Maria a Medjugorje Messaggio del 21 febbraio 1983:Voi non siete veri cristiani se non rispettate i vostri fratelli che appartengono alla altre religioni.

LUCIA RACCONTA FATIMA - Parte prima





prima memoria

Il giorno 12 settembre 1935, i resti mortali di Giacinta furono rimossi da Vila Nova de Ourém e portati a Fatima. Aperta la bara, si accertò che il volto della veggente si manteneva incorrotto. Fu scattata una fotografia e Sua Ecc. Il vescovo di Leiria D. José Alves Carriera da Silva, ne mandò una copia a Suor Lucia, che rispose ringraziando e parlando delle virtù della cugina. Ciò indusse il vescovo a ordinarle di scrivere tutto quello che sapeva sulla vita di Giacinta. Così è nata la “prima memoria”, che era pronta a Natale del 1935.

ECCELLENZA REVERENDISSIMA,

dopo aver implorato la protezione dei santissimi Cuori di Gesù e di Maria, nostra tenera Madre e aver chiesto luce e grazia ai piedi del tabernacolo, per non scrivere nulla che non sia unicamente e esclusivamente a gloria di Gesù e della santissima Vergine, comincio il lavoro, anche se sento ripugnanza, perché non posso dire quasi nulla di Giacinta, senza parlare direttamente o indirettamente della mia miserabile persona. Obbedisco, pertanto, ai comando di V.E., che è per me espressione della volontà del nostro buon Dio. Comincio quindi questo lavoro, chiedendo ai santissimi Cuori di Gesù e di Maria che si degnino dì benedirlo e vogliano servirsi di questo atto d'obbedienza per la conversione dei poveri peccatori, per i quali quest'anima tanto si è sacrificata.

So che V.E. non si aspetta da me uno scritto perfetto, perché conosce la mia incapacità e insufficienza. E così racconterò a V.E. rev.ma ciò che mi verrà in mente di quest'anima, di cui il nostro buon Dio mi ha fatto la grazia di essere la più intima confidente e della quale conservo nostalgia, stima e rispetto grandissimi, per l'alta idea che ho della sua santità.

Eccellenza reverendissima, nonostante la mia buona volontà nell'ubbidire, mi permetta di conservare il segreto su alcune cose, che, per il fatto che si riferiscono anche a me, vorrei che fossero lette solo alle soglie dell'eternità. V.E. non si sorprenderà se voglio tener segreti e letture per la vita eterna. Non ho forse io la santissima Vergine che me ne dà l'esempio? Non ci dice forse il santo Vangelo che Maria conservava tutte le cose nel suo cuore? E chi meglio di questo immacolato Cuore poteva farci scoprire i segreti della divina misericordia? E invece se li portò via custoditi, come in un giardino recintato, fino ai palazzo del Re divino. Ricordo anche una massima che mi è stata detta da un venerabile sacerdote quando avevo appena undici anni. Egli venne come tanti altri a farmi alcune domande. Tra l'altro m'interrogò anche a proposito di un argomento del quale io non volevo parlare. Dopo aver esaurito il suo repertorio di domande senza riuscire a ottenere sul detto argomento una risposta soddisfacente, comprendendo forse che toccava un tasto troppo delicato, il venerabile vecchio, benedicendomi, disse:

«Fai bene, figlia mia, perché il segreto della figlia del Re, deve rimanere occulto nel suo cuore». Allora io non compresi il significato di queste parole, ma capii che approvava il mio atteggiamento; e siccome non le ho dimenticate, adesso le comprendo. Questo venerabile sacerdote era allora parroco di Torres Novas. Egli non immagina quanto bene abbiano fatto alla mia anima queste brevi parole e perciò conservo di lui un grato ricordo.

Mi sono tuttavia consigliata un giorno con un santo sacerdote rispetto a questa riserva, perché io non sapevo che cosa rispondere quando mi domandavano se la santa Vergine mi aveva detto anche altre cose. Questo sacerdote, che era a quel tempo parroco di Olivai, ci rispose: «Fate bene, figlioli a conservare per il Signore e per voi il segreto delle vostre anime. Quando vi faranno questa domanda, rispondete: “Si, Lei ha detto altre cose, ma è un segreto.” Se vi facessero altre domande a questo proposito, pensate al segreto che vi ha comunicato questa Signora e dite:”La Madonna ci ha detto di non dirlo a nessuno, perciò non lo diciamo”. Così voi conserverete il vostro segreto ai riparo di quello della santissima Vergine».

Come ho capito bene la spiegazione e il consiglio di questo venerabile vecchio!

Ormai ho perso troppo tempo in questa introduzione e V.E. rev.ma dirà che non sa che cosa c'entra. Vedrò di cominciare subito il racconto di quel che mi ricordo della vita di Giacinta.

Siccome non dispongo di tempo libero, durante le ore silenziose del lavoro, in un pezzo di carta, con un lapis nascosto sotto i panni che sto cucendo, a poco a poco mi verrà in mente e annoterò quello che i santissimi Cuori di Gesù e di Maria vorranno farmi ricordare.

O tu che in terra passasti volando, Giacinta cara, e Gesù amando, non scordare la prece che io ti chiedevo: sii amica mia vicino al trono della Vergine Maria, giglio di candore, perla brillante, oh, lassù in cielo, dove vivi trionfante, Serafino d'amore, col tuo fratellino, prega per me ai pie' del Signore.

Eccellenza reverendissima, prima dei fatti del 1917, tranne i legami di parentela che ci univano, nessun altro affetto speciale mi faceva preferire la compagnia di Giacinta e Francesco a quella di qualsiasi altro bambino. Anzi la sua compagnia diventava a volte assai sgradevole, per il suo carattere troppo permaloso. Il minimo screzio, di quelli che nascono tra bambini quando giocano, era sufficiente per farla restare immusonita, in un canto, a tenere il broncio, come noi si diceva. Per farla tornare a occupare il suo posto nel gioco, non bastavano le più dolci carezze che in tali occasioni i bambini sanno fare. Bisognava allora lasciarle scegliere il gioco e i compagni che piacevano a lei.

Eppure aveva già allora un cuore buono e il buon Dio le aveva dato un carattere dolce e tenero, che la rendeva amabile e insieme attraente. Non so perché, Giacinta e il suo fratellino Francesco avevano per me una speciale predilezione e mi cercavano quasi sempre per giocare. Non amavamo la compagnia degli altri bambini e mi chiedevano di andare con loro vicino a un pozzo, che i miei genitori avevano in fondo all'orto. Appena arrivate, Giacinta sceglieva i giochi con cui ci saremmo divertite.

I suoi giochi preferiti, che si facevano seduti sopra il pozzo ricoperto di lastroni, all'ombra di un ulivo e di due susini, erano quasi sempre quello dei sassolini o quello dei bottoni. Con quest'ultimo mi sono vista non poche volte in grandi afflizioni, perché quando ci chiamavano per mangiare, mi trovavo senza bottoni sul vestito. Di solito lei mi vinceva i bottoni: ciò era sufficiente perché mia madre mi sgridasse. Dovevo ricucirli in fretta: ma come farmeli restituite, se oltre al difetto di fare il muso, aveva anche quello di essere attaccata alla roba? Lei voleva tenerseli per un'altra volta e non essere perciò obbligata a strappare i suoi. Solo con la minaccia che non avrei mai più giocato con lei, riuscivo a riaverli!

Non poche volte succedeva che non potevo accontentare il desiderio della mia amichetta Le mie sorelle più vecchie erano una tessitrice e l'altra sarta e passavano la giornata in casa. Allora le vicine chiedevano a mia madre di lasciare i loro bambini nel cortile dei miei a giocare con me, sotto la sorveglianza delle mie sorelle, mentre loro andavano ai campi a lavorare. Mia madre diceva sempre di sì, anche se questo costava alle mie sorelle una buona perdita di tempo. E così io ero incaricata di far giocare i bambini e badare che non cadessero in un pozzo che c'era in quel cortile. L'ombra di tre grandi piante di fico proteggeva i bambini dall'ardore del sole. I loro rami servivano per fare l'altalena e una vecchia aia come sala da pranzo. Se in uno di questi giorni veniva Giacinta col suo fratellino e mi chiedeva di andare al nostro solito posto, io dicevo che non potevo, perché mia madre mi aveva comandato di restare lì. Allora i due piccoli si rassegnavano a malincuore e prendevano parte al gioco. Nell'ora della siesta mia madre dava ai suoi figli lezioni di dottrina cristiana, specialmente con l'avvicinarsi della Quaresima, perché diceva: 'non voglio aver vergogna quando il Parroco vi farà l'esame'. E così tutti quei bambini assistevano alla nostra lezione di catechismo. Anche Giacinta c'era.

Un giorno uno di questi piccoli accusò un altro di aver detto parole poco decenti. Mia madre lo riprese con grande severità, dicendo che quelle cose brutte non si devono dire, che era peccato e che dispiacevano al Bambino Gesù, che mandava all'infermo quelli che facevano i peccati, se non si confessavano. La piccola non dimenticò la lezione. Il primo giorno che si ritrovò nella stessa riunione di bambini, disse:

- Tua madre non ti lascia andare oggi?

- No.

- Allora io vado nel mio cortile con Francesco.

- E perché non resti qui?

- Mia madre non vuole che restiamo, quando ci sono questi qui. Ci ha detto di andare a giocare nel nostro cortile. Non vuole che impari quelle cose brutte che sono peccato e che non piacciono al Bambino Gesù. - Poi mi disse sottovoce all'orecchio:

- Se tua madre ti lascia, vieni a giocare a casa mia?

- Sì.

- Allora va a domandarglielo. - E, prendendo il fratello per mano, se ne andò a casa.

Come ho già detto, uno dei suoi giochi preferiti era quello dei pegni. Come V.E. certamente sa, chi vince comanda di fare a quello che perde una cosa qualsiasi, che gli viene in mente. A lei piaceva far correre dietro alle farfalle fino a prenderne una e portargliela. Altre volte voleva che si cercasse un fiore qualsiasi, che lei aveva scelto. Un giorno stavamo facendo questo gioco in casa dei miei e toccò a me farle fare la penitenza. Mio fratello

stata seduto a un tavolo e scriveva. Le ordinai allora di abbracciarlo e di baciarlo, ma lei mi rispose:

- Questo, no! Fammi fare un'altra cosa. Perché non mi dici di baciare quel nostro Signore lì? - Si trattava di un crocifisso appeso al muro.

- Ma sì, - le risposi. - Sali su una sedia, portalo qui, inginocchiati e dagli tre abbracci e tre baci: uno per Francesco, uno per me e un altro per te.

- A nostro Signore ne do quanti ti pare - e corse a prendere il crocifisso. Lo baciò e lo abbracciò con tanta devozione che non mi sono mai dimenticata di quel gesto. Dopo, guarda con attenzione verso nostro Signore e domanda:

- Perché nostro Signore sta inchiodato così alla croce?

- Perché è morto per noi.

- Racconta com'è avvenuto.

Mia madre usava raccontare, la sera, delle storie. E tra i racconti di fate incantate, di principesse dorate, di colombine reali che ci contavano mio padre e le mie sorelle più vecchie, arrivava mia madre con la storia della Passione e di san Giovanni Battista ecc. ecc.

Io allora conoscevo la Passione come una storia e siccome mi bastava udire un racconto una sola volta per poter ripeterlo in tutti i particolari, così cominciai a raccontare ai miei compagni, particolareggiatamente, la storia di nostro Signore, come io la chiamavo. Quando mia sorella, passandoci vicino, s'accorge che avevamo il crocifisso tra le mani, ce io prende e mi rimprovera, dicendo che non vuole che metta le mani sulle immagini sacre. Giacinta si alza, va vicino a mia sorella e le dice:

- Maria, non rimproverarla. Sono stata io. Ma non lo farò più.

Mia sorella le fece una carezza e ci disse di andare a giocare fuori, dicendo che in casa non lasciavamo mai stare le cose al loro posto. Andammo a raccontare la nostra storia vicino al pozzo, di cui ho già parlato, che stava nascosto da alcuni castagni, da un mucchio di pietre e da rovi. Per questo alcuni anni più tardi io scegliemmo come cella per i nostri colloqui, per fervorose orazioni e, per dirle tutto, Eccellenza reverendissima, anche per piangere, a volte assai amaramente. Mescolavamo le nostre lacrime alle sue acque, per bene poi alla stessa fonte dove noi le versavamo. Non è forse questa cisterna l'immagine di Maria nel cui cuore noi asciugavamo il nostro pianto e bevevamo la più pura consolazione? Ma torniamo alla nostra storia.

All'udire il racconto delle sofferenze di nostro Signore, la piccola si commosse e pianse. Molte volte, dopo, mi chiedeva che gliela ripetessi. Piangeva con pena e diceva: «nostro Signore, poverino! Io non voglio fare mai nessun peccato. Non voglio che il Signore soffra ancora!».

Alla piccola piaceva pure, verso il tardi, recarsi in un'aia che avevamo

davanti alla casa per vedere il bel tramonto e il cielo stellato che veniva dopo. Era entusiasta delle belle notti di luna. Facevamo a gara per vedere chi era capace di contare le stelle, che noi chiamavamo i lumini degli angeli. La luna era quello della Madonna e il sole quello di nostro Signore. Perciò Giacinta a volte diceva: « Io preferisco il lume della Madonna a quello di nostro Signore, perché non ci brucia né accieca». Veramente là il sole, in alcuni periodi dell'estate, si fa sentire proprio ardente e la piccina, di complessione assai debole, soffriva molto il caldo.

Mia sorella era una zelatrice del sacro Cuore e ogni volta che c'era la comunione solenne dei bambini, mi portava a rinnovare la mia. Mia zia portò una volta la figlioletta a vedere la festa. La piccina fu impressionata dagli angioletti che gettavano fiori. Da quel giorno, ogni tanto, si allontanava da noi, mentre si giocava, riempiva il grembiule di fiori e poi me li spargeva addosso.

- Giacinta, perché fai così?

- Faccio come gli angioletti: 'ti butto i fiori.

Mia sorella usava pure una volta all'anno, forse nella festa del Corpus Domini, vestire alcuni angioletti, perché camminassero ai lati del baldacchino e spargessero fiori durante la processione. Io ero sempre una delle prescelte. Una volta, quando mia sorella mi provò il vestito, raccontai a Giacinta la festa che si avvicinava e che io avrei gettato i fiori a Gesù. La piccina mi chiese allora di domandare io a mia sorella, perché lasciasse venire anche lei. Andammo tutte e due a fare la richiesta. Mia sorella ci disse di si. Misurò il vestito anche a lei e, durante le prove, c'insegnò come dovevamo gettare i fiori al Bambino Gesù. Giacinta domandò:

- E noi lo vediamo?

- Si! - rispose mia sorella. - Lo porta il parroco.

Giacinta saltava dalla gioia e domandava di continuo se mancava ancora molto alla festa. Arrivò finalmente il giorno desiderato e la piccina era pazza di gioia. Ecco che misero tutte e due a fianco dell'altare; e, nella processione, ai lati del baldacchino, ognuna col suo cestino di fiori. Io lanciavo i miei fiori a Gesù nei posti indicati da mia sorella. Ma per quanto facessi segno a Giacinta, non riuscii a farle spargere nemmeno un fiore. Guardava continuamente verso il parroco, e basta. Terminata la funzione, mia sorella ci portò fuori di chiesa e domandò:

- Giacinta! Perché non hai lanciato i fiori a Gesù!

- Perché non l'ho visto.

Dopo domandò a me:

- Allora, tu l'hai visto il Bambino Gesù?

- No. Ma tu non sai che il Bambino Gesù dell'ostia non sì vede, sta nascosto? ~ quello che riceviamo nella comunione.

- E tu quando fai la comunione, parli con Lui?

- Certo.

- E perché non lo vedi?

- Perché sta nascosto.

- Chiederò. alla mia mamma di farmi fare la comunione anche a me.

- Il parroco non te la dà finché non hai dieci anni.

- Nemmeno tu hai dieci anni e hai già fatto la comunione.

- Ma io sapevo tutta la dottrina e tu non la sai.

Allora mi chiesero che gliela insegnassi. Divenni così catechista dei miei due compagni, che imparavano con un entusiasmo unico. Ma io che quando m'interrogavano rispondevo a tutto, ora, per insegnare agli altri, mi ricordavo dì poche cose. E questo fece dire un giorn9 a Giacinta: «Insegnaci altre cose, perché queste le sappiamo già! »« Dovetti ammettere che non ricordavo altro, a meno che qualcuno non mi facesse delle domande e aggiunsi: «Chiedi a tua madre che ti lasci andare alla chiesa a imparare il catechismo».

I due piccini che già desideravano ardentemente di ricevere Gesù nascosto, come dicevano, andarono a domandare alla mamma. Mia zia disse di si, ma li lasciava andare poche volte, perché diceva: «La chiesa è abbastanza lontana; voi siete molto piccini e a ogni modo il parroco non vi dà la comunione prima dei dieci anni».

Giacinta mi faceva continuamente domande su Gesù nascosto e ricordo che un giorno mi domandò:

- Ma come mai molte 'persone nello Stesso tempo, ricevono Gesù nascosto? E un pezzettino per uno?

- No. Non vedi che sono molte ostie e in ognuna c'è un Bambino?

Chissà quanti spropositi le avrò detto!

Frattanto, Eccellenza reverendissima, ero arrivata all'età in cui mia madre mandava i figli a badare al gregge. La mia sorella Carolina compiva ormai tredici anni e doveva cominciare a lavorare. Mia madre mi affidò perciò la cura del nostro gregge. Annunciai la cosa ai 'miei compagni e dissi loro che non sarei più tornata a giocare con loro. I piccini però non si rassegnavano alla separazione. Andarono a chiedere alla mamma che li lasciasse venire con me, cosa che fu loro negata. Dovemmo per forza rassegnarci alla separazione. Perciò venivano quasi tutti i giorni sul far della sera ad aspettarmi sul sentiero. Allora andavamo nell'aia a fare alcune corse, in attesa che la Madonna e gli angeli accendessero i loro lumini e venissero a metterli alla finestra, come noi dicevamo. Quando non c'era la luna, dicevamo che il lume della Madonna non aveva più olio!

I due piccoli non riuscivano a rassegnarsi alla lontananza della compagna di un tempo. Perciò continuavano a insistere presso la madre, perché permettesse anche a loro di badare al loro gregge. Mia zia, forse per farla finita con tante richieste, anche se erano troppo piccoli, affidò loro la custodia delle sue pecorelle. Raggianti di gioia vennero a darmene notizia e a mettersi d'accordo su come avremmo messo insieme tutti i giorni le nostre greggi ognuno avrebbe dato la via al suo quando voleva la mamma e chi arrivava prima, aspettava l'altro al Barreiro. Noi chiamavamo così un piccolo stagno che si trovava ai piedi del monte. Una volta arrivati, si decideva il pascolo del giorno e andavamo felici e contenti come a -una festa.

E qui, Eccellenza reverendissima, troviamo Giacinta nella sua nuova funzione di pastorella. L'obbedienza delle pecore era assicurata a forza di dar loro il nostro spuntino. Perciò, arrivati sul posto, potevamo giocare senza preoccupazioni, perché loro non si allontanavano.

A Giacinta piaceva molto ascoltare l'eco della sua voce nei fondovalle. Perciò uno dei nostri divertimenti era star seduti sulla roccia più grande in cima ai monti e pronunciare nomi ad alta voce. Il nome che echeggiava meglio era quello dì Maria. Giacinta diceva a volte così l'intera Ave Maria, ripetendo la parola seguente, quando l'altra aveva finito di echeggiare.

Ci piaceva pure cantare. Sapevamo purtroppo parecchi canti profani, ma Giacinta preferiva «Salve, nobile Patrona», «Vergine pura» e «Angeli, cantate - con me». Eravamo poi molto inclinate alla danza e bastava che gli altri pastori suonassero uno strumento qualsiasi, perché ci mettessimo a danzare. Giacinta, anche se molto piccola, aveva per questo una capacità sorprendente.

Ci avevano raccomandato di dire il rosario dopo lo spuntino; ma siccome il tempo per giocare ci pareva poco, trovammo un buon sistema per cavarcela in fretta. Si passava i grani dicendo soltanto: 'Ave, Maria; Ave, Maria; Ave, Maria!'. Arrivate alla fine del mistero, dicevamo, con una buona pausa, la semplice parola: 'Padre nostro!'. Così, in un batter d'occhio, come si suoi dite, il nostro rosario era bell'e detto!

A Giacinta piaceva pure molto prendere gli agnellini bianchi, sedersi con loro in braccio, abbracciarli, baciarli e, la sera, portarli a casa in braccio, perché non si stancassero. Un giorno, tornando a casa, si mise in mezzo al gregge.

- Giacinta - le domandai - perché ti sei messa a camminare li in mezzo alle pecore?

- Per fare come nostro Signore, che in quell'immaginetta che m'han dato, sta anche Lui così in mezzo a molte pecore e con una sulle spalle.

Ecco qui, Eccellenza reverendissima, poco più poco meno, quel che aveva fatto Giacinta fino a sette anni, fino a quando, bello e radioso come tanti altri, spuntò il 13 maggio 1917. In questo giorno scegliemmo per caso, se di caso si può parlare nei disegni della divina Provvidenza, di portare a pascolare le nostre greggi nella proprietà della mia famiglia, chiamata Cova da Iria. Ci mettemmo d'accordo come al solito sul pascolo del giorno vicino al Barreiro, di cui ho già parlato a V.E. e dovemmo perciò attraversare un terreno incolto, cosa che rese il nostro cammino lungo il doppio. Dovemmo perciò camminare adagio, affinché le pecorelle potessero pascolare durante il cammino e così arrivammo verso mezzogiorno. Non sto qui ora a raccontare ciò che avvenne quel giorno, perché V.E. rev.ma sa già tutto e sarebbe tempo perso; come anche tutto quello che scrivo mi pare un perder tempo, se non fosse che sto facendo un atto di ubbidienza. Infatti non vedo che utilità possa cavarne l'E.V. rev.ma tranne una miglior conoscenza della innocenza della vita di quest'anima.

Prima di cominciare a raccontarle, Eccellenza reverendissima, quel che io mi ricordo del nuovo periodo della vita di Giacinta, devo dire che ci sono certe cose nelle apparizioni della Madonna, che noi ci eravamo messe d'accordo di non dire mai nessuno e può darsi che ora mi veda obbligata a dire qualcosa di tutto ciò, per spiegare dove Giacinta abbia attinto tanto amore a Gesù, alle sofferenze e ai peccatori, per la salvezza dei quali tanto si è sacrificata. V.E. rev.ma non ignora che fu lei che, non potendo tenere per sé tanta gioia, ruppe il nostro accordo di non dire niente a nessuno. Quando la sera stessa, assorti per la sorpresa, stavamo pensierosi, Giacinta ogni tanto esclamava con entusiasmo

- Oh, ma che bella Signora!

- Ho paura - le dicevo io - che tu l'andrai a dite a qualcuno!

- No, no, non lo dico - rispondeva. - Puoi stare tranquilla.

Il giorno dopo, quando suo fratello corse a darmi la notizia che lei lo aveva detto la sera prima, in casa, Giacinta ascoltò l'accusa senza dir nulla.

- Ecco, lo sapevo io - le dissi.

- Io avevo qui dentro un affare che non mi lasciava star zitta - rispose con le lacrime agli occhi.

- Ora non piangere e non dire più niente a nessuno di quello che ci ha detto quella Signora.

- Ormai l'ho detto.

Che cosa hai detto?

- Ho detto che quella Signora ci ha promesso di portarci in cielo.

- Proprio quello sei andata a dire!

- Perdonami, non dirò più niente a nessuno.

Quel giorno, quando arrivammo sul luogo del pascolo, Giacinta si sedette pensierosa su una roccia.

- Giacinta, dai, giochiamo!

- Oggi non voglio giocare.

- Perché non vuoi giocare?

- Perché ho da pensare. Quella Signora ci ha detto di dire il rosario e di fare sacrifici per la conversione dei peccatori. Ora quando diciamo il rosario, dovremo dire l'Ave Maria e il Padre nostro interi. Ma i sacrifici, come faremo a farli?

Francesco inventò subito un buon sacrificio:

- Diamo il nostro spuntino alle pecore e facciamo il sacrificio di non mangiare!

In pochi minuti i nostri rifornimenti erano distribuiti al gregge. E così passammo la giornata a digiuno, proprio come i più austeri certosini. Giacinta stava ancora seduta sulla roccia, con l'aria pensierosa e domandò

- Quella Signora ha detto anche che molte anime andavano all'inferno! Che cos'è l'inferno?

- una buca piena di animali e con un fuoco grande grande (così me lo spiegava mia madre) e ci va chi fa i peccati e non si confessa; e il fuoco brucia sempre sempre.

- E non si esce mai di là?

- No.

- E dopo tanti, ma tanti anni?

- No, l'inferno non finisce mai.

- E il cielo nemmeno?

- Chi va in cielo non esce più di lassù.

- E neanche quelli che vanno all'inferno?!

- Non capisci che sono eterni, che non finiscono mai!

Facemmo allora per la prima volta la meditazione sull'inferno e sull'eternità. La cosa che più impressionò Giacinta fu l'eternità. Anche durante i giochi, ogni tanto domandava: “Ma senti! Allora, dopo tanti, tanti anni, l'inferno non sarà ancora finito?”. E altre volte: 'Quella gente che c'è li a bruciare, non muore? E non diventano cenere? E se noi preghiamo molto per i peccatori, nostro Signore li libererà di li? E anche con i sacrifici? Poverini! Dobbiamo pregare e fare molti sacrifici per loro!'. Dopo aggiungeva: “Come era buona quella Signora? Subito ci ha promesso di portarci in cielo”.

Giacinta prese tanto sul serio i sacrifici per la conversione dei peccatori, che non si lasciava sfuggire nessuna occasione. C'erano alcuni bambini, figli di una famiglia di Moita, che passavano di casa in casa a mendicare. Un giorno li incontrammo, mentre andavamo col nostro gregge. Giacinta vedendoli disse: 'Diamo il nostro spuntino a quei poveretti, per la conversione dei peccatori'. E corse a portarglielo. Nel pomeriggio mi disse che aveva fame. Li intorno c'erano lecci e querce. Le ghiande erano ancora un po' verdi, ma io le dissi che erano buone da mangiare. Francesco sali su un leccio per riempire le tasche, ma Giacinta si ricordò che potevamo mangiare quelle delle querce, per fare il sacrificio di mangiare qualcosa di amaro. E quel pomeriggio gustammo quel delizioso piatto! Giacinta fece di questo uno dei suoi sacrifici abituali. Coglieva ghiande di quercia o ulive non ancora fatte.

Un giorno le dissi:

- Giacinta, non mangiare questa roba! Sono troppo amare.

- Ma è proprio per quello che le mangio, per convertite i peccatori!

Non furono solo questi i nostri digiuni. Ci eravamo messi d'accordo di dare il nostro spuntino a quei poveretti tutte le volte che li avessimo incontrati; e quei poveri bambini, contenti della nostra elemosina, cercavano d'incontrarci e ci aspettavano sulla strada. Non appena li vedevamo, Giacinta portava loro correndo tutto il mangiare della nostra giornata, con tanta soddisfazione, come se non ne avesse bisogno davvero. Così, quei giorni mangiavamo pinoli, radici di campanelli (è un piccolo fiore che ha alla radice una pallina della grandezza di un'oliva), more, funghi e una cosa che coglievamo alla radice dei pini, che non mi ricordo come si chiama; o frutta, se ce n'era vicino, in qualche terreno appartenente ai nostri genitori.

Giacinta pareva insaziabile nella pratica del sacrificio. Un giorno un vicino offerse a mia madre un terreno per far pascolare il nostro gregge. Ma era abbastanza lontano e eravamo in piena estate. Mia madre accettò l'offerta fatta con tanta generosità e mi ci mandò. C'era vicino uno stagno, dove il gregge poteva bere, perciò mia madre mi disse che era meglio stare lì nel primo pomeriggio, all'ombra degli alberi. Durante il cammino incontrammo i nostri cari piccoli mendicanti e Giacinta corse a portar loro l'elemosina. Il giorno era bello, ma il sole era cocente; e in quel terreno roccioso arido e secco pareva che volesse incendiare tutto. La sete si faceva sentire e non c'era una goccia d'acqua da bere. All'inizio offrimmo generosamente il sacrificio per la conversione dei peccatori, ma passata l'ora di mezzogiorno non si resisteva. Proposi allora ai miei compagni di andare in qualche posto vicino a chiedere un po' d'acqua. Accettarono la proposta ed ecco che andai a battere alla porta d'una vecchietta che insieme a una caraffa d'acqua mi diede anche un po' di pane, che accettai con riconoscenza e corsi a dividerne con i miei compagni. Poi passai la caraffa a Francesco e gli dissi di bere.

- Non bevo - rispose.

- Perché?

- Voglio soffrire per la conversione dei peccatori.

- Bevi tu, Giacinta!

- Anch'io voglio offrire questo sacrificio per la conversione dei peccatori.

Allora versai l'acqua nel cavo di una pietra, perché la bevessero le pecore e riportai la caraffa alla padrona. Il caldo diventava sempre più forte. Le cicale e i grilli cantavano insieme alle rane dello stagno vicino e facevano un gridio insopportabile. Giacinta, spossata dalla stanchezza e dalla sete, mi disse con quella semplicità che le era naturale: «Di' ai grilli e alle rane che stiano zitti! Mi fa molto male la testa». Allora Francesco le domandò: «Non vuoi soffrire questo per i peccatori?». La povera bambina, stringendosi la testa tra le manine, rispose: «Si, si, lasciale cantare!»

Frattanto si era sparsa la notizia del fatto. Mia madre cominciava a essere preoccupata e voleva a tutti i costi che io dicessi che non era vero. Un giorno, prima di uscire col gregge, voleva obbligarmi a confessare che avevo mentito. Non risparmiò a questo scopo carezze, minacce e nemmeno il bastone. Non riuscendo a ottenere altra risposta che il silenzio o la conferma di quello che le avevo già detto, mi ordinò di dare la via al gregge e aggiunse che riflettessi bene durante il giorno che mai aveva permesso ai suoi figli di dir una bugia e molto meno ne permetterebbe ora una di quel genere; che la sera mi avrebbe obbligata ad andare da quelle persone che avevo imbrogliato a confessare che avevo mentito e a chiedere perdono.

E così me ne andai con le mie pecorelle. Quel giorno i miei compagni mi stavano già aspettando. Vedendomi piangere si affrettarono a domandarmi il perché: Raccontai quel che mi era capitato e aggiunsi:

- Adesso, ditemi voi che cosa devo fare. Mia madre vuole per forza che io dica che ho mentito. Come faccio a dirlo?

- Vedi? - disse allora Francesco a Giacinta - La colpa è tutta tua. Perché sei andata a dirlo?

- Ho fatto male - diceva, piangendo; e la poverina si mise in ginocchio, con le mani giunte a chiedermi perdono. - Ma io non dirò più niente a nessuno.

Ora, V.E. mi domanderà chi mai le avesse insegnato a fare quest'atto di umiltà. Non so. Forse aveva visto i suoi fratellini chiedere perdono ai suoi genitori la sera prima dì far la comunione; o forse perché Giacinta è stata - a mio parere - quella a cui la santissima Vergine ha comunicato la maggior abbondanza di grazia e conoscenza di Dio e della virtù.

Quando, qualche anno dopo, il rev. parroco ci mandò a chiamare per interrogarci, Giacinta abbassò la testa e a stento il reverendo riuscì a ottenere da lei due o tre parole. Quando si venne via le domandai:

- Perché non volevi rispondere al parroco?

- Perché ti ho promesso dì non dire più niente a nessuno! Un giorno domandò:

- Perché non possiamo dire che quella Signora ci ha detto di fare sacrifici per i peccatori?

- Perché non ci domandino che sacrifici facciamo.

Mia madre era sempre più preoccupata per lo sviluppo degli avvenimenti. Perciò fece un altro tentativo per obbligarmi a confessare che avevo mentito. Una mattina mi chiama e mi dice che mi porterà alla casa del parroco:

«Quando arrivi, mettiti in ginocchio, gli dici che hai mentito e gli chiedi perdono». Passando vicino alla casa di mia zia, mia madre entrò un minuto. Colsi l'occasione per raccontare a Giacinta che cosa stava succedendo. Al vedermi afflitta, lasciò cadere alcune lacrime e mi disse: «Mi alzo subito e vado a chiamare Francesco. Andiamo al tuo pozzo a pregare. Quando torni, vieni là». Al ritorno, corsi al pozzo ed ecco che i due stavano là in ginocchio a pregare. Non appena mi videro, Giacinta corse ad abbracciarmi e mi domandò come avevo fatto. Glielo raccontai. Dopo mi disse: «Vedi? Non dobbiamo aver paura di niente! quella Signora ci aiuta sempre, è veramente amica nostra».

Da quando la Madonna ci aveva insegnato a offrire a Gesù i nostri sacrifici, se decidevamo di farne qualcuno oppure avevamo qualche prova da sopportare, Giacinta domandava: «Hai già detto a Gesù che è per amor suo?». Se io le dicevo di no, «Allora glielo dico io» e giungeva le manine, alzava gli occhi al cielo e diceva: «O Gesù, è per amor vostro e per la conversione dei peccatori».

Vennero a interrogarci due sacerdoti che ci raccomandarono di pregare per il santo Padre. Giacinta domandò chi era il santo Padre e i buoni sacerdoti spiegarono chi era e che aveva molto bisogno di preghiere. Giacinta fu così presa dall'amore per il santo Padre, che ogni volta che offriva i suoi sacrifici a Gesù, aggiungeva: « . . .e per il santo Padre». Alla fine del Rosario recitava sempre tre avemmarie per il santo Padre e certe volte diceva: «Come mi piacerebbe vedere il santo Padre! Viene qua tanta gente, ma il santo Padre non viene mai qua». Nella sua innocenza, pensava che il santo Padre poteva fare questo viaggio come tutte le altre persone.

Un giorno mio padre e mio zio furono intimati di presentarci in municipio il giorno seguente. Mio zio disse che non portava i suoi figli, perché diceva:

«Non c’è motivo di presentare in tribunale due bambini, che non sono responsabili dei loro atti; e oltre a ciò non ce la fanno a piedi fino a Vila Nova de Ouréin! Vedremo che cosa vogliono». Mio padre pensava diversamente:

«La mia, la porto con me; che se la sbrighi lei con loro, perché io di queste cose non me ne intendo proprio niente».

Approfittarono dell'occasione per spaventarci in tutte le maniere possibili. Il giorno dopo, passando dalla casa di mio zio, mio padre aspettò alcuni minuti lo zio. Corsi al letto di Giacinta a dirle addio. Dubitavo di rivederla, l'abbracciai. La povera bambina, piangendo, mi disse: «Se loro ti vogliono ammazzare, digli che io e Francesco siamo come te e che anche noi vogliamo morire. Io vado subito al pozzo insieme a Francesco a pregare per te».

Verso sera, quando tornai, corsi al pozzo e i due stavano là, in ginocchio, appoggiati al parapetto del pozzo, con la testolina tra le mani, a piangere.

Quando mi videro, rimasero sorpresi:

- Ma sei proprio tu? E venuta qui tua sorella a prendere acqua e ci ha detto che ti avevano già ammazzato. Abbiamo tanto pregato e pianto per te!

Passato qualche tempo, fummo messi in prigione e allora la cosa più dura per Giacinta era l'abbandono dei genitori. E diceva con le lacrime che le scorrevano giù per le gote:

- Né i tuoi né i miei sono venuti a vederci. Non gl'importa più di noi.

- Non piangere - le disse Francesco. - Offriamo a Gesù per i peccatori!

E alzando gli occhi e le manine al cielo fece lui l'offerta:

- E per amor vostro e per la conversione dei peccatori.

- E anche per il santo Padre e in riparazione dei peccati commessi contro il Cuore immacolato di Maria, - aggiunse Giacinta.

Quando, dopo averci separati, ci riunirono di nuovo in una stanza della prigione, dicendo che da li a poco sarebbero tornati per metterci in padella, Giacinta si avvicinò a una finestra che dava sulla fiera del bestiame. All'inizio pensavo che volesse distrarsi guardando fuori, ma presto mi accorsi che piangeva. Andai a prenderla, me la tenni vicina e le domandai perché piangeva:

- Perché - rispose, con le lacrime che le scorrevano sul viso - moriremo senza rivedere né i nostri papà, né le nostre mamme e io volevo almeno rivedere la mia mamma.

- Allora tu non vuoi offrire questo sacrificio per la conversione dei peccatori?

- Si, si. - E con le lacrime che le bagnavano il viso, con le mani e gli occhi levati al cielo, fece l'offerta. - O mio Gesù, è per vostro amore, per la conversione dei peccatori, per il santo Padre e in riparazione dei peccati commessi contro il Cuore immacolato di Maria!

I detenuti presenti a questa scena, tentarono di consolarci:

- Ma dite questo benedetto segreto al signor sindaco. Che v'importa se quella Signora non vuole?

- Questo no, - rispose Giacinta con vivacità - piuttosto voglio morire!

Decidemmo allora di dire il nostro rosario. Giacinta si toglie una medaglia che aveva al collo e chiede a un detenuto il favore di attaccarla a un chiodo che c'era sulla parete e in ginocchio, davanti a quella medaglia, cominciammo a pregare. I detenuti pregavano con noi, seppure sapevano pregate; per lo meno stettero in ginocchio. Finito il rosario, Giacinta tornò alla finestra a piangere.

- Giacinta, allora non vuoi offrire questo sacrificio a nostro Signore? - le domandai.

- Si, ma mi viene in mente la mamma, e piango senza volere.

Allora, siccome la santissima Vergine ci aveva detto di offrire le nostre orazioni e sacrifici anche per riparare i peccati commessi contro il Cuore immacolato di Maria, ci mettemmo d'accordo di assegnare a ciascuno una intenzione: uno per i peccatori, un altro per il santo Padre e il terzo per riparare i peccati commessi contro il Cuore immacolato di Maria. Fatta la terna, dissi a Giacinta di scegliere un intenzione per cui offrire.

- Io offro per tutte, perché tutte mi piacciono molto, - rispose.

C'era tra i detenuti uno che sapeva suonare la fisarmonica. Cominciarono dunque a suonare e a cantare per distrarci. Ci domandarono se sapevamo ballare. Rispondemmo che sapevamo il fandango e la vira. Giacinta fu allora la dama di un povero ladro, che a vederla così piccina, finì per ballare con lei prendendola in braccio. Possa la Madonna aver avuto compassione della sua anima e lo abbia convertito.

V.E. dirà adesso: 'Che bella disposizione per il martirio!'. E’ vero. Ma eravamo bambini; e non ci rendevamo conto. Giacinta aveva per il ballo una inclinazione speciale e molta grazia. Mi ricordo che un giorno piangeva per un suo fratello soldato, che pensavano morto sul campo di battaglia. Per distrarla, con due suoi fratelli, improvvisai un ballo; e la povera bambina ballava e asciugava le lacrime che le scendevano sulle gote. Nonostante questo piccolo debole che aveva per il ballo, che bastava a volte sentire che i pastori suonavano uno strumento qualsiasi per cominciare a ballare, anche da sola, all'avvicinarsi della festa di san Giovanni e del carnevale, ci disse:

- Io, ora, non ballo più.

- E perché?

- Perché voglio offrire questo sacrificio a nostro Signore. E siccome eravamo i capi dei giochi tra bambini, i balli che si usava fare in queste occasioni non si fecero più.

Mia zia, stanca di dover continuamente mandar a chiamare i suoi figlioletti per soddisfare il desiderio di persone che volevano parlargli, decise di mandare col gregge un altro figlioletto, Joao. A Giacinta quest'ordine costò molto, per due motivi: perché doveva parlate con tutte le persone che la cercavano e, come lei diceva, perché non poteva stare tutto il giorno con me. Eppure dovette rassegnarsi. E per nascondersi dalle persone che la cercavano, si rifugiava, col suo fratellino, nella caverna di una roccia, situata sul fianco di un monte che si trova di fronte al nostro paese e che ha sulla cima un mulino a vento. La roccia è situata sul versante che guarda verso oriente e l'entrata è così ben fatta, che li proteggeva perfettamente dalla pioggia e dagli ardori del sole. E poi è anche coperta da numerose piante di ulivi e castagni. Quante orazioni e sacrifici ha offerto al nostro buon Dio in quel luogo!

Sui fianchi di questo monte c'erano molti e svariati fiori. Tra questi c'erano innumerevoli gigli, che a lei piacevano moltissimo. E quando la sera mi veniva ad aspettare sul sentiero, mi portava un giglio o, in mancanza dì questo, un altro fiore qualsiasi. E per lei era una festa arrivare fino a me, sfogliarli e gettarmi i petali.

Mia madre si limitò per allora ad assegnarmi un posto preciso per il pascolo, per sapere dove andavo, caso che occorresse mandarmi a chiamare. Quando i pascoli erano vicini, avvisavo i miei compagni, che subito venivano a trovarmi. Giacinta correva fino ad arrivare vicino a me. Dopo, stanca, si sedeva e mi chiamava; e non si chetava finché io non rispondevo e correvo verso di lei. Mia madre, stanca di veder mia sorella perdere tempo per venirmi a chiamare e per stare al mio posto col gregge, decise di venderlo; e, d'accordo con la zia, decisero di mandarci a scuola.

A Giacinta piaceva, durante il sollievo, di andare a visitare il Santissimo; ma diceva: 'Pare che indovinino. Non appena entriamo in chiesa, ecco tanta gente che viene a farci domande. A me piacerebbe starmene tutta sola per molto tempo a parlate con Gesù nascosto; ma non ci lasciano mai!».

In realtà quel popolo semplice dei paesi non li lasciava. Raccontavano, in tutta semplicità, ogni loro bisogno e afflizione. Giacinta mostrava pena, specie quando si trattava di qualche peccatore. E allora diceva: «Dobbiamo pregare e offrire sacrifici a nostro Signore, perché lo converta e non vada all'inferno, poverino!».

Viene a proposito adesso un fatto che mostra come Giacinta cercava di sfuggire alle persone che la cercavano. Un giorno stavamo andando a Fatima. Eravamo già vicini alla strada e vediamo un gruppo di signore e dei signori che scendono da una automobile. Non dubitammo un solo istante che ci stavano cercando. Ormai non potevamo fuggire, senza farci scorgere. Andiamo avanti, nella speranza di passare senza essere riconosciuti. Arrivate vicino a noi, le signore domandano se conosciamo i pastorelli a cui era apparsa la Madonna. Rispondemmo di si. Domandarono se sapevamo dove abitavano. Demmo loro tutte le indicazioni precise per andarci e corremmo a nasconderci nei campi, in mezzo a dei cespugli. Giacinta, contenta per il buon risultato dell'esperienza, diceva: “Dobbiamo fare sempre così, quando non ci conoscono”.

Un altro giorno venne anche il rev. P. Cruz, di Lisbona, a interrogarci. Dopo l'interrogatorio, ci chiese di andare a mostrargli il posto dove ci era apparsa la Madonna. Durante il cammino, noi andavamo una a destra e una a sinistra del reverendo, che cavalcava un asino così piccolo che quasi strascinava i piedi per terra. C'insegnò delle giaculatorie, tra cui Giacinta scelse queste due che poi non finiva di ripetere: “O mio Gesù, io vi amo. Dolce Cuore di Maria, siate la salvezza mia”.

Un giorno, quand'era malata, mi disse: 'Mi piace tanto dire a Gesù che lo amo. Quando glielo dico tante volte, mi pare d'avere un fuoco in petto, ma non mi brucio.

C'era al nostro paese una donna che c'insultava, tutte le volte che c'incontrava. Un giorno la incontrammo mentre usciva da un'osteria. La poveretta non era padrona di sé e non si contentò questa volta d'insultarci soltanto. Quando ebbe finito di batterci, Giacinta mi disse: 'Dobbiamo chiedere alla Madonna e offrirle sacrifici per la conversione di questa donna: dice tanti peccati, che se non si confessa, andrà all'inferno'. Passati alcuni giorni, noi correvamo di fronte alla porta di casa di quella donna. Improvvisamente, Giacinta smette di correre, si volse indietro e domanda:

- Sta a sentire! È domani che vedremo quella Signora?

- Certo.

- Allora basta scherzare. Facciamo questo sacrificio per la conversione dei peccatori. - E senza pensare che qualcuno poteva vederla, alza le manine e gli occhi al cielo e fa l'offerta.

La donna stava osservando da una finestrella della casa. In seguito, parlando con mia madre, diceva che l'aveva tanto impressionata quel gesto di Giacinta, che non le occorrevano altre prove per ammettere la realtà dei fatti. Da quel giorno, non solo non c'insultò più, ma ci chiedeva continuamente dì pregare per lei la Madonna che le perdonasse i suoi peccati.

Un giorno incontrammo una povera donna, che piangendo, si mise in ginocchio davanti a Giacinta e chiese che le ottenesse dalla Madonna la guarigione da una terribile malattia. Giacinta, a vedere in ginocchio davanti a lei una donna si contristò e le prese le mani tremanti per alzarla. Ma vedendo che non era capace, s'inginocchiò anche lei e recitò con la donna tre avemmarie. Dopo la invitò ad alzarsi, che la Madonna l'avrebbe guarita. E non tralasciò mai di pregare tutti i giorni per lei, fino a quando, trascorso un po' di tempo, si fece rivedere per ringraziare la Madonna della guarigione.

Un'altra volta fu il caso di un soldato che piangeva come un bambino. Aveva ricevuto l'ordine di partire per la guerra e lasciava la moglie a letto ammalata e tre figlioletti. Lui domandava o la guarigione della moglie o la revoca della chiamata. Giacinta l'invitò a recitare con lei il rosario. Dopo gli disse: 'Non piangere. La Madonna è così buona! Certamente ti farà la grazia che le domandi'. E non dimenticò mai il suo soldato. AlIa fine del rosario diceva sempre un'Ave Maria per il soldato. 'Passati alcuni mesi, ritorna con la moglie e i tre bambini, per ringraziare la Madonna delle due grazie ricevute. Infatti, a causa di una febbre che gli venne alla vigilia della

partenza, era stato dispensato dal servizio militare e la moglie - diceva lui - era stata guarita da un miracolo della Madonna.

Un giorno dissero che veniva a interrogarci un sacerdote che era santo e che indovinava quello che avveniva nell'intimo di ognuno; e perciò avrebbe scoperto se dicevamo si o no la verità. Giacinta diceva allora, piena dì gioia:

'Quando viene questo sacerdote che indovina? Se indovina, capirà molto bene che diciamo la verità'.

Un giorno stavamo giocando vicino al pozzo già ricordato. La madre di Giacinta aveva li vicino una vigna. Tagliò alcuni grappoli e ce li portò perché li mangiassimo. Ma Giacinta non dimenticava mai i suoi peccatori. 'Non mangiamoli - dice e offriamo questo sacrificio per i peccatori'. Poi corse a portare l'uva ad altri bambini che giocavano nella strada. Al ritorno era raggiante di gioia. Aveva incontrato i nostri vecchi mendicanti e l'aveva data a loro.

Un'altra volta mia zia ci chiamò per darci da mangiare dei fichi che aveva portato a casa e che realmente avrebbero fatto voglia a chiunque. Giacinta si sedette con noi soddisfatta, vicino alla cesta, e prende il primo per cominciare a mangiare; ma, improvvisamente, si ricorda e dice: 'E’ vero! Oggi non abbiamo fatto ancora nessun sacrificio per i peccatori! Dobbiamo far questo'. Rimise il fico nella cesta, fece l'offerta e lasciammo li i fichi per convertire i peccatori.

Giacinta ripeteva con frequenza questi sacrifici, ma non sto qui a raccontarne più; se no, non finirei mai.

Trascorrevano così i giorni di Giacinta, finché nostro Signore non mandò la polmonite che la gettò a letto, insieme col suo fratellino. Il giorno prima di ammalarsi diceva: 'Mi fa tanto male la testa e ho tanta sete! Ma non voglio bere, per soffrire per i peccatori'.

Tutto il tempo che mi restava libero dalla scuola e da qualche cosetta che mi facevano fare, andavo dai miei compagni. Un giorno passo da loro prima di andare a scuola e Giacinta mi dice: 'Senti! Di' a Gesù nascosto che io gli voglio molto bene e che lo amo molto'. Altre volte diceva: 'Di' a Gesù che gli mando tanti saluti affettuosi'. Se passavo prima dalla sua stanza, diceva:

'Ora va' a vedere Francesco; io faccio il sacrificio di stare qui sola'.

Un giorno sua madre le portò una tazza di latte e le disse di prenderlo.

- Non io voglio mamma, - disse allontanando la tazza con la manina.

La zia insistette un poco e poi se ne andò dicendo:

- Ma non so che cosa devo fare, se tutto ti ripugna.

Appena rimasti soli, le domandai: 'Ma perché disobbedisci così a tua madre e non offri questo sacrificio a nostro Signore?'. All'udire questo, lasciò cadere alcune lacrime, che io ebbi il piacere di asciugare e disse: 'io adesso non mi ero ricordata'. Chiama la madre, le chiede perdono e le dice che prende tutto quello che vuole. La mamma le porta la tazza di latte. Lo prende senza mostrare la minima ripugnanza. Dopo mi dice: 'Se tu sapessi quanto mi è costato a berlo!'.

Un'altra volta mi disse: 'Faccio sempre più fatica a bere latte e brodo; ma non dico niente. Bevo tutto per amore di nostro Signore e del Cuore immacolato di Maria, la nostra mammina del cielo'.

- Stai meglio? - le chiesi un giorno.

- Tu sai bene che non sto meglio - e aggiunse - ho un dolore forte al petto, ma non dico niente. Soffro per la conversione dei peccatori.

Un giorno, arrivata vicino a lei, mi domandò: 'Hai già fatto tanti sacrifici oggi? Io ne ho fatti tanti. Mia madre è andava via e a me molte volte mi è venuta la voglia dì andare a visitare Francesco, ma non ci sono andata'

La sua salute però migliorò un pochino. Poté alzarsi e passava allora le giornate seduta sul letto del fratellino. Un giorno mi fece chiamare perché andassi in fretta da lei. Andai di corsa.

- La Madonna è venuta a vederci e dice che tra poco verrà a prendere Francesco e a portarlo in cielo. A me ha domandato se volevo convertire ancora altri peccatori. Le ho detto di sì. Mi ha detto che andrò in un ospedale e che là soffrirò molto. Mi ha detto di soffrire per la conversione dei peccatori, in riparazione dei peccati contro il Cuore immacolato di Maria e per amore di Gesù. Le ho domandato se anche tu venivi con me. Ha detto di no. Questa è la cosa che mi costa di più. Ha detto che veniva mia madre a portarmi e poi resto là da sola. - Rimase pensierosa per un po', poi aggiunse: - Se tu venissi con me! Quel che mi costa di più è andare senza di te! E forse l'ospedale è una casa molto oscura, dove non si vede niente e io sto li a soffrire da sola! Ma non importa: soffro per amore di nostro Signore, per riparare le offese al Cuore immacolato di Maria, per la conversione dei peccatori e per il santo Padre.

Quando arrivò l'ora che il suo fratellino partiva per il cielo, lei gli fece le sue raccomandazioni: 'Tanti cari saluti da parte mia a nostro Signore e alla Madonna e digli che soffro tutto quello che vogliono per convertire i peccatori e in riparazione al Cuore immacolato di Maria.

Sofferse molto per la morte del fratello. Restava a lungo pensierosa e se le domandavano a che cosa stesse pensando, rispondeva: 'A Francesco. Come mi piacerebbe rivederlo. E gli occhi le si riempivano di lacrime.

Un giorno le dissi:

- A te ormai manca poco per andare in cielo. Io invece...

- Poverina! - rispose non piangere! Lassù io pregherò molto, molto per te. Sai, è la Madonna che vuole così per te. Se avesse scelto me, io sarei contenta, per poter soffrire di più per i peccatori.

Arrivò anche il giorno di andare all'ospedale, dove ebbe a soffrire molto davvero. Quando la madre andò a visitarla, le domandò se voleva qualche cosa. Le disse che voleva vedere me. Mia zia, a costo di molti sacrifici, mi ci portò, non appena poté ritornarci. Appena mi vide, mi abbraccio con gioia e chiese alla madre che mi lasciasse li e andasse a fare la spesa.

Le domandai allora se soffriva molto.

- Altro che! Ma offro tutto per i peccatori e in riparazione al Cuore immacolato di Maria.

Poi parlò con entusiasmo di nostro Signore e della Madonna e diceva:

- Mi piace tanto soffrire, per amor suo, per fargli piacere. Loro vogliono molto bene a chi soffre per convertire i peccatori.

Il tempo destinato alla visita passò in fretta e mia zia era già tornata a riprendermi. Domandò alla figlioletta se voleva qualche cosa. Chiese che riportasse anche me quando tornasse a vederla. E la mia buona zia, che voleva far piacere alla sua bambina, mi ci portò una seconda volta. La trovai con la stessa gioia di soffrire per amore del nostro buon Dio, del Cuore immacolato di Maria, per i peccatori e per il santo Padre: era il suo ideale e parlava sempre di questo.

Tornò ancora per qualche tempo alla casa paterna. Aveva nel petto una grande ferita aperta e sopportava la medicazione quotidiana senza un lamento, senza mostrare il minimo segno di malessere. Ciò che le costava di più erano visite e interviste frequenti di persone che la cercavano e dalle quali ora non poteva nascondersi.

- Offro anche questo sacrificio per i peccatori, - diceva con rassegnazione. - Oh, se potessi arrivare fino al Cabeco a dire ancora un rosario nella nostra grotta! Ma ormai non ce la faccio più. Quando vai a Cova da Iria, prega per me. Là non ci vado più di sicuro. - E le lacrime le scorrevano sul viso.

Un giorno mia zia mi disse: 'Domanda a Giacinta a che cosa sta pensando, quando sta tanto tempo con le mani sulla faccia, senza muoversi. Io gliel'ho domandato, mi ha sorriso, ma non mi ha risposto'. Feci la domanda e mi rispose:

- Penso al Signore, alla Madonna, ai peccatori e a... (accennò ad alcune cose del segreto). Mi piace molto pensare.

La zia mi domandò che cosa aveva risposto la sua bambina e io le dissi tutto con un sorriso. Allora mia zia disse a mia madre, raccontando il fatto:

'Io non capisco. La vita di questi bambini è un enigma'. E mia madre aggiungeva: 'Quando sono soli, parlano e parlano a non finire e anche sforzandosi di ascoltare, non si riesce a capire una parola. Se arriva qualcuno, abbassano la testa e non dicono una parola. Non posso capire questo mistero.

La santissima Vergine si degnò di nuovo di visitare Giacinta, per annunciarle nuove croci e nuovi sacrifici. Mi dette la notizia e mi diceva: 'Mi ha detto che vado a Lisbona, in un altro ospedale; che non rivedrò più nemmeno i miei genitori; che dopo molto soffrire, morirò sola, ma che non abbia paura, perché verrà Lei là a prendermi per portarmi in cielo'. E piangendo mi abbraccia e diceva: 'Non ti rivedrò mai più. Tu là non verrai a visitarmi. Senti: prega molto per me che muoio sola'.

Nel frattempo, finché non arrivò il giorno di andare a Lisbona, sofferse in modo orribile. Mi abbracciava e diceva piangendo:

- Non ti rivedrò mai più. Né la mamma, né i miei fratelli, né il mio papà! Non rivedrò più nessuno e poi muoio sola sola!

- Non ci pensare - le dissi un giorno.

- Lascia che ci pensi, perché più ci penso, più soffro; e io voglio soffrire per amore di nostro Signore e per i peccatori. E poi non fa niente. La Madonna viene a portarmi in cielo...

A volte baciava un crocifisso, lo abbracciava e diceva:

- O mio Gesù, io vi amo e voglio soffrire molto per amor vostro.

Quante volte diceva:

- O Gesù, ora puoi convertire molti peccatori, perché questo sacrificio è molto grande.

Mi chiedeva a volte:

- E morirò senza rivedere Gesù nascosto? Se me lo portasse la Madonna, quando viene a prendermi!...

Le chiesi una volta:

- Che cosa farai in cielo?

- Amerò molto Gesù, il Cuore immacolato di Maria, pregherò molto per te, per i peccatori, per il santo Padre, per i miei genitori e fratelli e per tutte le persone che mi hanno domandato di pregare per loro.

Quando la madre si mostrava triste a vederla così malata, le diceva:

- Non ti rattristare, mamma. Io vado in cielo. Pregherò molto per te.

Altre volte diceva:

- Non piangere, sto bene.

Se le chiedevano se aveva bisogno di qualche cosa, diceva:

- Tante grazie, non ho bisogno di nulla. - Ma quando se ne andavano aggiungeva – Ho molta sete, ma non voglio bere, offro tutto a Gesù per i peccatori.

Un giorno che mia zia mi faceva delle domande, mi chiamò e mi disse: - Non voglio che tu dica a nessuno che io soffro. Nemmeno a mia madre, perché non voglio che si rattristi.

Un giorno la trovai mentre abbracciava un quadro della Madonna e diceva: - Oh, mammina del cielo, allora devo morire sola sola?

La povera bambina pareva terrorizzata all’idea di morire sola. Per incoraggiarla, le dicevo: - Che cosa t’importa di morire sola, se la Madonna viene a prenderti? – E’ vero, non m’importa niente. Ma non so com’è! A volte non mi ricordo che Lei viene a prendermi. Solo mi ricordo che muoio e tu non sei vicino a me.

E venne alla fine il giorno della partenza per Lisbona. L’addio spezzava il cuore. Mi rimase parecchio tempo abbracciata al collo e diceva piangendo: - Non ci rivedremo mai più. Prega molto per me, finché non andrò in cielo. Lassù, dopo, io pregherò per te. Non dire mai il segreto a nessuno, anche se ti ammazzano. Ama molto Gesù e il Cuore immacolato di Maria e fa molti sacrifici per i peccatori.

Da Lisbona mi mandò ancora a dire che la Madonna era già andata a trovarla, che le aveva detto l’ora e il giorno della sua morte e mi raccomandava di essere molto buona.

Termino così, ecc.mo e rev.mo signor vescovo di raccontare all’E.V rev.ma quello che mi ricordo della vita di Giacinta.

Chiedo al nostro buon Dio che si degni di accettare questo atto di ubbidienza per accendere nelle anime la fiamma d’amore ai Cuori di Gesù e di Maria.

Adesso domando un favore. E’ questo: se V.E. pubblicherà alcune cose di quelle che ho appena finito di raccontare, lo faccia in modo tale che non parli in nessuna maniera della mia povera e miserabile persona. E confesso, ecc.mo e rev.mo signor vescovo, che se venissi a sapere che l’E.V. avrà bruciato questo scritto senza nemmeno leggerlo, sarebbe per me un grande piacere, perché l’ho scritto solo per ubbidire alla volontà del nostro buon Dio, manifestata a me dal volere espresso della V.E. rev.ma.

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