CAPITOLO 17

 

I re Magi ritornano per la seconda volta a vedere e ad adorare il bambino Gesù, gli offrono i loro doni e, congedatisi, prendono un'altra strada per tornare alle loro terre.

 

565. Dalla grotta della natività, i tre re se ne andarono a riposare in una locanda nella città di Betlemme. Quella notte, ritiratisi in disparte in una stanza, tra innumerevoli lacrime e sospiri si misero a parlare di ciò che avevano visto, degli effetti che avevano ricevuto e di ciò che avevano notato nel bambino Gesù e nella sua Madre santissima. Con questi discorsi s'infiammarono ancor più di amore divino, ammirando la maestà e lo splendore del bambino, la prudenza, la severità e il pudore della Madre, la santità dello sposo Giuseppe, la povertà di tutti e tre e l'umiltà del luogo dove aveva voluto nascere il Signore del cielo e della terra. I re sentivano la fiamma dell'incendio divino che bruciava i loro cuori devoti e, senza potersi contenere, proruppero in accenti di grande dolcezza e in atti di venerazione e amore, dicendo: «Che fuoco è questo che sperimentiamo? Che efficacia è quella di questo gran Re, che ci muove a tali desideri e affetti? Come dovremo comportarci con gli uomini? Come potremo frenare i nostri gemiti e sospiri? Che faranno quelli che hanno conosciuto così arcano, nuovo e sovrano mistero? O grandezza dell'Onnipotente, nascosta agli uomini e dissimulata sotto tanta povertà! O umiltà mai immaginata dai mortali! Se solo potessero venire tutti qui, affinché nessuno rimanesse privo di questa felicità!».

566. Facendo questi sublimi discorsi, i Magi considerarono la ristrettezza in cui si trovavano Gesù, Maria e Giuseppe nella grotta e decisero d'inviare loro immediatamente qualche regalo per mostrare il loro amore e per dare sfogo al desiderio che avevano di servirli, non potendo fare altra cosa. Inviarono dunque ad essi per mezzo dei loro servitori molti dei regali che avevano preparato e altri che procurarono. Maria santissima e san Giuseppe li ricevettero con umile riconoscenza e contraccambiarono non con semplici ringraziamenti, come fanno gli altri, ma con molte efficaci benedizioni, che per i tre re furono di consolazione spirituale. Per questo regalo la nostra grande Regina e signora si trovò ad avere i mezzi per preparare un lauto pranzo ai poveri, che erano spesso suoi convitati; essi, abituati alle sue elemosine e maggiormente affezionati alla soavità delle sue parole, la visitavano e cercavano frequentemente. 1 re si ritirarono a dormire pieni d'incomparabile giubilo e in sogno l'angelo diede loro istruzioni per il viaggio.

567. Il giorno seguente, allo spuntare dell'alba, ritornarono alla grotta della natività per offrire al Re celeste i doni che avevano preparato. Entrarono e, prostrati a terra, lo adorarono con nuova e profondissima umiltà; aprendo i loro tesori, come dice il Vangelo, gli offrirono oro, incenso e mirral. Parlarono poi con la divina Madre e la consultarono su molti dubbi concernenti i misteri della fede e su questioni riguardanti le loro coscienze e il governo dei loro stati; infatti desideravano far ritorno ai loro paesi ben informati e ammaestrati, per comportarsi santamente e perfettamente in tutto. La gran Signora, mentre li ascoltava con somma amabilità, parlava dentro di sé col bambino per sapere tutto ciò che doveva rispondere ed insegnare a quei nuovi figli della sua santa legge. Come maestra e strumento della Sapienza divina, rispose saggiamente a tutti i loro dubbi, santificandoli e istruendoli in maniera tale che, meravigliati e allettati dalla scienza e soavità della Regina, non potevano allontanarsi da lei e fu necessario che uno degli angeli del Signore dicesse loro che era sua volontà e che era indispensabile che ritornassero alle loro patrie. Non c'è da meravigliarsi che ciò accadesse loro, perché alle parole di Maria santissima furono illuminati dallo Spirito Santo e ricolmati di scienza infusa su tutto quello che avevano domandato e su molte altre materie.

568. La divina Madre ricevette i doni dei re e a nome loro li offrì al bambino Gesù. Sua Maestà con espressione grata mostrò di accettarli, li benedisse in maniera visibile ed essi compresero che attraverso tale benedizione, in cambio di ciò che gli avevano offerto, egli dava loro abbondanza di doni del cielo, cioè più del cento per uno. Offrirono poi alla divina principessa alcuni gioielli di grande valore, secondo il costume della loro patria; ma sua Altezza li restituì ai re, poiché non avevano alcun rapporto con il mistero, e conservò solamente i tre doni dell'oro, dell'incenso e della mirra. Per lasciarli partire di là maggiormente consolati, diede loro alcuni panni di quelli in cui aveva avvolto il bambino Dio, perché non aveva, né poteva avere, altri pegni d'amore visibili, con i quali rimandarli arricchiti dalla sua presenza. I tre re ricevettero queste reliquie con tale venerazione e stima che le custodirono, dopo averle incastonate in oro e guarnite di pietre preziose. Ed esse, a testimonianza della loro grandezza, diffondevano e spargevano un così copioso profumo, che si sentiva quasi a distanza di una lega. Si comunicava, però, solamente a quelli che avevano fede nella venuta di Dio nel mondo, mentre gli increduli non parteciparono di questo favore, né sentirono la fragranza delle preziose reliquie, con le quali i re operarono grandi miracoli nelle loro patrie.

569. Inoltre, questi proposero alla Madre del dolcissimo Gesù di servirla con i loro beni e con le loro proprietà; se non le gradiva, ma voleva vivere in quel luogo della nascita del suo Figlio santissimo, le avrebbero costruito lì una casa per dimorarvi con più comodità. La prudentissima Madre apprezzò queste offerte, senza però accettarle. I re, per congedarsi da lei, la pregarono con intimo affetto di non scordarsi mai di loro ed ella lo promise, mantenendo poi la parola data; lo stesso chiesero a san Giuseppe. Così, con la benedizione di tutti e tre, presero commiato con tale affetto e tenerezza che credettero di lasciare lì i loro cuori, convertiti in lacrime e sospiri. Poiché l'angelo in quella notte li ammonì in sogno di non tornare a Gerusalemme da Erode, nel partire da Betlemme presero un'altra strada4, venendo guidati dalla medesima stella, o da un'altra, che apparve loro a tal fine; essa li condusse sino al luogo dove si erano incontrati e di là ciascuno ritornò nella sua patria.

570. Il resto della vita di questi felicissimi re fu corrispondente alla loro divina vocazione, perché nei propri paesi vissero e si comportarono come discepoli della Maestra della santità, secondo l'insegnamento della quale governarono se stessi e i loro sudditi. Con l'esempio della loro vita e con l'annuncio che diedero del Salvatore del mondo, convertirono una grande moltitudine di anime alla conoscenza di Dio e al cammino della salvezza. Dopo ciò, sazi di giorni e colmi di meriti, finirono i loro anni in santità e giustizia, venendo favoriti in vita e in morte dalla Madre della misericordia. Partiti i re, la divina Signora e san Giuseppe proruppero in nuovi cantici di lode per le meraviglie dell'Altissimo, che confrontavano con le divine Scrittures e con le profezie dei Patriarchib, riconoscendo come queste si andavano adempiendo nel bambino Gesù. Tuttavia, la prudentissima Madre, che penetrava profondamente questi altissimi misteri, conservava e meditava tutto nel suo cuore. I santi angeli, che l'assistevano, si rallegrarono con la loro Regina per il fatto che il suo santissimo figlio, il Verbo incarnato, fosse conosciuto e adorato dagli uomini, e innalzarono a lui nuovi ca le misericordie che operava vers

 

Insegnamento che mi diede la Regina

 

571. Figlia mia, grandi furono i doni che i re Magi offrirono al mio Figlio santissimo, ma più grande fu l'amore col quale li diedero ed il mistero che significavano. Per tutti questi motivi furono assai graditi a sua Maestà. Io voglio che tu gli offra lo stesso affetto, rendendogli grazie per averti chiamata a vivere in povertà, perché ti assicuro, mia cara, che non vi è per l'Altissimo offerta più preziosa della povertà volontaria, dato che sono molto pochi oggi nel mondo quelli che usano bene delle ricchezze temporali e che le offrono al loro Dio e Signore con la liberalità e l'amore di questi santi re. I numerosi poveri del Signore sperimentano e attestano molto bene quanto crudele ed avara sia diventata la natura umana, poiché tra loro sono davvero pochi quelli che ricevono benefici dai ricchi. Questa durezza di cuore degli uomini offende gli angeli e contrista lo Spirito Santo, che vede come è avvilita e prostrata la nobiltà delle anime e come si danno alla turpe ingordigia del denaro con tutte le loro forze. Si appropriano delle ricchezze come se fossero state create per loro soli e le negano ai poveri, loro fratelli e della medesima carne e natura; anzi non le danno neppure a Dio, che le ha fatte, le conserva e può darle e toglierle a suo piacimento. Ciò che è più deplorevole, tuttavia, è che, mentre i ricchi con i loro beni potrebbero procurarsi la vita eterna', si guadagnano la perdizione, perché usano di questo beneficio del Signore come uomini stolti ed insensati.

572. Questo danno è generale nei figli di Adamo e per tale motivo è tanto eccellente e sicura la povertà volontaria. In essa, inoltre, condividendo in letizia il poco col povero, si viene a fare una grande offerta al Signore di tutti. Tu puoi farla con quello che ricevi per il tuo sostentamento, dandone una parte al povero e desiderando soccorrere tutti, se fosse possibile, con la tua fatica e il tuo sudore. Tuttavia, la tua continua offerta deve consistere nelle opere d'amore, che sono l'oro, cioè l'orazione continua, l'incenso, ovvero la sopportazione costante nelle sofferenze, e la mirra, ossia la vera mortificazione in tutto. Quello, poi, che farai per il Signore, offrilo con amore fervoroso e con prontezza, senza tiepidezza né timore, perché le opere rimandate o morte non sono sacrificio gradito agli occhi di sua Maestà. Per offrirgli incessantemente le tue opere è necessario che la fede e la luce divina siano sempre accese nel tuo cuore e ti mostrino l'oggetto che devi lodare e magnificare. Allo stesso modo, devi fare attenzione allo stimolo d'amore col quale la destra dell'Altissimo t'induce a non interrompere mai questo dolce esercizio, che tanto si addice alle spose di sua Maestà; infatti il titolo di sposa è segno di amore e sottintende un debito di continuo affetto.