorme voluttà nel mostrare agli altri le proprie nudità.
Il sadismo (dal marchese De Sade, che lo ha descritto nei suoi romanzi) è una perversione sessuale in cui il soggetto eccita la dilettazione venerea con immagini e azioni che contengono una crudeltà e veemenza attiva, per es. con il percuotere, flagellare, soffocare, pungere la pelle altrui, trucidare, ecc.
Il masochismo (dal poeta Sacher Masoch che difendeva questa perversità) è una perversione sessuale in cui la libidine sorge dalla crudeltà passiva e da violenze subite o immaginate, per es. essere percossi, flagellati, torturati fino al sangue,ecc.

2) La seconda categoria comprende i casi in cui il rapporto è diverso da quello normale e si ha quindi l’omosessualità che è una perversione sessuale in cui il soggetto (uomo o donna) sente una inclinazione erot ca verso individui dello stesso sesso.
Le varie forme di omosessualità sono le seguenti:

I. La sodomia è il coito anale compiuto fra due uomini o fra un uomo e una donna.
II La pederastia (pedofilia) è un atto sodomitico effettuato su un fanciullo o fanciulla.
III. Il lesbismo o saffismo è il peccato impuro compiuto fra due donne.
Gli omosessuali vengono distinti in attivi e passivi ed il grado di morbosità è maggiore nei maschi passivi e nelle femmine attive.
In questi casi sembra che alla radice del disturbo vi sia spesso un’insufficiente differenziazione psicosessuale dei soggetti.
IV. Il travestitismo od eonismo (il piacere di vestire gli abiti del sesso opposto) è il fenomeno psicosessuale nel quale il soggetto (per lo più uomo) recita il ruolo del sesso opposto pur essendo consapevole di appartenere ad un sesso determinato. In questa dimensione il soggetto ricerca l’identificazione sessuale nell’abbigliamento e nell’assunzione dei gusti , delle abitudini e delle condotte del sesso opposto.
V. il transessualismo è la sindrome psicosessuale caratterizzata dal sentimento provato da un individuo di sesso determinato di appartenere al sesso opposto; a tale sentimento si accompagna il desiderio di cambiare la propria configurazione somatosessuale con trattamenti chirurgici o ormonali.
VI. Il feticismo è una perversione sessuale che consiste nella soddisfazione ottenuta con il contatto solo di determinate parti o di determinati orna menti di persona dell’altro sesso; la tendenza al possesso dell’oggetto feticistico suole essere di natura ossessiva e può scatenare impulsi irrefrenabili a rubare quel determinato oggetto.
VII. La bestialità è la perversione sessuale nella quale l’individuo trova soddisfacimento nel rapporto con animali.
VIII. La necrofilia, che è forse il massimo dei perverti menti sessuali ed ha attinenza anche con il summenzionato sadismo, è una perversione in cui il soggetto cerca la soddisfazione sui cadaveri.

3) La sessualità secondo la forza dello stimolo si può dividere anche nelle seguenti quattro categorie.
I. La paradossia sessuale (dal latino paradoxum = che è contro la comune opinione = strano) avvie ne quando si hanno stimoli sessuali nel tempo nel quale, secondo la norma generale, non è ancora iniziata la facoltà di generare oppure è già finita,
come per es. nei fanciulli prima dei sette anni o nei vecchi decrepiti.
II. L’anestesia sessuale (dal greco di-’ataOi = insensibilità) si ha quando il piacere sessuale non può essere eccitato da nessuna cosa.
Raramente si trovano uomini di tal genere e per la loro impotenza di coito non possono contrarre un matrimonio valido. Questi sono gli uomini cosiddetti “frigidi”; altrettanto può dirsi delle donne.
III. L’iperstesia sessuale si trova in quei soggetti, che sentono uno stimolo sessuale del tutto straordinario. Questa spinta di sessualità spesso è congiunta con qualche forma di parestesia sessuale.
IV. La parestesia sessuale (dal greco napd = prep. da, lontano da, e da a = sensazione; stato anormale, alterazione della sensibilità) si ha quando la vita sessuale non è stimolata dalle cose pertinenti ai piaceri venerei, ma da altri elementi del tutto alieni dalla vita sessuale.
Le forme principali relative a questa perversione sono il sadismo, il masochismo, il feticismo e l’omosessualità.
Bisogna distinguere, infine, l’omosessualità come tendenza, dai peccati commessi con persone dello stesso sesso, da coloro che non hanno occasione o possibilità di peccare con persone di sesso diverso.

4) Responsabilità
Anche coloro che, per natura sono portati ad una sessualità anormale sono tenuti ad esercitare la virtù della purezza, se vogliono essere veri cristiani.
L’anormalità sessuale, ereditata dalla natura, non è motivo di segregazione, perché tutti gli uomini e tutte le donne sono nati con il peccato originale e tutti porta no nel loro essere l’effetto nefasto della concupiscenza sessuale. Si tratta di forme diverse della stessa concupiscenza e cioè concupiscenza sessuale normale o anormale.
Non ha un merito o un demerito chi ha ereditato l’una o l’altra tendenza sessuale. Ambedue i soggetti devono lottare contro le sregolate inclinazioni sessuali per conservarsi puri nel corpo e nello spirito per amore di Gesù Cristo, per la conquista del Regno dei Cieli.
Anche i cosiddetti anormali, pertanto, possono e devono dominarsi, giacché tutte le azioni libere sono da attribuire all’individuo, fintanto che non è perduta la consapevolezza della responsabilità e gli atti vengo no compiuti con piena cognizione e libera volontà.
Una maggiore o minore veemenza di passione si ha tanto negli anormali come nei normali.
Forme patologiche di impurità, inoltre, si trovano sia negli uni come negli altri.
La responsabilità dei singoli soggetti si giudica secondo i principi generali degli atti umani.
E un grande atto di fede e di umiltà accettarsi come si è e portare quelle croci e sofferenze che Dio, giorno per giorno ci manda, lottando contro il male, contro le inclinazioni cattive in qualsiasi forma si presentino.
Quello che interessa è combattere con grande spirito di fede e di amore verso Gesù Cristo, secondo l’insegnamento di S. Paolo:
“ Ora quelli che sono di Cristo Gesù hanno crocifisso la loro carne con le sue passioni e concupiscenze” (Gai. 5, 24).
(Cfr. Lettera Congr. della Fede, “De pastorali per sonarum homosexualium cura”, del 1-10-1986). Certe forme di omosessualità non sono assolutamente irrisolubili. Spesso la soluzione del problema si trova in una “ricostruzione” della personalità del soggetto. Infatti la perversione sessuale è il risultato di “vuoti” più o meno pari del carattere (timidezza, insicurezza, ecc.). Risolti tali aspetti il soggetto ha molte possibilità di ritornare ad un’affettività normale, con normali tendenze.


5 - È peccato l’impurità?

Quante volte si sente dire, specialmente da persone giovani: perché è peccato l’impurità? chi l’ha detto? E si prosegue con insistenza, che vorrebbe essere persuasiva, affermando che le forze della vita, il sesso, l’a more e la bellezza del corpo sono certamente elementi positivi nella nostra esistenza terrena, sono doni che Dio ha dato all’uomo e alla donna, quindi non si capisce come mai l’uso di questi beni possa essere peccato.
Rispondere a questo quesito non sembra difficile. Va subito detto che, non solo Dio non ha proibito l’uso di tali beni, ma anzi l’ha comandato. Così, infatti, si legge nella Scrittura: “Crescete, moltiplicatevi e riempite la terra” (Gn. 1,28). E l’esplicito comando di Dio ai primi uomini.
Si deve precisare, però, che Dio in tale uso ha messo dei limiti ben distinti; chi oltrepassa questi con fini commette peccato.
La nostra ricerca sta proprio in questo: arrivare a conoscere, con chiarezza, la linea di demarcazione in materia tra il lecito e l’illecito, tra la purezza e l’impurità.

1) Prima di sentire che cosa Dio vuole da noi a questo proposito, ascoltiamo la ragione per sapere se ha qualche cosa da insegnarci.
La sana ragione, non turbata dalle passioni, ci dà grandi insegnamenti. La coscienza retta, infatti, suggerisce ad ogni creatura umana ciò che è lecito e ciò che è illecito, non solo in questo campo, ma in tutti i settori dell’attività umana responsabile e ciò perché la legge di Dio è impressa nel nostro essere.
La coscienza, prima di compiere una azione, ci dice se ciò che stiamo per fare è lecito o illecito (coscienza antecedente); ci accompagna nel compi mento dell’azione (coscienza concomitante) e, infine, ci loda o ci rimprovera dopo che abbiamo terminata l’azione (coscienza conseguente).
Se abbiamo operato il male, sentiamo dentro di noi il rimorso, cioè una voce interiore, che ci dice che abbiamo trasgredito la legge di Dio. Questa voce, però, è avvertita con chiarezza solo da una sana ragione, non turbata dalle passioni; il depravato che ha perduto ogni senso del pudore, diventa sordo ai richiami della Coscienza.
Si deve, però, osservare che molto difficilmente si riesce a far tacere del tutto la voce della coscienza, a meno che il livello di sensibilità morale sia completa mente assente per inveterata assuefazione al vizio e al peccato. (Cfr. “Gaudium et Spes”, 16).

2) Ascoltiamo che cosa Dio, nel Vecchio Testamento, ci dice dell’impurità.
Esaminiamo le più importanti espressioni, che si trovano nel Vecchio Testamento, su questo argomento. Le frasi sono così chiare e precise che non hanno bisogno di spiegazione, per cui riporteremo il Testo Sacro senza alcun commento.
“ Dio allora pronunciò tutte queste parole:
non commettere adulterio.., non desiderare la donna d’altri.., non desiderare la moglie del tuo prossimo...” (Es. 20, 1.14.17).
Vengono ricordati i peccati contro il sesto e il nono comandamento.
presa la pena di morte, riservate a coloro che commettono tali peccati impuri.
“ Se uno ha rapporti con un uomo come con una donna, tutti e due hanno commesso un abominio; dovranno essere messi a morte; il loro sangue ricadrà su di loro” (Lv. 20, 13).
Viene condannata l’omosessualità.
“ L’uomo che si abbrutisce con una bestia, dovrà essere messo a morte; dovrete uccidere anche la bestia. Se una donna si accosta ad una bestia per lordarsi con essa, ucciderai la donna e la bestia; tutte e due dovranno essere messe a morte; il loro sangue ricadrà su di loro” (Lv. 20, 15).
Viene condannata la bestialità.
Il Signore disse allora a Mosè:
“ ... nessuno si accosterà a una sua consanguinea, per avere rapporti con lei. Io sono il Signore. Non recherai oltraggio a tuo padre avendo rapporti con tua madre... tua matrigna.., tua sorella... figlia di tuo figlio o della figlia di tua figlia.., figlia della tua matrigna.., sorella di tuo padre... sorella di tua madre... moglie del fratello di tuo padre... tua nuora... tua cognata...” (Lv. 18,1, 6-16).
Qui vengono proibiti i peccati di incesto, e in Lv. 20, 10-21, Dio stabilisce gravi pene, con
“ Se un uomo sarà sorpreso in fragrante a giacere con una donna maritata, siano ambedue messi a morte...” (Dt. 22, 22).
Dio stabilisce la pena per l’adulterio.
“ Se una fanciulla vergine è fidanzata, e un uomo, trovandola nella città, giacerà con lei, siano con dotti ambedue fuori della porta della città e siano lapidati, finché muoiano...” (Dt. 22, 23).
Dio stabilisce la pena per la fornicazione.
“ Se un uomo trova una giovane fidanzata per i campi e facendole violenza giace con lei, muoia soltanto l’uomo che ha peccato con quella; ma non far nulla alla giovane, essa non ha commesso colpa degna di morte...” (Dt. 22, 25-26).
Dio stabilisce la pena per lo stupro.
“ Giuda poi dette in moglie ad Er, suo primogenito, una donna di nome Tamar, ma Er, primogenito di Giuda, spiacque al Signore, che Io fece morire. Perciò Giuda disse ad Onan: ‘Entra dalla moglie di tuo fratello, compi il tuo dovere di cognato e suscita prole a tuo fratello’. Ma Onan, sapendo che la prole non sarebbe stata sua, quando si accostava alla moglie di suo fratello, emetteva (il seme) in terra, per non dar prole a suo fratello. Ciò che egli faceva dispiacque molto al Signore, che fece mori re anche lui” (Gn. 38, 6-9).
Onan voleva per sé la successione del fratello Er; perciò rendeva impossibile che, dal suo matrimonio con Tamar, nascessero figli. Il suo peccato di usare il matrimonio, impedendone la prole, è da Dio chiamato abominevole e punito con la morte.

3) Ascoltiamo che cosa Gesù Cristo ci dice dell’impurità.
“ Avete udito che è stato detto: ‘Non commetterai adulterio’. Io, invece, vi dico che chiunque guarda una donna desiderandola, ha già commesso adulte rio con lei nel suo cuore” (Mt. 5, 27-28).
Gesù condanna non solo l’adulterio, proibito nel sesto comandamento, ma anche il solo desiderio di adulterio, fornicazione ecc. proibito nel nono comandamento.
“É stato detto: ‘Chi ripudia la propria moglie, le dia un atto di divorzio’. Io, invece, vi dico che chiunque ripudia la propria moglie, eccetto in caso di fornicazione (concubinato), la rende essa adulte ra; e chi sposa una ripudiata, commette adulterio” (Mt. 5, 3 1-32) e anche (Mt. 19, 3-9).
Gesù condanna il divorzio e il libero amore.
“ Gli dissero i discepoli: ‘Se questa è la condizione dell’uomo rispetto alla donna, non conviene sposarsi ’. Egli rispose loro: “Non tutti possono capirlo, ma solo a coloro ai quali è stato concesso. Vi sono infatti eunuchi che sono nati così dal ventre della madre; ve ne sono alcuni che sono stati resi eunuchi dagli uomini e vi sono altri che si sono fatti eunuchi per il Regno dei cieli. Chi può capire, capisca” (Mt. 19, 10-12).
Gesù ci insegna che per poter condurre una vita celibataria, bisogna avere una vocazione speciale.
“Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono le intenzioni cattive: fornicazioni... adulteri... impudicizia... Tutte queste cose cattive vengo no fuori dal di dentro e contaminano l’uomo” (Mc. 7, 2 1-23).
Con queste espressioni Gesù condanna la fornicazione, l’adulterio e ogni specie di atti impuri non completi: li chiama, infatti, cattivi e dice che contaminano l’uomo.
Consideriamo il caso dell’adultera.
“ Rimase solo Gesù con la donna là in mezzo. Alza tosi allora Gesù le disse: ‘Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?’ Ed ella rispose: ‘Nessuno, Signore’. E Gesù le disse: ‘Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più” (Gv. 8, 9-11).
Gesù, pur avendo comprensione e misericordia, riconosce che è peccato l’adulterio e dice alla donna di non ripeterlo più in avvenire, appunto perché è una grave trasgressione della legge di Dio.
“ Questa razza di demoni (impuri) non si scaccia se non con la preghiera e il digiuno” (Mt. 17, 21).
Gesù ci indica i mezzi per vincere l’impurità: la preghiera e il digiuno.
4) Ascoltiamo che cosa gli Apostoli ci dicono del l’impurità.
S. Giacomo il Minore nel discorso di Gerusalemme afferma:
“ Per questo io ritengo che non si debba importuna re quelli che si convertono a Dio tra i pagani, ma solo si ordini loro di astenersi dalle sozzure degli idoli, dalla impudicizia,...” (At. 15, 19-20).
Gli Apostoli, gli anziani e tutta la Chiesa di Gerusalemme inviarono una Lettera ai fratelli di Antiochia e di Cilicia, nella quale dicono:
“ Abbiamo deciso, lo Spirito Santo e noi, di non imporvi nessun altro obbligo al di fuori di queste cose necessarie: astenervi dalle carni offerte agli idoli, dal sangue, dagli animali soffocati e dalla impudicizia. farete cosa buona perciò a guardarvi da queste cose. State bene” (At. 15, 28-29).
Sia il discorso di 5. Giacomo il Minore che la Lettera Apostolica esortano i primi cristiani ad astener si dall’impudicizia, il che significa da ogni forma di impurità.
S. Paolo, nelle sue Lettere afferma dell’impurità quanto segue:
“ Non regni più dunque il peccato nel vostro corpo mortale sì da sottomettervi ai suoi desideri;...” (Rm. 6, 12).
S. Paolo esorta a rinunciare ai desideri peccaminosi del corpo.

“La donna sposata, infatti, è legata dalla legge al marito finché egli vive; ma se il marito muore è libera dalla legge che la lega al marito. Ella sarà dunque chiamata adultera se, mentre vive il marito, passa ad un altro uomo, ma se il marito muore essa è libera dalla legge e non è più adultera se passa ad un altro uomo...” (Rm. 7, 2-3).
S. Paolo insegna l’indissolubilità del matrimonio per tutta la vita.
“ Quelli infatti che vivono secondo la carne, pensa no alle cose della carne; quelli invece che vivono secondo lo Spirito, alle cose dello Spirito. Ma i desideri della carne portano alla morte, mentre i desideri dello Spirito portano alla vita e alla pace. Infatti i desideri della carne sono in rivolta contro Dio, perché non si sottomettono alla sua legge e neanche lo potrebbero. Quelli che vivono secondo la carne non possono piacere a Dio” (Rm. 8, 5-8).
S. Paolo ci dice che se seguiamo i desideri peccaminosi della carne non possiamo piacere a Dio.
“ ... se vivete secondo la carne, voi morirete...” (Rm. 8,13).
S. Paolo ci avvisa che se vivremo secondo la carne, moriremo spiritualmente.
“ Si sente da per tutto parlare di immoralità tra voi, e di una immoralità tale che non si riscontra neanche tra pagani, al punto che uno convive con la moglie di suo padre. E voi vi gonfiate di orgoglio, piuttosto che esserne afflitti, in modo che si tolga di mezzo a voi chi ha compiuto una tale azione! Orbene, io, assente con il corpo ma presente con lo spirito ho già giudicato come se fossi presente colui che ha compiuto tale azione: nel nome del Signore nostro Gesù, essendo radunati insieme voi e il mio spirito, con il potere del Signore nostro Gesù, questo individuo sia dato in balia di satana per la rovina della sua carne, affinché il suo spirito possa ottenere la salvezza nel giorno del Signore” (1Cor. 5, 1-5).
S. Paolo parla dell’incestuoso di Corinto.
“ Non illudetevi: né immorali, né idolatri, né adulteri, né effeminati, né sodomiti, né ladri, né avari, né ubriaconi, né maldicenti, né rapaci erediteranno il regno di Dio” (ICor. 6, 9-10).
S. Paolo dice che gli impuri non potranno entrare nel Regno dei cieli.
“ ... il corpo non è per l’impudicizia, ma per il Signore, e il Signore è per il corpo. Dio poi, che ha risuscitato il Signore, risusciterà anche noi con la sua potenza.
Non sapete che i vostri corpi sono membra di Cri sto?
Prenderò dunque le membra di Cristo e ne farò membra di una prostituta? Non sia mai! O non
sapete voi che chi si unisce alla prostituta forma con essa un corpo solo? ‘I due saranno, è detto, un corpo solo’. Ma chi si unisce al Signore forma con lui un solo spirito. Fuggite la fornicazione! Qualsiasi peccato l’uomo commetta, è fuori dal suo corpo; ma chi si dà alla fornicazione, pecca contro il proprio corpo. O non sapete che il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo che è in voi e che avete da Dio, e che non appartenete a voi stessi? Infatti siete stati comprati a caro prezzo. Glorificate dunque Dio nel vostro corpo!” (iCor. 6, 13-20).
S. Paolo combatte il peccato impuro.
“ Quanto poi alle cose di cui mi avete scritto, è cosa buona per l’uomo non toccare donna; tuttavia, per il pericolo dell’incontinenza, ciascuno abbia la pro pria moglie e ogni donna il proprio marito.
Il marito compia il suo dovere verso la moglie; ugualmente la moglie verso il marito. La moglie non è arbitra del proprio corpo, ma lo è il marito, allo stesso modo anche il marito non è arbitro del proprio corpo, ma lo è la moglie. Non astenetevi tra voi se non di comune accordo e temporanea mente, per dedicarvi alla preghiera, e poi ritornate a stare insieme, perché satana non vi tenti nei momenti di passione. Questo però dico per concessione, non per comando. Vorrei che tutti fossero come me; ma ciascuno ha il proprio dono da Dio, chi in un modo, chi in un altro.
Ai non sposati e alle vedove dico: è cosa buona per loro rimanere come sono io; ma se non sanno vive re in continenza, si sposino; è meglio sposarsi che ardere.
Agli sposati poi ordino, non io, ma il Signore: la moglie non si separi dal marito — e qualora si separi, rimanga senza sposarsi o si riconcili con il marito — e il marito non ripudi la moglie. Agli altri dico io, non il Signore: se un nostro fratello ha la moglie non credente e questa consente a rimane re con lui, non la ripudi; e una donna che abbia il marito non credente, se questi consente a rimanere con lei, non lo ripudi: perché il marito non credente viene reso santo dalla moglie credente e la moglie non credente viene resa santa dal marito credente; altrimenti i vostri figli sarebbero impuri, mentre invece sono santi. Ma se il non credente vuoi separarsi, si separi; in queste circostanze il fratello o la sorella non sono soggetti a servitù; Dio vi ha chiamati alla pace! E che sai tu, donna, se salverai il marito? O che sai tu, uomo, se salverai la moglie?” (ICor. 7, 1-16).
S. Paolo detta le norme di un sano matrimonio cristiano.
“ Quanto alle vergini, non ho alcun comando dal Signore, ma do un consiglio. Penso dunque che sia bene per l’uomo, a causa della presente necessità, di rimanere così. Ti trovi legato ad una donna? Non cercare di scioglierti. Sei sciolto da donna? non andare a cercarla, però se ti sposi non fai peccato e se la giovane prende marito, non fa peccato. Tutta via costoro avranno tribolazioni nella carne, e io vorrei risparmiarvele” (1 Cor. 7,25-28).
“ La moglie è vincolata per tutto il tempo in cui vive il marito; se il marito muore è libera di sposa re chi vuole, purché ciò avvenga nel Signore. Ma se rimane così, a mio parere è meglio; credo infatti di avere anch’io lo Spirito di Dio” (1 Cor. 7, 39-40).
S. Paolo dà alcuni consigli circa lo stato di verginità:
“ Del resto le opere della carne sono ben note: fornicazione, impurità, libertinaggio, idolatria, stregoneria, inimicizie, discordia, gelosia, dissensi, divisioni, fazioni, invidie, ubriachezze, orge e cose del genere; circa queste cose vi preavviso, come già ho detto, che chi le compie non erediterà il Regno di Dio” (Gai. 5, 19-2 1).
S. Paolo avvisa che chi compie ogni forma di impurità grave non potrà entrare nel Regno di Dio e cioè nel Paradiso.
“ Quanto alla fornicazione e ad ogni specie di impurità o cupidigia, neppure se ne parli tra voi, come si addice a santi; lo stesso si dica per le volgarità, insulsaggini, trivialità: cose tutte sconvenienti. Si rendano invece azioni di grazie! Perché, sappiatelo bene, nessun fornicatore, o impuro, o avaro — che è roba da idolatri — avrà accesso al Regno di Cristo e di Dio” (Ef. 5,3 - 5).
S. Paolo ripete anche agli Efesini la minaccia di esclusione dal Regno dei Cieli per coloro che compiono ogni specie grave di impurità e condanna anche la sconvenienza del parlare volgare e triviale.
“ Mortificate dunque quella parte di voi che appartiene alla terra: fornicazione, impurità, passioni, desideri cattivi e quella avarizia insaziabile che è idolatria, cose tutte che attirano l’ira di Dio su coloro che disobbediscono. Anche voi un tempo eravate così, quando la vostra vita era immersa in questi vizi. Ora invece deponete anche voi tutte queste cose: ira, passione, malizia, maldicenze e parole oscene dalla vostra bocca” (Col. 3, 5-8).
S. Paolo dice che i peccati impuri attirano l’ira di Dio su coloro che li compiono ed esorta a togliere le parole oscene dalla bocca di ognuno.
“ Perché questa è la volontà di Dio, la vostra santificazione: che vi asteniate dalla impudicizia, che ciascuno sappia mantenere il proprio corpo con santità e rispetto, non come oggetto di passioni e libidine, come i pagani che non conoscono Dio; che nessuno offenda e inganni in questa materia il proprio fratello, perché il Signore è vindice di tutte queste cose, come già vi abbiamo detto ed attestato. Dio non ci ha chiamati all’impurità, ma alla santificazione. Perciò chi disprezza queste norme non disprezza un uomo, ma Dio stesso, che vi dona il suo Santo Spirito” (lTs. 4,3-8).
S. Paolo ci spinge ad astenerci da ogni forma di impurità per tendere alla santità con tutte le nostre forze.
S. Giacomo il Minore dell’impurità afferma:
“ Nessuno, quando è tentato, dica: ‘Sono tentato da Dio’; perché Dio non può essere tentato dal male e non tenta nessuno al male. Ciascuno piuttosto è tentato dalla propria concupiscenza che lo attrae e lo seduce; poi la concupiscenza concepisce e genera il peccato, e il peccato quand’è consumato, pro duce la morte” (Gc. 1, 13-15).
S. Giacomo il Minore nella sua lettera cattolica ci insegna che le tentazioni non provengono da Dio, ma dalla concupiscenza di ciascuno, e il peccato, una volta consumato, produce la morte spirituale dell’anima.
S. Pietro a proposito dell’impurità dice:
“ Il Signore sa liberare i pii dalla prova e serbare gli empi per il castigo nel giorno del giudizio, soprattutto coloro che nelle loro impure passioni vanno dietro alla carne e disprezzano il Signore... Essi stimano felicità il piacere d’un giorno; sono tutta sporcizia e vergogna; si dilettano dei loro inganni mentre fanno festa con voi; hanno gli occhi pieni di disonesti desideri e sono insaziabili di peccato, adescano le anime instabili, hanno il cuore rotto alla cupidigia, figli di maledizione! ... Costoro sono come fonti senz’acqua e come nuvole sospinte dal vento: a loro è riserbata l’oscurità delle tenebre. Con discorsi gonfiati e vani adescano mediante le licenziose passioni della carne coloro che si erano appena allontanati da quelli che vivono nell’errore. Promettono loro libertà, ma essi stessi sono schiavi della corruzione” (2Pt. 2, 9-19).
S. Pietro parla del castigo riservato a coloro che vanno dietro alle loro impure passioni, trascinando con sé i deboli, illudendoli con una falsa scienza.
S. Giuda così parla dell’impurità:
“ Così Sodoma e Gomorra e le città vicine, che si sono abbandonate all’impudicizia allo stesso modo, e sono andate dietro a vizi contro natura, stanno come esempio subendo le pene di un fuoco eterno” (Gd. 7).
S. Giuda, nella sua lettera, ricorda i castighi che stanno subendo nell’inferno — e sono di esempio — coloro che si sono abbandonati ad ogni specie di impurità.
5) Ascoltiamo che cosa la Chiesa ci dice dell’impurità.
Esaminando la dottrina della Chiesa sull’impurità lungo la sua storia di venti secoli, dobbiamo costatare che essa è sempre stata conforme all’insegnamento che Dio, Gesù Cristo e gli Apostoli hanno rivelato.
Tale dottrina è riassunta in quello che è stato già ricordato circa il sesto, il nono comandamento e il sesso anormale.
E opportuno, tuttavia, ricordare gli ultimi documenti della Sede Apostolica su questo argomento che riassumono tale dottrina insegnata lungo il corso dei secoli.


1 - Circa la masturbazione sia il Magistero della Chiesa — nella linea di una tradizione costante — sia il senso morale dei fedeli, hanno sempre affermato, senza esitazione, che la masturbazione è un atto intrinsecamente e gravemente disordinato, che costituisce oggettivamente una colpa grave. Per la responsabilità personale poi si devono tener presenti tutte le circo stanze attenuanti o aggravanti che accompagnano soggettivamente i singoli casi.
Bisogna ricordare che ogni atto genitale umano deve svolgersi solo nel quadro del matrimonio, realizzando “in un contesto di vero amore, l’integro senso della mutua donazione e della procreazione umana” (Cfr. Conc. Vat. I!, “Gaudium et Spes”, 51; Dich. della Congr. per la Dottrina della Fede, “Persona humana”, 1975; C.C.C. 2352; Leone IX, Ep. “Ad spendidum nitetis”, ad S. Petrum Damiani, a. 1054, DS. 687-688; prop. 49 condannata da Innocenzo XI, Decreto del S. ufficio, 2marzo 1679, DS. 1269).

2 - Circa l’atto coniugale (o rapporto intimo o relazione sessuale) la Chiesa ha sempre insegnato che l’atto coniugale (o rapporto intimo o relazione sessuale) può essere compiuto solo dal vero marito e dalla vera moglie nell’ambito del matrimonio legittimamente celebrato, come giustamente dice l’aggettivo “coniugale” che l’accompagna e cioè dai veri coniugi.
La Chiesa insegna inoltre che tale atto può essere compiuto dai coniugi non in qualsiasi maniera ma in un modo ben determinato e cioè deve essere sempre aperto alla vita.
Tale dottrina, ribadita sempre nel corso dei secoli, è stata riassunta recentemente in alcuni documenti della Sede Apostolica.
Pio XI, nella Enciclica “Casti Connubi” del 31 Dic. 1930, dichiara solennemente: “... qualsiasi uso del matrimonio in cui per la umana malizia l’atto sia destituito della sua naturale virtù procreatrice, va contro la legge di Dio e della natura, e coloro che osano commettere tali azioni, si rendono rei di colpa grave...”.
La stessa dottrina è ripetuta anche da:
Pio XII, nel “Discorso alle ostetriche” del 29 Ott. 1951 e dal Conc. Vat. Il, “Gaudium et Spes” nn. 48, 50 e51;
Paolo VI, nell’Enciclica “Humaae Vitae” del 25 Luglio 1968, nn. 11 e 14;
Giovanni Paolo Il, nell’Esort. Apost. “Familiaris Consortio” del 22 Nov. 1981, p. III, n. 29; nella Dich. della Congregazione per la Dottrina della Fede, “Per sona Humana” del 29 Dic. 1975; C.C.C. 2360-239 1.
La Chiesa, infine, insegna che tale atto è grave mente proibito ai fidanzati, ai conviventi, ai vedovi e a tutti gli altri uomini e donne che non siano uniti da un valido vincolo matrimoniale.

3 - Circa l’omosessualità o qualsiasi anormalità sessuale (“contra naturam” o “crimen pessimum”). La Chiesa lungo il corso dei secoli ha sempre considerato molto gravi i peccati di omosessualità o di qualsiasi altra specie di anormalità sessuale chiamandoli “contra naturam” o anche, talvolta, “crimen pessimum”. Basandosi sulla Sacra Scrittura, che presenta le relazioni omosessuali come gravi depravazioni (Cfr. Gn. 19, 1-29; Rm. 1, 18-32; lCor. 6-10; lTm. 1, 10). La Sacra Tradizione ha sempre ribadito che gli atti di omosessualità sono “intrinsecamente disordinati” (cfr. Dich. della Congregazione della Dottrina della Fede, “Persona humana”, n. 8).
Sono contrari alla legge naturale (“contra natu ram”), precludono all’atto sessuale il dono della vita, e quindi non sono il frutto di una vera complementarietà affettiva e sessuale.
Quindi in nessun caso possono essere approvati e giustificati.
Gli anormali sessuali — insegna ancora la Chiesa — devono essere accolti con rispetto, comprensione e delicatezza.
A loro riguardo si eviterà ogni marchio di ingiusta discriminazione. Anch’essi, come gli altri cristiani, sono chiamati alla castità e alla beatitudine: “Beati i puri di cuore...” (Cfr. Dich. Congreg. per la Dottrina della Fede, “Persona humana” del 29-12-1975; Lettera, Congr. per la Dottr. della Fede “De Pastorali persona rum homosexualium cura” del 1-10-1986; C.C.C. nn. 2357-2359).

6 - La purezza nei fidanzati e negli sposati

Non tutti gli uomini sono tenuti ad esercitare la purezza nella stessa maniera, perché diversi sono gli impegni assunti nella scelta dello stato di vita. E necessario, pertanto, esaminare come deve essere la purezza nei vari stati di vita, rappresentati dalle singole perso ne. Queste sono:
1) I Sacerdoti
2) I religiosi
3) I fidanzati
4) Gli sposati
5) I vedovi
6) I non sposati
Ritengo opportuno fare una distinzione fra i suddetti vari stati di vita: fra quelli cioè che avranno (fidanzati) o hanno (sposati) la possibilità di compiere lecitamente l’atto coniugale e tutti gli altri per i quali è vietato. Tratterò pertanto, la purezza nei fidanzati e negli sposati e poi, in altro capitolo, la purezza negli altri stati di vita.
1) I fidanzati

1 - I fidanzati sono due persone, un uomo e una donna che, spinti da mutua simpatia hanno iniziato una serie di incontri e conversazioni, durante le quali sono pervenuti alla promessa di un futuro matrimonio e si accingono a prepararsi alle nozze.

2 - È molto opportuno che i due fidanzati, prima di compiere il primo passo della promessa, chiedano consiglio a chi è competente in questo campo: ad un sacerdote saggio e di intensa vita spirituale, meglio se specializzato anche in materia e dottrina matrimoniale.
I genitori, il parroco e il confessore hanno “il dove re di aiutare i fidanzati a prepararsi meglio al matrimonio” (Cfr. Conc. Vat. II, “Apostolicam actuositatem”, n. II e Can. 1063).
“ I fidanzati sono ripetutamente invitati dalla parola di Dio a nutrire e potenziare il loro fidanzamento con un amore casto...” (Conc. Vat. Il, “Gaudium et Spes”, n.49).

3 - Per quanto riguarda la purezza, ai fidanzati per sé non è lecito più di quanto è lecito anche alle altre persone non sposate fra loro, legate solo da vincoli di amicizia.
Ai fidanzati, tuttavia, è lecito baciarsi e abbracciar si reciprocamente in modo onesto per manifestarsi il vicendevole amore. Tuttavia non è loro lecito acconsentire a sensazioni sessuali che, eventualmente e naturalmente, ne derivassero: a questo punto devono astenersi da tali manifestazioni di affetto.

4 - I fidanzati, per la loro situazione, si trovano in occasione prossima necessaria di peccato, ma essi devono fare in modo che tale occasione prossima diventi remota, evitando le solite e comuni occasioni prossime di peccato, astenendosi in modo particolare dal trovarsi da soli in ambienti, situazioni e circostanze tali che potrebbero indurre al peccato impuro; usando, inoltre, i mezzi spirituali che il Signore ha messo a nostra disposizione: la preghiera, l’uso frequente dei sacramenti, la meditazione delle verità eterne, la mortificazione, ecc., mezzi che esamineremo più avanti nel capitolo ottavo.

5 - Ai fidanzati sono proibiti i rapporti intimi coniugali, che, come dice la parola stessa, sono leciti solo ai coniugi.
“ Molti oggi rivendicano il diritto all’unione sessuale prima del matrimonio, almeno quando esiste una ferma volontà di sposarsi e un affetto in qualche modo già coniugale nella psicologia dei soggetti, e richiedo no questo completamento, che essi stimano connatura le. Tale richiesta è avanzata, soprattutto, quando la celebrazione del matrimonio è impedita da circostanze esterne, e quindi tale intima relazione sembra necessaria, perché l’amore sia conservato intatto nella sua profondità.
Questa opinione è in contrasto con la dottrina cristiana, secondo la quale ogni atto genitale umano deve svolgersi nel quadro del matrimonio.. - San Paolo è ancora più esplicito quando insegna che, se celibi e vedovi non possono vivere in continenza, non hanno altra scelta che la stabile unione del matrimonio. “E meglio sposarsi che ardere” (1Cor. 7,9).
Con il matrimonio, infatti, l’amore dei coniugi è paragonato all’amore irrevocabile che Cristo ha per la Chiesa (Cfr. Ef. 5,25-32), mentre l’unione dei corpi nell’impudicizia (l’unione sessuale fuori del matrimo nio) è esplicitamente condannata: 1Cor. 5,1-6; 7, 2; 10, 8; Ef. 5,4; lTm. 1, 10; Ebr. 13, 4; e con ragioni esplicite: (iCor. 6, 12-20) contamina il tempio dello Spirito Santo, quale è divenuto il cristiano. L’unione carnale, dunque, non è legittima se tra l’uomo e la donna non si è instaurata una definitiva comunità di vita.
Ecco ciò che ha sempre inteso e insegnato la Chiesa (Cfr. Innocenzo IV, Ep. “Sub catholicae professione”, 6 marzo 1254: DS. 835; Pio TI, Propos. condanna te nell’Ep. “Cum sicut accepimus”, 14 Nov. 1459: DS. 1367; Decreti del 5. Officio, 24 Sett. 1665: DS. 2045;
2 Marzo 1679: DS. 2148; Pio XI, Enc. “Casti connubi” AAS. 22 (1930) pp. 558-559), trovando, peraltro, nella riflessione degli uomini e nelle lezioni della storia un accordo profondo con la sua dottrina” (Dichiarazione della Sacra Congregazione per la Dottrina della Fede, “Persona humana”, n. 7, del 19 Dic. 1975).

6 - “Parecchi attualmente reclamano una specie di “Diritto alla prova” quando c’è intenzione di sposarsi. Qualunque sia la fermezza del proposito di coloro che si impegnano in rapporti sessuali prematuri, tali rapporti “non consentono di assicurare, nella sua sincerità e fedeltà, la relazione interpersonale di un uomo e di una donna e specialmente di proteggerla dalle fantasie e dai capricci”
L’unione carnale è moralmente legittima solo quando tra l’uomo e la donna si sia instaurata una comunità di vita definitiva. L’amore umano non ammette la “prova”. Esige un dono totale e definitivo delle persone tra loro” (C.C.C. 2391).

7 - Se due persone, fidanzati o meno, violando la legge di Dio, avessero dei rapporti intimi e in seguito ai quali si determinasse una gravidanza, a loro non è mai lecito, per nessuna ragione, sia pure di grave por tata, procurare un aborto, che è peccato gravissimo, essendo, un vero omicidio di un innocente, peccato cui è annessa anche la scomunica, prevista nel can. 1398 del Codice di Diritto Canonico. (Cfr. Giovanni Paolo 11, “Evangelìum vitae”, nn. 58-63).
Si può concludere tale riflessione sui fidanzati con le parole del Catechismo della Chiesa Cattolica: “I fidanzati sono chiamati a vivere la castità nella continenza. Messi così alla prova, scopriranno il reciproco rispetto, si alleneranno alla fedeltà e alla speranza di riceversi l’un l’altro da Dio. Riserveranno al tempo del matrimonio le manifestazioni di tenerezza proprie del l’amore coniugale. Si aiuteranno vicendevolmente a crescere nella castità” (C.C.C. n. 2350). Vivendo davvero così gusteranno le gioie della beatitudine di Cri sto: “Beati i puri di cuore...” (Mc. 5,8); (C.C.C. 2350).
L’atto coniugale è aperto alla vita, quando non si evita positivamente la prole con metodi artificiali, come per es. usando metodi anticoncezionali o compiendo l’atto coniugale in maniera onanistica, versando cioè il seme fuori dalla vagina. (Cfr. Giovanni Paolo 11, “Evangelium Vitae”, nn. 13-14).

2) Gli sposati
1 - Un uomo e una donna, battezzati ambedue (o uno battezzato e uno no) con la debita dispensa (can. 1086), che celebrano un valido matrimonio religioso secondo le norme canoniche, sono sposati (coniugi), uniti da un vincolo perpetuo ed esclusivo con il fine del mutuo aiuto e della procreazione ed educazione della prole (cfr. Cann. 1055 e 1056).
2 - Un uomo e una donna battezzati, che celebrano il matrimonio solo civile, compiono un atto solo civile, davanti alla Chiesa però non sono sposati (coniugi), ma concubini e, pertanto, non ricevono nessun sacra mento, essi sono uniti solo da un vincolo civile. Potranno essere veramente sposati (coniugi) solo quando celebreranno il matrimonio religioso canonico.
3 - Un uomo e una donna, non battezzati, che celebrano un valido matrimonio civile, secondo le norme dello Stato, pur non ricevendo il sacramento, sono sposati (coniugi) legittimamente e cioè sono uniti da un vincolo perpetuo ed esclusivo con il fine del mutuo aiuto e della procreazione ed educazione della prole e ciò in forza ed esigenza del diritto naturale.
4 - Agli sposati, per quanto riguarda la purezza, è lecito l’atto coniugale, purché sia compiuto in modo umano (Conc. Vat. II, Gaudium et Spes, 49; can. 1091 par. 1) e sia sempre aperto alla vita.
L’atto coniugale è compiuto in modo umano quando i due coniugi godono attualmente dell’uso di ragione e quando il seme viene versato dentro la vagina oltre l’imene.
5 - Agli sposati è lecito l’atto coniugale anche quando è certo che non potrà avvenire, in alcun modo, la concezione.
6 - Agli sposati, in unione con l’atto coniugale come preparazione e come complemento, sono sempre lecite anche tutte le altre qualsiasi manifestazioni amo rose e sensuali, purché il seme sia versato dentro la vagina. Non è peccato, però, se, improvvisamente, senza intenzione, arrivasse la polluzione, ma rimane l’obbligo di evitare di mettersi in occasione prossima di pervenire a questo punto. E colpa grave invece se è voluta liberamente.
7 - Agli sposati, anche quando essi non vogliono o non possono compiere l’atto coniugale, sono lecite certe manifestazioni di amore e certe sensualità, pur ché sia sempre evitato di mettersi in occasione prossima di arrivare alla polluzione.
8 - Se la moglie nell’atto coniugale non riesce ad avere la piena soddisfazione, essa stessa (o con l’aiuto del marito) può procurarsela con toccamenti, immediatamente prima o dopo la copula come preliminari o complemento dell’atto coniugale.
La stessa cosa invece non è lecita al marito, perché il fare questo sarebbe una vera e propria masturbazione; si determina una dispersione del seme fuori dalla vagina, frustrando così un’eventuale concezione e per ché in questo caso non si verifica nessun completamento del coito, poiché precedentemente non c’è stato nessun vero atto coniugale.
9 - I coniugi, che per valide ragioni: familiari, economiche, sociali, ambientali, ecc., ritengono di non procreare, devono astenersi dall’ atto coniugale oppure servirsi dei metodi anticoncezionali naturali. Non sono mai leciti i metodi anticoncezionali artificiali: meccanici, chimici, ecc. Se poi, inaspettatamente, pur usando i metodi naturali o quelli artificiali, avvenisse lo stesso la gravidanza, allora non è mai lecito, per nessuna ragione, anche grave, procurare l’aborto, perché questo è un autentico omicidio di un innocente ed è un peccato gravissimo a cui è annessa anche la scomunica (can. 1398), come è stato già detto. (Cfr. Giovanni Paolo Il, “Evangelium vitae”, nn. 58-63).
E lecito procurare l’aborto solo indirettamente quando, per salvare la madre gravemente ammalata, le si amministra una medicina o si effettua in lei un inter vento chirurgico, che produce, da una parte, la guarigione della paziente e dall’altra, la perdita del feto. Tale modo di agire è giustificato perché si fonda sul principio morale dell’azione con doppio effetto, uno buono e uno cattivo.
10 - Il debito coniugale, cioè il dovere di prestarsi La circostanza che i figli nati da un matrimonio, per compiere l’atto coniugale (coito - copula), è per sé per es. per causa di malattia dei genitori, reste un obbligo grave per ciascuno dei due coniugi. ranno deboli o minorati o moriranno già prima di
Esistono tuttavia delle cause che possono scusare nascere, non rende illecito l’atto coniugale;
dal prestare il debito coniugale: vengono citate qui di seguito:
I. nel caso di adulterio dell’altra parte;
II. nel caso che il marito trascuri, in forma grave, il proprio matrimonio, è urgente l’avvio di accurati accertamenti e, solo dopo aver sciolto il dubbio, dovere del mantenimento della moglie e dei figli;
III. nel caso che chi lo chiede sia privo dell’uso di ragione: per es. un demente o uno molto ubriaco, ecc.
IV. nel caso di richieste esagerate;
V. nel caso di grave pericolo per la salute o di grave incomodo per motivi, non ordinari o comuni, ma straordinari;
VI. nel caso che una delle due parti chieda di compiere l’atto coniugale in modo illecito. In tale circostanza esiste l’obbligo grave di negarlo.
11 - Agli sposati è proibito l’atto coniugale nelle seguenti circostanze:
I. quando l’atto coniugale è compiuto in modo tale per cui la procreazione è resa più difficile in forma grave;
II. quando esiste un grave pericolo per la salute di uno dei due coniugi o di entrambi.
III. quando si viene a conoscere, con certezza, che il proprio matrimonio è invalido;
IV. quando si dubita seriamente della validità del proprio matrimonio, è urgente l’avvio di accurati accertamenti e, solo dopo aver sciolto il dubbio, potrà essere lecito l’atto coniugale.
I coniugi devono tenere sempre presente che sposandosi non hanno sciolto il problema della castità nella vita cristiana, perché a loro è lecito l’atto coniugale, il “remedium concupiscentiae”, ma lo hanno piuttosto reso più complesso. La sensualità, infatti, più viene esercitata più forte fa sentire il suo stimolo. I coniugi, pertanto, devono fortificarsi contro le tentazioni impure ed usare quei mezzi che il Signore ha messo a nostra disposizione, e che più avanti, nel capitolo ottavo, prenderemo in considerazione.


7 -La purezza negli altri stati di vita
Abbiamo considerato la purezza nei fidanzati e negli sposati per i quali, nel futuro o nel presente, è lecito l’atto coniugale.
Prendiamo ora in esame la purezza che è inerente anche ad altri stati di vita e cioè: 1) nei sacerdoti, 2) nei religiosi, 3) nei vedovi, 4) ne non sposati per i quali, finché rimangono in tale stato di vita, l’atto coniugale è sempre proibito.

1) I sacerdoti
I fedeli cristiani, accettando liberamente di essere al servizio di Gesù Cristo e dei fratelli, diventando chierici, ministri sacri, con l’Ordinazione diventano persone sacre (can. 266, par. I).
I sacerdoti, per libera scelta del loro stato, sono vincolati al celibato, che è un dono particolare di Dio mediante il quale i ministri sacri possono aderire più facilmente a Cristo con un cuore indiviso e sono messi in grado di dedicarsi più liberamente al servizio di Dio e degli uomini (Can. 277, par. I).
I sacerdoti, pertanto, sono tenuti ad osservare la castità perfetta, il che significa che essi devono astenersi non solo da un uso illegittimo del piacere vene reo, ma anche da quello legittimo nel matrimonio, per la promessa fatta di conservare questo stato fino alla morte.
Il sacro celibato ecclesiastico è una libera scelta annessa all’Ordine Sacro. Chi, pertanto, desidera accedere al sacerdozio deve assumersi anche l’obbligo del celibato.
I sacerdoti, dunque, devono evitare i peccati impuri contro il sesto e nono comandamento, rispettando anche la pudicizia e la temperanza, per premunirsi contro le tentazioni.
Ogni peccato grave contro il sesto o nono comandamento, compiuto da un sacerdote, è anche un sacrilegio, perché viene profanata la sua persona, che, come abbiamo detto sopra, è sacra.
Il peccato impuro commesso da un sacerdote, inoltre, assume anche le altre malizie contenute nelle varie specie di impurità compiute. Così per es., un sacerdote, che pecca gravemente con una donna sposata, commette i seguenti peccati mortali:
1 - peccato contro il sesto comandamento: contro la castità in opere;
2 - peccato contro il nono comandamento: contro la castità in pensieri;
3 - peccato contro il primo comandamento: sacrilegio, profanazione di una persona sacra;
4 - peccato contro il settimo comandamento: contro la giustizia nei riguardi del marito della donna sposata;
5 - peccato contro il quinto comandamento: peccato di scandalo, inducendo altri a compiere il male.
“ Lo scandalo è grave (considerando l’oggetto) quando a provocano sono coloro che, per natura o per funzione, sono tenuti ad insegnare e ad educare gli altri” (C.C.C. 2285).
Ai sacerdoti (e ai vescovi evidentemente) si devo no unire anche i diaconi transeunti e permanenti celibi.
I diaconi permanenti coniugati, invece, devono osservare la purezza degli sposati — ricordando sempre che, con l’Ordinazione, sono diventati persone sacre — o dei vedovi, tenendo presente che ad essi sono proibite le seconde nozze.

2) I Religiosi
I fedeli cristiani, desiderosi di una maggiore perfezione, emettendo pubblicamente i voti di obbedienza, povertà e castità si obbligano all’osservanza dei tre consigli evangelici e così diventano religiosi, abbracciando un nuovo stato di vita.
Lo stato religioso, pur non appartenendo alla struttura gerarchica della Chiesa, è uno dei modi per segui re più da vicino Gesù Cristo e si radica nel battesimo. Non è uno stato intermedio tra lo stato clericale e quel lo laicale, ma da entrambe le parti alcuni fedeli sono
chiamati da Dio ad uno sviluppo della consacrazione battesimale (Conc. Vat. II, Lumen Gentium, n. 44; Per fectae Caritatis, n. i e 5 e C.C.C., 913 - 916).
I Religiosi, emettendo pubblicamente i voti in un Istituto Religioso, si consacrano completamente a Dio e diventano così persone sacre, acquistando diritti e doveri definiti giuridicamente (can. 654). Essi sono tenuti, fra l’altro, all’obbligo del celibato, di osservare cioè la castità perfetta e anche perpetua — quando verrà emessa tale professione — per il Regno dei Cieli. Essi, pertanto, devono astenersi non solo da un uso illegittimo del piacere venereo, ma anche da quello legittimo nel matrimonio, in ottemperanza al voto di castità.
I Religiosi, dunque, devono evitare i peccati impuri contro il sesto e nono comandamento, rispettando anche la pudicizia e la temperanza, per premunirsi contro le tentazioni.
Ogni peccato grave contro il sesto o nono comandamento compiuto da un Religioso, è anche un sacrilegio, perché con tale peccato viene profanata la sua per sona, che, come si è detto, è sacra.
Il peccato impuro commesso da un Religioso, riveste anche le altre malizie, a seconda della specie del peccato impuro compiuto.
Così per es., un religioso, che pecca gravemente con una donna sposata, commette i seguenti peccati mortali:
1 - peccato contro il sesto comandamento: contro la castità in opere;
2 - peccato contro il nono comandamento: contro la castità in pensieri;
3 - peccato contro il primo comandamento: sacrilegio, profanazione della sua persona sacra;
4 - peccato contro il secondo comandamento: violazione del voto di castità;
5 - peccato contro il settimo comandamento: violazione della giustizia nei riguardi del marito della donna sposata;
6 - peccato contro il quinto comandamento: peccato di scandalo inducendo una persona a compiere il male.

3) I vedovi
Ai vedovi, a coloro cioè che hanno perduto per la morte il proprio coniuge, per quanto riguarda la purezza nulla è lecito di tutto ciò che è permesso agli sposati.
I vedovi, pertanto, devono osservare la castità, evitando qualsiasi specie di peccato impuro contro il sesto e il nono comandamento, rispettando anche la pudicizia e la temperanza, per premunirsi contro le eventuali tentazioni.
Ai vedovi può essere lecito — evitato il pericolo di mettersi in occasione prossima di peccato — pensare all’atto coniugale avuto con il proprio coniuge, perché l’oggetto del pensiero è una cosa lecita nel passato.
Ai vedovi, secondo la dottrina cristiana, è proibito ogni atto genitale umano, che deve svolgersi solo nel quadro del matrimonio. S. Paolo, in proposito, insegna che se i vedovi non possono vivere in continenza, non hanno altra scelta che le nuove nozze. Egli infatti dice:
“È meglio sposarsi che ardere” (ICor. 7,9).
“ Con il matrimonio, infatti, l’amore dei coniugi è assunto nell’amore irrevocabile che Cristo ha per la Chiesa (cfr. Ef. 5,25-32), mentre l’unione dei corpi nell’impudicizia contamina il tempio dello Spirito Santo, quale è divenuto il cristiano. L’unione carnale, dunque, non è legittima se tra l’uomo e la donna non si è instaurata una definitiva comunità di vita’ (Dich. della S. Congr. per la Dottrina della Fede, “Persona humana”, n. 7).

4) I non sposati
I non sposati, coloro cioè che non sono legati da alcun vincolo né sacerdotale o religioso né matrimoniale (celibi o nubili), se vogliono essere buoni cristiani e fedeli seguaci di N.S.G.C. devono osservare la castità, evitando qualsiasi specie di peccato impuro contro il sesto e il nono comandamento, rispettando anche la pudicizia e la temperanza, per premunirsi contro eventuali tentazioni.
Ai non sposati, come ai vedovi, nulla è lecito di quanto è permesso agli sposati; ad essi, pertanto, è proibito ogni atto genitale umano che deve svolgersi solo nel quadro del matrimonio (cfr. “Persona humana”, n. 7).
Anche per i non sposati vale l’insegnamento di S. Paolo, dato ai vedovi, che non possono vivere in continenza, che cioè scelgano le nozze: “E meglio sposarsi che ardere” (1Cor. 7,9).

5) In conclusione si deve dire qualche parola chiarificatrice riguardo ai separati e ai divorziati.
Circa la castità essi si trovano nella situazione dei vedovi o dei non sposati e perciò devono osservare la castità al pari di costoro.
Ai separati o divorziati potrebbe essere lecito l’atto coniugale, ma solo con il proprio vero coniuge ed è gravemente proibito con qualsiasi altro: amico o convivente o coniuge civile.
E chiaro che ai battezzati è vietato il solo matrimonio civile, perché la Chiesa per loro, richiede la “forma canonica” per una valida celebrazione del matrimonio.
I separati o divorziati possono passare a nuove nozze religiose solo quando il loro matrimonio prece dente (religioso) è stato dichiarato nullo dal competente Tribunale Ecclesiastico.
Si deve ricordare, infine, che la Chiesa non può sanare le unioni irregolari, perché non è di sua competenza, essendo l’indissolubilità del matrimonio una norma di diritto divino (Mt. 5,31-32 e 19, 3-9). La Chiesa può intervenire solo quando si verificano casi contemplati 1) nel Privilegio Paolino, 2) nel Privilegio Petrino (o della fede) 3) nel matrimonio rato e non consumato.
I - Il Privilegio Paolino (lCor. 7, 12-15)
Un matrimonio contratto tra non battezzati, anche se consumato, può essere sciolto quanto al vincolo, quando una delle due parti si fa battezzare e l’altra rifiuta di continuare pacificamente la vita coniugale. La parte cristiana allora può separarsi da quella infedele e contrarre un nuovo matrimonio (Cfr. Cann. 1143- 1150).
2 - Il Privilegio Petrino (o della fede)
Il Papa per una giusta causa può sciogliere un matrimonio, anche se consumato, tra un battezzato (entro o fuori della Chiesa cattolica) e un infedele, cioè uno non battezzato. Il Papa può sciogliere il battezzato dal vincolo matrimoniale in favore della fede da acquistarsi o da conservarsi.
3 - Il matrimonio rato e non consumato
Il matrimonio rato (= matrimonio valido) di due battezzati o tra una parte battezzata e una non battezzata a cui non abbia fatto seguito l’atto coniugale (non consumato) può essere sciolto dal Romano Pontefice per una giusta causa (Cfr. Can. 1142 e Cann. 1697- 1706).

8 -I mezzi per conservare la purezza
La purezza, detta anche “la bella virtù”, non è difficile da osservarsi, specialmente per “i puri di cuore”, per coloro cioè che, nella loro vita, si sono sempre sforzati di osservarla; la virtù “acquisita”, infatti, rende più facili quelle azioni che la costituiscono; talvolta però diventa difficile, anzi molto difficile e forti sono le tentazioni che si devono combattere e vincere.
“ Il battezzato deve continuare a lottare contro la concupiscenza della carne e i desideri disordinati”
(C.C.C. 2520).
E necessario, pertanto, premunirsi contro gli attacchi del maligno per non lasciarsi cogliere d’improvviso e cadere miseramente nel peccato. Gesù ci ammonisce: “Vegliate e pregate, per non cadere in tentazione. Lo spirito è pronto, ma la carne è debole” (Mt. 26,41).
Per esercitare la virtù della purezza è dunque indispensabile usare quei mezzi che il Signore ha messo a nostra disposizione.
Esistono due specie di mezzi: naturali e soprannaturali.
I mezzi naturali sono quei piccoli accorgimenti umani che ci aiutano a superare le difficoltà che incontriamo per conservare la purezza.
I mezzi soprannaturali sono quegli elementi spirituali, che il Signore ci dona, perché, usandoli con spirito di fede, noi possiamo ottenere le grazie attuali necessarie per vincere le seduzioni dei sensi.

1) I mezzi naturali

1 - Cercare di capire il valore prezioso della purezza nella nostra vita presente e, soprattutto, in rapporto con la futura, ricordando che tale virtù, secondo l’insegnamento di Gesù (Mt. 5, 8), porta con sé la beatitudine, la pace interiore e la visione di Dio: attraverso le creature, qui in terra, e, faccia a faccia, in Paradiso (cfr. C.C.C. 2519).
E stato costatato che un’ anima veramente pura per amore di Gesù Cristo si distingue sempre e subito dalle altre; la sa scoprire con chiarezza solo chi è esperto in campo spirituale e possiede una sensibilità particolare. Da tali persone pure emana un qualche cosa indescrivibile di serenità interiore, che traspare anche all’esterno. E noto, invece, lo sconvolgimento che produce nella persona il terremoto del peccato impuro.
Conosciuto il valore inestimabile della perla preziosa della purezza, la si apprezza e si cerca di possederla.

2 - Fuggire le occasioni di peccato. Si devono evi tare le occasioni prossime e remote di peccato. Metter si in occasione prossima di peccato significa porre delle azioni di qualsiasi specie, compiendo le quali noi prevediamo che, con molta probabilità, cadremo nel peccato impuro.
Si devono, pertanto, evitare tali occasioni, perché il mettersi in condizione prossima di peccato con consapevolezza e piena volontà si commette già peccato mortale e poi perché è molto difficile trattenersi dal peccato impuro quando già è iniziata la via della discesa, come è molto difficile fermare, improvvisamente, un oggetto in caduta.
Ricordiamo, inoltre, che nell’atto di dolore noi promettiamo non solo di evitare il peccato, ma anche le occasioni prossime di peccato.
Si devono anche evitare le occasioni remote, per ché queste, pian piano, conducono alle occasioni prossime e, quindi, al peccato.
In queste occasioni bisogna tener sempre presente le proprie inclinazioni e il soggettivo grado di sensibilità: ciò che per alcuni diventa occasione prossima di peccato, per altri è invece remota o addirittura inesistente.
Infine, concludendo, ricordiamo, con autentica e vera semplicità, che nella lotta contro le tentazioni impure vince chi fugge!

3 - Essere decisi, in maniera assoluta, nel respingere le tentazioni impure fin dal loro primo insorgere.
Ogni titubanza anche minima potrebbe essere fatale. Alle tentazioni impure non si può cedere nemmeno un millimetro: attesa la fragilità della natura umana, si finirà per cedere, in seguito, un metro e più.

4 - Distrarsi nel momento della tentazione. Se è possibile ci si impegni in qualche attività di gradimento, capace di captare la nostra attenzione oppure si pensi a qualche problema che ci attrae ed affascina; può essere utile anche un sano e moderato sport.
Devono essere valorizzate, infine, anche le cure igieniche.

5 - Considerare vanità tutto ciò che è oggetto della tentazione impura. Il peccato impuro si riduce ad un piacere di breve durata che, invece, lascia l’amarezza nel cuore e il rimorso nello spirito.

6 - Mortificazione dei sensi, specialmente degli occhi e del tatto. Una conseguenza del peccato originale è la concupiscenza, che è un veleno, che si insinua attraverso tutto il nostro essere; è necessario, pertanto, saper mortificare i sensi esterni, quelli interni e gli affetti del cuore, per conservare la purezza. I due più vulnerabili, in tale settore, sono la vista e il tatto.
Il santo Giobbe, consapevole ditale verità, aveva fatto un patto con gli occhi: di non guardare cioè le giovani donne per non essere indotto in tentazione impura. “Ho stretto un patto con gli occhi di non guardare neppure una vergine” (Gb. 3 1.1).
Il Siracide, premurosamente, raccomanda: “Non fissare il tuo sguardo su una vergine, per non essere coinvolto nei suoi castighi... Distogli gli occhi da una donna bella, non fissare una bellezza che non ti appartiene. Per la bellezza di una donna molti sono periti; e la passione vi si infiamma come il fuoco” (Sir. 9,5, 8-9).
E la Sapienza insegna: “La vista provoca negli stolti il desiderio” (Sap. 15,5).
Secondo la psicologia lo sguardo eccita la fantasia e accende il desiderio, il desiderio poi sollecita la volontà, e, se questa acconsente, il peccato entra nel l’anima (cfr. C.C.C. 2520).
Il senso del tatto è ancora più pericoloso, perché eccita impressioni sensuali che tendono facilmente alla ricerca del piacere impuro. Si usi, pertanto, grande riserbo verso se stessi; verso gli altri siano permesse le ordinarie cortesie, ma si badi a non porvi alcun senti mento appassionato che sia manifestazione di un affetto disordinato.

7 - Essere temperanti nel mangiare e nel bere e soprattutto non esagerare nell’alcool - La Chiesa, fin dai suoi inizi, ha sempre raccomandato la mortificazione nel cibo e nelle bevande, anzi, lungo il corso del l’anno liturgico, ha imposto vari digiuni e astinenze dalle carni, come segno di penitenza e anche per suggerire ai fedeli un aiuto a vincere le tentazioni impure.
Per quanto riguarda l’alcool dobbiamo usare parti colare accortezza, tenendo presente quanto ci insegna
S. Paolo: “Non ubriacatevi di vino, che porta alla lussuria” (Ef. 5, 18).

8 - La lettura spirituale - Un mezzo validissimo per vincere le tentazioni impure è la lettura spirituale. Bisogna però stare attenti a saper scegliere i libri più adatti per tale scopo. Essi sono specialmente quelli che contengono la dottrina della Chiesa o che la spiegano, quelli di alta spiritualità o quelli che raccontano esempi eroici di vita cristiana intensamente vissuta. Si consigliano pertanto: i quattro Vangeli, gli Atti degli Apostoli, le lettere di 5. Paolo e degli altri Apostoli; il Catechismo della Chiesa Cattolica o altri Catechismi, l’Imitazione di Cristo, il racconto della vita dei Santi o dei Martiri antichi o recenti, o altri libri del genere.

9 - Evitare l’ozio - L’ozio, cioè quello stato di inoperosità delle facoltà sia fisiche che mentali, è un cattivo consigliere per la custodia della purezza. Il tempo di voluta inattività è il più adatto ad essere assalito da tentazioni impure. A questo proposito è opportuno ricordare il noto proverbio: “L’ozio è il padre di tutti i vizi’,.

10 - Evitare “certe” familiarità con persone dell’altro sesso (o dello stesso sesso, se si hanno tendenze omosessuali) - E prudente non manifestare a queste persone la nostra simpatia per loro (a meno che non si tratti di fidanzamento in vista del matrimonio); ogni manifestazione di marcata affettuosità potrebbe generare un’atmosfera favorevole all’insorgere di tentazioni impure. I fidanzati nelle loro manifestazioni di affetto dovranno agire sempre con grande prudenza e cautela, tenendo presente la grande debolezza e fragilità della natura umana.

11 - Massima vigilanza - Per conservare la purezza è necessario essere costantemente vigilanti, perché i nemici, cioè la nostra concupiscenza, il mondo esteriore e il demonio sono sempre in agguato.
Non dobbiamo dire: “Ciò neppure mi scalfisce; esercito la virtù da tanti anni; sono ormai anziano” ed altre simili espressioni; potremmo avere delle sorprese assai amare.
Ascoltiamo la voce dei Santi e, soprattutto, seguiamo il loro esempio, basato sul radicato convincimento che la vita umana, fino all’ultimo istante, non è mai affrancata dal pericolo di cadere in peccato: quindi dobbiamo essere sempre vigilanti ed usare i mezzi che abbiamo a nostra disposizione per conservare il tesoro prezioso della purezza.


2) I mezzi soprannaturali

1 - La fede, la speranza e la carità
Una fede forte, una speranza certa e una carità ardente sono le tre virtù teologali che difendono la purezza da ogni assalto.
Quando un’anima è convinta che Gesù Cristo è il vero Dio, il solo Dio e l’unico Dio e crede a quanto
egli ha insegnato; è certa che, dopo questa vita, ce ne sarà un’altra, eternamente felice per i buoni ed eterna mente infelice per i cattivi; quando questa anima ama ardentemente Cristo Dio, perché sa che è il suo Dio, il suo Tutto, ha in sé tutta la forza sufficiente per combattere contro le tentazioni sensuali e per conservare quindi la purezza.
In una persona normale, quando mancano queste tre virtù, è molto difficile che esista la purezza, perché, per vincere le passioni dei sensi, tali virtù sono elementi indispensabili. Esse formano i tre pilastri che sostengono l’edificio della nostra cristiana spiritualità e rappresentano il fine di ogni umana aspirazione: Dio, che, insieme ai dono della libertà, a tutti elargisce la sua grazia per conoscerlo, possederlo e amarlo nel tempo e nell’eternità.

2 - La preghiera
Una preghiera umile, fiduciosa e costante è il mezzo più efficace e necessario per ottenere da Dio il dono della purezza (cfr. C.C.C. 2520).
Qui si parla di preghiera intesa nel suo senso più ampio e cioè: preghiera vocale: recita di formule che escono dalle labbra e partono dal cuore; preghiera mentale, fatta di riflessioni e di colloqui con Dio; preghiera abituale: quel costante sentimento di amore, che l’anima nutre verso il suo Dio, il suo Tutto.
Quando si parla di preghiera si vuole intendere, anche, il coltivare con la massima diligenza la pietà, la vita interiore e la costante presenza di Dio.
Tale lavoro interiore e personale facilita molto l’esercizio della virtù della purezza. L’anima, in questo stato, sente quasi una istintiva attrazione verso la bella virtù anche se, ricordiamolo, la concupiscenza e le relative tentazioni rimarranno sempre.

3 - L’uso frequente dei Sacramenti
L’uso frequente dei sacramenti della Penitenza e della Comunione sono mezzi molto utili per conserva re la virtù della purezza.
Diciamo subito che questi sacramenti, per produrre i loro effetti, devono essere ricevuti con le debite disposizioni.
E bene accostarsi spesso alla confessione: come norma non si lasci passare il mese; allorché, però, si ha la certezza o anche il dubbio di avere commesso un peccato mortale, è necessario pentirsi subito e accostarsi, quanto prima, al confessionale.
E utile tener presente che, allorché si avverte l’insistente assalto della tentazione, non si deve aspettare la rovinosa caduta nel peccato per accostarsi alla confessione, perché l’acqua salutare della grazia del Sacra mento spegnerà il fuoco delle passioni sensuali.
Anche la S. Comunione, se si riceve con le dovute disposizioni, porta abbondanti frutti di grazia e di purezza. E necessario, però, una diligente preparazione e non si deve omettere un devoto ringraziamento, che si ripeta frequentemente nell’intera giornata, special mente nei momenti di difficoltà e delle tentazioni impure.

4 - Partecipare alla vita liturgica della Chiesa
La preghiera, la pietà, la vita interiore e la viva partecipazione alla liturgia della Chiesa sono validi aiuti per conservare la purezza.
Per liturgia si intende quel complesso di atti di culto pubblico o ufficiale della Chiesa.
La parola “pubblico” significa che è compiuto a nome della Chiesa da un ministro a ciò legittimamente destinato, secondo le leggi e le prescrizioni della Chiesa stessa. Un atto di culto è pubblico anche se viene compiuto in privato e nel massimo segreto, come per es. il conferimento dell’assoluzione sacramentale o la recita privata del divino ufficio di un sacerdote.
Gli atti di culto pubblico sono:
I. La celebrazione della S. Messa
II. L’amministrazione dei Sacramenti e dei Sacramentali (benedizioni, consacrazioni, ecc.)
III. La recita del divino ufficio: in privato, in pubblico o solenne.
Anche se non sono strettamente attinenti alla liturgia, esistono delle funzioni extraliturgiche, cioè alcuni altri atti di culto che, pur non essendo liturgici, fanno parte della devozione popolare e vengono regolati, approvati e favoriti dalla Chiesa stessa. Tali sono per es. la “Via Crucis”, il Santo Rosario, Tridui, Novene o Mesi in onore del Signore, della Madonna e dei Santi, l’adorazione del SS. Sacramento e altre simili funzioni paraliturgiche penitenziali o devozionali.
Il seguire l’anno liturgico con i suoi vari tempi (Avvento, Quaresima, Tempo ordinario, ecc.) e le sue feste (Natale, Pasqua, Pentecoste, SS. Trinità) porta all’anima un ardente fervore religioso e spirituale che serve a tenerci lontani dalle concupiscenze della carne e ad avvicinarci di più a Gesù, che è la beatitudine dei puri di cuore.

5 - La frequente meditazione dei novissimi: morte, giudizio, inferno e paradiso
Lo Spirito Santo, nel libro del Siracide (Ecclesiastico), ci esorta con le parole: “In tutte le tue opere ricordati della tua fine e non cadrai mai nel peccato” (Sir. 7,40).
Se noi molto spesso ci concentreremo nella meditazione delle ultime grandi realtà (novissimi) della nostra vita: morte, giudizio, inferno e paradiso, certa mente avremo uno stimolo per astenerci dal peccato impuro, che, come già specificato, può condurre alla dannazione eterna.
Meditiamo, pertanto, frequentemente sui novissimi.
La morte! Essa potrebbe essere lontana o vicina e improvvisa. Che sarebbe di noi se questa ci trovasse impreparati? Il Signore ci esorta: “Vegliate, perché non conoscete né il giorno né l’ora” (Mt. 25, 13).
Il giudizio! Da questo dipenderà il nostro destino eternamente felice o eternamente infelice. Ricordiamo che l’esito, consolante o triste, del giudizio dipende dal nostro comportamento in questa terra.
L’inferno! Con tutte le forze dobbiamo evitarlo. Gesù dell’inferno dice:
“ Andate via da me, maledetti, nel fuoco eterno...”(Mt. 25, 41).
“ ... dove il loro verme non muore e il fuoco non si estingue” (Mc. 9, 48).
“ ... brucerà la pula con un fuoco inestinguibile” (Mt. 3, 12).
“ ... nella fornace ardente dove sarà pianto e stridor di denti” (Mt. 13, 42).
Non una, ma più volte il Signore ripete tale espressione: “pianto e stridor di denti”. Chi piange e stride i denti dal dolore non si trova certamente in una situazione piacevole! Ebbene: con tutte le nostre forze dobbiamo evitare l’inferno!
Il paradiso! Il fine ultimo della nostra vita terrena è raggiungere il paradiso, dove vedremo Dio faccia a faccia ed Egli sarà la nostra felicità per sempre.
Infelici noi se, alla fine dei nostri giorni, non potremo raggiungerlo: avremo sbagliato tutto nella nostra vita e per sempre.

6 - Coltivare una tenera devozione a Maria Santissima
Un mezzo efficacissimo per conservare la purezza si ha nel coltivare una tenera devozione a Maria Santissima.
La nostra devozione a Lei non deve consistere solo nell’esercizio di pie pratiche, ma, soprattutto, nell’imitazione delle sue virtù, specialmente della purezza, nella sua elezione a modello di santità, e nel pregarLa spesso, invocandoLa, in modo particolare, nel momento delle tentazioni impure.
Maria Santissima, la madre purissima, la madre castissima, la sempre vergine, la vergine delle vergini, la mediatrice di tutte le grazie ci otterrà, certamente, dal suo diletto figlio di conservare nel nostro corpo e nel nostro spirito la virtù della purezza, donandoci di gustare, nello stesso tempo, la beatitudine proclamata da Gesù: “Beati i puri di cuore” (Mt. 5 - 8).
Giova anche molto compiere, in una determinata circostanza, una totale e solenne consacrazione a Maria di tutto noi stessi, anima e corpo. E opportuno poi che tale atto venga rinnovato ogni giorno nelle nostre quotidiane preghiere.


9 - La beatitudine dei puri di cuore
Dopo aver considerato chi sono i puri di cuore del Vangelo, la purezza nei vari stati di vita cristiana e i mezzi per conservarla, dobbiamo ora esaminare la beatitudine promessa da Gesù Cristo:
“ Beati i puri di cuore...” (Mt. 5, 8).

1) La beatitudine
Innanzi tutto si deve capire bene il senso esatto della parola “beatitudine”
E opportuno, pertanto, conoscere il significato di alcuni termini: gioia, piacere, felicità, che hanno un rapporto stretto con la suddetta locuzione.
La gioia è lo stato piacevole dell’uomo, anima e corpo, causato da un qualche cosa che è secondo la sua natura. Questo qualche cosa può essere passato, presente o futuro; esso causa tale stato piacevole, perché serve a completare, a perfezionare il nostro essere limitato, che per natura sua tende alla perfezione.
La gioia si dice soprattutto dello spirito, ma si riferisce anche a tutto l’uomo, anima e corpo.
Dalla gioia si distingue il piacere, che è una soddisfazione dei sensi e riguarda più il corpo che lo spirito, senza escluderlo, evidentemente.
La felicità è lo stato piacevole di colui che è in possesso di tutto ciò che conviene al suo essere, secondo la sua capacità recettiva.
E chiaro che la felicità, in senso stretto, non sarà mai raggiunta in questa terra, ma solo in cielo.
Dire felicità o beatitudine è la stessa cosa, con la sola differenza che il primo termine viene usato, ordinariamente, in senso largo, per la vita terrena, il secondo invece per quella celeste.
La beatitudine, pertanto, è quello stato di felicità che godono i Santi in paradiso e che consiste nella visione immediata, intuitiva e facciale di Dio e nel suo godimento. Uno degli elementi che causerà questa felicità è, senza dubbio, la certezza che tale stato durerà senza interruzione e per tutta l’eternità.
Gesù quando dice: “Beati i puri di cuore...” (Mt. 5, 8), usa il termine beatitudine, non in senso stretto, per ché siamo ancora sulla terra, ma per analogia, per partecipazione a quella del cielo.
Nella parola beatitudine è compresa anche quella pace, serenità e tranquillità dello spirito, che riguarda tutta la persona dell’uomo, e vengono esclusi tutti i turbamenti di un’anima, che vive in peccato mortale, agitata dal rimorso di essere nemica di Dio.
La beatitudine è anche quella sicurezza interiore dell’anima in Dio, come quella del bambino nei riguardi della madre: quando il bambino è con la madre non ha paura di nulla.

2) La causa efficiente della beatitudine dei puri di cuore
Ciò che causa la beatitudine nei puri di cuore è l’amicizia dell’uomo con Dio, della creatura con il suo Creatore. Tale stretto legame è cementato dalla grazia santificante o abituale, che è la vita di Dio trapiantata nel nostro spirito: è l’inabitazione della SS. Trinità nell’anima.
Per conquistare la perla preziosa della grazia si richiede, oltre alla fede e al battesimo, l’osservanza esatta dei dieci comandamenti e, in particolare, l’esercizio della virtù della purezza, codificato da Dio nel sesto e nel nono comandamento.
Ogni osservanza della legge di Dio produce l’effetto della grazia, ma la purezza (e la santità completa dell’anima), è stata elevata alla dignità di beatitudine, proclamata da N.S. Gesù Cristo. Egli ha una predilezione speciale per tale virtù.
“ Beati i puri di cuore...” (Mt. 5, 8).
“ Quanto è buono Dio con i giusti,
con gli uomini dal cuore puro” (SaI. 72, 8).
“ Chi salirà il monte del Signore, Chi starà nel suo luogo santo? Chi ha mani innocenti e cuore puro” (Sai. 23, 3-4)
“ Il mio diletto si pasce fra i gigli” (Ct. 6, 3).
“ Questi non si sono contaminati con donne, sono infatti vergini e seguono
l’Agnello dovunque va” (Ap. 14, 4).
Gesù ci dice che la beatitudine dei puri di cuore consiste nel vedere Dio:
“ Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio”(Mt. 5, 8).
Certamente, perché chi riesce a vedere Dio, è pieno di Dio con la sua grazia, è posseduto da Dio e chi ha Dio, ha tutto, non gli manca nulla: ha la beatitudine.
Qui viene spontanea una domanda: i puri di cuore vedranno dio in cielo, dopo la morte, o anche sulla terra?
Sicuramente in cielo, i puri di cuore vedranno Dio faccia a faccia, come anche tutti quelli che si salveranno, secondo l’insegnamento di 5. Giovanni: “Saremo simili a lui poiché noi lo vedremo come Egli è” (lGv. 3,2); e di S. Paolo: “Noi ora vediamo come per mezzo di uno specchio, in immagine; allora invece vedremo faccia a faccia” (ICor. 13, 12) e Cfr. anche C.C.C. 2519.
Possiamo rispondere che i puri di cuore vedranno Dio anche in questa terra, secondo la capacità della natura umana per mezzo di una fede grande, limpida e semplice, attraverso il cristallo dei sensi. Si potrà vede re Dio nella fede, e, con gli occhi del corpo e dell’intelligenza, nelle opere del creato.

3) Riflessioni sulla beatitudine dei puri di cuore
S. Giovanni nel discorso di Gesù con Nicodemo chiama il Figlio di Dio con la parola “luce” e poi aggiunge: “Chi opera la verità viene alla luce” (Gv. 3, 21). In altre parole: Chi agisce lealmente, con retta intenzione, con purezza e santità di vita viene alla luce, non rimane nelle tenebre, vede la luce, che è Dio.
Qui non si tratta tanto di vedere solo la luce natura le, che vedono anche i malvagi, quanto piuttosto della luce spirituale, che è un insieme di naturale e soprannaturale, che influisce negli occhi del corpo, dell’intelligenza e della fede e ci dà così la possibilità di vedere la vera luce, Dio.
Abbiamo detto che in questa terra vediamo Dio, attraverso il cristallo dei sensi e, se questo è terso, limpido e trasparente, con l’aiuto della fede potremo vedere Dio come Egli è, Uno e Trino. Se invece tale cristallo è annebbiato, appannato, offuscato o, peggio macchiato o spezzato non potremo vedere nulla.
Quello che rende inservibile il cristallo dei sensi per vedere Dio in questa terra è il peccato, specialmente il peccato dell’impurità. Tale colpa, infatti, è quella che più di ogni altra lascia un segno nello spirito e col pisce più le anime che, ordinariamente, si conservano pure che non coloro che sono inveterati nel vizio. Più forte e marcato, infatti, è il rimorso negli uni che non negli altri; senza considerare quelli che, ormai, hanno fatto tacere la voce della coscienza, o quasi, perché è impossibile spegnere del tutto la voce della coscienza, per l’abitudine radicata dell’impurità.
I peccati impuri, infatti, sono quelli che più si ricordano, anche nei particolari, perché più degli altri lasciano nella persona un’impronta speciale intaccando, direttamente, la natura dell’uomo, la natura della sua vita fisica.
Se l’impurità è quel peccato che, più di ogni altro, lascia un segno più marcato nel rimorso atroce che porta nella coscienza, al contrario, la virtù opposta, la purezza produce nell’anima un segno più accentuato, quasi un anticipo della beatitudine del cielo che il giusto avrà nella visione di Dio, promessa nella vita eterna, ma già iniziata, nella fede, in questo mondo.
Non è la purezza che ci fa vedere e gustare Dio in questo mondo, ma la fede; la purezza è il mezzo per rendere più limpidi gli occhi della fede, per avvicinarci alla visione di Dio e al Suo godimento.
Perché la purezza sia completa, tale da meritare la beatitudine promessa da Gesù, è necessario che l’anima sia veramente pura e santa, cioè immune da qualsiasi peccato, che abbia sempre la rettitudine di intenzione e il distacco dai beni di questo mondo: dal nostro spirito, dall’intelligenza e dalla volontà; dal nostro corpo e dai beni che sono al di fuori di noi: dalle ricchezze e dalle comodità della vita; che impari ad usare tutti questi beni come mezzi e non come fine, che è e deve essere, sempre e solo, Gesù, Dio.
Una pallida idea della beatitudine dei puri di cuore è offerta dall’amore di due persone, che veramente si amano, di due innamorati. Di essi si dice che sono felici.
La purezza evangelica, infatti, perché sia tale, si richiede che sia conservata per amore di Gesù Cristo, per la conquista del Regno dei Cieli, di Dio.
Esiste, però, una differenza tra due creature innamorate e l’anima pura innamorata di Dio. Nei primi rimane il dubbio atroce che la creatura possa cedere al tradimento, nella seconda si ha la certezza assoluta che Dio non tradirà mai, c’è solo la possibilità che sia tra dito Dio da parte dell’uomo.
Nel Regno dei cieli, invece, sarà esclusa del tutto la possibilità di un qualsiasi tradimento: e sarà quindi beatitudine piena.
La beatitudine dei puri di cuore consiste anche nella certezza di contemplare con gli occhi della fede Dio, Uno e Trino, senza avere di Lui il timore di ricevere un rimprovero, ma uno sguardo di profonda simpatia e di immenso amore. Noi, estasiati in Lui, nel vedere di essere oggetto dell’amore del Padre dell’Universo, di essere i suoi prediletti, di essere da Lui posseduti, di essere trasformati in Lui, ci addormenteremo nel suo amore e guarderemo alla morte come alla grande liberatrice. L’anima completamente pura e santa, sciolta da qualsiasi vincolo terreno, vola liberamente verso il sole della SS. Trinità, perché quello è il suo tesoro (cfr. Mt. 6,21), quello è il suo tutto, come ripeteva spesso 5. Francesco d’Assisi: “Mio Dio e mio Tutto”

10 - La purezza, virtù ancella della carità
Talvolta si sente dire che la Chiesa Cattolica ha dato preminenza alla purezza, specialmente in passato, a confronto della carità, che è la regina di tutte le virtù. Tale affermazione indica una mancanza di chiarezza sia del concetto di carità cristiana sia di quello della purezza. Se la Chiesa ha sempre insistito molto sulla purezza, l’ha fatto proprio in funzione della carità.
Compresa bene la vera natura della carità cristiana e della purezza comprenderemo anche l’infondatezza della suddetta affermazione critica.
La purezza, infatti, è quella virtù che ci insegna a distaccarci da noi stessi e, in tale maniera, dispone il nostro animo alla carità cristiana.
Non può esistere nel fedele vera carità cristiana e cioè vero amore verso Dio per Se stesso e amore del prossimo per amore di Dio, se prima egli non ha imparato a distaccarsi da se stesso, dal proprio io, dal proprio corpo e dalle ricchezze che sono fuori di lui. (Cfr. Conc. Vat. 11, “Perfectae caritatis”, 12).
Cerchiamo, pertanto, di comprendere bene la vera natura della carità cristiana. Essa è la terza delle virtù teologali, dopo la fede e la speranza e tutte e tre hanno come oggetto Dio: nella fede, Dio da conoscersi per mezzo della rivelazione operata da N.S. Gesù Cristo; nella speranza, Dio da possedersi, dopo la morte, nella vita eterna, in Paradiso; nella carità, Dio, conosciuto con la fede, da amarsi sopra ogni cosa, con tutta la mente, con tutto il cuore e con tutte le forze in questo mondo, e, soprattutto, nell’altro, per l’eternità, in Paradiso.
Quale meta altissima è la virtù della carità e quanto è difficile da raggiungersi! Potremmo dire che la carità è l’unica vera virtù e che le altre sono manifestazioni di essa.
Le altre virtù, infatti, non sono tali se non sono informate dalla carità, che ne è la regina; esse sono come le ancelle, ma ancelle senza le quali la carità stessa non può sussistere.
Ecco infatti quanto insegna S. Paolo in proposito.
“ Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna.
E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, e possedessi la sicurezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sono nulla.
E se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per essere bruciato, ma non avessi la carità, niente mi giova.
La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiusti zia, ma si compiace della verità. Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta” (1Cor. 13,1-7).
Dalla descrizione di 5. Paolo, quindi, scaturiscono due insegnamenti: primo, la carità è la regina di tutte le virtù ed essa tutte le informa; secondo, le altre virtù sono elementi indispensabili per la sussistenza della carità stessa.
La pazienza, l’umiltà, la purezza, ecc. sono varie manifestazioni della carità; non può esistere vera carità senza la pazienza, l’umiltà, la purezza, e tutte le altre virtù; e non possono esistere la vera pazienza, l’umiltà, la purezza e le altre virtù senza la carità, cioè prescindendo dall’amore di Dio.
Dobbiamo dunque concludere che la purezza (come ogni altra virtù) è una virtù necessaria per possedere la vera carità cristiana.
Da quanto sopra esposto, appare chiaro che non si può identificare la carità con l’elemosina, che è gesto profondamente cristiano, ma non è virtù, e neppure confonderla con la filantropia, il solidarismo, la beneficenza, l’altruismo, l’umanitarismo che, per lo più, si fondano su di un lodevole senso di amore verso il prossimo, ma, disgiunta dall’amore di Dio, non posso no identificarsi con la carità cristiana.
Essa è amore, volontà di bene, ma quale amore?
Non qualsiasi amore, ma quello soprannaturale per Iddio: ma non per qualsiasi Dio (conosciuto solo con la ragione o creato con la fantasia), ma Dio, conosciuto per mezzo della rivelazione, della fede, tramite l’annunzio di Gesù Cristo, Figlio di Dio e Dio lui stesso insieme con il padre e lo Spirito Santo.
Questo amore — insieme con la fede e la speranza — ci è stato infuso nell’anima nel santo battesimo (cfr. Rm. 5, 5).
L’oggetto della carità cristiana è duplice: primo, Dio, conosciuto per mezzo della fede, e questo deve essere amato per Se stesso; secondo, noi stessi e il prossimo, che devono essere amati non per se stessi, ma per amore di Dio.
Due comandamenti che si possono riassumere in uno solo: amore di Dio. Perché l’amore verso noi stessi e il prossimo non sono altro che l’espressione e la prova del nostro amore per Dio, secondo l’insegna mento di Gesù: “Se mi amate, osservate i miei comandamenti” (Gv. 14, 15) e “In questo consiste l’amore di Dio, nell’osservare i suoi comandamenti” (lGv. 5, 3 e cfr. anche Conc. Vat. Il, “Lumen Gentium”, 42).
Da qui risulta che il vero amore di Dio (la carità cristiana) non si può esaurire in sole espressioni di affetto per Iddio, anche sincere, in preghiere, anche ardenti, ma trova il suo compimento nelle opere, che sono la manifestazione concreta dei nostri sentimenti per Dio, secondo l’insegnamento di Gesù: “Non chiunque mi dirà: Signore, Signore, entrerà nel Regno dei Cieli, ma chi fa la volontà del Padre mio, che è in cielo, questi entrerà nel Regno dei Cieli” (Mt. 7, 21).
Il Signore ci insegna anche con quale intensità dobbiamo amarlo: “Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la mente. Questo è il massimo e primo comandamento” (Mt. 22, 37-38).
In altre parole, tutta la nostra vita presente deve essere un olocausto a Dio.
Dobbiamo convincerci che Dio è molto esigente e geloso — anche se buono, misericordioso e comprensivo — e ci vuole tutti per Sé. Egli infatti ci dice: “Nessuno può servire a due padroni: o odierà l’uno e amerà l’altro, o preferirà l’uno e disprezzerà l’altro; non potete servire a Dio e al denaro” (Mt. 6, 24).
La vera carità cristiana dunque consiste nell’amore di Dio per Se stesso con tutte le nostre forze, e quando si dice tutte, si intende, che neppure una sola delle nostre facoltà deve essere impiegata per un fine di verso.
L’espressione di Gesù si può tradurre anche:
“ Amare Dio sopra ogni cosa” e ciò significa ritenere Dio il bene più grande di tutti i beni che esistono sulla terra; ne consegue che tutti gli altri beni di questo mondo si devono stimare come inferiori, e, fra questi, anche il bene di se stesso, del proprio io e del proprio corpo.
L’amore per Iddio pertanto deve essere sommo.
Bisogna fare attenzione a non confondere l’amore soprannaturale per Iddio, che risiede unicamente nel l’intelletto e nella volontà e nella stima supera qualsiasi altro amore, con quello per le persone care, che si distingue per la forza dell’affetto e che, per l’intensità, non è superato da nessun altro e che per lo più risiede nei sensi.
Si può pertanto conciliare l’amore soprannaturale sommo per Iddio e l’amore sensibile, non superato da nessun altro, per una persona cara.
Come si vede, altissima è la meta della vera carità cristiana.
Ecco quanto dice S. Bonaventura su questo argo mento.
“ La carità ha tanta forza che essa sola serra l’inferno, apre il paradiso, sola dà la speranza della salute, sola rende grati a Dio. E di tanto valore che essa tra le altre è detta la virtù per antonomasia: chi l’ha è ricco, dovizioso e beato; chi non l’ha è povero, accattone ed infelice”.
Se dunque la carità ha tanto valore, bisogna prendersi cura di possederla a preferenza di tutte le altre virtù; e non una carità qualunque, ma quella sola per la quale si ama Dio sopra ogni cosa e il prossimo per amore di Dio.
In qual modo poi, tu debba amare il tuo Creatore, il medesimo tuo Sposo te lo dice nel Vangelo: ‘Amerai il Signore Iddio tuo con tutto il tuo cuore e con tutta l’anima tua e con tutta la tua mente’.
Intendi bene, quale amore voglia da te il tuo diletto Gesù Egli vuole che all’amor suo tu dia tutto il tuo cuore, tutta la tua anima e tutta la mente tua, in modo che in tutto il tuo cuore, in tutta l’anima tua e in tutta la tua mente nessun altro possegga con lui nemmeno una piccola parte.
Certamente allora ami Dio con tutta l’anima, quando fai volentieri e senza nessuna opposizione non ciò che tu vuoi, non ciò che consiglia il mondo, non ciò che suggeriscono i sensi, ma ciò che sai tu che Dio vuole. Certissimamente poi, allora ami Dio con tutta l’anima, quando per amor suo ti esponi anche alla morte, se occorre.
Ma se, al contrario, sarai stato negligente in qual cuna di queste cose, allora no, non ami con tutta l’ani ma. Via dunque, ama il Signore Dio con tutta l’anima, vale a dire, conforma in ogni cosa la volontà tua alla volontà divina” (Dagli “Opuscoli mistici” di San Bonaventura Vescovo — “De perfectione vitae ad sorores” ed. Vita e Pensiero, Milano 1926, pp. 307; 349-351).
La meta della carità cristiana è difficile a raggiungersi; per poterla conquistare si richiede che l’animo sia distaccato da tutti i beni di questo mondo e che sia aiutato dall’esercizio di tutte le virtù e specialmente della purezza, che, più di ogni altra, dispone il fedele cristiano al vero amore per Iddio.
Di qui appare chiaro che la purezza (e tutte le altre virtù) è ancella della carità e grande è il sostegno che le assicura.
La purezza è una virtù indispensabile per la carità fino al punto che non vi può esser carità senza purezza.
Il peccato dell’impurità, infatti, distrugge il tessuto osseo del fedele cristiano; gli sconvolge, come un terremoto, la mente e il cuore, e lo rende incapace di amare Dio per se stesso sopra ogni cosa.
Dopo tali considerazioni, dunque, si deve ritenere infondata la critica alla Chiesa, ricordata all’inizio del capitolo.
0ra è facile comprendere perché la chiesa, maestra saggia, lungo il corso dei secoli, ha sempre inculcato con insistenza ai suoi fedeli l’esercizio della purezza, che è facile perdere per la fragilità e debolezza umana; perdendo la purezza si perde anche la carità, che è la virtù regina, che ci fa entrare nel Regno dei Cieli. (Cfr. C.C.C. nn. 1822 - 1829).
Conclusione
Nella considerazione della bella virtù della purezza, siamo riusciti a capire chi sono i veri puri di cuore, proclamati dalla beatitudine di Gesù, attraverso l’esame del sesto e nono comandamento e degli altri insegnamenti evangelici.
Consapevoli delle difficoltà che si trovano nell’esercizio ditale virtù, abbiamo individuato con semplicità e chiarezza i mezzi naturali e soprannaturali per conservarla.
I fedeli del popolo di Dio, ai nostri giorni, non chiedono ai loro pastori e maestri parole o paroloni, ma desiderano di avere nella dottrina della fede certezze e idee chiare e precise.
Nel presente lavoretto mi sembra di aver soddisfatto tale esigenza.
Voglia il cielo che, attraverso queste pagine, lo Spirito Santo per intercessione di Maria Santissima ci abbia reso chiara l’importanza della virtù della purezza, al fine del dinamismo e dell’arricchimento della nostra vita spirituale.
Se fossimo riusciti a tanto, avremmo trovato un mezzo sicuramente efficace per introdurci sulla strada maestra della carità cristiana, che ci largisce la robustezza per entrare attraverso “la porta stretta” e poter raggiungere così la beatitudine eterna della salvezza, promessa da N.S. Gesù Cristo, morto e risorto.

Fonte: La purezza per il regno dei cieli di Padre Raimondo Marchioro Francescano conventuale

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