Maria a Medjugorje

Messaggio del 2 gennaio 2017:Cari figli, mio Figlio era sorgente di amore e di luce quando, sulla terra, parlava al popolo di tutti i popoli. Apostoli miei, seguite la sua luce. Farlo non è facile: dovete essere piccoli, dovete farvi più piccoli degli altri e, con l’aiuto della fede, riempirvi del suo amore. Senza fede, nessun uomo sulla terra può vivere un’esperienza miracolosa. Io sono con voi, mi manifesto a voi con queste venute, con queste parole. Desidero testimoniarvi il mio amore e la mia cura materna. Figli miei, non perdete tempo facendo domande a cui non ricevete mai risposta: al termine del vostro percorso terreno, il Padre Celeste ve le darà. Sappiate sempre che Dio sa tutto, Dio vede, Dio ama. Il mio amatissimo Figlio illumina le vite e dissipa le tenebre; ed il mio materno amore, che mi porta a voi, è indicibile, misterioso, ma reale. Io esprimo i miei sentimenti verso di voi: amore, comprensione e materno affetto. A voi, apostoli miei, chiedo le vostre rose di preghiera, che devono essere le opere di misericordia: sono quelle le preghiere più care al mio Cuore materno. Le offro a mio Figlio, nato per voi. Egli vi guarda e vi ascolta. Noi vi siamo sempre vicini. Questo è un amore che chiama, unisce, converte, incoraggia e ricolma. Perciò, apostoli miei, amatevi sempre gli uni gli altri, ma soprattutto amate mio Figlio. Quella è l’unica via verso la salvezza, verso la vita eterna. Quella è la preghiera che mi è più cara, e che ricolma il mio Cuore del profumo di rose più soave. Pregate, pregate sempre per i vostri pastori, affinché abbiano la forza di essere la luce di mio Figlio. Vi ringrazio.

Venuti dall'aldilà: «Sento il peso delle sue mani» (Beato Don Timoteo Giaccardo )

26/06/2005 - Visite: 1621
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L'operaio Costantino Tamone, addetto a una cartiera di un notevole complesso, mise in moto la «continua»; erano circa le ore 19 del 20 settembre 1951.
Tutto funzionava regolarmente; solo in un punto, all'ultimo gruppo di cilindri essiccatori si era prodotto un accartocciamento del cartone, «che io stesso - narra il Tamone - cercai di correggere accompagnandolo con le mani all'entrata del cilindro essiccatore; nello sforzo mi scivolano i piedi, istintivamente le mani cercano l'appoggio e in un attimo venni afferrato con la mano sinistra nell'avvolgimento... Diedi uno strappo-disperato, ma la morsa della macchina ormai non mollava più e lentamente mi trascinava dentro; gridai affannosamente di fermare... e intanto la macchina mi succhiava tutto il braccio fino alla spalla premuta contro il cilindro essiccatore, la cui superficie aveva circa 130° centigradi di calore, e il torace mi si schiacciava contro l'opposto rullo di entrata. Mi vidi perduto!
Un razzo, il baleno di un lampo: Don Timoteo Giaccardo!... La macchina si arrestò! Cosa era avvenuto? Un operaio, nel lavorio affannoso che facevano tutti attorno a me, era scivolato andando a sbattere col fianco contro la leva di arresto, facendola agire. Mi sentivo mancare ma ebbi ancora la forza di spiegare loro il modo più sollecito per togliermi. Estremamente difficile il trasporto e il collocarmi nell'auto poiché le costole rotte premevano sul pneuma causandomi il soffocamento. Giunti all'ospedale di Tolmezzo (18 km circa da Ovaro), il prof. Farello, chirurgo primario, dopo avermi osservato e ritenendo che io non fossi più in condizioni di intendere, disse ai presenti: "Mi avete portato un rottame umano ormai, vi confesso che non so dove mettere le mani"...
Dopo circa un mese, eliminati tutti i tessuti bruciati della metà di tutto il braccio, tutta la spalla e parte della mano, non rimase che l'osso pulito, al che il professore disse:
"Mi scusi la ruvidezza dell'espressione, le devo dire che, data la sua età (64 anni), i tessuti non si faranno più, data anche l'ampiezza dello scoperto; comunque tenteremo con degli innesti"... Mia moglie pregava lì accanto, io soffrivo ancora orribilmente... Erano le ore 10 circa; un pallido raggio di sole d'autunno entrava dall'ampia finestra per cui la camera era piena di luce e vedevo, vedevo bene! Un moto istintivo mi fa rivolgere gli occhi alla porta... Don Timoteo Giaccardo inquadrato in essa mi guardava e sorrideva mesto... Mi mancò il respiro... Avanza nella camera fino ai piedi del letto; sento il peso delle sue mani sulla coltre ai miei piedi... Caccio un urlo inumano. Mia moglie... fa un balzo e mi fa eco spaventata. Io col dito teso balbetto... Lì, lì, Don Timoteo Giaccardo! Accorrono suore e infermiere. Passato il tremendo affanno descrissi ai presenti la scena, a suor Domitilla e a suor Anna; quest'ultima si commosse; suor Domitilla scrollò le spalle e brontolò "Allucinazioni, non bisogna dar peso".
Pochi giorni dopo, sfasciando, il professore meravigliato mi fece vedere che si era formata una specie di muffa bianca, che lui chiamò pigmento, e circa 20 giorni dopo il mio braccio era tornato quello di prima... il 6 dicembre lasciavo finalmente l'ospedale e, giunto in cartiera, seppi che il prof. Farello aveva visitato lo stabilimento, e che fermatosi a osservare dov'era avvenuto l'infortunio aveva detto: "Non riesco a spiegarmi, data la ristrettezza del passaggio, come non si siano schiacciati irrimediabilmente braccio, spalla e torace"».