Maria a Medjugorje Messaggio del 25 marzo 1988:Cari figli, anche oggi vi invito all'abbandono totale a Dio. Cari figli, non siete consapevoli del grande amore con cui Dio vi ama: è per questo che mi permette di essere con voi, per istruirvi ed aiutarvi a trovare la strada della pace. Voi però non potrete scoprire questa strada se non pregate. Per questo, cari figli, lasciate tutto e dedicate il tempo a Dio, e Dio vi ricompenserà e vi benedirà. Figliolini, non dimenticate che la nostra vita passa come un fiorellino di primavera, che oggi è meraviglioso e domani non se ne trova traccia. Per questo pregate in modo tale che la vostra preghiera e il vostro abbandono diventino un indicatore di strada. Così la vostra testimonianza non sarà solo un valore per voi attualmente, ma per tutta l'eternità. Grazie per aver risposto alla mia chiamata!

La povertà evangelica




L’essenza della santità sta nell’amore di Dio per se stesso con tutta la mente, con tutto il cuore e con tutte le forze e il prossimo come noi stessi per amore di Dio. (cfr. Mt. 22,37-40).
Non si può amare davvero il prossimo se non amiamo davvero Dio e non si può amare veramente Dio ed esercitare tutte le virtù se prima noi non siamo distaccati completamente da tutti i beni di questo mondo, e, primo fra tutti, da noi stessi, dal nostro spirito, intelligenza e volontà, e dal nostro corpo.
Questa è la via obbligata da seguire per poter amare veramente Dio, come lui vuole essere amato e per raggiungere la meta della santità.
Primo passo da compiere in tale cammino è un lavoro negativo: rinnegare noi stessi, morire cioè al Peccato e dire sempre di no alle nostre cattive inclinazioni, quando queste ci portano alla trasgressione dei Comandamenti di Dio. (Cfr. Mt. 16,24-26). Si riuscirà a creare in noi stessi tale vuoto, preliminare di santità, solo quando, con tutte le nostre forze, noi ci dedicheremo giorno per giorno ad un continuo esercizio della povertà evangelica.
Innanzi tutto si deve capire bene il significato di questa virtù, eminentemente evangelica e francescana: evangelica, perché tanto inculcata nel Santo Vangelo; francescana, perché S. Francesco d’Assisi, più di ogni altro, l’ha praticata fino al punto di chiamarla sua sposa. (cfr. Tommaso da Celano, Vita Seconda, cap. XXV, n. 55 - cfr. Fonti Francescane, Sez. Il, n. 641, p. 599).
Per povertà evangelica non si deve intendere solo la scarsità di beni naturali ma, e soprattutto, il distacco da essi. In quest’ottica un grande ricco può essere povero secondo il Vangelo e uno di coloro che si dicono comunemente poveri può essere ricco di desideri terreni e di aspirazioni mondane e quindi non povero secondo lo spirito del Vangelo. Si possiede veramente la povertà evangelica quando si considerano i beni di questo mondo «un nulla, una spazzatura», come dice S. Paolo, oppure si valutano solo in quanto possono diventare strumenti utili per conseguire i beni celesti: si ritengono mezzo per raggiungere il Signore: «Ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero come spazzatura, al fine di guadagnare Cristo» (Fil. 3,8).
Il grado, pertanto, della poverà evangelica non si deve misurare dalla quantità e qualità di beni naturali che uno possiede, ma dal suo distacco da essi.
Chi riesce ad esercitare veramente e continuamente la virtù della povertà evangelica crea in se stesso un «vuoto», cioè quella disposizione spirituale necessaria ed indispensabile per rendersi idoneo e capace di amare Dio veramente come Lui vuole essere amato e si incammina così sulla via della santità.
In tale situazione l’anima pone tutta la sua fiducia e la sua speranza in Dio; si rende padrona di se stessa; si libera dalle angustie di questo mondo, ottenendo quel grado di pace e di serenità più alto che si può ottenere in terra. Ecco perché Gesù ci ha detto: «Beati i poveri in spirito, poiché di essi è il regno dei cieli» (Mt. 5,3). Ecco perché S. Francesco d’Assisi, che aveva capito bene il richiamo di Gesù, si è distaccato da tutto e da tutti e ha sposato: «Madonna Povertà». «Ripeteva ai suoi figli che questa è la via della perfezione, questo il pegno e la garanzia delle ricchezze eterne» (Tommaso da Celano, Vita Seconda, cap. XXV, n. 55 - cfr. Fonti Francescane, Sez. Il, n. 641, p. 599).
E necessario, pertanto, operare anche in noi stessi l’esercizio del distacco dai beni di questo mondo su tre settori:
1) dal nostro spirito;
2) dal nostro corpo;
3) dai beni che sono al di fuori di noi.

1) Distacco dal nostro spirito. Dio ci ha creato donandoci una vita vegetativa, come quella delle piante, sensitiva, come quella degli animali e spirituale, come quella degli angeli e simile alla Sua. Ad ognuno dì noi ha concesso molti doni, perché ci servissero come mezzi, e non come fine, per raggiungere la salvezza eterna.
Prima di tutto dobbiamo operare un certo distacco dallo spirito e dalle sue facoltà, intelligenza e volontà con i doni relativi ricevuti, usandoli per il fine per cui Dio ce li ha dati. Dobbiamo, pertanto, utilizzare la nostra intelligenza e la nostra volontà non per il nostro egoismo umano e mondano, ma solo per il bene soprannaturale, per compiere opere buone e meritorie e per il servizio dei fratelli, per esprimere così il nostro amore per Iddio.
Le nostre aspirazioni possono essere per il raggiungimento di mete anche umane e terrene, ma sempre subordinate alla nostra salvezza.
Potremo dire, ad esempio, di aver operato in noi stessi il distacco dal nostro spirito, dall’intelligenza e della volontà, quando non avremo più alcuna preoccupazione per quello che gli altri pensano o dicono di noi, ma badiamo solo al giudizio di Dio.
Se arriveremo a questo punto, scaturiranno spontaneamente dal nostro essere le seguenti virtù: l’umiltà, l’obbedienza, la mansuetudine, la dolcezza, la prudenza, la giustizia, la fortezza, la pazienza e soprattutto la carità cristiana, la regina di tutte le virtù.

2) Distacco dal nostro corpo. Per costituire il nostro essere, Dio ci ha dato, oltre allo spirito, anche un corpo. Come lo spirito, il corpo deve essere utilizzato da noi, non come strumento di passione e di piacere, ma per il fine voluto da Dio. Dobbiamo pertanto trattare il nostro corpo con rispetto, pensando che è tempio di Dio, tempio dello Spirito Santo (cfr. Gv. 14,23; 1 Cor. 6,12-20), e gestirlo come ci fosse stato dato in prestito e non come fosse cosa e proprietà nostra. Non dobbiamo inoltre trattarlo né troppo severamente, mortificandolo in una maniera eccessiva né accontentandolo troppo, assecondando tutte le sue passioni. (cfr. Gal. 5-16-17).
È opportuno ricordare che la nostra natura umana è stata gravemente ferita dal peccato originale con la concupiscenza e perciò è portata a desideri che sono contrari allo spirito e alla volontà di Dio. Dobbiamo, pertanto, domare il nostro corpo e utilizzarlo unicamente per compiere opere buone. Se noi riusciremo a realizzare questo, potremo costatare di essere veramente distaccati dal nostro corpo e vedremo fiorire nel nostro animo le belle virtù della purezza, della castità, della fortezza e della temperanza, virtù tanto care al cuore di Gesù che ha detto: «Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio» (Mt. 5.8).
La purezza è la virtù che più di ogni altra ci unisce a Dio, non direttamente ma indirettamente, poiché ciò che unisce a Dio è l’amore, la carità. Non vi può essere Vero amore di Dio se non c’è in noi una perfetta purezza di anima e di corpo, cioè il completo distacco dal nostro corpo, che ci spinge ad amare veramente Dio e Dio solo e noi stessi e il prossimo per amore di Dio. Questa condizione di vita porta tanta serenità e pace al nostro spirito e anche grande tranquillità al corpo. Ascoltiamo anche quanto ci dice S. Tommaso d’Aquino a questo proposito.
«Benché nella gerarchia delle virtù la castità occupi un grado inferiore a molte altre virtù, in pratica, molto giustamente, viene ad essa attribuita una funzione preponderante nella vita cristiana; perché è questa virtù che preserva l’uomo dalla tirannia della concupiscenza, la quale per la veemenza delle sue passioni può disturbare notevolmente le funzioni morali delle facoltà superiori (intelletto e volontà), creando, con i difetti e vizi, l’impossibilità di una vita virtuosa informata dalla carità» (cfr. Sum. Theol., TI-TI, q. 153, art. 5).

3) Distacco dai beni che sono al di fuori di noi. Dobbiamo rimanere distaccati non solo dallo spirito e dal corpo, ma anche dai beni che sono al di fuori di noi.
Questi beni, ai quali il nostro cuore si può attaccare in maniera disordinata e allontanarci così da Dio, possono essere le persone, le cose (cibo, vestito, casa, mezzi di comunicazione, ecc.), i luoghi, le comodità e persino gli animali, ma soprattutto le ricchezze, perché con esse si possono ottenere tutti gli altri beni. Ecco perché S. Paolo ci insegna: «L’attaccamento al denaro è la radice di tutti i mali; per il suo sfrenato desiderio alcuni hanno deviato dalla fede e si sono da se stessi tormentati con molti dolori» (1 Tm. 6,10).
Dobbiamo utilizzare questi beni per lo scopo per cui Dio ce li ha concessi, per compiere cioè opere buone e meritorie per il Paradiso. Dobbiamo prestare attenzione a non renderci schiavi di essi. Il nostro cuore deve essere attaccato unicamente a Dio e in nessuna maniera possiamo trasgredire i comandamenti del Signore per il possesso ditali beni, perché significherebbe che noi amiamo le creature più che il Creatore.
Meritano un particolare accenno quelle persone che possono essere sconvolte nel loro cuore e allontanarsi dall’amore di Dio. I fidanzati, i coniugi e le persone, che sono attratte da altre per la loro bellezza o simpatia, possono trovarsi talvolta in situazioni difficili ed essere tentate a trasgredire i comandamenti di Dio. Vi sono poi persone, legate da vincoli di parentela, di amicizia o di fraternità e in particolar modo i nostri genitori.
Dobbiamo fare in modo che il nostro amore naturale e spontaneo verso queste persone care sia sempre corretto, equilibrato, che scorra sempre nell’alveo della legge di Dio e venga così soprannaturalizzato: amare cioè questi nostri fratelli non per se stessi, ma per amore di Dio, e, messi al bivio, preferire Dio alla persona cara.
A questo proposito è chiaro l’insegnamento di Gesu: «Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me; chi non prende la sua croce e non mi Segue, non è degno di me. Chi avrà trovato la sua vita, la perderà: e chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà» (Mt. 10,37-39).
«Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo. Chi non porta la propria croce e non viene dietro di me, non può essere mio discepolo» (Lc. 14,26-27).
Se in circostanze particolari dovessimo perdere qualcuno di questi beni, non dobbiamo eccessivamente preoccuparci, agitarci, deprimerci, ma pensare che in questo mondo tutto è secondario fuorché amare Dio e salvare la nostra anima. Non ci rimane che esclamare come il santo Giobbe: «Il Signore ha dato, il Signore ha tolto: sia benedetto il nome del Signore!» (Gb. 1,21). Dobbiamo inoltre ricordare che la privazione di qualcuno di questi doni, che Dio ci ha concesso, fa parte della croce che ogni buon cristiano deve portare per giungere alla salvezza.
Si devono ancora tener presenti gli insegnamenti di Gesù relativi alle ricchezze, le quali possono diventare una grave tentazione, che ci induce alla trasgressione dei comandamenti di Dio: «Ma Gesù, presa di nuovo la parola, dice loro: ‘Figliuoli, quanto è difficile entrare nel regno di Dio! E piu facile a un cammello passare per la cruna di un ago, che a un ricco entrare nel regno di Dio’» (Mc. 10,24-25).
L’attaccamento ai beni di questo mondo agita il nostro spirito, ci fa dimenticare il fine per cui Dio ci ha creati, ci induce ad allontanarci da Lui e a cercare il nostro Paradiso non nei cieli ma sulla terra.
Ammirevole e commovente è il gesto di S. Francesco che davanti al Vescovo di Assisi si spoglia perfino delle vesti per essere veramente povero, distaccato da tutto e libero di poter esclamare: «Padre nostro che sei nei cieli». «Comparso davanti al Vescovo, Francesco non esita né indugia per nessun motivo: senza dire o aspettare parole, si toglie tutte le vesti e le getta tra le braccia di suo padre, restando nudo di fronte a tutti. Il Vescovo, colpito da tanto coraggio e ammirandone il fervore e la risolutezza d’animo, immediatamente si alza, lo abbraccia e lo copre con il suo stesso manto. ..» (Tommaso da Celano, Vita prima, cap. VI; n. 15 - cfr. Fonti Francescane, Sez. TI, n. 344, p. 422). Tali considerazioni sulla povertà evangelica ci spingono a distaccarci veramente da tutto e da tutti, affinché il nostro spirito, libero da qualsiasi affetto terreno, si renda disponibile ad amare Dio con tutta la mente, con tutto il cuore e con tutte le forze. Noi viviamo sì sulla terra, ma, come dice S. Paolo: «La nostra patria invece è nei cieli» (Fil. 3,20); la nostra mente e il nostro cuore devono essere sempre lassù. Dobbiamo Comportarci come ci insegna S. Giuseppe da Copertino, francescano conventuale. «I servi di Dio devono fare come gli uccelli, i quali scendono a terra per prendere un pò di cibo, e poi subito si risollevano in aria. Similmente i servi di Dio possono fermarsi sulla terra quanto comporta la necessità del vivere umano, ma poi subito, con la mente, devono sollevarsi al cielo per lodare e benedire il Signore. Gli uccelli se scorgono del fango sul terreno, non si calano sopra, oppure lo fanno con molta cautela per non imbrattarsi. Così dob biamo fare noi: mai abbassarci alle cose che macchiano l’anima, ma sollevarci in alto e con le nostre opere lodare il Signore, Sommo Bene» (G. PARISCIANI, Massime di S. Giuseppe da Copertino, Osimo 1963).
Con questo spirito sforziamoci di capire e vivere il significato della povertà evangelica.

Visite: 439

TAGS: Conversione