Maria a Medjugorje Messaggio del 29 giugno 1981: Non c'e' che un solo Dio e una sola fede. Credete fermamente e non abbiate paura!

Il mio cibo è fare la volontà del Padre




Se siamo fermamente convinti che Gesù Cristo è Dio, insieme con il Padre e lo Spirito Santo e che, dopo la morte, secondo le nostre opere compiute in questa vita, egli ci darà il premio o il castigo, non ci rimane altro che dare la scalata alla santità per conquistare il premio eterno.
Primo passo per raggiungere tale meta è l’esercizio delle virtù teologali e della povertà evangelica, che ci rende disponibili a compiere ogni giorno quella volontà di Dio, che è l’argomento della nostra meditazione, e che proponiamo con l’espressione molto significativa, pronunciata da N.S. Gesù Cristo: «Il mio cibo è fare la volontà del Padre».

1) Gesù Cristo, dal primo istante della sua concezione nel seno purissimo di Maria SS. fino all’ultimo respiro sul Calvario e poi fino al momento in cui terminò la sua missione fra gli uomini sulla terra, ebbe il seguente programma di vita che realizzò pienamente: «Mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato (il Padre) e compiere la sua opera (cioè la redenzione dell’umanità)» (Gv. 4,34).
Nessuna creatura umana ha tanto amato il Padre come Gesù Cristo e appunto per questo nessuno come Lui ha mai compiuto così perfettamente la volontà del Padre. Il vero amore al Padre infatti si identifica con la completa esecuzione della sua volontà. «Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?» (Lc. 2,49). E ancora: «Padre,... Io ti ho glorificato sopra la terra, compiendo l’opera che mi hai dato da fare» (Gv.17,4).
«Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù, il quale, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò se stesso, facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce» (Fil. 2,5-8). Durante la sua vita terrena Gesù fu per noi non solo il Redentore, ma anche il nostro modello di vita; impariamo pertanto da Lui a compiere la volontà del Padre.
Dio vuole ciò che c’è di meglio in noi e cioè la volontà. Ascoltiamo quanto ci dice in proposito S. Giuseppe da Copertino, francescano conventuale.
«Dio vuole, dell’uomo, la volontà, poiché questi non possiede altro di proprio, pur avendola ricevuta quale prezioso dono dal suo Creatore. Difatti quando si esercita in opere di virtù, la grazia di operare e tutti gli altri doni che egli possiede, vengono da Dio: l’uomo, di suo, non ha che la volontà; perciò Dio si compiace sommamente, quando egli, rinunciando alla propria volontà, si mette completamente nelle sue mani divine» (Dalle «Massime» di S. Giuseppe da Copertino, 0. Parisciani, Osimo, 1963).
Offriamo, pertanto, con generosità questo dono al Signore, decisi di compiere la volontà del Padre, come l’ha eseguita N.S. Gesù Cristo. Egli dice: «Mio cibo è fare la volontà del Padre». Paragona il compiere la volontà del Padre al cibo. Cerchiamo di capire.
Che cos’è il cibo? Il cibo è quell’elemento che si assume ogni giorno per il sostentamento della nostra vita. Esso si trasforma in sangue e dà vitalità al cuore, cervello, polmoni e a tutti gli altri organi del corpo. Chi non mangia, o mangia troppo poco, diventa anemico e cioè pallido, debole e stremato di forze. (Anemia — malattia prodotta da diminuzione dei globuli rossi nel sangue — è una parola che deriva dal greco, formata da a privativo e da atia = sangue e cioè senza sangue). Come noi per nutrire la vita del corpo abbiamo bisogno del cibo quotidiano così per sostenere la vita dello spirito abbiamo bisogno di un altro cibo spirituale e cioè fare la volontà del Padre, come si manifesta in ogni momento della nostra giornata e della nostra vita.

2) Qual’è la volontà del Padre nei nostri riguardi? E che noi osserviamo la legge, espressione della volontà di Dio. La legge può essere divina, se ha per autore Dio stesso; umana se ha per autore l’autorità umana. La legge divina, a sua volta, può essere naturale: l’insieme delle leggi che governano l’universo, tutti gli esseri e anche la nostra persona; e positiva: i dieci comandamenti e le disposizioni date da N.S. Gesù Cristo. La legge umana, a sua volta, può essere ecclesiastica: l’insieme delle norme emanate dalla legittima autorità della Chiesa; e civile: l’insieme delle norme promulgate dalla legittima autorità civile dello Stato.
Affinché esista con certezza l’obbligo di osservare la legge umana è necessario che in essa vi siano le seguenti proprietà: deve essere moralmente possibile:
cioè adattata alle consuetudini e circostanze delle persone alle quali si riferisce;
onesta: cioè che non sia contraria ai buoni costumi o a qualche legge superiore;
utile: cioè, ordinata al bene comune;
giusta: cioè, secondo le norme della giustizia sia commutativa che distributiva;
stabile: cioè, deve durare finché perseverano le circostanze per le quali è stata emanata;
promulgata: cioè, intimata alla comunità dalla legittima autorità.

Noi possiamo esimerci dall’obbligo di osservare la legge solo quando con certezza essa è priva di qualcuna delle doti sopra ricordate, per es. la legge sul divorzio o sull’aborto.
Riportiamo ora alcuni esempi di varie circostanze, nelle quali si possono manifestare le suddette leggi, e che ci possono toccare molto da vicino: per es. la diversità degli esseri nel mondo e la loro varietà di doni; l’esistenza del giorno e della notte, il mutare delle stagioni, la pioggia, la grandine, la burrasca, il terremoto, l’alluvione, la carestia, la siccità, la miseria, lo sfratto, la perdita del posto di lavoro, un grave rovescio di fortuna, gravi ingiustizie subite, una forte multa, il carcere, un grave incidente stradale, aereo o ferroviario, le varie specie di malattie, la nascita di un figlio handicappato, figli ribelli o viziosi, la morte di una persona cara, gravi calunnie subite, cadute nel peccato, scoraggiamento, la solitudine, il tradimento del marito o della moglie o di un amico, il fallimento completo nella propria attività, l’invidia o l’odio di un superiore o di un collega o confratello o consorella, ecc.
In occasione di tristi eventi, ma anche di lieti o di indifferenti dobbiamo sempre pensare che sono manifestazioni permesse o volute dalla Provvidenza. Non possiamo però certamente affermare che Dio «voglia» il male morale e cioè il peccato. A questo proposito devono essere date delle chiarificazioni e delle distinzioni.
Teniamo sempre presenti i seguenti principi.
1 - Dio, nella sua Provvidenza, con sapienza, giustizia e santità infinita, dirige e governa tutto l’universo e tutti gli esseri.
2 - Dio vuole tutto ciò che non dipende dalla libera volontà dell’uomo, ma dalle leggi naturali, come la pioggia, il bel tempo, il terremoto, ecc.
3 - Dio non vuole né direttamente né indirettamente il male morale, il peccato né come fine né come mezzo per un fine, ma lo permette, cioè non impedisce che avvenga, perché vuole salvaguardare il grande bene della libertà dell’uomo e perché possiede la sapienza e la potenza di ricavare il bene anche dal male.
4 - Il male fisico dell’uomo è un effetto del peccato originale, non voluto, ma permesso da Dio, come mezzo per ottenere un fine più elevato: il merito e la salvezza dell’anima. Così per es. il Padre ha permesso i patimenti e la morte ignominiosa di suo figlio Gesù Cristo per la redenzione dell’umanità.
Espressioni bibliche confermano i suddetti principi:
«La Sapienza di Dio si estende con potenza da un capo all’altro del mondo, e con bontà governa ogni cosa» (Sap. 8,1).
«Il Signore di tutti non temerà alcuno, né guarderà a grandezza, perché egli fece il piccolo e il grande e si cura di tutti ugualmente» (Sap. 6,7).
«Dio dà a tutti la vita, il respiro e ogni cosa» (At.17,25).
«Dio non ha creato la morte, né gode che periscano i vivi. Egli infatti ha creato tutto per l’esistenza» (Gal. 1,13-14).
«Non provocate la morte con gli errori della vostra vita, non attiratevi la rovina con le opere delle vostre mani» (Sap. 1,12).
«Beni e mali, vita e morte, povertà e ricchezza vengono dal Signore» (Sir. 11,14).
«Dio distribuisce a ciascuno in particolare i suoi doni come vuole» (1 Cor. 12,11).
«Io formo la luce e creo le tenebre, faccio il bene e provoco la sciagura; io, il Signore, compio tutto questo» (Is. 45,7).
«Tu non sei un Dio che si compiace del male» (Sal. 5,5).
«Voi sì avete ordito contro di me del male; ma Dio lo dispone a fine di bene» (Gn. 50,20).
«Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure neanche uno di essi cadrà a terra senza che il Padre vostro lo voglia. Quanto a voi, perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati» (Mt. 10,29-30).
E il nostro buon popolo cristiano dice: «Non cade foglia che Dio non voglia».
Dio talvolta permette la caduta in gravi peccati, perché attraverso il rimorso e il pentimento ottiene la conversione e l’inizio del cammino verso la santità. Pensiamo all’«O felix culpa, quae tantum meruit habere Redemptorem» di S. Agostino. Dobbiamo dunque concludere che tutto e sempre è voluto o permesso da Dio, anche il peccato, perché egli sa nella sua infinita sapienza ricavare un bene maggiore anche dal male.

3) Come dobbiamo compiere la volontà del Padre? In senso attivo dobbiamo compiere diligentemente e con tanta fede, pazienza e amore il nostro dovere nel posto dove ci ha messi la Divina Provvidenza, nella missione che ci è stata affidata dal Padre: nella vita sacerdotale, o nella vita religiosa, o nella vita matrimoniale o nella vita celibataria nel mondo. Dobbiamo inoltre combattere con tutte le nostre forze disponibili contro il male, che imperversa in mezzo a noi.
In senso passivo dobbiamo accettare con grande spirito di umiltà e sottomissione tutti gli eventi della nostra giornata e della nostra vita, lieti o tristi, sia che provengano dalle leggi della natura oppure dalla libera volontà dell’uomo, ricordando che il Signore vuole che il buon seme cresca fino alla mietitura insieme con la zizzania. (cfr. Mt. 13,24-30). Il Padre vuole che noi viviamo insieme con quelle persone che ci sono state messe accanto, con le loro virtù e con i loro difetti. E noi facciamo in modo di essere sempre il buon grano.
Consapevole che rientra nella volontà del Padre accettare nella vita gli inevitabili avvenimenti lieti o tristi come si presentano, non devo preferire la gioia più del dolore, ma desiderare solo, per il sublime amore di Gesù Cristo, di compiere la sua santissima volontà.
Il vivere in questo stato porta allo spirito tanta gioia, pace e serenità e l’anima in tale situazione non ha paura di nulla, neppure della morte, perché confida pienamente in Dio.
Non mi preoccupo della mia morte corporale, perché io lascio fare ogni cosa a Gesù, mio Dio e mio tutto: io infatti ho la massima fiducia in Lui. Come egli senza di me, con un grande atto di amore, di benevolenza, ha pensato a me per farmi entrare in questa vita terrena, così egli penserà anche a trovare il migliore dei modi per farmi entrare in quella celeste. Io chiudo gli occhi e «mi addormento» nel suo amore.
Ogni giorno, ma specialmente nelle difficoltà ripetiamo con fervore questa preghiera: «O Signore, fa’ che oggi il mio cibo sia quello di compiere la tua santissima volontà».
Compiamo la volontà del Padre nel modo più perfetto possibile: nei pensieri, nelle parole e nelle opere, sforziamoci di imitare N.S. Gesù Cristo fino al punto di poter esclamare con S. Paolo: «Io vivo, ma non sono più io che vivo, è Cristo che vive in me» (Gai. 2,20). Affoghiamoci nell’oceano della volontà santa di Dio: sarà l’inizio del Paradiso in questa terra.

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