Maria a Medjugorje Messaggio del 20 luglio 2007:Cari figli, oggi vi invito a riportare la preghiera nelle famiglie. Cari figli, pregate e crescete nella santità nelle famiglie. Pregate, figlioli, insieme con la Madre per le famiglie, pregate per i giovani. Grazie, cari figli, per aver risposto alla mia chiamata!

La santità




Dio ci ha messi in questo mondo affinché, con la sua grazia e la nostra cooperazione, possiamo raggiungere il fine della nostra vita, propostoci da lui, e cioè la salvezza eterna, il Paradiso. Si potrà ottenere ciò camminando nella via della santità.
A questa infatti Dio chiama tutti indistintamente:
Papa, Vescovi, sacerdoti, religiosi e fedeli; tutti abbiamo in comune questa vocazione, questa meta da raggiungere, anche se non tutti siamo chiamati allo stesso grado. Per l’ingresso in cielo occorre almeno un grado di grazia santificante. La santità, sia nella genesi che nel suo sviluppo, importa sempre l’intervento della grazia e la libera cooperazione dell’uomo: sono indispensabili tutti e due gli elementi.
Il Signore ci dice: «Siate santi, perché Io, il Signore, Dio vostro sono Santo» (Lv. 19,2).
«Siate dunque perfetti, come è perfetto il Padre vostro celeste» (Mt. 5,48).
«Così come in lui (Gesù Cristo) ci aveva eletti prima della creazione del mondo, affinché fossimo santi ed immacolati dinanzi a lui per la carità» (Ef.1,4).
«Questa è la volontà di Dio: la vostra santificazione; che vi asteniate dall’impurità... Dio infatti non ci ha chiamati all’impurità, ma a vivere nella santità» (lTs. 4,3-7).

I) La santità è un’intima e profonda unione con Dio Padre, che ci ha creato, con il Figlio, che ci ha redento, con lo Spirito Santo, che ci ha santificato. La SS. Trinità in Cristo e per mezzo di Cristo, è la fonte e l’origine di ogni santità (cfr. Con. Vat. II, Lumen Gentium, 47).
La santità ha un numero indefinito di gradi: dal minimo indispensabile per entrare in Paradiso, alla santità della Madonna Santissima, la piena di Grazia. Questa diversità di gradi dipende dalle grazie attuali che Dio concede ad un’anima e dalla cooperazione della stessa.
In corrispondenza ai gradi di santità acquistati in terra, mentre siamo nel corpo, corrisponderanno altrettanti gradi di gloria in Paradiso.
La santità è la perfezione morale soprannaturale:
essa importa almeno l’assenza del peccato mortale, non quella del peccato veniale semi deliberato; assenza che, senza uno speciale privilegio di Dio, come nella B.V. Maria, come insegna la Chiesa, è impossibile. (cfr. Conc. Trid. Denz. 1573). «Tutti, infatti — per la grave ferita inferta all’umanità dal peccato originale — manchiamo in molte cose» (Gc. 3,2). Di qui risulta che il modo di presentare il Santo come un uomo assolutamente senza difetti o mancanze, alla maniera di molte agiografie, specialmente in tempi passati, è antidogmatico, e, conseguentemente, antistorico e per di più antipedagogico; noi, infatti, vogliamo vedere nel Santo una vita non impossibile, ma realizzabile, con la buona volontà, anche da ciascuno di noi. Il Concilio di Trento infatti insegna: «In tutta la vita non è possibile evitare tutti i peccati, anche veniali, senza un privilegio speciale di Dio, come in Maria SS.» (cfr. Conc. Trid. sess. VI, can. 23, Denz. 1573).
La santità consiste in uno sforzo continuo a realizzare una più intima unione con Dio mediante l’esercizio delle tre virtù teologali e delle quattro virtù cardinali (morali) e specialmente mediante l’esercizio della carità, regina e forma di tutte le virtù, perché essa unisce direttamente l’anima a Dio.
«Dio è amore e chi rimane nell’amore, sta in Dio e Dio in lui» (lGv. 4,16).
«Ora Dio ha largamente diffuso il suo amore nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo, che ci fu dato» (cfr. Rm. 5,5); perciò il dono primo e più necessario è la carità, con la quale amiamo Dio sopra ogni cosa (e per se stesso) e il prossimo per amore di Dio.
Ma perché la carità come un buon seme cresca nell’anima e vi fruttifichi, ogni fedele deve ascoltare volentieri la Parola di Dio e, con l’aiuto della sua grazia, compiere, con le opere, la sua volontà, partecipare frequentemente ai sacramenti, soprattutto all’Eucaristia e alla santa liturgia; applicarsi costantemente alla preghiera, all’abnegazione di se stesso, al servizio attivo dei fratelli e all’esercizio di ogni virtù. La carità, infatti, vincolo della perfezione e compimento della legge (cfr. Col. 3,14; Rm. 13,10), dirige tutti i mezzi di santificazione, dà loro forma e li conduce al loro fine. (cfr. S. Augustinus, Enchir. 121,32; P.L. 40,288 - S. Thomas, Summa Theol. Il-Il, q. 184, a. I - Pius XII, Adhort. Apost. «Menti nostrae», 23 sept. 1950: A.A.S., 42(1950), p. 660). Perciò il vero discepolo di Cristo si caratterizza dalla carità sia verso Dio che verso il prossimo» (Conc. Vat. TI, «Lumen Gentium», 42).
Ciò che ci rende giusti, cioè santi, è la grazia santificante (cfr. Catechismo di S. Pio X, 270).

2) La santità canonizzabile è quella riconosciuta pubblicamente dalla Chiesa. Essa riconosce una virtù eroica nell’abituale esercizio di tutte le virtù teologali e morali in grado straordinario, cioè superiore al comune modo di agire dei buoni cristiani, anche in circostanze difficili.
Quando la Chiesa canonizza un fedele, intende proporlo a tutti gli altri come esempio e modello di vita cristiana.
La santità nelle sue linee essenziali è unica, come la carità, tuttavia nel corso dei secoli essa ha assunto diverse forme nelle varie scuole di spiritualità fiorite da una diversa proporzione ed equilibrio degli elementi nel rilievo dato ad un mezzo a preferenza di altri secondo la diversa vocazione divina e il carattere di ciascuno. Sono diverse vie, tutte valide, per raggiungere la medesima meta. Se esaminiamo, infatti, l’agiografia cristiana troviamo santi in tutti gli strati sociali e nelle più svariate condizioni di vita. Essi hanno raggiunto la santità, seguendo la via e il modo indicati a loro dalla divina Provvidenza. (cfr. Conc. Vat. Il, «Lumen Gentium», 41).
Dobbiamo tendere alla santità perché è un comando di Dio, come sopra abbiamo visto, per poter entrare nei suoi piani, poiché egli ci ha destinato ad una felicità eterna. Dobbiamo sforzarci di compiere questo per corrispondere all’amore che Egli ci ha portato. Fin dall’eternità infatti ci ha pensato, a preferenza di tanti altri miliardi di esseri possibili, e ci ha donato la vita facendocj ad immagine e somiglianza sua con Una vita naturale e soprannaturale. E inoltre ci ha redenti e salvati (cfr. Rm. 5,6-11).
Siamo chiamati tutti a tendere alla santità anche nel 2000 e nel mondo in cui viviamo, dove sembra che tutti i valori spirituali e soprannaturali siano scomparsi: in qualsiasi posto ci troviamo nella società e nella Chiesa dove ci ha messi la Divina Provvidenza; insieme con quelle persone che ci stanno accanto, con quei doni che abbiamo ricevuto; con quel carattere che abbiamo ereditato e con quelle difficoltà che comporta il lavoro che svolgiamo. Noi dobbiamo tendere alla santità nella Chiesa «Santa», anche se imperfetta, e con tutte le forze che sono a nostra disposizione, anche se questa non sarà raggiunta in terra, ma avrà il suo compimento nella gloria del Cielo. (cfr. Conc. Vat. II, «Lumen Gentium», 48).

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